mercoledì 22 maggio 2013

Dinu Adamesteanu: l'uomo e l'archeologo


Dinu Adammesteanu


di Maurizio Nocera


Stupendo volume quello dedicato al grande Dinu Adamesteanu, archeologo rumeno naturalizzato italiano, il cui sottotitolo è Dalla Dobrugia sul Mar Nero alla Siritide sullo Ionio (Taranto, Scorpione editrice, 2012, pp. 170).
Il volume è in-4° tagliato in forma quadrata, impresso a Mottola dalla Stampa Sud su finissima carta patinata 100 gr. La coperta, di un bianco immacolato, è cartonata rigida; la sovracoperta è nera con caratteri moderni stampati in bianco, rosso e ocra. Nel colophon che, com’è abitudine contemporanea, appare a p. 4 piuttosto che all’ultima, e che è nel verso del frontespizio, c’è scritto: «Testi e immagini: diritti riservati della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata./ Traduzioni: dott.sa Teresa Bosco, dott.ssa Hélène Claude Francès, dott.ssa Silvana Gombolò./ Grafica e impaginazione: Angelo R. Todaro».
La giustifica del frontespizio è: «A cura di Salvatore (Rino per gli amici) Bianco e Antonio De Siena/ Présenté par Salvatore Bianco et Antonio De Siena.// Dinu Adamesteanu/ L’Uomo e l’Archeologo/ Dalla Dobrugia sul Mar Nero alla Siritide sullo Ionio// L’Homme et l’Archéolgue/ De la Dobrugia sur le Mer Noire à la Siritide sul la Mer Ionienne».
Dalla lettura del frontespizio si evince chiaramente che si tratta di un volume scritto in italiano e francese, patrocinato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Direzione della Basilicata), dalla Regione Basilicata e da Herakleia – Museo Archeologico Nazionale della Siritide, Policoro.
Ricco l’indice degli interventi con l’apertura della Premessa di Antonio De Siena, che fu allievo di Adamesteanu, il cui ricordo del proprio Maestro è quanto mai toccante.

Scrive: «Ci sono immagini che si sovrappongono, mai uguali, atteggiamenti, espressioni, aneddoti, esperienze comuni che si sono fissate nella mente e che ritornano di continuo, anche a distanza di anni. Lo sguardo che diviene vago, pensoso, assente. Il bisogno di ascoltare in silenzio brani suonati con il flauto di canne. Il piacere di bere un bicchiere di grappa di prugne mandato dai familiari dalla Romania. Il tutto è unito sempre da un sorriso disarmante che ti accompagna anche nei momenti di un suo imprevisto rifiuto./ Di Adamesteanu, della sua mite e autorevole presenza conservo un grato e tenero ricordo. A lui mi sento legato da un affetto quasi filiale. […] Per lui provo sentimenti di sincera riconoscenza per il rapporto che ha voluto si instaurasse tra noi due, per quanto ha fatto e principalmente per tutto quello che nel lungo periodo mi ha insegnato. […] Sapeva rendere le tematiche della ricerca archeologica coinvolgenti e le comunicava usando parole molto semplici. Ogni argomento lo affrontava con leggerezza, ma con il sostegno di un rigoroso metodo scientifico, e sempre con approcci multidisciplinari. Il dubbio era l’elemento costante di ogni argomento in discussione e portava ad ampliare sistematicamente tutti gli incontri ed i dibattiti. […] La massima attenzione l’ha data sempre al terreno e alla conoscenza delle fonti letterarie antiche. È stato un grande organizzatore, capace di stimolare entusiasmo e di coinvolgere tutti i suoi collaboratoti. Lo prova la quantità di studi e rapporti di scavo a carattere collettivo. […] Non amava lavorare da solo, per lui il confronto, la partecipazione collettiva erano componenti essenziali per il buon esito della ricerca, per il raggiungimento degli obiettivi» (pp. 7-8).

So che la citazione è alquanto lunga (lo saranno anche le altre) ma, francamente, il conoscere da vicino le qualità umane di un grande archeologo come Dinu Adamesteanu, per di più trasmesse da uno dei suoi allievi più cari, è anche per me qualcosa di emozionante. A dire la verità ci sarebbero ancora degli altri passaggi relativi al ricordo di De Siena, ma mi fermo qui per rispetto del lettore.
L’ambasciatore di Romania in Italia, Rasvan Rusu, nel testimoniare il suo saluto – Ricordo di un maestro – ringrazia il popolo italiano per avere dato ospitalità a un emerito scienziato rumeno, e scrive: «Dinu Adamesteanu ha vissuto una vita per l’archeologia, scoprendo con dedizione il fascino degli elementi che hanno sulle dinamiche della società umana. Ha riportato alla luce pezzi inediti di storia come la “Porta di Siracusa”, citata negli scritti dello storico antico Polibio» (p. 14).
Dal canto suo il direttore dell’Accademia di Romania in Roma, prof. Mihai Barbulescu, nel suo intervento, In ricordo del Maestro Dinu Adamesteanu, scrive: «Dinu Adamesteanu arrivò a Roma come borsista sul finire del 1938. Dopo l’inizio della guerra, Adamesteanu fu uno dei pochi romeni rimasti in Accademia. […] Nel 1942 Dinu Adamesteanu fu nominato bibliotecario dell’Accademia di Romania. Grazie a lui la biblioteca si salvò e fu mantenuta aperta, mentre le grandi biblioteche degli istituti stranieri a Roma, della Germania, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti, del Belgio e dell’Olanda restavano chiuse» (pp. 18-19).
Alle pp. 21-61, gli archeologi proff. Antonio De Siena e Liliana Giardino tracciano una lunga bio-bibliografia (aggiornatissima) del loro Maestro (anche la Giardino fu sua allieva), partendo dal suo anno di nascita, a Toporu nel 1913 fino all’anno della morte. Lo ricordano così: «Dinu Adamesteanu muore a Policoro (Matera) il 21 gennaio 2004 e la sua scomparsa provoca un’ampia reazione nel mondo scientifico. Accanto ai moltissimi articoli che ne comunica la scomparsa sulla stampa nazionale e internazionale, sono altrettanto numerosi gli omaggi tributati, in forme diverse, alla sua figura di studioso e di uomo. La Scuola di Specializzazione in Archeologia Classica e Medievale dell’Università del Salento e il Museo Archeologico Nazionale di Potenza vengono denominate con il suo nome» (p. 59).
È oggi un gran bell’onore sapere che queste due grandi istituzioni scientifiche di Lecce e di Potenza portano il nome di uno dei più illustri scienziati archeologi del XX secolo.
Ricco di notizie inedite, di scoperte archeologiche e di esperienze di viva umanità, è il saggio di Salvatore (Rino per tutti noi) Bianco, altro allievo di Adamesteanu. Bianco è stato per anni il direttore del Museo di Policoro, fondato proprio dal grande archeologo nella città lucana dove per molto tempo ha vissuto e dove lì è morto e sepolto. Già dall’incipit del suo saggio, Bianco rivela il pathos che sente e che esterna per il proprio Maestro. Scrive:: «Il carisma e il fascino personale non comuni, la profonda umanità ed affabilità in uno sguardo di viva intelligenza, l’antesignano spirito europeista erano, tra i tanti, i tratti essenziali dell’Uomo e dello scienziato Dinu Adamesteanu, che con un “colpo di fulmine” ha colpito tanti di noi nel momento del primo incontro» (p. 62). Ma è soprattutto nel descrivere il percorso formativo di Adamesteanu che Bianco rivela una conoscenza peculiare della biografia scientifica del suo Maestro, a partire dalla sua prima infanzia a Toporu in Romania, per arrivare fino al suo forte impegno archeologico in Basilicata. Bianco rivela particolari inediti della vita del grande archeologo, tra questi, uno molto interessante per chi qui scrive, è la sua amicizia col medico Rocco Mazzarone, grande amico e sodale di Rocco Scotellaro, il poeta sindaco di Tricarico, autore de L’uva puttanella, purtroppo già morto quando Adamesteanu arrivò in Basilicata. C’è un passaggio del saggio di Bianco che vale sottolineare perché, al contempo, è intriso di amore per la Basilicata e di nostalgia per il grande archeologo. Scrive Bianco: «La Basilicata di quegli anni diviene così un campo di ricerca privilegiato, dove si rimettevano in discussione la ricostruzione e le teorie storiche allora in voga sulla colonizzazione della Magna Grecia e sui contatti tra Greci ed Indigeni. Lezioni non accademiche ma insegnamenti sul campo, di altissimo contenuto scientifico e didattico, che hanno entusiasmato e formato tanti giovani archeologi, ancora oggi ricordati quando si rievocano gli anni della Soprintendenza del “Professore”, la cui regia di Maestro tessitore dei rapporti umani rimane insuperata. Le continue discussioni sulle tante problematiche della storia antica della Basilicata, che in quegli anni non erano così delineate e chiare come oggi, sono state banco di prova per tanti studenti, che su quei problemi hanno affinato metodi di ricerca e di indagine sul terreno e delineato il proprio curriculum scientifico» (pp. 94-95).
Nel suo intervento, Roberta Giunta, docente dell’Università degli Studi di Napoli “l’Orientale”, ricorda Dinu Adamesteanu a Ghazni (Afghanistan), scrivendo che egli «ha fornito un importantissimo contributo agli scavi e alle ricerche condotte a Ghazni, in Afghanistan, dalla Missione Archeologica Italiana dell’Ismeo. […] Topografo di formazione e nella piena convinzione che la ricerca archeologica dovesse essere intesa come parte essenziale di una più vasta ricerca storica Adamesteanu, anche su espressa sollecitazione di Tucci [Giuseppe, noto orientalista ed esploratore], guardò con occhio attento al territorio. Attraverso l’osservazione di fotografie aeree e verifiche sul terreno, egli tracciò una pianta di Ghazni, individuando anche alcune delle principali fasi della storia del sito, dall’epoca preistorica […] alla conquista ghasnavide» (pp. 109 e sgg.).
L’attività di Dinu Adamesteanu in Sicilia è invece il saggio di Caterina Ingoglia, che scrive dell’impegno scientifico del Maestro nell’isola: «Dinu Adamesteanu arrivò in Sicilia nel 1949, in condizioni di semiclandestinità. Fu subito aiutato da Luigi Bernabò Brea [noto archeologo italiano, per noi pugliesi importante perché, negli anni ’30, in qualità di ispettore del Museo Nazionale di Taranto,  partecipò agli scavi di Egnazia] che lo coinvolse nell’attività della Soprintendenza alle antichità di Siracusa, affidandogli, in particolare, gli scavi del muro greco di fortificazione del Colle San Mauro di Lentini. Durante l’inaugurazione della mostra “Gela preistorica ed ellenica”, organizzata da Pietro Griffo, allora Soprintendente alle antichità di Agrigento, fu da questi invitato a lavorare a Gela, [… dove gli] venne affidata la prosecuzione dello scavo. […] Da quel momento, l’archeologo rumeno fu coinvolto, per poco meno di un decennio, […] nell’ambito dell’archeologia “occasionale” urbana […] Divenne così uno dei “pionieri” di quell’archeologia siciliana che, nei decenni ’40-’60 del secolo scorso, conobbe un periodo particolarmente fortunato./ La sua straordinaria personalità, carica di simpatia e umanità, la sua umiltà, la capacità di coinvolgere e sensibilizzare tutti, anche i non specialisti, lo resero subito particolarmente amato dalla cittadinanza: tutti lo conoscevano – e tuttora lo conoscono per fama – con il nome di “Don Bastianu”. Saranno proprio le sue benemerenze nell’attività di archeologo a Gela che gli permetteranno di acquisire, nel 1954, la cittadinanza italiana» (pp. 118-119). Ingoglia prosegue poi descrivendo le varie fasi dell’impegno archeologico di Adamesteanu a Gela, sottolineando una scoperta scientifica straordinaria per il resto di tutta l’archeologica italiana ed europea. Scrive: «nel 1951, il Soprintendente Griffo gli affida anche l’incarico di esplorare tutto il territorio della provincia di Caltanissetta. Fu questa l’occasione che consentì all’Adamesteanu di sperimentare in Italia, per la prima volta in maniera sistematica, l’applicazione, accanto alla tradizionale ricognizione a piedi, di una innovativa metodologia di indagine topografica, la fotografia aerea. Numerosissimi sono i siti archeologici preistorici, greci, romani, bizantini così individuati dall’archeologo […] Il suo interesse per il territorio gli consentì di identificare pure alcune tra le vie di comunicazione antiche che collegavano i vari centri tra loro./ Anche nell’ambito delle indagini sul territorio lo studioso ha, pioneristicamente, posto le basi per diversi nuovi temi, a tutt’oggi di grande attualità nella ricerca archeologica. Tra tutti, il più importante per la Sicilia di quei decenni riguarda i centri indigeni, la loro conoscenza e identificazione rispetto alle fonti letterarie […] il loro rapporto con le colonie greche./ L’enorme messe di materiali restituiti da questa alacre attività di ricerca portò nel 1958 all’inaugurazione del Museo di Gela. Un anno dopo, lo studioso lascerà la Sicilia per trasferirsi in Basilicata» (pp. 124-126).
Elena Lattanzi scrive un commosso Ricordo di Dinu Adamesteanu, un passo del quale è questo: «Sono già passati sette anni da quel triste giorno, il 21 gennaio 2004, quando ci raggiunse la notizia che nella casa sulla collinetta di Troyli, non lontano dal “suo” Museo nazionale della Siritide, a Policoro, era passato dal sonno alla morte Dinu Adamesteanu» (p. 127). La nota archeologa Lattanzi ripercorre poi il percorso della «sua vita favolosa» rifacendosi al piccolo libro che lo stesso Adamesteanu aveva scritto per l’amico Rocco Mazzarone. Ad un certo punto scrive: «A tutti è noto il suo gigantesco e generoso impegno con cui, coinvolgendo i suoi migliori collaboratori, archeologi, assistenti, restauratori, fotografi, disegnatori, operai, ma anche medici e avvocati, a Tricarico e Matera (Rocco Mazzarone, Mauro Padula, Raffaele e Michele De Ruggeri, Franco Palumbo e gli amici del Circolo La Scaletta) e anche giornalisti e politici a Potenza (chi potrà mai dimenticare Gerardo Salinardi e Aldo La Capra?), trasforma una regione “incognita”, ricostruendone la storia perduta, attraverso la ricerca archeologica e gli splendidi musei di Policoro, Metaponto, Matera e Melfi e altri ancora./ Grazie alla conoscenza profonda del territorio lucano, acquisita prima dal cielo, poi sul terreno, e vorrei aggiungere, grazie all’amore per quel territorio e ad un raro impegno civile, si batte come un leone per salvare il patrimonio storico dalle manomissioni dei trattori dell’Ente Riforma prima, nonché dall’industrializzazione selvaggia poi» (pp. 131-132). Mi piace qui, e chiedo venia per questa mia debolezza sentimentale, riprendere un passo autobiografico della Lattanzi, la cui lettura fa immediatamente vedere lo spessore umano del grande archeologo: «Vorrei ricordare il mio primo incontro con Dinu, nel Museo di Taranto, dove una sera giocava ad una partita a carte con i custodi di turno, attendendo Attilio Stazio [altro grande numismatico del secolo scorso]. Dinu propose subito una gita ad Amendolara, dove Juliette De La Géniere [archeologa francese] scavava nella necropoli arcaica. Andammo con la vecchia macchina dell’assistente Indice, che si arrampicava su quelle stradine polverose. Come tutti ricordo i suoi incontri, sempre cordiali con giovani archeologi che accoglieva, ma anche con i suoi operai dello scavo e dei laboratori di restauro dei vari musei, cui riservava particolari rapporti, derivanti dalla sua esperienza difficile e dalla sua carica umana./ Chi non ricorda i numerosi pranzi alla fine di ogni scavo […] il suo colorito lessico familiare, definito “daco-siculo-lucano”? […] Tra i ricordi legati al terremoto del 1980, mi viene in mente la grande generosità di Dinu, che accolse in casa sua, a Policoro, per molti mesi, uno degli autisti potentini, rimasto con la casa danneggiata, Michele Montesano. Un’esperienza lucana per me importante fu anche quella dei voli con Aldo La Capra, grande “seguace” e amico di Dinu, con la moglie Lucia. Così furono documentati, in Basilicata e poi anche in Calabria, tanti siti archeologici, non solo per tutela, ma anche per bellissimi allestimenti museali. […] Le Soprintendenze archeologiche meridionali, come le università dove Dinu Adamesteanu ha insegnato, non dimenticheranno le sue lezioni, le sue ampie prospettive di ricerca, la tutela estesa e continua dei contesti archeologici, le indagini multidisciplinari sempre più raffinate, la generosa ospitalità e collaborazione a livello internazionale./ Noi che abbiamo avuto il privilegio di lavorare accanto a lui in Basilicata, non lo dimenticheremo» (pp. 132 e sgg.).
Così Giuliana Tocco Sciarelli ricorda Dinu Adamesteanu precursore e maestro: «Ho avuto la fortuna di intraprendere la mia carriera come funzionario archeologo del Ministero per i Beni e le Attività culturali, nel 1969, presso la Soprintendenza alle Antichità della Basilicata diretta da Dinu Adamesteanu. [… Come direttore della Soprintendenza alle Antichità della regione Basilicata] alla testa di un piccolo manipolo di impiegati, conquistati dalla sua carica umana, si era dedicato alla scoperta di ciò che il ricchissimo sottosuolo della Basilicata aveva fino ad allora conservato dopo aver inquadrato in uno scenario ben definito i risultati delle ricerche e dei rinvenimenti fino ad allora verificatesi, ma rimasti sostanzialmente inediti. […] Se [al] patrimonio così poliedrico di conoscenze maturate da Dinu Adamesteanu nella ricerca archeologica si aggiunge una profonda conoscenza della storia e delle fonti antiche acquisita […] si può ben comprendere come nel giro di pochi anni la ricognizione in Basilicata, regione fino ad allora indagata solo sporadicamente, fosse stata coronata da un successo incredibile.. […] Il lavoro capillare di ricognizione aveva portato alla scoperta e all’indagine di innumerevoli siti indigeni lungo le vallate dell’Agri, del Sinni, del Bradano e del Basento arrivando sin nelle aree più interne e più impervie ai confini con la Campania, dove era già scoperto l’insediamento lucano di Serra di Vaglio e del vicino ricchissimo santuario delle Mefite e Rossano di Vaglio, mentre, ai confini con la Puglia lungo l’Ofanto, venivano portate alla luce le ricchissime necropoli daunie del melfese. […] La grande liberalità e generosità del carattere di Dinu Adamesteanu [… lo avevano spinto a coinvolgere i maggiori studiosi di archeologia e della storia della Magna Grecia e innumerevoli giovani archeologi provenienti da tutto il mondo nella conduzione delle campagne esplorative sia in animate discussioni sulla scorta dei continui straordinari rinvenimenti. […] Non potrò dimenticare il mio stato d’animo, mentre dalla splendida Firenze […] mi trasferivo a Potenza. Quel piccolissimo treno, che da Salerno mi avrebbe portata in Basilicata, si insinuava attraverso la spettacolare gola di Romagnano, svelandomi un paesaggio severo […] A quel tumulto di sensazioni che si agitavano dentro di me tra la novità e l’incognito si aggiunse la sorpresa di trovare ad attendermi, nella piccola stazione, il Soprintendente in persona, Dinu Adamesteanu, con un gran fascio di fiori in mano. In quel modo immediato e spiazzante di manifestare il suo pensiero concretamente, mi esprimeva la gioia di avere finalmente un archeologo, sia pure giovane e inesperto, ad affiancarlo nelle straordinarie imprese e nelle frenetiche attività che aveva condotte fino ad allora da solo. […] Poco dopo il mio arrivo ero già incaricata della direzione di campagne di scavo […] Sedendo al suo fianco nelle commissioni del Provveditorato alle Opere Pubbliche, […] imparai già allora a mettere in pratica le procedure dell’archeologia preventiva che solo molti anni dopo sono divenute prassi consolidata in tutto il territorio nazionale e solo in anni recenti è stata regolata da norme di legge. […] I risultati sorprendenti dell’attività di ricerca così come il riordino dei materiali provenienti dai vecchi scavi aveva spinto Adamesteanu […] alla realizzazione di nuovi spazi meseali, concepiti non solo come luoghi di raccolta e di conservazione dei materiali, ma soprattutto come luoghi di incontro e di studio, di divulgazione e di promozione culturale. […] Con grande generosità mi furono inculcati dunque da Dinu Adamesteanu quegli insegnamenti che sono rimasti basilari nella mia formazione e preziosi negli anni nei quali, a mia volta, ho dovuto assumere la direzione di una Soprintendenza.» (pp. 136 e sgg.).
Marcello Tagliente scrive un Ricordo di un maestro e di un’amicizia, nel quale stigmatizza l’amore per colui che gli ha insegnato ad amare l’archeologia. Scrive: «Dinu Adamesteanu è stato il mio maestro, non solo di topografia e di archeologia della Magna Grecia, ma soprattutto un maestro di vita. La sua umanità, la sua capacità di far sentire tutti partecipi di un progetto sono stati i capisaldi su cui ha cercato di condurre la mia professione». Tagliente, ancora oggi, continua a chiamare Adamesteanu “Professore” e con commozione gli piace ricordarlo quasi come se fosse un suo secondo padre «sempre attento alle mie difficoltà, sempre disposto ad ascoltare. […] Lui ha avuto fiducia in me e di questo non finirò mai di ringraziarlo» (p. 146).
Interessante è poi la testimonianza di Joseph Coleman Carter – Dinu Adamesteanu in America –, che scrive: «Lo conobbi al settimo convegno a Taranto sulla chora nel mondo coloniale. Fu il mio primo convegno. Ero appena arrivato in Italia con una borsa Fullbright per scrivere la mia tesi sulla scultura in pietra tenera a Taranto. Rimasi molto colpito dalle scoperte nella chora di Metaponto e soprattutto dall’entusiasmo di Adamesteanu. […] Dinu con il suo spirito e calore umano era al centro di queste riunioni e ci conquistò subito e non è un caso che alcuni di noi siano rimasti nel sud d’Italia a lavorare». Dopo aver ripercorso i periodi d’incontro archeologico con il “professore”, Carter si dichiara felice di aver organizzato assieme a lui, negli Stati Uniti, una mostra sponsorizzata dal National Endowment for Humanieties [il Cnr statunitense] «sulla ricerca archeologica nelle zone di Metaponto. Si chiamava “Ancient Crossroads” e Dinu venne come visiting professor insieme al suo protégé rumeno Alexandre Simenon Stefan, e rimase a casa nostra per sei settimane. […] La mostra fu un grande successo. Lui aveva contribuito all’allestimento con vari suggerimenti. […] Penso che sia stato contento della sua avventura americana. Alla fine della sua visita consigliò me e le autorità dell’Università di creare un Istituto di archeologia classica. Ora l’Istituto ha compiuto 33 anni, con progetti sulla Magna Grecia e sul Mar Nero» (pp. 152 e sgg.).
L’ultima testimonianza in volume – L’attività di Dinu Adamesteanu presso l’Università di Lecce – è quella di Francesco D’Andria, ordinario di archeologia presso l’Università del Salento, il quale la introduce riportando un profilo tracciato dall’accademico dei Lincei prof. Cosimo Damiano Fonseca al tempo (1983) in cui Dinu Adamesteanu «concludeva la sua attività accademica a Lecce dove aveva formato tanti giovani archeologi, insegnando che la ricerca deve sempre avere un riscontro nella capacità di trasferire i risultati nel tessuto sociale, per contribuire al suo sviluppo. Oggi i suoi allievi dell’Università di Lecce (Rino Bianco, Antonio De Siena, Marcello Tagliente, Liliana Giardino, Maria Teresa Giannotta, Attilio Tramonti e altri) ricoprono ruoli importanti nelle istituzioni di tutela e di ricerca./ A Lecce Adamesteanu già nel 1971 era stato chiamato a tenere l’insegnamento prima di Etruscologia e Antichità italiache e poi di Topografia dell’Italia antica […] All’Università di Lecce, grazie al suo impulso, cominciarono a crearsi strutture che permettevano anche all’Università di partecipare attivamente alla ricerca sul territorio salentino con risultati che pongono oggi con forma il tema del ruolo di quest’aerea nei più ampi fenomeni della colonizzazione greca in Occidente e dell’interazione con le culture indigene che segnavano i paesaggi dell’Italia meridionale. […] Ripercorrendo la storia di sviluppo del settore archeologico a Lecce, rafforzato dalla creazione di tanti innovativi Laboratori, la figura di Dinu Adamesteanu appare sempre in filigrana, richiamando alla memoria il suo inconfondibile accento, rumeno ma anche siciliano, e ricordando a tutti noi che la nostra opera ha senso solo se messa al servizio della comunità» (pp. 157 e sgg.).
Imponente è l’apparato iconografico, le cui referenze sono alle pp. 166-167, con immagini che testimoniano il percorso dell’intera vita dell’illustre archeologo.
Mi sia concesso infine di ricordare Dinu Adamesteanu per il suo interesse scientifico e umano anche per la nostra regione, da lui esternato nel convegno “Salento Porta d’Italia” (Lecce, 27-30 novembre 1986), dove lesse il saggio Le origini della civiltà iapigia (in Atti del Convegno Internazionale Salento Porta d’Italia, Galatina, Congedo Editore, 1989, pp. 75-84), nel quale scrive: «L’unità della civiltà iapigia dura dalla seconda metà del X secolo a. C., per tutto il successivo. Intorno agli inizi dell’VIII secolo a. C. comincia, invece, a delinearsi una prima differenziazione culturale tra le due estremità della Puglia: il Salento e la Daunia./ Infatti mentre il primo comincia a riprendere i contatti con il mondo greco (Corinto, Corcyra), in una fase precoloniale, cui si aggiungono quelli con l’opposta sponda albanese, la Daunia continua ad intrattenere fitti rapporti di scambio con i popoli dell’opposto sponda, nell’ambito del medio ed alto Adriatico (Dalmati, Liburni, Histri)./ Infine, solo molto più tardi, nel pieno VI secolo a. C., anche la parte centrale della Puglia, la Peucezia, mostrerà caratteri culturali propri, completando la tradizionale ripartizione della regione in Messapia, Peucezia e Daunia».

di Maurizio Nocera

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