venerdì 7 ottobre 2011

Salvatore Tramacere di ritorno dal Brasile







Giardini di plastica
in una foto di Alessandro Colazzo



Cantieri Teatrali Koreja Il 25-26-27 settembre la Compagnia salentina è stata ospite, a San Paolo del Brasile, del Festival Internazionale di Teatro per Bambini e Giovani di Paideia. La rassegna ha ospitato spettacoli e attività di animazione riunendo diversi gruppi operanti in Brasile e all'estero per realizzare spettacoli per bambini e giovani con diverse tecniche fra cui ombre, burattini e clown. Koreja ha proposto lo storico “Giardini di Plastica” con in scena Giovanni De Monte, Alessandra Crocco e Maria Rosaria Ponzetta. Del viaggio brasiliano parliamo con il regista Salvatore Tramacere

Amor di Favela
Ennio Ciotta

Se da un lato i rapporti con le istituzioni locali, comune di Lecce in primis, continuano ad essere così difficoltose da costringervi a non poter programmare il Cartellone di “Strade Maestre”, dall’altro lato continuano i successi di Koreja all’estero. Cosa siete andati a fare in Brasile?
Siamo andati ad incontrare realtà molto simili alle nostre, anche in Brasile ci sono dei “Koreja” che hanno attitudine ed obiettivi simili ai nostri. Siamo stati ospitati in una struttura che si chiama Paideia a San Paolo dove abbiamo proposto il nostro spettacolo “Giardini di Plastica”, un centro culturale vicino ad una favela, nella periferia della città in una metropoli da venti milioni di abitanti, dove praticamente ogni quartiere ha la sua periferia. Li abbiamo incontrato delle persone straordinarie che lavorano su un terreno difficile, su territori pericolosi dove il teatro ha ancora un grande senso. Lavorano su relazioni, sentimenti, cultura, volontà di evolversi, cose che in Italia che crisi e malumori stanno spazzando via.

Un viaggio che spinge anche alla ricerca di questi valori che ormai in Italia stanno lentamente scivolando via, giusto?
In questo momento così difficile, che comprende proprio tutti, ci riteniamo davvero molto fortunati del fatto di poter andare a proporre i nostri spettacoli in Brasile, recuperiamo e ritroviamo quel “senso delle cose” che in Italia si rischia di perdere continuamente. Una sorta di forza centrifuga che butta tutto via. In Brasile abbiamo colto l’entusiasmo della gente e la voglia di confrontarsi. Dovremmo finirla una volta per tutte di considerare questi paesi parte del terzo mondo: sono aree geografiche vastissime, molto diversificate, all’ avanguardia dal punto di vista tecnologico e dell’immagine, lavorano bene anche sul cinema. Allontaniamoci dallo stereotipo del Brasile come patria del calcio e della samba. Parlare del Brasile è come parlare dell’intera Europa.

Come mai avete scelto proprio Giardini di Plastica?
Si trattava di un festival di teatro per ragazzi, lo spettacolo non ha testo e parole e quindi diventa molto funzionale a questa idea di lavoro. Il successo è stato enorme, ci hanno già chiesto di ritornare. Lo spettacolo lo abbiamo fatto al confine di una favela, sono posti difficili da spiegare. In questo luogo si radunano ragazzi di ogni tipo ed età. Alla fine dello spettacolo circa cento ragazzi hanno invaso la scena assalendo gli attori con abbracci e baci. Una cosa estremamente emozionante. Ti accorgi che devi allargare le braccia ed accogliere tutti.

Quindi da un lato “combattete” in casa per poi viaggiare così tanto e raccogliere spinte emotive così forti, cosa si prova?
Sono spinte che servono a capire ancora una volta che le cose che fai hanno davvero un senso. Pensi i poterti trasferire e continuare li il tuo lavoro, ma la carica che ti danno queste cose ti permettono di capire come affrontare i problemi che stanno a casa tua. Noi non siamo il centro del mondo, il mondo è altrove e noi dobbiamo fare i conti con questa cosa.

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