lunedì 31 ottobre 2011

Eugenio Barba, dal Salento al Mondo










Eugenio Barba a Holstebro in una fotografia di Cassie Werber

Intervista

Mauro Marino e Patrizia Capoccia

Il Salento è stato per lei luogo di partenza di un viaggio lunghissimo che l'ha portata ad esplorare geografie profonde attraverso il contatto con le culture degli uomini. Qual'è il Salento che ha portato e custodito in lei nel suo peregrinare?

La casa senza riscaldamento e senza acqua corrente, le serate invernali intorno al braciere, il sapore dei fichi secchi con le mandorle e un coriandolino di buccia di limone, i geloni che struggevano le mani, le processioni religiose, i pescatori che sparivano remando all’orizzonte, il profumo dolciastro del cimitero, la tombola natalizia, le valigie di cartone nelle littorine del Sud Est, il primo bikini che ho visto al Lido San Giovanni di Gallipoli.

Con la nascita dell'Odin Teatret è possibile parlare di una sorta di processo di “democratizzazione” della professione dell'attore che diventa tale fuori dalla formazione nelle Accademie?

Sia che sia passato da un’Accademia o che sia un autodidatta, l’attore rimane un presunto artista che si lascia assoldare senza nessuna voce in capitolo riguardo alle decisioni artistiche ed economiche, di repertorio e di politica culturale del teatro o della compagnia che lo ha ingaggiato. La sua posizione non si è democratizzata, l’attore continua ad essere un sottoproletario che pur costituendo lo scheletro della professione teatrale, non parla mai in prima persona ed è incapace di imporre le sue visioni e le sue necessità. Con l’Odin non inizia una democratizzazione, ma un processo di individuazione e sviluppo dell’attore non solo come artista ma anche come individuo e come leader di altre persone, di iniziative e progetti indipendenti da quelle del teatro in cui opera. Paradossalmente questo avviene in una rete di relazioni basate sul dare il massimo di se stessi e con un regista che esige l’apice dell’eccellenza in quanto “ombudsman” degli spettatori.

Ci pare che la vera chiave del cambiamento proposta dall'Odin Teatret sia strettamente legata alla figura dell'attore e alla sua ricerca interiore. In che ruolo si colloca il pubblico in questa dimensione? E di fronte a che tipo di performance si trova lo spettatore quando è al cospetto dell'Odin?

Non ho mai lavorato con i miei attori pensando alla loro ricerca interiore. Piuttosto come lavarli dal modo di pensare che avevano assorbito nella loro famiglia, nella scuola, con gli amici. Questo disinquinamento è avvenuto attraverso il training: esercizi fisici e vocali che non apprendevano a recitare, ma a reagire con tutto il corpo. Questa partecipazione dell’intero organismo presuppone un continuo stato di allerta, di imprevedibilità, di guizzo immediato somatico e mentale. Il loro corpo intero pensa, non le loro idee, i loro pregiudizi, quello che è giusto o sbagliato. Le reazioni degli attori sono segni fisici, radicate in esperienze storiche e archetipiche e provocano un impatto con lo spettatore a livello di sistema nervoso, di cervello limbico e rettile. Quindi non attraverso categorie concettuali o estetiche, anche se in una fase successiva subentra il giudizio e la riflessione.

Cosa chiedeva il Mondo al Teatro quando lei ha iniziato e cosa chiede oggi? Che differenze, se ci sono state, ha riscontrato rispetto a quando ha iniziato a fare questo mestiere? Come sono cambiati nel tempo gli elementi che girano intorno al teatro, vale a dire la formazione degli attori, i gusti e le esigenze del pubblico, il ruolo delle istituzioni?

Nel 1960, quando ho iniziato, esisteva un solo modello di teatro basato essenzialmente sull’intrattenimento. Persino il teatro di Brecht, che in quegli anni iniziava a scuotere il letargo della nostra professione, voleva intrattenere. In questo periodo appaiono il Living Theatre e il laboratorio di Grotowski, gruppi autodidatti come l’Odin, le Théâtre du Soleil, e gli americani Open Theater. Bread and Puppet, San Francisco Mime Troupe, Performance Group e altri. Il teatro non vuole essere più diversione ma immagina di cambiare la vita, sia di chi lo fa che di chi vi assiste. In questa decade avviene un’esperienza unica nella storia del teatro europeo: una generazione rivendica nella creazione di gruppo una maniera di vivere e di trasformare la società. Questa aberrazione – perché il teatro è sempre stato un mestiere per intrattenere magari attraverso la provocazione – è durata una quindicina di anni. Dalla metà degli anni Ottanta, è continuata la frammentazione, con numerosi artisti di teatro eccellenti: Si è perduto, però, lo spirito generale di palingenesi. Gli spettatori non sono mai mancati, anche se oggi il teatro diventa sempre più anacronistico rispetto ad altre forme di spettacolarità e raduno. Un fatto interessante, però, è osservare le nuove generazioni che persistono a scegliere il teatro. Qual è il senso di questa professione per loro?

giovedì 27 ottobre 2011

Mino De Santis - Un fuoco che canta

Musiche dal Salento Continua a soffiare forte il “vento dal basso” de lu Scarcagnizzu di Mino De Santis, oggi, venerdì 28 ottobre alle 21.30, l'appuntamento con il cantautore salentino è alla Saletta della Cultura di Novoli. A presentare il concerto, la “cronaca” di una sera a Sternatìa con le canzoni di un menestrello irriverente

Maira Marzioni

È domenica. Siamo a Sternatìa. Stasera c'è la festa del peperoncino, non la solita sagra estiva, ma una piccola manifestazione, pochi banchini nelle due vie principali del centro ognuno con una diversa specialità culinaria, ma tutti a base di peperoncino. Siamo qui per ascoltare Mino De Santis. Dopo i cantori di Zollino il presentatore annuncia Mino, lui imbraccia la chitarra si siede e inizia a suonare. Dopo le prime due canzoni, canta “Arbulu te ulie”. “Siccome non so quanto potrò cantare, faccio questa perché mi sembra importante in questo momento. C'è qualcuno in questi giorni che vorrebbe espiantare ulivi per metterci il fotovoltaico”. Una canzone necessaria. Intorno intanto timidamente qualcuno si siede, qualcun altro se ne va in cerca di pizzica, un bambino si piazza davanti al faccione di Mino e sorride dondolando, mentre lui canta. A un certo punto inizia a piovere, prima poche gocce e poi di più. Alcuni se ne vanno, altri irriducibili prendono la sedia e si mettono sotto al gazebo, dietro a Mino che canta. Lui si guarda intorno un po' spaesato e va avanti. Iniziamo ad avvicinarci tutti. Si decide di girare le casse all'interno, ci addossiamo a Mino che ha giusto lo spazio per la sedia e la chitarra. La serata cambia forma. Non c'è più il vuoto davanti all'artista, ma un gruppetto di gente che sfida l'acqua e ascolta. Le facce più belle sono quelle che quasi gli stanno in collo. Signori anziani con la pelle segnata, che ammaliati ascoltano questo cantore anomalo, menestrello irriverente che dice senza aver paura di dire. Uno di loro se ne sta con la faccia seria e scura sotto a un cappello da baseball, in giacca e pantaloni pesanti, annuisce e batte le mani convinto, ad ogni fine di pezzo. All'arrivo di alcuni versi in molti sorridono, scattano applausi nel mezzo della canzone, gesti di approvazione. Vicino al signore scuro, c'è Uccio, Mino lo conosce. “Questa te la dedico Uccio, mi ricordo che ti piacque”. Lui si toglie il cappello e ascolta. A un certo punto arriva un ragazzo dal viso sorridente e dolce, un bonaccio, con un flauto di legno che non suona, ma che appoggia solo alla bocca sdentata. “Questa è una canzone sulla libertà, che costa...”, dice Mino. “E quanto costa?” chiede lui. “Tanto”. Arriva da dietro una voce: “Ma tu ce l'hai già la libertà!”. Non so dire se sia stato il mio sguardo artefatto da quella situazione bella e surreale, ma giurerei di aver visto le sue labbra cantare i versi di Mino: “La libertà è un boccone bollente, finché ddafridda t'ha catutu nu tente e n'immensa casa per chi casa non ha, tutta la piazza della città”. Alla fine della canzone Mino è felice e la piazza è una casa. Le facce che stanno attorno hanno tutta l'aria di sentirsi raccontate dalle sue parole. “Forse state scomodi in piedi, magari faccio l'ultima”. Ne sono susseguite altre e poi altre, a richiesta oppure no. Nessuno se ne è più andato, qualcun altro si è avvicinato. Il signore e la moglie dapprima titubanti alla fine applaudivano al ritmo della chitarra. Una ragazza giovane che faceva parte dello staff della festa si è avvicinata sorridente, guardava gli altri contenta, in piedi. È tornata persino la signora che cercava disperatamente la pizzica. Quelli della seconda fila e oltre non vedevano la faccia di Mino, né le mani grosse sui tasti della chitarra, ma è come se leggessero le note nelle espressioni degli altri, spartiti di carne che per una volta non si è temuto di guardare, magari di sottecchi. Stavamo tutti là stretti come si sta attorno a un fuoco che canta, ad accorgerci che era bastata una pioggia a far diventare le parole di uno quelle di tutti. La gente di Sternatìa ha abbracciato Mino per una sera e lui ha ricambiato. Il vento dal basso che sa scompigliare, senza perdere la tenerezza.

lunedì 24 ottobre 2011

Cesare Padovani














Lo scorso giovedì 20 ottobre 2011, è stato presentato a Parabita, nell’Aula Magna del Liceo Artistico il libro di Cesare Padovani e Vittorio D'Augusta “Farfalle/Aforismi Crisalidi/Inchiostri”, per i tipi della casa editrice cesenate il Vicolo. Sono intervenuti ad introdurre l'autore Giovanni Invitto e Luciano Provenzano.

Noi e i Miti
Luciano Provenzano


Cosa può rappresentare una rubrica di attualità-politica-cultura, su un quindicinale – è “Chiamami Città”, pubblicato a Rimini - dedicata ad una rivisitazione di figure ed eventi mitologici attualizzati per circostanze e accadimenti odierni, condotta dal nostro caro Cesare Padovani, e diventata ora – accogliendo i vari interventi apparsi nell'arco di alcuni anni – un libro – o perlomeno parte di esso? Sarà la stravaganza di una residuale visione del mondo nel market culturale di una società globalizzata in cui un po' di tutto si concede a tutti? O è l'insidioso tentativo da parte di una cultura altra – arcaica solo fino ad un certo punto – di operare una colonizzazione culturale all'interno del pensiero attuale, e dalla quale occorre affrancarsi per non cadere in retrospettive favolistiche che nulla hanno a che fare con l'evoluzione dei tempi e i traguardi di civiltà che ci attendono? Avviare con tre domande siffatte un intervento costituisce – mi rendo conto – il pegno per dover fornire ad esse una risposta, ma visto che ci siamo, ci provo. Conoscendolo e leggendolo, si può anzitutto dire che non è affatto una stravaganza il ricorso di Padovani al mito per interpretare il mondo, oggi, e quanto in questo accade. Lui ci crede realmente e, il suo, è uno studio metodico che lo porta a cercare le radici da cui i miti si sono generati, e per questo – ormai da quasi quarant'anni – dedica lunghe permanenze e peregrinazioni ai mitici luoghi della Grecia. È un'urgenza la sua, una convinzione profonda: quei miti rappresentano la culla della nostra civiltà; la loro rivisitazione ed attualizzazione può significare incontrare un po' più se stessi, parti smarrite di sé, aprire finestre sulla propria infanzia, riconoscere il flusso onirico che ci ha attraversati e che è parte di noi, una parte che andrebbe riscoperta e dignitosamente valorizzata per come merita.

Il Mito e la Contemporaneità
C'è chi ritiene - come Umberto Galimberti, ma non è il solo - che vi sia un rischio in una rivalutazione del mito, oggi. Ma il vero rischio andrebbe invece visto in quel che è stato ed è, molto spesso (da cui il diffuso disagio personale di tanti e sociale in senso lato) lo strappo dalle proprie radici culturali, quasi che l'evoluzione sociale e culturale possa affrancarci dalle immagini che hanno lungamente pervaso il cammino millenario di generazioni, apparendo oggi come residuali, quasi prive di senso, se non addirittura pericolose, mentre invece il discorso rende necessario ricercare e vivere una integrazione fra quest'onirico-mitologico che alberga in ciascuno di noi e la personalità adulta che ci sembra d'aver conquistato sia per l'età a cui ciascuno è giunto – parlando fra adulti – e sia a livello filogenetico per il grado di civiltà che ci sembra d'aver oggi raggiunto. Può effettivamente, comunque, intravedersi un dosso: se adulti, il voltarsi indietro a guardare nell'infanzia potrebbe costituire rischio a divenire statue di sale, come per la moglie di Lot nella Bibbia, allorquando si voltò a guardare la città che svaniva? Come dire, restare intrappolati da questo sguardo all'indietro tanto da non riuscire più ad andare avanti? Ma è questa visione del tempo - per la quale il dopo si contrappone al prima - che andrebbe messa in discussione: l'essere adulti come infanzia definitivamente superata; il grado di civiltà raggiunto come definitivo stacco da arcaiche visioni di vita e comportamenti. Non si tratta neppure di andarsi ad attestare sui corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico. Qualche passo oltre è possibile e necessario.

Il molto tempo fa
È a livello ontogenetico che possiamo individuare che qualcosa di ieri – o di molto tempo fa – oggi, e un po' per sempre, sarà parte di noi. Realmente ciascuno comprende in sé la storia e le generazioni che hanno portato ad essere ciò che si è. Nella nostra mente, localizzato nel cervello limbico, è depositato il patrimonio di svariati mondi e stati interiori che fin dai primordi e per tutte le generazioni che ci hanno preceduto ha lasciato una traccia in ciò che noi in questo momento siamo. E se scopriamo – o perlomeno ci rendiamo conto di questo – la nostra vita può realmente cambiare. Possiamo essere nuovi, rinnovare cioè il nostro essere come abitudini, comportamenti, modi di comunicare, soltanto alla luce di ciò che da sempre siamo, per quel che abbiamo avuto in dote, il carattere di se stessi. Ed a questo punto, bestemmia!, occorre fare i conti con l'animalità di sé, gli istinti anche brutali, la sessualità, gli appetiti, la rabbia, la violenza che in sé stessi si sviluppano. Anche evidentemente gli aspetti belli di sé, ma questi sono – a ben guardarli – il frutto del percorso di civiltà: all'inizio è il kaos; la bellezza del sentimento è il frutto di un ordine per il quale anzitutto si percepisce se stessi come soggetti di relazione, in grado da ciò di soddisfare i bisogni.
La materia dei Sogni
Non è da ritenersi però affatto lineare il percorso per il quale dagli istinti e bramosie primordiali si giunge alla relazione soddisfacente e appagante. Perfino il riconoscimento della dignità di figli di Dio implica che la capacità di relazione la si sia acquisita. Ma nel passaggio, fra l'istinto animale ed un essenziale grado di relazione umana cosa troviamo mai? Semplicemente e banalmente delle immagini interiori: i sogni, le fantasie stratificate erette a miti di come l'immagine di un dio parla con un fiume, o due immagini di dei parlino fra loro, o personaggi forse esistiti che abbiano realizzato storie impresse nell'immaginario collettivo e da questo trasformate, per tanti versi, appunto, in mito. Senza il mito, in definitiva, rischia di sfuggire, di fatto, l'istinto che ci pervade, diventiamo animali domestici sullo zerbino di una quotidianità senza tempo e la ciotola di croccantini a tutte le ore: da sempre saziati e privi di prospettiva. Anche il sesso non è più un problema - vedasi il tipo di servizi offerti a domicilio, anche per zona geografica immediatamente individuata attraverso l'IP del proprio computer. E cosa ci diremo in quell'istante? Una dopo l'altra in serie (erano dodici ma è riuscito solo con dieci in quella notte, dice di sé quel tale che per non inquinare il dialogo ora neppure dico!). Ma cosa ci diremo in quell'istante? Se Psiche ed Eros si guardano negli occhi, se si vuol dire o sentire di sé e dell'altro(altra) di più e sempre più, scoprirsi fino all'inverosimile, oltre la pelle ed i pensieri, penetrare l'intimo più intimo di sé e dell'altro, in definitiva, se non abbiamo un'immagine intermedia che abbracci l'istinto e lo riveli nella relazione siamo irrimediabilmente persi, come quei due, Psiche ed Eros, che da tempo teneramente si amavano, ma che, allorquando si guardarono negli occhi, più non s'incontrarono.

lunedì 10 ottobre 2011

Gianluca Virgilio, a Galatina



















Il Santu Paulu di Valentina D'Andrea


In un tardo pomeriggio infrasettimanale, è bello staccare prima dal lavoro e andare per paesi salentini, inseguendo il bisogno intimo di evadere dalle solite e asfittiche stanze di un ufficio per troppo tempo frequentato e respirare un po’ di aria pura, fresca, come pura e fresca è la cultura che sempre si rinnova e dona ampi e piacevoli squarci di sereno, come appunto un soleggiato meriggio, in un orizzonte in cui si addensano nubi minacciose.

Nel luogo di Pietro-Paolo

Paolo Vincenti

Sono a Galatina, nella bellissima piazza centrale, sulla quale domina la chiesa di San Pietro, che a me evoca tante passeggiate fra le bancarelle e le luminarie, fatte negli anni dell’infanzia insieme alla mia famiglia o ad alcuni parenti, in occasione della festa dei Santi Pietro e Paolo (che, nella vulgata diventano uno solo, “San Pietro e Paolo”, tanto forte, forse, è l’osmosi nella devozione popolare fra le due figure), santi per me onomastici, il 29 giugno. Erano quelle, ricordo, le occasioni per assistere anche allo spettacolo, per noi surreale e incomprensibile all’epoca, delle ultime tarantate - si era sul finire degli anni Settanta - e delle loro contorsioni, nel centro della piazza e davanti o dentro la cappelletta di San Paolo. Incontro Gianluca Virgilio, insegnante e scrittore.

Seduti al tavolino di un bar della piazza, accanto al noto bistrot “Il covo della Taranta” (che mi ricorda piacevoli serate estive trascorse in deliziosa compagnia), ci scambiamo i nostri ultimi lavori editoriali. Gianluca mi dona il suo “Vita nuova e altri racconti” (Edit Santoro 2010) ed io gli faccio omaggio del mio “Di tanto tempo (Questi sono i giorni)” (Pensa Editore 2010).

Gianluca è una persona affabile, dotata di una simpatia naturale e di una comunicativa che toglie dall’imbarazzo chiunque lo incontri. Oggi è Presidente dell’Università Popolare “Aldo Vallone” di Galatina, avendo raccolto il testimone dal prof. Pietro Giannini e, prima di lui, dal grande Zeffirino Rizzelli, un nome importante per la cultura galatinese e salentina. Gianluca Virgilio, nato a Galatina nel 1963, insegna Lettere italiane e latine presso il Liceo Scientifico Statale “Antonio Vallone” della sua città. Ha ideato e diretto la rivista letteraria online Zibaldoni.it (prima e seconda serie) e i Quaderni della Biblioteca” del Liceo Scientifico Statale “Antonio Vallone” di Galatina.

Sul filo dei ricordi

La sua prima pubblicazione è stata “Il fior fiore di Zibaldoni e altre meraviglie” (a cura di Gianluca Virgilio e Enrico De Vivo), Galatina, Edit Santoro 2004. Nel 2007, ha pubblicato “Vie traverse”, Galatina, Edit Santoro. Un libro di memorie, genere letterario al quale il Nostro è affezionato, avendone fatto materia della maggior parte delle sue pubblicazioni. Mi colpisce il fatto che egli, proprio in un punto del libro in questione, affermi di non essere aduso alla nostalgia, quando invece tutto il libro è percorso dalla voglia di ricordare i tempi della propria infanzia e adolescenza, il buon tempo antico insomma, per dirla con un’espressione letteraria, quando altri erano i colori e i sapori di una vita intensamente vissuta, di quel tempo cioè che sempre dal ricordo viene sublimato per il semplice fatto di appartenere ad un’epoca lontana che non potrà più tornare. Tutte le pagine del libro grondano proprio quel sentimento classico che è il “nòstos”. A maggiore dimostrazione di ciò, basti leggere i suoi titoli successivi. Tutta la materia del libro è svolta sul filo dei ricordi e il narrato si configura come un viaggio letterario, nel territorio di Galatina città e soprattutto della sua campagna, nella proustiana ricerca del tempo perduto. E a far da guida al narratore, in questo viaggio degli affetti e dei sentimenti, troviamo, novello dantesco virgilio (“nomen omen”, diremmo), il padre ultraottentenne o, in un rapido e significativo passaggio generazionale, le figlie, e a far da contrappunto alle puntuali descrizioni paesaggistiche del narratore, le riflessioni, sue o dei compagni di viaggio, sull’architettura urbana ed extraurbana, sullo scarso senso civico dei concittadini, sulla politica, sulla vita , sul passaggio del tempo e sul continuo mutare di tutte le cose. Virgilio sceglie non le direttrici principali, in questo suo percorso “a rebours”, indietro nel tempo e nello spazio, ma “vie traverse”: vie, cioè, non molto battute e frequentate. Gli scritti che compaiono in questo libro erano stati già pubblicati in forma episodica sulle riviste “Il Galatino” e “Il filo di Aracne”, con le quali da lungo tempo Gianluca Virgilio collabora.

Il Cronista Civico

Lo stesso sentimento del nòstos, del ritorno, è presente nel terzo libro di Virgilio, cioè “Gioventù salentina”, Galatina, Edit Santoro 2007, che contiene cinque interviste - racconti ad altrettanti cittadini di Galatina, “nei quali, attraverso il recupero memoriale del percorso individuale e collettivo degli intervistati, si ricostruisce il quadro della condizione giovanile nella provincia salentina e in particolare a Galatina dalla fine degli anni sessanta alla metà degli anni novanta”. In “Scritti cittadini”, Galatina, Edit Santoro 2008, Virgilio raccoglie una serie di riflessioni su argomenti importanti che interessano la città di Galatina, in primis cultura, politica e società, con lo scopo da parte dell’autore di suscitare un dibattito fra i suoi concittadini su temi così importanti. Sempre nel 2008, viene stampato, fuori commercio, “L’età dell’apprendimento e dello studio”, Galatina, Edit Santoro, che “presenta la relazione introduttiva tenuta ad un corso per le maestre del 1°Circolo Statale di Galatina e costituisce l’occasione per discutere sulle varie problematiche della vita scolastica”. “Infanzia salentina”, Galatina, Edit Santoro 2009, con un Preludio di Antonio Prete, dal titolo “Marangella”, rientra perfettamente in quel genere letterario della memorialistica che tanto successo ha avuto per buona parte della letteratura italiana contemporanea del Novecento. L’autore rievoca tanti episodi della propria infanzia e adolescenza, scritti quasi in presa diretta, anche se poi rielaborati successivamente a ragione della loro pubblicazione. Ed ecco dunque scorrere, nelle pagine del libro, personaggi della sua famiglia, come il nonno, i genitori e la sorella, alcuni pittoreschi protagonisti della vita sociale della Galatina “d’antan”, gli amici d’infanzia e i compagni di giochi delle ore liete, e fatti, come le lezioni scolastiche, le malattie, le usanze famigliari quali il pranzo domenicale, le visite parenti o le gite fuori porta, che rappresentano più o meno il vissuto personale di tutti noi anche se apparteniamo ad una generazione successiva a quella dell’autore. Le prime infatuazioni per le ragazzine, le sue letture preferite, le feste di paese, le vacanze trascorse al mare a Leuca, la ripresa della scuola, il cinema domenicale e l’amore che pian piano cresceva in lui per la letteratura e che avrebbe portato poi alla scelta della scrittura.

Questi gli episodi salienti del libro, costellato, in esergo ai vari paragrafetti che ne costituiscono il filato, da citazioni prese da alcuni autori che devono essere cari al narratore, come Friedrrich Nietzsche, Robert Walser, Marcel Proust, E.M. Cioran e C. Dickens, e costruito con una scrittura piana, leggera, molto semplice e diretta nella pur notevole padronanza delle tecniche espressive.

La lingua e la scrittura

L’autore padroneggia la lingua italiana, cioè, senza appesantirla con effetti speciali o con un anacronistico gusto per l’espressione ricercata e rimbombante, perché ciò sicuramente striderebbe con la materia leggera del libro stesso che si legge in assoluta scioltezza. A proposito dell’amore per la scrittura e della nascita di quel tarlo che poi non lo avrebbe più abbandonato, mi piace riportare le ultime battute del libro, in cui l’autore parla di quella sua adolescenziale aspettativa, quasi beckettiana attesa di Godot, per la forma giusta, per uno stile personale nel quale scrivere pensieri ed impressioni della sua ancora giovane vita e delle numerose fallimentari prove di mettere nero su bianco quanto confusamente gli passava per la testa: “scrivere non sarebbe dipeso neppure da me, io non avrei più preso la decisione di scrivere e pertanto senza alcun rimpianto non sarei stato uno scrittore. Infatti, avrei capito col tempo che non si può decidere di scrivere o non scrivere, come non si può decidere di respirare o di non respirare, ma si può solo respirare, finché abbiamo fiato. Scrivere, allora, mi sarebbe apparso non più un surrogato d’azione, ma un’azione, colui che scrive non più un surrogato d’uomo, ma un uomo, la materia dello scrivere non più un surrogato della vita, ma la vita stessa”.

Infine Virgilio ha pubblicato “Vita nuova e altri racconti”, l’ultimo libro del 2010. Nel nostro incontro parliamo del lavoro, delle nostre famiglie e progettiamo alcuni appuntamenti da organizzare insieme per l’anno accademico prossimo venturo dell’Università Popolare che, fra tutte, sembra essere la creatura preferita, certamente quella più coccolata, da Gianluca, nella sua variegata attività socio-culturale.

L'Unipop

L’Università Popolare “Aldo Vallone”, “Unipop”, nella sua forma abbreviata, nasce a Galatina nel 1992 ad opera di Zeffirino Rizzelli e Pietro Giannini che, insieme ad altri, creano questo importante centro di elaborazione culturale che, all’inizio, si configura come una Università della Terza Età, rivolgendosi ad un pubblico più maturo composto esclusivamente da anziani e pensionati. Le sede dell’Università era quella del Palazzo della Cultura che oggi è significativamente intitolato proprio a Zeffirino Rizzelli. Successivamente, il raggio di azione dell’associazione si amplia e quindi le attività dell’Università Popolare si estendono a tutte le fasce di età e ad un pubblico molto eterogeneo, di studenti ed appassionati. Molti gli incontri tenuti negli anni con i più importanti nomi della cultura accademica ed extra-accademica salentina nel campo delle lettere ma anche della scienza, dell’arte, della medicina, che sarebbe troppo lungo elencare. Quest’anno l’Università avrà come sede il primo piano del Museo Civico “Pietro Cavoti”.

Fermenti galatinesi

Passeggiamo, io e Gianluca, nella calda sera settembrina, per le strade del centro storico di Galatina ed io non posso fare a meno di pensare a quel grande fermento culturale che si respira in questa città dalla gloriosa tradizione letteraria e anche dal presente altrettanto pieno di iniziative culturali. Basti pensare, oltre all’Università anzidetta, alle riviste “Il Galatino” (quindicinale), diretta da Rossano Marra, e “Il Filo di Aracne” (bimestrale), diretta da Rino Duma e anche al "Bollettino storico di Terra d'Otranto", annuario, curato da Giancarlo Vallone; poi alle numerose case editrici presenti sul territorio, come la Congedo, la Edit Santoro, Grafiche Panico, Editrice Salentina e Toraldo.

Proprio presso la Edit Santoro, nell’antico centro storico, ci fermiamo, perché Gianluca vuole farmi conoscere il titolare della stessa, Pietro Santoro, sottratto per pochi minuti ai suoi torchi situati nel piano rialzato della sua bottega tipografica. Procediamo poi alla volta del Circolo Culturale Athena, sede del Circolo Cittadino galatinese nonché della redazione della rivista “Il Filo di Aracne”, “trait d’union” fra me e Gianluca e le rispettive penne. Appena entrato, dopo aver salutato Rino Duma, noto con piacere che sulla bacheca del circolo, in bella evidenza, campeggia il mio articolo sulla rivista, intitolato “Come sfida di fanciulla” e pubblicato proprio su “Il Paese Nuovo”, in data 13 maggio 2011. Gianluca si offre subito di ripubblicarlo su: www.unigalatina.it che è il sito ufficiale dell’Università Popolare sul quale vengono pubblicati, oltre agli avvisi delle numerose iniziative programmate e al calendario delle lezioni, tanti e tanti contributi di storia patria e letteratura, in estratto o originali, a firma dei più importanti studiosi di Terra d’Otranto.

Pitardi

Ritornati nella piazza centrale, mentre ci avviamo alle rispettive automobili, proprio quando ho appena finito di chiedere a Gianluca notizie su Pasquale Pitardi, pittore e scultore galatinese, che non riuscivo a contattare in mancanza di recapito telefonico, ecco che sul corso si materializza proprio lui, il Pitardi (cosa questa che induce me e Gianluca a fare una riflessione sul valore che ancora oggi la piazza può avere come luogo d’incontro, sul modello dell’antica agorà greca). Consegno a Pitardi copia dell’ultimo numero di “18 Meridiano” nuova rivista edita in Maglie alla quale collaboro f occupandomi di letteratura ed arte. E infatti nel numero in questione compare una mia recensione sulla pittoscultura di Pitardi, motivo per cui mi fa molto piacere consegnargli “brevi manu” copia della stessa. Pitardi accetta il mio dono, sia pure con riserva, ché certi personaggi sono davvero strane creature e non sai mai come prenderanno quello che tu ritieni sia un gentile omaggio alla loro arte: Pitardi è uno di questi, e io già mi aspetto, dopo la lettura dell’articolo, i suoi rimbrotti (che Dio lo benedica). Mi congedo da Gianluca Virgilio e da Pasquale Pitardi e ritorno a casa con la gioia nel cuore di una serata intensamente vissuta fatta di incontri, lettere, arte e allegria, nel segno di Galatina e dell’amicizia.

venerdì 7 ottobre 2011

Osvaldo Piliego, l'esordio letterario

“Secondo me tutte le persone hanno un libro dentro. Quando ho iniziato a scrivere mi sono reso conto che è inevitabile che la tua vita entri nelle tue scritture”...


Da una terra per pigri
Ennio Ciotta


Partiamo dall’inizio: di cosa parla Fino alla fine del giorno?

Il libro parla di alcune vite apparentemente molto diverse fra loro ma che, in qualche modo, si somigliano. Vite diverse, con delle età diverse, che però hanno un mood, un qualcosa di musicale che le lega: rapporti familiari labili che pian piano si intrecciano fra loro con dei passaggi che si incrociano. Li possiamo considerare dei racconti paralleli che in qualche modo finiscono per convergere in una narrazione finale quasi corale.
Il libro mi ha fatto pensare molto al momento in cui, anni fa, ci siamo conosciuti: al momento siamo trentenni, allora eravamo degli adolescenti, eravamo spesso in giro per festival musicali e soprattutto, imbevuti come eravamo di ascolti e visioni, se pensavamo ad una città ci venivano immediatamente in mente Londra, New York, Berlino. Non avremmo mai immaginato, da li a qualche anno, a quali e quante esperienze avremmo fatto nel Salento.

Nel tuo libro invece c’è assolutamente una sintesi di questa prospettiva, mi sbaglio?
C’è assolutamente un lato positivo nello scegliere di vivere in un posto per così tanto tempo come abbiamo scelto di fare noi: ad un certo punto puoi vedere le cose “da una certa distanza”, osservando sia la crescita avvenuta che quella mancata. Grazie a questo puoi analizzare bene la situazione. Il Salento è una terra strana, alcune persone che hanno letto il libro hanno detto che io ho parlato di “un altro Salento”, in realtà ho parlato del mio Salento, di quello che ho sempre vissuto e che è cresciuto con me. Faccio chiaramente riferimento a quella parte del Salento che suona il rock e che vive altre atmosfere, non solo musicali, ma anche di vita. Questa è una cosa che mi ha sempre accompagnato e che sentivo il bisogno di raccontare. Spero di aver reso bene questa sensazione nel libro perché, come sappiamo, le opere prime sono il frutto di passioni covate e coltivate per anni.

Fra l’altro è un libro molto musicale. Ma secondo te in che maniera è musicale e quale musica c’è dentro?
La musica è una parte fondamentale della mia vita ed è parte integrante di alcuni dei personaggi del libro. Ho cercato di far suonare solo alcuni personaggi e altri li ho lasciati silenzio. In particolare poi ci sono due personaggi il cui ritmo della giornata è scandito dalle canzoni ed alle volte anche i testi delle canzoni diventano una sorta di messaggio, mentre altri personaggi vivono nel silenzio. Sono certo che la musica, soprattutto un certo tipo di musica, può cambiare anche le scelte delle persone. I miei personaggi sono tutti animati principalmente da musica rock, altri hanno ascolti più ricercati o marginali, come ad esempio il jazz che appartiene alla parte più depressa del libro, poi Philip Glass compare all’improvviso per un attimo come un barlume

Esattamente come è comparso a noi anni fa a Lecce durante un edizione della residenza musicale Sound Res…
Un episodio stranissimo nel Salento! Anche se a livello temporale nel libro questi eventi non sono sistemati in maniera ordinatamente sincronica, sono funzionali a far capire che alcune cose che sono passate dal Salento hanno in qualche modo influenzato l’andamento generale, magari lo hanno deviato. Il tutto senza la pretesa di scrivere un romanzo storico.
Quanta parte della tua vita personale possiamo trovare nel libro? Secondo me tutte le persone hanno un libro dentro. Quando ho iniziato a scrivere mi sono reso conto che è inevitabile che la tua vita entri nelle tue scritture. Io ho preferito frammentare la mia vita personale in tutti i personaggi del libro. Non bisogna credere che io somigli più al protagonista principale perché c’è una parte di me in ogni singolo personaggio.

Allontaniamoci un po’ da libro. Sei un salentino, sei molto attivo sul territorio dal punto di vista culturale: eventi, editoria, ecc… Sei parte di una certa “svolta salentina” grazie alla quale non abbiamo ridotto il nostro territorio alla sola equazione Salento: sole mare divertimento. Esiste secondo te una maniera per poter vivere bene in una terra bella ma difficile come la nostra? Lavorando nel settore culturale ho sempre avuto un conflitto grandissimo con questa terra. Quando avevo vent’anni ero sempre in guerra con la risposta che questa terra non mi dava. Poi crescendo ho maturato un’idea: ovunque tu sia ci sono poche cose che sono importanti e le puoi trovare ovunque. Nel Salento queste poche cose importanti sono a portata di mano. Una terra per pigri. Le cose che ti nutrono giù da noi lo fanno molto di più, parlo degli affetti. Sei circondato da persone che sono cresciute con te. I legami sono la cosa che salvano la nostra terra. Ho avuto la possibilità di vivere in altri posti e l’unica cosa che non ho mai sentito sono proprio i legami stretti. Parlo di rapporti veri. Qui ho tutto il tempo e la tranquillità interiore di poter creare e di poter stare tranquillo. Non è un caso che molti artisti decidano di trasferirsi nel Salento proprio alla ricerca di un’oasi di pace interiore. Trovano terreno fertile per poter produrre in maniera assolutamente libera. Poi questa terra ha chiaramente tantissimi difetti, gli stessi che hanno tutte le periferie del mondo.

Cosa ti aspetti da questo libro? Quali sono i tuoi progetti a riguardo?
Questo libro è un po’ un progetto familiare. Cosimo Lupo, il mio editore, è una persona con la quale collaboro da anni. Ho avuto altre richieste da parte di altre case editrici, in realtà ho pensato che non avrebbe avuto senso lavorare con altra gente che non mi curerebbe come Cosimo. Ho pensato di lavorare con gente a me vicina che crede molto in questo mio progetto. Magari non avrà dei grandi risultati ma, provenendo dall’ambiente musicale, spero di portarlo molto in giro con un tour quasi da musicista. Abbiamo già fissato numerose date. Il primo libro è una sorta di perdita della verginità. Magari ti ritrovi con vari file in diverse cartelle sul pc. Questo era un progetto più o meno concluso. Ce ne sono altri aperti su cui lavorare. Adesso mi sento sdoganato.

Salvatore Tramacere di ritorno dal Brasile







Giardini di plastica
in una foto di Alessandro Colazzo



Cantieri Teatrali Koreja Il 25-26-27 settembre la Compagnia salentina è stata ospite, a San Paolo del Brasile, del Festival Internazionale di Teatro per Bambini e Giovani di Paideia. La rassegna ha ospitato spettacoli e attività di animazione riunendo diversi gruppi operanti in Brasile e all'estero per realizzare spettacoli per bambini e giovani con diverse tecniche fra cui ombre, burattini e clown. Koreja ha proposto lo storico “Giardini di Plastica” con in scena Giovanni De Monte, Alessandra Crocco e Maria Rosaria Ponzetta. Del viaggio brasiliano parliamo con il regista Salvatore Tramacere

Amor di Favela
Ennio Ciotta

Se da un lato i rapporti con le istituzioni locali, comune di Lecce in primis, continuano ad essere così difficoltose da costringervi a non poter programmare il Cartellone di “Strade Maestre”, dall’altro lato continuano i successi di Koreja all’estero. Cosa siete andati a fare in Brasile?
Siamo andati ad incontrare realtà molto simili alle nostre, anche in Brasile ci sono dei “Koreja” che hanno attitudine ed obiettivi simili ai nostri. Siamo stati ospitati in una struttura che si chiama Paideia a San Paolo dove abbiamo proposto il nostro spettacolo “Giardini di Plastica”, un centro culturale vicino ad una favela, nella periferia della città in una metropoli da venti milioni di abitanti, dove praticamente ogni quartiere ha la sua periferia. Li abbiamo incontrato delle persone straordinarie che lavorano su un terreno difficile, su territori pericolosi dove il teatro ha ancora un grande senso. Lavorano su relazioni, sentimenti, cultura, volontà di evolversi, cose che in Italia che crisi e malumori stanno spazzando via.

Un viaggio che spinge anche alla ricerca di questi valori che ormai in Italia stanno lentamente scivolando via, giusto?
In questo momento così difficile, che comprende proprio tutti, ci riteniamo davvero molto fortunati del fatto di poter andare a proporre i nostri spettacoli in Brasile, recuperiamo e ritroviamo quel “senso delle cose” che in Italia si rischia di perdere continuamente. Una sorta di forza centrifuga che butta tutto via. In Brasile abbiamo colto l’entusiasmo della gente e la voglia di confrontarsi. Dovremmo finirla una volta per tutte di considerare questi paesi parte del terzo mondo: sono aree geografiche vastissime, molto diversificate, all’ avanguardia dal punto di vista tecnologico e dell’immagine, lavorano bene anche sul cinema. Allontaniamoci dallo stereotipo del Brasile come patria del calcio e della samba. Parlare del Brasile è come parlare dell’intera Europa.

Come mai avete scelto proprio Giardini di Plastica?
Si trattava di un festival di teatro per ragazzi, lo spettacolo non ha testo e parole e quindi diventa molto funzionale a questa idea di lavoro. Il successo è stato enorme, ci hanno già chiesto di ritornare. Lo spettacolo lo abbiamo fatto al confine di una favela, sono posti difficili da spiegare. In questo luogo si radunano ragazzi di ogni tipo ed età. Alla fine dello spettacolo circa cento ragazzi hanno invaso la scena assalendo gli attori con abbracci e baci. Una cosa estremamente emozionante. Ti accorgi che devi allargare le braccia ed accogliere tutti.

Quindi da un lato “combattete” in casa per poi viaggiare così tanto e raccogliere spinte emotive così forti, cosa si prova?
Sono spinte che servono a capire ancora una volta che le cose che fai hanno davvero un senso. Pensi i poterti trasferire e continuare li il tuo lavoro, ma la carica che ti danno queste cose ti permettono di capire come affrontare i problemi che stanno a casa tua. Noi non siamo il centro del mondo, il mondo è altrove e noi dobbiamo fare i conti con questa cosa.

giovedì 6 ottobre 2011

Arrigo Colombo, Io canto poesia

Poesia Un'intervista al filosofo e poeta Arrigo Colombo a cura di Manuela Mastria

Sull’estrema soglia, è il titolo del suo ultimo lavoro poetico edito da LietoColle. Come nasce quest’opera? Nella nota al libro, lei stesso afferma che si tratta di una serie di ‘Varizioni’, ‘Canzoni’ ed ‘Inni’.

Il libro nasce casualmente. “Sull’estrema soglia” è una raccolta breve. Io avrei atteso. In passato ho pubblicato due volumetti che sono appunto le ‘Variazioni’ e le ‘Canzoni’, che sono i miei due modi di fare poesia. Per “Sull’estrema soglia” ho raccolto tre ‘Variazioni’, tre ‘Canzoni’ e tre ‘Inni’ che fanno parte, questi ultimi, di un progetto di “Inni alla Notte” a cui sto lavorando e che ho derivato da Novalis e che dovrebbero essere in tutto una ventina.

Anche questo libro torna su alcuni temi cari alla sua ricerca teorica e poetica. A questo proposito Guido Oldani, nell’introduzione, parla di una poesia colta, ma che non ha bisogno di tradire alcuna citazione. Una scrittura che, svela il suo legame con la musica, la sua derivazione musicale. Quali sono le fonti che l'hanno ispirata, oltre a Novalis, da lui stesso citato?

Se dovessi fare la storia della mia poesia, il primo autore che incontro durante il primo ginnasio è Pascoli. Pascoli, fortemente sensibile, fortemente musicale. Poi D’Annunzio, che è il mago della parola, in un certo modo. Il terzo è Leopardi. Sono questi i tre autori da cui muove la mia poesia. Poco dopo, però, incontro Eliot, in quando un mio amico mi passa un dattiloscritto del “Mercoledì delle ceneri”. Lo leggo e ne rimango fortemente impressionato. Continuo a leggere Elliot e lo leggo a tal punto e con tale insistenza che ad un certo momento non posso leggerlo più, mi ha come saziato. Sono stato diversi anni senza toccarlo. Naturalmente da queste letture nasce il mio modo di fare poesia. La poesia italiana è dominata dal frammento. Io, invece, ho bisogno di un discorso ampio. Per questo scrivo poemetti essenzialmente. Ad un certo momento mi viene l’idea della ‘Variazione’. Seguo molto la musica. Anche quando scrivo di filosofia devo sempre ascoltare musica (musica che conosco già e che quindi vibra nell’anima e stimola il pensiero). La mia poesia ha sempre una forte musicalità. Questa derivazione quasi musicale del fare poetico nasce da alcune riflessioni legate alla possibilità propria della musica di enunciare un tema, poi ripeterlo, poi variarlo, poi riprenderlo. Da qui l’idea delle ‘Variazioni’ poetiche che riprendono sempre lo stesso tema e che sono in quattro o cinque tempi. Questo risulta chiaro, per esempio, nella prima ‘Variazione’ che compare sul mio ultimo libro dal titolo “Sul tema della luna cadente”. Come si può vedere, queste variazioni sviluppano un tema che va, di solito, verso la catastrofe, perchè esprimono il nulla delle cose. Io sono profondamente credente. Dio è tutto, mentre l’uomo stesso è nulla. È un’idea heideggeriana. Io sono uno studioso di Heidegger, ho studiato a Friburgo, dove c’era la sua scuola. L’uomo è l’essere di un nulla di sé. Tutto ciò che comincia ad essere non può essere per se stesso, altrimenti come si darebbe l’essere? Sull’insieme di queste idee nascono le ‘Variazioni’.

Nella sua formazione e nella sua ricerca, la poesia ha sempre rivestito un ruolo fondamentale, essendo, insieme al pensiero, l’altro momento e modo del disvelarsi dell’essere. Cosa significa per lei fare poesia? Qual è la relazione che tiene assieme la sua ricerca filosofica e quella poetica? Quale il filo rosso che lega le due esperienze?

Momento poetico e filosofico sono paralleli nella ricerca umana, secondo il mio parere. Non c’è molta differenza. Sono due modi di esprimersi, di cercare la verità. Per me la filosofia è la ricerca della verità, della verità divina. È un impegno morale per il bene dell’umanità. La ricerca sull’Utopia che si sviluppa dall’82 diventa la ricerca del progetto dell’umanità che è il progetto di una società di giustizia e di una società fraterna, più ancora. La poesia è la sublimazione del discorso umano. È lo stesso pensiero che si esprime altrimenti. Noi parliamo di intuizione poetica, ma ad essa deve fare seguito un distacco. La scrittura deve attendere. Un pomeriggio andando sul terrazzo, guardo verso est e vedo una cortina di nubi. Al termine di questa cortina, c’era posata proprio la luna, che, sembrava, che dormendo dovesse scivolare giù, dovesse cadere. Qui ho l’intuizione poetica. Dopo, però, viene il tempo che questo fermento nell’animo, nell’inconscio abbia il tempo di crescere e di arricchirsi da sé. Solo dopo si arriva alla decisione di scrivere. Come del resto dice Leopardi nella sua famosa lettera a Melchiorri, in cui spiega il suo modo di fare poesia. C’è una prima fase torrenziale della scrittura, un torrente di lava che esce fuori da sé. Il momento successivo, invece, è quello dell’elaborazione del discorso poetico, ed è una fase piuttosto faticosa. Leopardi addirittura diceva che questa fase gli comportava settimane di lavoro. Per me non è così. Capisco, allo stesso tempo, che questo processo implica del tempo perché è qui che il discorso poetico deve costruirsi nelle sue peculiarità. È questo che rende differente il discorso quotidiano o filosofico da quello poetico. Il costruirsi del discorso poetico deve essere dominato dal ritmo, dalla musicalità, da quelle che in passato erano chiamate le forme retoriche. Per questo amo l’iterazione, l’accumularsi della parola (come il mettere 3 o 4 aggettivi di seguito), l’inversione, oppure l’allitterazione (questi due suoni simili che seguono l’uno all’altro). Nella poesia amo cioè, che la parola ritorni. Amo sentire la parola, gustarla...

Nell'1985 ha fondato, insieme a Walter Vergallo il Laboratorio di Poesia nell’Università di Lecce, luogo di confronto, scambio con i maggiori poeti salentini. Il laboratorio ha poi dato vita ad un prolifico giornale di poesia, L’Incantiere. Altra importante esperienza è Salentopoesia, festival in cui la poesia sposava altri linguaggi artistici, dal teatro, alla musica, alla danza. La sua idea e la sua pratica di un fare poesia si è declinata negli anni nella costante necessità della lettura e dell’incontro pubblico. Compito del poeta è, dunque, cantare la poesia in un corpo a corpo tra chi fa esercizio di scrittura e chi è chiamato all’ascolto?

Quando abbiamo pubblicato il numero zero dell’Incantiere abbiamo enunziato due principi: “il principio di spettacolarità e il principio di popolarità”. In realtà la poesia non è lo scritto. Lo scritto è soltanto il tramite di conservazione e comunicazione. Si scrive poesia per poterla comunicare poi, in maniera più ampia. Il vero essere della poesia sta nella parola parlata, sta nel suono, nel canto. La poesia è canto, come giustamente fa Leopardi che chiama Canti le sue poesie. L’essere della poesia sta nel canto, quindi nello spettacolo, cioè è spettacolo, un momento spettacolare. Appunto perché è sublimazione del discorso umano, la parola poetica è musicale, ha questa musicalità intrinseca. Proprio per questo io non parlo mai di reading di poesia, come spesso si dice. No. La poesia non è una lettura, è un canto, anche quando si legge. Siccome la poesia è spettacolare di per se stessa, noi facciamo spettacoli di poesia. Quest’idea dello spettacolo deve coniugare un altro principio che è quello della popolarità. La poesia è ritenuta di solito un’espressione d’elite, di nicchia. Invece, essendo una sublimazione del discorso umano, deve essere comunicata molto alla gente. La gente deve gustare molta arte, molta poesia, deve formarsi un gusto poetico, non deve accontentarsi di un modo banale di vivere. Se pensiamo al lavoro umano, per tanti secoli, il lavoro umano era rappresentato dal lavoro contadino. Poi è subentrato il lavoro industriale. In America negli anni ’70-’80 eravamo giunti ad un punto che la forza lavoro impiegata nell’agricoltura era passata dal 50% al 5% in cento anni, poi è scesa ancora al 3%, fino ad arrivare all’1,5% di oggi Le cose sono cambiate con l’avvento dell’industrializzazione. Nel settore industriale la macchina è autonoma, ha bisogno solo di una fonte di energia. In futuro le fabbriche saranno grandi automi e faranno tutto da sé. Resterà solo un margine di lavoro umano. Il lavoro, come detto, passa nel terziario. Il terziario deve espandersi. Parigi è una città di 13 milioni di abitanti (il comune è stato ristretto a 3 milioni di abitanti, ma questa è stata un’operazione politica). C’era una sola Opéra, ora c’è anche l’Opéra Bastille. Cosa fanno 13 milioni di abitanti con due teatri o con una sola Sala da Concerto? Se vogliamo che l’uomo si umanizzi, che diventi più umano e sviluppi le sue meravigliose potenzialità, deve svilupparsi il terziario e quindi il mondo della cultura, dell’arte e del teatro. Anche qui a Lecce ci dovrebbero essere più compagnie teatrali, se solo questa città fosse stata più sensibile al teatro. La poesia, come la musica (soprattutto quella classica che è uno dei livelli più alti) deve arrivare alla gente. La gente deve sentire poesia, altrimenti le manca una parte importante. La gente ha bisogno di essere sensibilizzata.

Si può oggi fare poesia? Fare una poesia che dica delle contemporaneità, della “stringenza” del presente? Quali sono gli autori contemporanei a cui guarda?

Io trovo strana questa domanda. Se si possa oggi parlare di poesia. Non capisco questo scetticismo nei confronti della poesia. Certo che c’è una poesia che dica del presente. È chiaro che io leggo gli autori contemporanei. Ho cominciato da Pascoli e D’annunzio e poi Eliot però ho letto Ungaretti, Montale, Sanguineti, Zanzotto. Tutti i maggiori poeti del Novecento non solo italiano ma anche francese, inglese, americano. La lettura di “Foglie d’erba” di Whitman, per esempio, è stata importante o quella di Emily Dickinson che è inglese. Quindi un poeta deve nutrirsi di poesia.Io che faccio poesia prima di cominciare a scrivere leggo i poeti e anche quando ho finito leggo ancora dei poeti. La poesia è la sublimazione del discorso umano ed è necessaria in ogni tempo. Certo nel nostro tempo corre il pericolo di banalizzarsi in forme di linguaggio o in forme visive banali, ma anche in questo caso i grandi film, il vero cinema sono altra cosa. Io amo molto il cinema e vedo molto cinema perché nel cinema c’è in atto una storia, un’umanità. Questo è ancor più evidente nel teatro, dove c’è anche una presenza e una comunicazione diretta. Insomma, tornando a noi, la poesia è di sempre. La poesia nel Novecento non ha attraversato una vera crisi, a differenza dell’arte visiva. L’arte visiva attualmente non c’è. Quella che prima era pittura, scultura, disegno, è diventata installazione. Finalmente c’è stato Maffesoli storico francese che ha scritto un grosso libro, di oltre settecento pagine che ha avuto il coraggio di dire che l’arte, che è stata grande nei Millenni, ora non c’è più. Quindi bisogna cambiare strada, radicalmente.Noi proprio questo problema abbiamo affrontato due anni fa nel nostro “Manifesto per una nuova poesia- per una poesia più compiutamente umana” Questo manifesto è stato presentato a Milano, a Cagliari, è stato pubblicato e discusso due anni fa in SalentoPoesia (che come si sa è strutturato in due serate di poesia e in una mattinata di laboratorio a cui partecipano i poeti).