giovedì 4 agosto 2011

Il Gramsci di Elio Coriano

Poeti/ Elio Coriano


Cronache culturali: lo scorso martedì 26 luglio, la libreria Voltalacarta di Calimera, ha ospitato Gramsciana, serata dedicata al politico e filosofo dal Elio Coriano accompagnato dai suoni di Vito Aluisi...

“Carissima Tania, sono assillato (è questo fenomeno proprio dei carcerati, penso) da questa idea: che bisognerebbe fare qualcosa “fur ewig”. Vorrei occuparmi intensamente e sistematicamente di qualche soggetto che mi assorbisse e centralizzasse la mia vita interiore”
Antonio Gramsci

«(…) La questione dell’attualità della propria ricerca è presente a Gramsci fin dalla gestazione dei Quaderni del carcere. In una notissima lettera del 13 marzo 1927 Gramsci, prigioniero nelle carceri fasciste e consapevole che tale condizione non sarebbe mutata per molto tempo, comunica a Tania l’intenzione di iniziare una serie di ricerche che lo occupino «intensamente e sistematicamente», assorbendo e centralizzando la sua «vita interiore». Si tratta, precisa Gramsci, di «far qualcosa “für ewig”», di lavorare «da un punto di vista “disinteressato”» (L I, 63). Scrivere “für ewig” significa non esaurire la funzione della scrittura nella immediata contingenza della lotta politica, ma affrontare con tutta l’ampiezza concessa dalle condizioni della vita carceraria – certo non molta – e con la radicalità necessaria gli argomenti di maggior interesse per intendere il presente; essere “disinteressato” non significa affatto rivendicare un’astratta neutralità alla ricerca, ma assumere un atteggiamento scientifico nell’analisi, senza aderire a punti di vista preconcetti, fare proprio un’abito “spinoziano” teso alla comprensione intellettuale piuttosto che alla condanna, alla irrisione o alla invettiva moralistica. È appunto il proposito che il prigioniero realizzerà, tra mille difficoltà di ordine materiale, fisico e morale, nella stesura dei Quaderni tra il 1929 e il 1935...»
Massimiliano Biscuso

Il Für ewig
Francesco Aprile

Porto con me appunti scarni, ricordo di una serata di un grido al tritolo. Porto con me alcune pagine mezze vuote d'appunti che hanno provato ad inchiostrare una voce, un grido e lo slancio del reading, tutto, che impone attenzione. È lo spazio vitale delle parole, quelle del poeta, che ti chiedono, con fermezza, di porti su di una dimensione diversa da quella dell'uso quotidiano, ti si fanno incontro con decisione e rivendicano attenzione.
C'è questo nella figura di Elio Coriano, in quelle parole che sanno tramortire anche l'aria attorno, perché nessuna vibrazione possa sfuggire all'ascolto. Il Fürewig di Elio Coriano è un tramandare un insegnamento. Un concimare le coscienze col seme sacro della consapevolezza. Perché dovevamo essere «noi il colore» (Coriano, E., Fürewig) squarcia l'aria il grido e insinua, nell'ascolto, la necessità di porsi in maniera diversa nei confronti della vita, mentre attorno tutto scorre e si resta fermi immobili a lasciar depositare le parole ed i loro rimandi.
C'è tutto questo nel reading per piano e voce che Coriano dedica, coi suoi versi, ai Quaderni del carcere di Gramsci, a quella necessità che richiede un impegno fermo, perché ad assimilare tutto il peso la forza e l'agire di certe parole, certi versi contornati dall'esplosione, ci vuole tempo, un periodo di riposo assente in cui, inerme, l'organismo continua ad ascoltare. Anche alla fine delle parole. C'è una poetica che si manifesta dalla storia e tenta di risolverla nel prosieguo della quotidianità, in un capovolgimento, quello delle parole, che è proprio del Fürewig che Gramsci aveva ben capito e Coriano sviluppa a partire dalla necessità del lasciar diffondere e divincolare, un insegnamento, dalle pagine sbiadite, incrostate da nostalgia morta, del tempo che fu e non si proietta nell'oggi per farsi già domani.
È una poetica che legge il contesto senza mai sradicarlo da una concezione più ampia, che esula le parole dal legarsi esclusivamente alle peculiarità di un tempo, verso, quindi, una dimensione Fürewig (non per la contingenza, ma per l'eterno), appunto, che ammansisce la necessaria condizione di essere nell'hic et nunc realizzando quell'immagine dialettica strutturata e resa possibile, cristallizzata, attraverso il linguaggio, poetico nel caso specifico, che riesce a tendere una e più corde per una concezione poetico-linguistica che produce l'enfasi smorzata, dal peso delle parole, di un insegnamento valido ovunque, nel tentativo di risolvere il mondo e le sue questioni in relazione ad un'educazione umana volta alla consapevolezza.
Prendere in mano la propria vita è, dunque, un messaggio, figlio di uno sforzo consapevole che è culmine di un vertice vitale, di un realizzarsi come uomini in quanto uomini, esseri umani non partoriti da interessi contraccettivi personali. Perché «a non scoraggiarsi mai, questo è il messaggio che un uomo lascia ad un altro uomo» (ivi) e nel non cercare esclusivamente nei libri la vita, ma nella vita stessa, è un altro dei passi di una certa poetica (come già nel Lamento
dell'insonne, dello stesso Coriano per Lupo Editore, scrive infatti «Controlla le tue ebbrezze di conoscenza/tutti i libri del mondo non ti insegneranno/né a vivere né la vita/sarai tu a storcere a spezzare/a essere storto a essere spezzato/e ricaverai succo aspro dalle vendemmie/di silenzio/e lo berrai fino all'ultima goccia/e per il dolce dovrai schiacciarti sulle labbra/api selvagge e non d'alveare») memore delle peculiarità proprie del linguaggio, per cui in un mondo che si compone di fatti – ossia nel sussistere di stati di cose che si manifestano nel loro poter essere espressi per mezzo
del linguaggio – Coriano realizza una sorta di linea programmatica della sua poetica in quel tentativo di organizzare un discorso la cui validità poietica sia possibile individuare nell'ora di ogni tempo, in virtù di una rappresentazione coerente del mondo attorno, ed una presa di posizione autoriale che legittima il peso della parola costruendole attorno quella condizione di universalità dettata dalla forza di imporsi in un ascolto mirato al donare consapevolezza, al donare di un uomo ad altri ancora l'insegnamento del «non scoraggiarsi mai», ribaltando quell'assurdo – dice il Fürewig
di Coriano che «c'è un senso anche nell'insensato più profondo» – che si realizza nella relazione fra
uomo e mondo, in virtù di un fare camusiano che struttura l'uomo, nella sua propria consapevolezza di sé e del mondo attorno, in quella presa di posizione verso il destino stesso che si realizza in una sorta di resistenza ribelle, del non piegarsi, del «prendere in mano la propria vita» in un esistere nella resistenza senza mai abbandonarsi alla rassegnazione.
Il Fürewig di Elio Coriano è un tramandare un insegnamento. Un concimare le coscienze col seme sacro della consapevolezza.