martedì 27 dicembre 2011

Per Rina Durante a Seseno

di Luisa Ruggio

Per tutta la vita, Rina Durante sognò di tornare sull’isola di Saseno. Ci provò a lungo a mettere di nuovo i piedi sul suolo del suo passato, della sua infanzia per l’esattezza. Acquattata nelle acque della sua memoria, quell’isola albanese si è ingrandita, fino a diventare un mito. Immaginate che cosa deve essere stato vivere su un’isola abitata soltanto da militari, praticamente deserta, negli anni Trenta. Non so se avete presente un’atmosfera del genere, uno spazio ritagliato via dal mondo, intorno soltanto una geografia marina, l’eco che ne deriva si cristallizza in un immaginario magnifico. E’ uno di quei frammenti biografici che sembrano inventati da un romanziere, e invece è proprio vero. Su quell’isola, di fronte alla baia di Valona, all’imbocco del Mare Adriatico, la scrittrice salentina Rina Durante imparò a leggere e a scrivere; fu sua madre a istruirla, le sue sorelle, invece, studiavano per corrispondenza, non c’era altro modo. Se questo fosse un film, potrebbe cominciare con un piano sequenza lento: il rettangolo delle finestre di una casa illuminata internamente dall’albore dei lumi, mentre sull’isola cala la notte. Chi ha conosciuto Rina Durante sa che quando lei raccontava la sua infanzia a Saseno, prestava la sua mimica al vento per dire gli alberi oppure le distese di ginestre o ancora la visita inattesa di un marinaio che, per un momento, mandò all’aria la solitudine delle sue sorelle, improvvisamente prese dalla voglia di passarsi un filo di rossetto sulle labbra. E se questa storia da sola non bastasse, eccone un’altra: ad anni di distanza dalla scomparsa di Rina Durante (il 26 dicembre del 2004), la fotografa e regista salentina Caterina Gerardi si è messa sulle sue tracce e ha ripercorso, pronta a filmare, la strada d’acqua che da Valona porta a Saseno. Lo ha fatto perché ha deciso di trasformare in un progetto il desiderio mancato della Durante. Si tratta di un docu-film e un libro, in lavorazione, in grado di dire la stagione estrema di una grande voce del nostro Novecento, ancora non adeguatamente conosciuta. Così, l’isola di Rina è diventata l’ossessione di un’altra Caterina (la Gerardi, per l’appunto), che dal Salento è partita – dove la scrittrice tornò insieme alla sua famiglia, per stabilirsi a Melendugno, a ridosso della seconda guerra mondiale – dopo aver inseguito per tre anni la concessione del permesso per visitare Saseno due volte. Un viaggio necessario per capire, fino in fondo, chi era quella bambina che, una volta finiti i libri a disposizione sull’isola, cominciò a covare l’idea di scrivere. Hanno questo di bello le idee, che quando sono buone ti portano lontano e poi attirano in quel punto, come magneti, anche alcuni altri che incontri. Caterina Gerardi non ha resistito a quel richiamo, si è lasciata guidare, per così dire, giocando a moscacieca con i ricordi di Rina Durante. “Il progetto è una promessa fatta a me stessa. Dovevo andare in quest’isola che lei raccontava; volevo ripercorrere le sue tracce d’infanzia, ho chiesto per tre anni il permesso all’Ambasciata italiana in Albania, loro rinviavano di continuo. E’ stato molto difficile. Si tratta di un’isola che per gli albanesi resta un sogno, - spiega la Gerardi - dopo aver ottenuto l’autorizzazione, sono partita con Ada Donno che sta curando il libro parallelo al docu-film. La seconda volta sono tornata a Saseno per filmare, con me c’era anche la giornalista Rosella Simone, una delle firme che ho deciso di coinvolgere in questo progetto. La Marina Militare ci guidava sull’isola, il luogo negli anni si è trasformato. Nel 1930 non c’era niente a parte gli alloggi per i militari, dopo cinquant’anni di regime le cose sono cambiate.” Pia, la sorella novantenne della scrittrice Rina Durante, ha raccontato a Caterina Gerardi tutto quello che ricorda della casa sull’isola, una sorta di cartografia dello spirito affidata alla bussola della regista che custodisce, come Pollicino, una mappa soltanto pensata, utile per ritrovare la strada di casa. “Attraverso i racconti di Pia, mi sono fatta un’idea mia di come quella loro casa d’infanzia poteva essere. Sull’isola, ho cercato di mettere insieme i pezzi di un mosaico fatto di storie e memorie. Ho cercato una casa con caratteristiche particolari: doveva traguardare la discesa che portava al Comando dove lavorava il padre di Rina Durante che, negli anni Trenta, a Saseno, era il Capoposto. E poi dovevo individuare anche una scorciatoia per arrivare al mare. Dopo tanto cercare, credo di averla trovata, ho adottato quella che secondo me è stata la casa di Rina Durante.”

Caterina Gerardi, a Saseno, ha cercato di filmare il più possibile, nel libro che accompagnerà il docu-film, ci saranno anche i testi scritti dalla Durante sulla sua parentesi albanese. “Nel 1980, Rina fu mandata in Albania dal Sindacato dei Giornalisti, in quell’occasione tentò di tornare sull’isola ma non ottenne il permesso.” Viene da pensare che, forse, anche per questo, la Durante si metteva spesso alla guida della sua barca per prendere il largo. Saseno, infatti, è nel Canale d’Otranto, certe volte si vede anche ad occhio nudo dalla costa salentina. Stasera, a Melendugno, la Cooperativa che gestisce la Biblioteca – Centro Studi dedicata alla Durante, ha deciso di ricordarne l’anniversario della scomparsa con una serata ricca di testimonianze, sarà proiettato anche il filmato firmato dalla Gerardi e che fa il verso all’opera della scrittrice e giornalista salentina, “Come farò a diventare un mito”.

La tenacia di Caterina Gerardi non può passare inosservata, alla fine la sua ricerca dell’isola l’ha portata in riva alla stessa Rina Durante. La regista tornando dal suo viaggio, infatti, ha scoperto che: “L’isola le assomiglia e lei assomigliava all’isola, per via della difficoltà di scoprirla, per la bellezza delle cose essenziali, il mare, la luce, la vegetazione. Questa sensazione di libertà che la attraversa come un vento che entra in ogni cosa. Alla fine di tutto, per me l’isola è Rina. L’isola è il suo ritratto”.

lunedì 26 dicembre 2011

La poesia del meno che niente di Uccio Giannini

Poeti Uccio Giannini


Domani mercoledì 28 dicembre 2011, alle ore 18.00, presso il Museo “P. Cavoti” di Galatina, l’Università Popolare “Aldo Vallone” presenta il volume di poesie di Uccio Giannini, Pindinguli, Zaranguli e Scisciariculi, a cura di Gianluca Virgilio, Edit Santoro 2011. Letture di Gregorio Caputo. Pubblichiamo in questa pagina una riduzione dell’Introduzione al volume.


Il matematico poeta

Gianluca Virgilio


Uccio Giannini, Pantaleo per l’anagrafe, è nato il 23 febbraio 1928 a Galatina, dove è morto il 4 settembre 2010, all’età di ottantadue anni. Primo di dieci fratelli, il padre commerciante di biciclette, la madre casalinga, si è maturato presso il Liceo Classico “Pietro Colonna” di Galatina ed ha poi conseguito l’8 aprile 1960 la laurea in Matematica e Fisica presso l’Università degli Studi “Federico II” di Napoli. Si è sposato il 23 aprile 1962 con Maria Teresa Carrozzini, con cui ha vissuto per quarantotto anni, unito dall’amore reciproco e per la figlia Simona. Ha insegnato Matematica nelle scuole locali, divenendo preside dell’Istituto Industriale di Galatone.

È strano come i termini essenziali di una vita possano essere racchiusi in così poche parole, che dicono tutto e non dicono niente. Le opere di uomini, che in vita si affaticarono tanto, sembrano consumarsi e disperdersi alla loro morte, e di esse sembra non rimanere più nulla.

Ma Uccio Giannini non fu solo quello che si è detto. Egli fu anche un poeta, poiché seppe rappresentare con simpatia e grande umorismo un passaggio epocale della nostra società, dalla civiltà contadina a quella consumistico-industriale, e tutto questo da una posizione periferica, quale poteva offrirgli una cittadina come Galatina, piuttosto lontana dai grandi movimenti letterari moderni.


La poesia per radio

Giannini non fu un letterato di professione e dunque non ebbe mai la boria del letterato, fu semplicemente un uomo che i familiari e gli amici amano descrivere – ad essi mi affido, non avendolo mai conosciuto di persona - come una persona tranquilla, amante degli scherzi e della convivialità, col culto dell’amicizia, entro cui concepiva il gioco poetico; un gioco che seppe condurre con agilità e leggerezza, senza mai cadere nel pedantesco e senza mai perdere di vista il fine e il destinatario per cui scriveva: divertire una comitiva di amici e di parenti, oppure un pubblico di concittadini, che nelle sue poesie vedeva rappresentato e deformato satiricamente il proprio mondo e la propria vita. Molti ricordano nei primi anni Ottanta le trasmissioni radiofoniche di "Radio Orizzonti Activity", la domenica mattina, quando, dopo la messa, Giannini si divertiva a far ridere gli amici che, accesa la radio, seguivano da casa i suoi mottetti dialettali, che poi avrebbero avuto la loro continuazione in famiglia, a tavola, come sano condimento del pranzo domenicale. La convivialità delle riunioni di famiglia nei giorni di festa, un compleanno, una ricorrenza religiosa, una cena con gli amici, è la cornice entro cui è nata la poesia di Giannini. Una poesia, dunque, con un destinatario preciso, il parente, l’amico, il concittadino, chiamato alla spensieratezza di un’ora, che avrebbe riso delle sue facezie e con lui si sarebbe divertito, prima di ritornare, come Giannini, alle serie occupazioni di ogni giorno.


La produzione poetica

Tra il 2002 e il 2003 Uccio Giannini raccolse alcune sue poesie in due fascicoli, intitolati «Pindinguli e Zaranguli» e «Scisciariculi».

«Pindinguli e Zaranguli» contiene tredici poesie datate tra il 1979 e il 1999 e disposte in ordine cronologico. «Scisciariculi» contiene trentatré poesie, datate tra il 1979 e il 2002, anche queste datate e disposte in ordine cronologico. I due fascicoli sono stati trascritti al computer su commissione di Giannini, secondo la testimonianza della moglie. Ciascuna raccolta è seguita da un elenco dei titoli delle poesie (l’elenco della prima raccolta è scritto al computer, quella della seconda è autografo). La famiglia di Uccio, inoltre, ha rintracciato tra le sue carte altre dieci poesie, scritte a macchina. Di queste poesie solo «L’arvulu de Natale» e «Consigli a nu fiju» sono datate, rispettivamente 1983 e 1991. Forse a Giannini non passò mai per la testa di pubblicare l’intero corpus delle sue poesie, cui dava – o almeno sembrava dare – scarsa o nulla importanza. Per questo forse definì le sue poesie in dialetto galatinese (lo sono quasi tutte, eccetto pochissime in lingua italiana, che si contano sulle dita di una mano) "Pindinguli", "Zaranguli" e "Scisciariculi".


La poesia è "meno che niente"

"Pindingulu" vale per il Rohlfs (ad vocem) frangia, pendaglio, ossia ciò che è inutile, a cui non si assegna alcuna funzione essenziale, ornamento di cui si potrebbe fare a meno (...). Nell’accezione in cui viene comunemente usato l termine ha valore negativo, come accessorio di poco conto, orpello inutile, ecc. Giannini lo usa, oltre che nel titolo, una sola volta, in un testo del 1983 dal titolo «L’arvuru di Natale», dove i "pindinguli" stanno ad indicare degli addobbi che si appendono all’albero di Natale. Sul termine "zaranguli" il Rohlfs non mi è d’aiuto e neppure il Garrisi (Dizionario Leccese-Italiano): entrambi non riportano la voce; ma a Galatina è conosciuta la voce "zarangu", usata nell’espressione "Nu n’aggiu ssaggiatu mancu zarangu", che vale "Non ho mangiato neanche niente". "Zarangu" è un "niente", e "zaranguli", il suo diminutivo, è un meno che niente (Piero Vinsper docet). Il titolo "Pindinguli" e "Zaranguli" nell’insieme varrebbe "pendagli e cose da nulla", una sorta di dittologia con cui il poeta ha voluto designare la materia dei suoi versi.

Il secondo titolo, "Scisciariculi", significa propriamente fiori di camomilla (si veda anche qui il Rohlfs, ad vocem), una pianta molto comune nelle nostre campagne, che vale poco a causa della sua facile reperibilità e abbondanza. In senso traslato, il termine è usato per indicare oggetti tanto comuni da non avere alcun valore (vedi la frase dialettale: "Ce bbindi, scisciariculi?", "Cosa vendi, merce senza valore?"). Pure questo termine non compare nelle poesie, se non nel titolo di uno dei due fascicoli. Credo che dal significato dei titoli che Giannini volle dare alle sue poesie emerga chiaramente la volontà del poeta di presentare il suo lavoro in modo semplice e dimesso, come un "corpus" di composizioni di poco conto e senza valore.


Poesia son le cose

Indubbiamente, diminuire il tono della propria poesia può essere un buon modo per captare la benevolenza del lettore-ascoltatore, per avvicinarlo alla poesia. In essa i protagonisti sono gli oggetti spesso desueti della nostra quotidianità o di quella dei nostri padri. Questi oggetti e strumenti, ma possono essere anche piante e animali, ci parlano di se stessi e ci raccontano la loro storia proprio nel momento in cui essa è definitivamente conclusa, cioè quando essi sono resi inservibili dalla comparsa di una nuova tecnologia oppure di nuove usanze e modi di pensare indotti dalla modernità. Si pensi alla poesia «Lu Stricaturu», nella quale assistiamo ad un dialogo serrato tra un ormai consunto "stricaturu", ovvero l’asse su cui le donne lavavano i panni, e la moderna lavatrice; oppure alla poesia «La presunzione», nella quale discutono un plebeo "zangone" e una nobile "cicureddha", con la rivincita finale dello "zangone"; e ancora il dibattito tra la lancetta dei minuti e quella delle ore in «Le lancette dell’oruloggiu»; e in «Na busta dicìa», dove appunto prende la parola una busta per lettera; e «L’apparenza», in cui gareggiano in superiorità un pozzo e una cisterna; e in «Dignità e superbia», dove la disputa è tra il vecchio cavallo e il nuovo trattore; e gli esempi potrebbero continuare.



Giannini utilizza in tutti questi casi una figura retorica che i professori chiamano prosopopea o personificazione, consistente nell’ animare l’inanimato, ovvero nel dare la parola agli oggetti, alle piante e agli animali che naturalmente ne sono privi. Le cose desuete sembrano svegliarsi dal torpore in cui la nostra incuria le ha confinate e prendersi la rivincita nei confronti degli uomini, ridotti per una volta al silenzio. Gli oggetti, le piante, gli animali, come nella favola antica, nella poesia di Giannini parlano, ma non contro gli uomini, ma degli uomini e per gli uomini. Così, per riprendere gli esempi su menzionati, raccontano l’avvento del nuovo e rimpiangono l’antico (la lavatrice e lu stricaturu ne «Lu stricaturu»), stigmatizzano la presunzione di chi crede di essere nobile e superiore agli altri (la cicureddhra e lu zangone ne «La presunzione»), rivendicano l’eguaglianza di tutti dinanzi alla morte («Le lancette dell’orologgiu»), la durezza della vita e la necessità di mantenersi onesti («Na busta dicìa»), l’inganno delle apparenze (il vecchio pozzo e la cisterna nuova ne «L’apparenza»), la dignità di chi ha lavorato con dedizione e la superbia di chi incarna una facile idea di progresso (il cavallo e il trattore a confronto in «Dignità e superbia»)...


L'esito morale

Come si comprende da questi pochi esempi, la poesia di Giannini ha sempre un esito di natura morale, poiché veicola degli insegnamenti utili all’uomo, che servono alla sua edificazione morale. Tuttavia questo fine, col suo contenuto didascalico e gnomico, non sovrasta mai e non si impone al lettore in modo pedantesco, come unica ragione del testo, bensì è sempre presentato come la conclusione logica di una storia narrata naturalmente con una verve scrittoria che non esitiamo ad avvicinare alla “licenza fescennina” della letteratura arcaica romana. L’equivoco, il lazzo osceno e lùbrico, la battuta salace, l’allusione sessuale, la strizzata d’occhio complice, il motto arguto e impudico, la battuta sguaiata e popolaresca che erano propri dei fescennini antichi, sono anche le costanti modalità espressive della poesia dialettale di Giannini, che affida ad esse l’efficacia del racconto, la sua immediata ricevibilità. Non si perda mai di vista il summenzionato contesto conviviale in cui Giannini recita le sue poesie e, appunto, l’oralità della comunicazione tra il poeta e il suo pubblico. (...) Il nostro lettore ha già capito entro quali termini si muove la poesia di Giannini, ovvero tra morale della favola e espressionismo popolaresco, di un popolo che non ha peli sulla lingua e riconduce ogni cosa alla corporalità di cui siamo fatti.

Ma la cifra che identifica meglio la poesia di Giannini, a mio avviso, è un’altra, ed è riscontrabile nel grande senso di nostalgia, sempre ben controllato, che aleggia in alcune composizioni poetiche come «La votte de lu tata», in cui il poeta racconta la triste fine di una botte, o «La cazzarola», surclassata dalla moderna pentola a pressione (identica situazione narrata in «Dignità e superbia» e ne «Lu stricaturu», di cui si è già detto). In realtà il rimpianto d’un mondo contadino ormai definitivamente tramontato, ripensato come un’età dell’oro lontana e perduta, pervade tutto il corpus poetico di Giannini, divenendo la sua motivazione principale. (...)


Dolersi del "progresso"

È bene notare che, accanto al rimpianto del passato, non c’è in Giannini un pregiudiziale rifiuto del presente, bensì una considerazione piuttosto dolente del “progresso”, che ha portato con sé la fine dei valori nel rispetto dei quali egli è stato educato: la frugalità del vivere, la sincerità, il culto del focolare domestico e del duro lavoro in campagna, ecc. Tutto questo è ormai passato e Giannini lo sa. Ma al suo posto non è nata una società migliore, bensì un mondo in cui l’ingiustizia la fa da padrone, in cui i farabutti sono mescolati alle persone perbene. (...) Le recriminazioni contro un mondo ingiusto sono presenti spesso nelle composizioni di Giannini come contenuto fondamentale della sua moralità. Che fare, dunque, contro questo mondo malvagio?

A questo mondo così ingiusto il poeta reagisce nel solo modo in cui un poeta può reagire, ovvero assegnando alla scrittura poetica il compito di recuperare e riproporre i valori del passato, secondo modalità che un giorno la madre gli ha insegnato. (...) Col cuore ha scritto sempre Giannini, col cuore del popolo, utilizzando il nostro dialetto - sempre ravvivato dalla rima -, uno strumento linguistico che è riuscito a padroneggiare con grande spontaneità e che gli ha permesso di rimpiangere il passato senza farsi travolgere dalla nostalgia, bilanciando sempre situazioni favolose, di cui fu ricca la sua capacità inventiva, e sana antica morale, fondata su un senso innato della giustizia. Questo ha fatto Giannini, ha respinto l’ingiustizia del mondo con quell’arguzia e quell’umorismo di cui dicono siano ricche le genti salentine. Per questo motivo, i suoi familiari, gli amici e i concittadini lo ricordano e lo ricorderanno anche in futuro.

venerdì 9 dicembre 2011

Diventare "ortesi"

Scritture meridiane Anna Maria Ortese
di Santa Scioscio

"Per me il nome di Anna Maria Ortese è “Corpo Celeste”. Quando l’ho conosciuta era un inverno condiviso, nella sala lettura del DCA. Incomprensibile nello smarrimento, il corpo celeste sembrava un inspiegabile sospiro, e irraggiungibile nella lontananza che deglutisce. In fondo era solo una lettura e un ascolto che mi imponevo. La lettura condivisa riscaldava e apriva il suono della possibilità… quella di silenzi, che fossero lontani dalla scena dell’impronta nello specchio; la voce del vissuto altrui descritto in quelle righe si faceva pian piano possibilità di credere in speranza. La curiosità muove, così la fedeltà all’essere donna, me!

Così il silenzio, da quella scrittura, mi ha fatta “più” e tinta di celeste… di un cielo squarciato di possibilità. Per me il nome di Anna Maria Ortese è Corpo Celeste: “ortese” è il suo masticare la quotidianità, “ortesi” gli orecchi di conchiglia spiaggiata che raccolgono e raccolgono, e tengono finché il vento non respira dentro e mi semina la voglia di viaggiare nell’incontro. Ortese è tutto ciò che accade fuori e dentro, che è mai dimenticato, è tutto ciò che lucidamente rapito è restituito con atto di intera fedeltà

Mi tuffo nella lettura solo come chi ha paura del mare sa fare, esattamente come un sogno, nel concreto spingersi verso altezze più elevate, più claustrofobiche, più... Dove si respira il canto seminatore. Ogni parola letta è un passo in su, ogni seme è trapiantato, innestato alla volta di un’ondata di schiuma bianca bianca, che porta più in là con “la lente scura” che intravede il passato, e l’attuale, nello scherno nostro, che intravede malinconia e vergogna… “ortesi” sono gli occhi che vedono attraverso la lente scura; e scrutatori sono i luoghi che cercano lo sguardo, denudando le frontiere dell’apparenza. Gli occhi sono concretezza di inchiesta, riempimento fotografico, calore vicino, illimitato fascino di ascolto è “la lente scura”.

***

Corpo Celeste”, libro di Anna Maria Ortese, edito da Adelphi, “racchiude scritti che vanno dal 1974 al 1989 meditazioni, memorie, conversazioni, illuminanti della loro trasparente ragione questa terra "perché non sia più quel luogo buio e perduto che a molti appare", e anche perché Ortese abita luoghi lontani dalle risse del mondo, solitario, indomabile folletto di percorsi di foresta e di acque cristalline, creatura di luce e orizzonti incontaminati, il cui sguardo d'acqua bagna le rive esauste della terra in una rivisitazione che ne coglie l'immane ingiustizia”.

Intervista a Piero Marsili Libelli

Intervista a Piero Marsili Libelli fotografo - Lecce, 08.12.2011

Pierpaolo Spada


Piero Marsili Libelli, cosa faceva prima di diventar fotografo?

Ho studiato, poco. Avevo un padre con tre lauree, nobile, senese, decaduto. Abitavo a Milano, e praticamente, la sera, per guadagnare dei soldi, facevo il cameriere. Insieme a un amico, che tutt'ora lo è: Al Bano Carrisi. Poi, in quel periodo vidi un film di Antonioni che si chiamava Blow Up e decisi da quel momento di fare il fotografo. Mi dissi: voglio fare il fotografo”.

Quando è riuscito ad avere la sua prima macchina fotografica?

Questa è una storia lunga. Una storia peccaminosa che, però, ti racconto. Vidi Blow Up, il giorno dopo ero vestito esattamente come il protagonista del film. Però, non avevo la macchina fotografica. Abitavo a Milano, in via Brera. In un bar famoso, che io frequentavo, il Bar dell'Angolo, che ancora oggi c'è, una notte alle tre, entrai, c'era un giapponese completamente ubriaco che dormiva su un divano, con vicino una borsa. Lì, mi chiedo: ora o mai più. Ho guardato bene questa borsa. Mi sono fatto un esame di coscienza, ma non me ne fregava un cazzo. Ho preso la borsa e sono uscito, salutando tutti gli amici. E quindi. Il giorno dopo, avevo anche la macchina fotografica al collo che non sapevo, ancora, esattamente, cosa fosse. Non sapevo cosa fossero diaframmi, tempi ecc. Dovevo studiare e ho cominciato a comprare tutti i giornaletti specializzati e a studiare”.

Come ha usato quella macchina per la prima volta? Quale è stata la sua prima esperienza da fotografo?

Foto agli amici, alle amiche. E poi costava, fotografare costava. Dovevi comprarti il rullino, dovevi svilupparlo, dovevi vedere il provino, dovevi scegliere la fotografia. Non mi potevo sfogare molto, capito? Ero attento a spendere poco ma a imparare, comunque, tanto”.

L'arte non è stato quindi il suo punto di partenza.

No, assolutamente. L'arte è stata un'invenzione degli ultimi tempi. Però, quando io capì che questo era il lavoro della mia vita, che volevo vivere di questo lavoro, volevo campare con questo, guadagnare con questo, un giorno, siccome via Solferino era lì, mi presentai, chiesi di parlare con il direttore del Corriere della Sera, mi inventai un'altra storia. Non potevo inventarmi molte cose, avevo 18 anni. Però, mi venne in mente questa cosa: dissi, guardate io vivo a Parigi, faccio il fotografo a Parigi, vorrei venire ad abitare a Milano, sapere. Insomma, ho cominciato a presentarmi non come un semplice ragazzotto. Parigi faceva un certo effetto. Il direttore mi disse “va bene, ti metto alla prova”. Mi mise a fare la cronaca nera, tra Varese, Saronno, con un giornalista gay. E quindi fotografavo i morti dalla mattina alla sera, sulle autostrade, rapine, tutta questa roba. Le foto venivano, anche perché i morti stanno fermi”.

Poi ha deciso di dire basta. Perché?

Perché nella vita si va avanti. Era semplicemente il mio cammino, stavo camminando. Quando vedevo già delle mie foto sul giornale, io dicevo “ho fatto delle foto”. Mi interessava arrivare a questo, che le mie foto avessero una funzione. Io in quel momento stavo facendo il fotografo. Riconosciuto da altri, stavo entrando in una professione. Avevo la prova che stavo facendo il fotografo”.

Era partito con il mito di Antonioni e un giorno è riuscito a incontrarlo. Come è accaduto?

Finisco questo periodo di cronaca nera a Milano, parto al militare, vado a Palermo. Sempre queste storie d'amore che mi hanno distrutto la vita. Torno dal militare, decido di trasferirmi a Roma. A Roma, mia sorella aveva un amante avvocato che era amico di un redattore de L'Espresso. Mi presentano a L'Espresso. Per anni ho collaborato con questa rivista come fotografo di tutto il tempo sperimentale degli anni '70 e 80, da Carmelo Bene in poi. Faccio la mia prima mostra e arrivano degli amici che conoscevano Michelangelo Antonioni, i quali ho pregato di invitarmi Antonioni. E, guarda caso, quella sera, a questa mia prima mostra, arrivò Antonioni a braccetto con Marco Ferreri. Antonioni si presentò, disse “io sono Michelangelo Antonioni”, e io, naturalmente, risposi “lo so, io sono Piero Marsili”, mi fece i complimenti. Il giorno dopo, mi invitò a casa sua. Mi disse: “Che fai domani?”, io dissi “niente!”. Mi invitò a casa sua. Appena arrivato mi disse “ho un regalo per te”. Andò nella stanza e portò una scatoletta con una macchina fotografica, una Canon degli anni Sessanta, ancora tutta imballata, precisa, perfetta. Era di David Bailey, il fotografo che lo aveva ispirato per fare Blow Up e la regala a me. Quindi, puoi immaginare...Con Michelangelo, poi siamo diventati amici. Era molto curioso di quello che facevo. Gli piaceva andare nelle cantine, nei teatrini. Una volta mi pregò, addirittura, di portarlo alla festa di tutti gli impiegati della Coin, pensa un po'”.

A conti fatti, ritiene sia stato questo l'incontro che l'ha portata alla ribalta?

No, a me alla ribalta no mi ci ha portato nulla. Non c'è una ribalta. La ribalta sarà quando ribalterò dall'altra parte. Qui non si parla di successo. Lo sai bene, per noi fotografi, come per voi giornalisti, non c'è successo. In questo lavoro non finisci mai, non diventi famoso, non è il sommo attore. Noi lavoriamo sempre nei bassi fondi del mondo e continuiamo a esistere. Se la ribalta è questa, è solo quella di esistere. C'è l'esserci. Un continuare a ricercare, confrontarsi, a stare dentro la storia, questo è importante per noi, non siamo mica attori”.

Stare nella storia. Bene: quale è il suo rapporto con la fotografia digitale?

La fotografia digitale è stata una scoperta, straordinaria, non sono un romantico dell'analogico. L'analogico mi piace, venite a vederlo alla mostra. Ma non m'interessa più di tanto, il digitale è straordinario. Chi avrebbe mai pensato di scattare una foto e di poterla poi spedire in giro per il mondo in due secondi?”.

E adesso si ritrova a Lecce per esporre una mostra che ha come filo conduttore la libertà. E' una mostra autobiografica, una metafora della sua vita?

La “Libertà” non me la sono inventata io. Lo hanno inventato loro il titolo. A me non piace molto. Certo, se vai a vedere la mia mostra, vedi sicuramente un uomo libero. Libertà non c'è. Te la fai tu da solo. Non me la possono dare come compitino. Un giorno mi hanno fatto una domanda: lei che rapporto ha con la luce? E' come chiedere a un cuoco “che rapporto ha con il gas?”. Libertà è una parola grossa, non si mette come manifesto”.

Ha lo spirito e il temperamento di un giovane, ma lei ha dei rimpianti?

Sì, quello che il corpo mi sta lasciando”.

E un progetto futuro?

Sto cercando di vendere la mia casa a Trastevere, che non ce la faccio più. E c'è nell'aria, io e mia moglie che è una grande costumista, si chiama Catia Dottori, negli ultimi vent'anni ha fatto i più bei film italiani, abbiamo l'idea di venire a Lecce. Ma non lo so se ce la farò, perché il barocco è veramente tosto per la mia testa”.