martedì 26 luglio 2011

Mino De Santis








Musica/ “Lu scarcagnizzu” di Mino De Santis

Ci sono le parole. Quelle che si consumano lentamente. Perché prima di entrare in circolo spezzano luoghi comuni e frasi fatte...

Lo spazio autoriale della verità

Erika Sorrenti e Francesco Aprile


Come Mino De Santis non sia una delle solite “cose nostre”, di quelle robe da sagra, da finto divertimento, di scarsa qualità, lo capisci subito. E non solo perché sia in gamba con la chitarra e con le parole, né perché non ci siano tamburi e tamburelli ad accompagnarlo. Lo capisci da quell'aria seria con cui propone i suoi pezzi, che quasi ti fa sentire in imbarazzo per le tue fragorose risate (...stupida che sei!).

Quell'aria che sembra dirti “ehi, io faccio sul serio, non racconto mica barzellette”.

E a ben vedere, anzi, a ben ascoltare, i testi di Mino De Santis saranno pure ironici, ma non certo comici. Quando attacca con quella storia del cavallo, non so, vedi le donne pugliesi, tutta la vita piegate ad arare la terra, a raccoglier frutti, a crescer figli, ma sempre con quell'aria da “bisbetiche indomate”.

Ci vedi gli immigrati senegalesi pure, a faticare sui cantieri fotovoltaici anche con la pioggia, che tanto un po' d'acqua sulla pelle spaccata dal sole della mattina fa sempre bene. E poi giù a protestare anche loro, quando i soldi non arrivano, giacché va bene esser trattati da animali da soma, ma il danno, oltre la beffa, non si può proprio sopportare. E ricordi di amarla sta terra triste, rossa e arsa, sto benedetto Salento.

Che sempre con le stesse storie del sole, del mare e del vento, della taranta e del reggae ne stanno facendo una barzelletta. E ti accorgi che è vera pure la storia del nazionalismo, che si fa sentire quando dalla tua terra te ne allontani. E vai alla Svizzera, a comandare tutti, a fare il gran signore, peccato che d'inverno faccia freddo e non ci sia mai la luna in cielo. Stare fuori casa è dura per tutti, noi lo sappiamo, per questo i radar anti-uomo qui a sud non ce li vogliamo. Ed ovunque tu nasca o viva, c'è poco da fare, la sciagura di non essere quello che vorresti, ti può sempre capitare. Come in quella storia del geco e dello scarafaggio, che ti fa pensare a come possa essere una vita da reietto. Però attenzione, da anziano e malato tutto è accettabile, la morte per prima. E qui le risate non si possono proprio trattenere.

Il nonno è morto? No! Non ancora? Ma quanto ci mette a morire? C'è il vestito nero da cucire, i fiori che stanno appassendo, e il volto contrito è stanco di recitar la parte della faccia da Nana depressa.

E poi, ci sono le parole. Quelle che si consumano lentamente. Perché prima di entrare in circolo spezzano luoghi comuni e frasi fatte. Le parole. Perché ci sono quelle che una volta dentro non escono più. E non dimentichi, come il nostro tempo fa da un po', ciò che abbiamo attorno per sostituirlo con uno scenario favolistico a metà fra un carnevale di Rio e la sagra di paese.

Mino De Santis è un ascolto che il tempo e la pratica portano a metabolizzare. Non è la risata di turno ciò che arriva e resta. Ma un ondulato senso di profondità che scolpisce immagini nella memoria e libera l'ascolto dalla superficialità attorno. È una e tante storie, ora dimentiche, del sapore della terra e del valore del lavoro, oggi precario e mai pagato. È un grido unico di denuncia. È un disco che è un coro, unanime, che nel raccontare cela la passione e la rivalsa di uno scenario che sarebbe anche ora iniziasse a cambiare. In meglio, con scelte ponderate di chi ha lo sguardo non insabbiato in cartoline pubblicitarie che tralasciano i rifiuti e l'indecenza sul filo del mare. Uno sguardo gettato nell'oltranza della speranza, dell'aprirsi alle possibilità di miglioramento senza dimenticare la continua e sostanziale deturpazione della condizione sociale. Mino De Santis è una storia e in sé ha il raccontare.

E chiari sono i riferimenti alla tradizione cantautoriale italiana, la scuola genovese, De Andrè, Conte, lo sprezzo che schiuma torna e non è doma la parola, trasportata sradicata via dal tipico cantautorato italiano e affondata nelle crepe di questo Sud ormeggiato nella deriva della dimenticanza, affondata nelle crepe di questo Sud per poi divincolarsene in un capovolgimento amico della piega, dell'anima, del sussulto e ricuce la piega la speranza, rinvia, il capovolgimento, ad un immaginario salvifico scontornato dai cliché, liberato dalla tradizione da autoimposizione micronazionalistica, politica ascensionale televisiva. Scarcagnizzu è uno spaccato diverso, è lo spazio autoriale della verità che ha fame e mai sazia si divincola nelle pieghe asmatiche della memoria, per non subirne il peso e la mattanza.

martedì 12 luglio 2011

Mino De Santis

Scarcagnizzu

Cronache culturali/

La presentazione domenica 10 luglio a San Simone del CD di debutto di Mino De Santis, “Scarcagnizzu” prodotto dal Fondo Verri per l'edizione 2011 de I Luoghi d'Allerta. L'autore tugliese era accompagnato da Emanuele Coluccia al sax e da Gianluca Longo alla mandola.

Pino De Luca

San Simone è un bel posto. Nel cuore messapico del basso Salento a due passi di Sannicola (di cui è frazione) e tre da Alezio, uno sputo da Tuglie. San Simone ha un rilievo con un grande spazio: Oasi dei Francescani si chiama. Luogo dal profumo vintage e dall'aura di pace.

San Simone è li, in un fazzoletto di terra la contraddizione umana plasticamente rappresentata: Oasi di pace con un cannone a far bella mostra, vintage (appunto) con affianco un tetto solarizzato. Declinazione straordinaria della velocità della storia quando si muove su piccoli spazi.

San Simone e l'Oasi francescana che ospita uno spettacolo “culturale”: Mino De Santis presenta (finalmente) il suo primo CD e, dopo, la “cultura”: mieru e pezzetti te cavallu! Accostamenti ardui nello spazio e nel tempo, forse anche raffazzonati e stridenti, ma sempre accostamenti.

Un palco scarno con tre sedie e il groviglio di fili d'ordinanza, una approssimata amplificazione e luci rosso-verdi che proiettano sul suolo e sui muri strane ombre da anaglifo…

La platea in una cornice d'altri tempi, popolata da sedie di plastica, metà rosse e metà bianche, s'anima e in breve tempo non c'è più un posto che non sia occupato da culo umano, si occupano anche gli spazi per accovacciarsi sui mattoni o sporgenze di fortuna.

Piero Rapanà prende il microfono e avvisa che “lo spettacolo va ad incominciare...” salgono sul palco i musicisti non prima di una breve introduzione di un personaggio illustre di Tuglie, dell'assessore di Sannicola e dei ringraziamenti di Mino De Santis con il viso bianco come un cencio e l'emozione che gli spegne la voce.

Salgono sul palco il suonatore di mandola, il sassofonista e Mino con la sua chitarra. Si comincia ragazzi. Il ritmo della ballata dalla chitarra viene accompagnato da improvvisazioni degli altri due strumentisti e la voce di Mino si scioglie raccontando di un cavallo “malacarne”.

Le canzoni si susseguono, si snocciolano una ad una lanciando secchiate di emozioni su un pubblico di varissima umanità, attento ai testi, denso e partecipe, che quasi respira a ritmo coerente con l'ironia sottile dei testi e le musiche contaminate che fanno da contrappunto.

Mino non è giovanissimo e non sarò qui a tesserne le lodi. Mino ha scritto una pagina di canzone popolare vera, del popolo del Salento… lento… lento... lento che si libera (era ora) dalla pur splendida prigionia del tamburello, dell'organetto e del violino e approda ad un linguaggio nuovo, fatto di dialetto e di italiano colto al volo, masticato, rimasticato e sputato fuori in una nuova forma di colostro, vero alimento con il quale crescere i piccoli.

Musica accattivante, di uno che sa suonare la chitarra, la lascia nei suoi accordi semplici, quasi ondeggianti come un materassino gonfiabile sulla bonaccia, e poi inserisce citazioni coltissime, di Faber certo, ma anche di swing e di country, e i due comprimari silenti e presenti, in punta di piedi accendono lampi di luce sui quadri che la chitarra e la voce dipingono in diretta. Son bravi, è certo.

Era tanto tempo che con assistevo ad un parto, ne avevo perduto il pathos, le urla di dolore, l'emozione per il primo vagito e la violenza necessaria del primo taglio: il cordone ombelicale che ha legato Mino alle sere tra amici è reciso, tagliato per sempre.

Quando uno riesce a cantare l'anima di un popolo, di una generazione, di una terra, anche suo malgrado, diventa bene collettivo. Soprattutto se è “bonacciu”. Ne riparleremo presto de lu Scarcagnizzu!

Repentino il colpo

Cronache culturali/

Sarà presentato, oggi, domenica 10 luglio, alle 21.15, in una anteprima acustica, nell’Oasi Francescana di San Simone, a Sannicola, “Scarcagnizzu - vento dal basso”, disco d’esordio di una voce autoriale unica (e ancora segreta) del nostro Salento: Mino De Santis. Una produzione del Fondo Verri.

Mauro Marino

Arriva veloce lu “scarcagnizzu” e basso, una folata rapida che muove l'aria, un alito che ti lascia nell'interrogativo: “è venuto 'sto vento... non è venuto?”; così sono i testi di questo “cantore contadino” che nulla ha a che fare con i “cantori contadini” che la salentitudine ci ha raccontato in questi anni! Bassi e rapidi i colpi che le parole portano. Ridi e poi, subito ti chiedi... Ascolti e poi consideri! Filosofia? Forse sì. Pensamenti d'un anarchico, d'un sociologo illuminato! Certo è poesia! Autentico canto! Quello che scava, che fa l'autore “voce” di una coralità muta, d'occhi e di parole.

Undici canzoni ne Lu Scarcagnizzu, selezionate in una ricchissima produzione. Canzoni che usano il dialetto – nell'accezione tugliese - per mischiare senso e umori: la lingua della terra che meglio s’accorda al sentire, nella frontalità del ridere e del rammarico.

Un’intensa raccolta prodotta dal Fondo Verri, per l’edizione 2011 de I Luoghi d’Allerta, titolata a “le Biciclette di Bodini”, il mezzo dei contadini d'Arneo per andare alla battaglia della terra.

Scrive Marina Greco nella presentazione del disco: «Ha “una storia da raccontare” fatta di tante piccole storie Mino De Santis, cantautore ironico, paroliere salentino armato di chitarra, dallo spigliato genio pungente e sardonico. Oltre alla tormentata vicenda d’un padre annichilito dal desiderio di un maschietto, o quella del moribondo che alfin trapassa, alle poesie messe in musica per la magia della sua terra, il Salento o sua maestà l’ulivo, la voce marcata e profonda si trastulla in più o meno mascherate metafore di pregiudizi e difetti, in un’esilarante “batracomiomachia” dei caratteri salentini, passando con irriverente comicità per l’opportunismo politico, l’emigrazione, la disoccupazione, il menefreghismo, un mix coinvolgente e trascinante in cui “tutto è cultura”».

Nelle note in quarta di copertina (che sono di chi qui scrive) si commenta la scrittura di De Santis: «Il Salento trova nuove parole, quelle puntute, del graffio autoriale. Anarchiche quanto basta per tener desto l'animo e l'occhio allo sguardo: quello dritto, che mai s'inchina e fa riverenza. Mino De Santis è così, ama il ridere, il soffio e lo spiffero... Ama cantare largo mischiando gli animali alle persone che tutt'uno sono... Natura, soltanto quello. Sentire e poi mandare al fuoco, come nell'Inferno di Dante, chi non merita il dono della poesia!». Mino De Santis è accompagnato nel cd da Dario Muci, Emanuele Coluccia e Valerio Daniele, che ha anche curato la produzione del suono del lavoro.

La serata di Sannicola è a cura dell'Assessorato alla Cultura in collaborazione con la Polisportiva “M. Fedele”.

mercoledì 6 luglio 2011

Nel riparo di Giano

Luoghi del Salento/ La Jannara

“Quannu lu mare rusce a la Jannara, pigghia li boi e va a ara”

Gianni Ferraris

La jannara è un luogo, una spiaggia, un mare-lago (apparente ossimoro), che si trova andando verso San Foca. Ci andiamo spesso per farci il bagno. Ci sono bimbi che giocano e genitori tranquilli perché l’isolotto veglia su di loro. Lei, la grande roccia con la caverna, galleria, antro dei misteri che porta nel mare aperto, è lì a proteggere dalle mareggiate e dalle onde. Quando ci passi dentro e superi quelle colonne d’Ercole per addentrarti verso il mare aperto, verso l’ignoto che rumoreggia, quando hai davanti il mondo ignoto anche se sai che le coste albanesi sono a poche miglia, però fingi che ci sia l’ignoto davanti a te, allora puoi pensare a mille cose, magari ti torna in mente Lucio Lombardo Radice quando scriveva del concetto di infinito, quello che noi, miseramente umani, grandiosamente persone, immensamente soli di fronte all’immenso, non riusciamo a concepire. Cos’è il nulla e cos’è l’infinito? Macchè, abbiamo i sensi e intuiamo, almeno pensiamo di farlo, una fine ed un limite, che è quello dello sguardo, dell’udito, là fuori senti la forza del mare quando non è cheto e calmo.

Però se sei nel laghetto a nuotare puoi veramente essere sereno. La Jannara. Chissà mai se deriva da “gennaio” oppure, come mi dice l’amica che mi ha raccontato il proverbio, da “ianua”, porta, sembra proprio quello, un’apertura che ti conduce verso il fuori. Con tutte le implicazioni pratiche e psicologiche e filosofiche che comporta l’andare fuori. E’ il figlio adolescente che affronta il primo bacio in un luogo in penombra. È l’ingresso in società di un tempo. È trovarsi in un’agorà dopo aver chiuso il portone di casa. E’ l È same di maturità che ti scaglia, senza che tu te ne renda neppure conto, nel mondo degli adulti, dove i sogni sono altra cosa, e non te la senti neppure più di spaccare il mondo in due. Poi uscirai ancora mille volte e altre mille, fino a quando qualcuno ti dirà che hai raggiunto “la saggezza della maturità” e tu annuisci e dici che forse è vero. Però se ti potessero leggere nel pensiero rimarrebbero allibiti, per il turbinio di parole che frulla là dentro, forse si renderebbero conto che si, è vero, non farai mai nessuna rivoluzione, neppure incruenta, ma, caparbio come un mulo, ti stupisci da solo per quante volte mandi a quel paese qualcuno che senti “vecchio” piuttosto che maturo. E ti commuovi come anni prima guardando un tramonto (o un’alba, questo si che è un vantaggio dell’età matura – adulta – senile, si dorme meno ma si sogna ad occhi aperti).

La porta che si apre, che non permette agli estranei di invadere casa tua… E tu pensi che la natura è un meccanismo perfetto, non ha messo porte fra l’Italia e le coste libiche, perché tutto è casa di tutti. Chi vuole mettere serrande è un poveraccio, è persona senza dignità. Al mio paese si dice “vuole battere la fisica” per dire pazzo, folle, fuori dal mondo. La fisica non si batte, la natura non si deve violare perché poi si vendica.

Porta, “ianua”, di Giano, il bifronte che era custode proprio delle porte e dei passaggi (“ianuae” e “iani”) e dei ponti. Era lui che custodiva entrate ed uscite mentre le due facce vegliavano nelle direzioni opposte, fuori e dentro, fuori e fuori, dentro e dentro. Anche lui era finito, proteggeva tutto ciò che aveva un inizio ed aveva una fine. Ah, l’antica saggezza che sapeva degli dei ma sapeva del qui ed ora, quello che spesso scordiamo pretendendo di essere altrove e in altri tempi, magari nel passato che qualcuno vuole pieno di mulini bianchi e di lavandaie felici e canterine, anche se sappiamo che i nonni mangiavano pane nero e le lavandaie avevano la schiena spezzata. Il limite della nostalgia che spesso è come una lente che distorce i contorni delle cose.

La porta… dove porta? Finchè non apri non sai. Ma alla Jannara ti puoi calare nei panni di Indiana Jones attraversando quei pochi metri di antro. Quando vedi la luce ma puoi immaginare mostri marini.

I pescatori sapevano la saggezza “Quannu lu mare ruscia…” quando il mare impetuoso riempie la grotta della jannara, prendi i buoi e vai a da arare. Perché è tramontana e non puoi uscire in mare, è pericoloso. Però vai in campagna, il vento benefico tiene lontani i temporali e ti aiuta, non corri pericolo. D’altra parte loro, i pescatori, da sempre aiutano chi si perde fra le onde, a nuoto e con improvvisate imbarcazioni. Loro sanno l’importanza dell’accoglienza. Janua o gennaio? Non lo so, però “porta” mi piace.