mercoledì 16 marzo 2011

Per Salvatore Toma

Quando di marzo Totò Toma dimenticò di indossare il cappotto: nevicava nevicava!

Era marzo 1987. Chi, come me, può mai dimenticare? Esattamente era il 17, e Salvatore Toma, poeta “bimbo” di Maglie, lasciava questo mondo per arrampicarsi sugli spalti del cielo alla ricerca della sua pace celeste. Vedendolo salire nell’azzurrino rosa pallido, capimmo che non sarebbe più ridisceso a terra. Qualcuno di noi però, di nome Antonio L. Verri, suo amico di pene e di poesia, per un attimo credé alla favola che così come si sale si può anche ridiscendere dal cielo. Poveretto a crederci perché, qualche anno dopo, era la notte tra il 9 e il 10 maggio 1993, data pur’essa difficile da dimenticare, pure lui doveva rifare la stessa strada del poeta di Maglie, e verificare, come ombra divenuta ormai fantasmatica, che di lì non si può proprio ritornare.

A great poet

Maurizio Nocera

Chi ricorda quel marzo sa che fu un mese di neve, di tanta neve, e nel bosco delle Ciancole, appena fuori la città dalla pietra dorata, in quel bosco di vecchi lecci, olivastri, lentischi e mirti, il poeta viveva con i suoi cani, i suoi fiaschi di Lambrusco amabile e le sue pene d’amore. Salvatore amava la vita, di quell’amore che è difficile dire, perché amava i bimbi e gli uccelli, le lepri e le donnole, gli alberi e i papaveri rossi, le donne e non gli uomini, perché maschi ed anche un po’ stupidi e violenti. Una bella fanciulla poteva dire a Totò tutto ciò che gli passava per la mente.

Lui la guardava, o meglio la scopriva con lo sguardo, senza che lei se ne avvedesse. Magari lei, com’era ovvio, rimaneva vestita, e ci mancherebbe altro!; tuttavia lui, con quei suoi occhi, divenuti ormai cisposi per il nero d’uva ingollato, la spogliava di ogni indumento che aveva indosso, capo dopo capo, riuscendo così a giungere fino al più intimo che poteva, un po’ bofonchiando, un po’ sorridendo sornione. La fanciulla, che ovviamente rimaneva integra nei suoi panni, ridacchiava compiaciuta, senza accorgersi che quel farabutto di un poeta dei viburni e dei corbezzoli la stava annusando tutta e poi, quasi fosse un periscopio di un sommergibile di pelle carne e ossa, la scrutava fin dentro le mucose.

Olfatto e vista erano i due sensi di cui Totò Toma, altrimenti detto Franz dal Verri per via di un suo sosia conosciuto a Schaffausen, si serviva per penetrare d’amore una donna. Degli altri sensi non gli importava molto, tanto sapeva di non poterli usare: non si poteva certo permettersi di toccare una bella fanciulla; quando mai?, sua moglie Paola gli avrebbe spezzato le gambe; ma poi non gli importava più di tanto di sentirla parlare, perché qualsiasi cosa avesse detto, lui la conosceva già; infine, che cosa mai aveva da gustare se non poteva toccarla, baciarla, eccetera, eccetera!


Il giorno del morire

Sì, è vero, quel 17 marzo 1987 fece molto freddo e fece pure tanta neve. Chi, quella mattina presto, andò a trovare Totò, si accorse subito che le cose non andavano per niente bene. Pensò che il malumore del poeta fosse dovuto a quella tragica scena che gli si era parata davanti qualche mese prima quando, arrivato di buon’ora al bosco, aveva trovato dilaniato uno dei suoi cani a lui più affezionati. Gli altri cani lo avevano sbranato, fatto a pezzi, forse per gelosia, forse per altro ancora. Totò però non si riprese più da quella drammatica scena. Era il mondo che gli crollava addosso, e non capiva il perché. Tutti noi, Verri per primo, nella speranza di tirarlo su, l’avevamo confortato dicendogli che in fondo si trattava di animali. E l’artista Abele Vadacca, scherzandoci su e anche lui dicendogli che di cani in fondo si trattava, gli aveva schizzato, lì per lì, due splendidi carboncini con scene di cani in lotta. La risposta del poeta fu inequivocabile: uno sguardo di pietra che c’impetrò. Allora capimmo che c’era poco da scherzare, per cui, chi di qua chi di là, cominciammo a girare intorno a qualche leccio, oppure a fare altro, o a dire altro, e soprattutto a parlare di poesia, che era poi l’argomento principe di qualsiasi nostro dibattito.

Quel giorno del marzo ’87 però, Totò non stava affatto bene e si vedeva pure, tanto che qualcuno, qualche tempo dopo, disse che aveva delirato un po’ e che di tanto in tanto aveva tremato tutto, e non solo per il freddo intenso. Un tremore tremendo che a Totò saliva da dentro la spina dorsale. Poi c’era stato l’agguato canaglia: la corsa in macchina verso Gagliano, all’ospedale, con l’amico medico che gli reggeva la lingua ridotta ormai a brandelli.


In sogno i pellerossa

Nel delirio, entro cui il poeta entrava e usciva, non poteva che sognare. Cosa? I suoi adorati pellerossa americani, Capriolo Zoppo in particolare, ma anche l’altro pellerossa nostrano, il leccese Edoardo De Candia, sua santa santissima icona disprezzata. Per Totò non si trattava di compassione, neppure pietà, né solidarietà. Semplicemente era amore per un artista non amato dagli altri. Ecco perché, per lui Edoardo andava amato per quella sua vita disordinata ma gonfia di sogni, di speranze, di amori all’orizzonte e mai raggiungibili, di sregolatezza e d’indisciplina individuale che però non urtava nessuno, di umanità vera e disinteressata. Totò amava pure le rondini, i passerotti, e le tortorelle dal collare nero, e non si vergognava di dire che a lui piacevano più gli animali selvatici che i cacciatori. Fosse stato per lui, avrebbe vietato la caccia agli uomini per l’eternità, perché diceva che l’uomo è l’unico animale che caccia non per vivere, come fa il resto dell’intero mondo animale, ma lo fa unicamente per uccidere e per il dannato gusto di vedere in faccia la morte, quella degli altri esseri viventi però, non la propria. Quando pensava alla caccia, a Totò gli veniva una tristezza immensa quanto un oceano, e non vi dico poi quando gli accadeva di leggere qualche articolo dove si diceva che un cacciatore aveva ucciso della selvaggina senza poi raccoglierla, ma l’aveva lasciata là per terra a oltraggio della vita. Che tristezza e quanta disanimalità!


Il 'riparo' nel bosco

E sì, è proprio vero, la mattina di quel freddo e nevoso marzo ’87, Totò Toma stava proprio in difficoltà: un po’ gli mancava il respiro, un po’ sentiva il desiderio di bere e, quando gli capitava di farlo con le labbra attaccate direttamente al collo del fiasco, subito dopo il suo volto sbiancava, diveniva paonazzo e bluastro. Era proprio in quei momenti che qualcuno di noi cercava di tirarlo su ricordandogli che aveva scritto poesie favolose, dicendogli che mai sarebbero morte le sue sillogi: “Poesie (Prime rondini)” (1970); “Ad esempio una vacanza” (1972); “Poesie scelte” (1977); “Un anno in sospeso” (1979); “Ancora un anno” (1981, ma anche 2007); “Forse ci siamo” (1983), [a queste, oggi, possiamo aggiungere anche le raccolte postume: “Canzoniere della morte” (1999), curatela Maria Corti, e “Cara Babi ti amo da morire sempre (lettere)” (2002), a cura di chi qui scrive.

Era pure in quei momenti che il buon Verri gli ricordava che lui possedeva «un bosco, [che qualcuno] glielo aveva affidato (era l'unica cosa che aveva) dieci, quindici anni prima». Gli ricordava che, se qualcuno di noi (o anche altri) lo voleva andare a trovare era lì che lo trovava, era «lì che lui passava le sue giornate. Era in quel bosco che era nata quasi tutta la sua produzione poetica […], era in quel bosco che lui allevava i suoi bastardini, i suoi Bull Terriers, il suo Akita Inu. Era quello il posto ideale per un poeta come Toma». E poi gli ripeteva sino allo stordimento che egli «era un colossale bagno di trovate, il poeta che da sempre aveva capito tutto e volava su tutte le manovre di imbottigliamento, sulle invidiuzze di qualche sciocco amico, come sulle cretinerie dei celebrati e venerati potenti di ogni luogo.


[che]

[Verri gli ricordava pure che] era feroce, era sanguinario come tutti i veri poeti e come tutti i veri poeti aveva il diritto di mandare al diavolo un po' di gente; [che] era un io che vinceva, dolorosamente ma vinceva, che sovrastava dall'alto di una quercia secolare; [che] era un batuffolo di ironia e di smaliziato candore, [che] era di una ironia favolosa (provate a guardare nei carteggi dei più grossi poeti e scrittori, troverete sberleffi pazzeschi, trovate esilaranti), [che] sapeva inventarsi di tutto e di tutti con allegria e meraviglia; [che] come tutti i veri poeti aveva carisma, aveva potere sulla vita e sulla morte di ognuno; [che] poteva avere, era un suo diritto, armonia e tenerezze e aspri giudizi per tutti; [che] poteva ridere di te, volare apparentemente sereno, dire sciocchi, odiare chi odia gli ubriaconi, gli emigranti, i diseredati che puzzano; [che] poteva essere un bambinone, poteva avere ossessioni erotiche, poteva canzonarti quando gli pareva, poteva scappare dai suoi e tornare con detti stravaganti, con astuzie candide e sanguigne./ Quante cose! Troppe. Cose pensate in motorino, il più delle volte dietro un bulbo da suo padre fioraio, per rompere, per cercare di rompere il magone di una vita senza ruolo, le cose idiote che ti circondano... o forse solamente la paura della morte, della vecchia con la falce e col ghigno. Toma era anche uno che sapeva godere, [che] aveva capito benissimo che la poesia è qualcosa che si consuma in un attimo, con voluttà, con intensità, con dolcezze, di quelle “che fanno vergognare il Paradiso” per intenderci; Toma era un animale d'assalto e di rientro, sicuro, scaltro, triste, allegro, pieno di tremori inaspettati, e poi rivoltato, costretto, annientato “da questa civiltà simile alle periferie, piena di barattoli, di plastiche, di scarpe vecchie, di bambole spezzate, di fumo, di puzze, di cadaveri di cani bruciacchiati”».


Da Dopopensionate

Appena un anno dopo la sua ascesa al cielo, sempre il buon Verri volle dedicargli una cartella, che insieme gonfiammo di storie, di lettere, di suoi disegnini, di altro ancora. La intitolammo “Le rane hanno il pancino chiaro - Per Salvatore Toma” (Edizioni Dopopensionate del Centro Culturale ‘Pensionante de’ Saraceni’, Lecce 1988). A leggere oggi l’indice, mi sembra un’infinità: Elio Filippo Accrocca, Martin Andrade, Georges Astalos, Elio Bartolini, Vittorio Balsebre, Aldo Bello, Giovanni Bernardini, Fernando Bevilacqua, Bruno Brancher, Eleandro A. Buongionro, Nicola Carducci, Luciano Caruso, Marilena Cataldini, Nadia Cavalera, Anna Maria Cenerini, Gaetano Chiappini, Cosimo Leonardo Colazzo, Oronzo Coluccia, Giuseppe Conte (Serrano), Giuseppe Conte (Milano), Lucio Conversano, Elio Coriano, Maria Corti, Vittorino Curci, Ercole Ugo D’Andrea, Edoardo De Candia, Aldo De Jaco, Michele Dell’Aquila, Cesare De Salve, Francesco Saverio Dòdaro, Luisa Elia, Antonio Errico, Enzo Fasano, Rita Guido, Antonio Iaccarino, Lucette Junot, Davide Lajolo, Francesco Lala, Alessandro Laporta, Horia Liman, Roberto Linzalone, Mario Luzi, Oreste Macrì, Valerio Magrelli, Mario Marti, Antonio Massari, Anna Maria Massari, Enzo Miglietta, Eugenio Montale, Silvio Nocera, Giovanni Pellegrino, Gino Pisanò, Giuseppe Prezzolini, Luciano Provenzano, Giovanni Raboni, Silvio Ramat, Barbara Ritter, Marisa Romano, Luigi Scorrano, Cosma Siani, Raffaele Spada, Gigi Specchia, Alessandra Tana, Abele Vadacca, Donato Valli, Giorgio Vigolo, Nello Wrona, Letizia Zumin.


L'accordo con l'urgenza

Per quei tempi fu un’impresa eccezionale. La mente dell’operazione fu quella del Verri, il lavoro manuale invece toccò a chi qui scrive. A un certo punto dell’impresa, all’ideatore venne in mente di inserire nella cartella tutta una serie di cose e cosine tomiane come «i suoi biglietti rossi, gialli, le sue buste finissime, la sterminata serie di penne, le cartoline d'autore che montava con i suoi timbri, con immagini che amava, con incredibili autoadesivi, le carte intestate col disegno dei suoi cani, le strampalate domande d’iscrizione ai “Lions club”, le sue “guerre” con manifesti per tutta Maglie, o le bizze con Contini, o le tormentate, monologanti, sue vicende con Cucchi e Raboni (strapiene di ironia cruda, illogica, un po' da ragionamenti alla Don Chisciotte), colpevoli secondo lui, di bloccare la sua ascesa poetica, in fondo capi, e di conseguenza predoni, in quel di Milano, dello stato della poesia italiana, dell’editoria poetica nazionale, eccetera eccetera».Ovviamente mi rifiutai di assecondarlo, perché l’impresa, a quel punto e con quei colossi desideri del Verri, diveniva insormontabile. Accettai solo di inserire, e solo in qualche cartella, non a tutte, quella sua stupenda chiusura dell’articolo “Toma, il poeta dei viburni e dei corbezzoli” («Sudpuglia», XII, 4, 1986, pp. 209-219) che dice: «Chi non consente poesia, chi non riceve poesia è un morto, chi non sa vedere i pesci d'oro che pendono dalle sue querce e dai suoi pini è un morto, chi non si accorda con la sua urgenza (propria dei poeti) è un morto, chi non sa ascoltare, con un vento leggero, le nenie, le canzoni dei suoi viburni e dei suoi corbezzoli è un morto, chi non vola con i suoi mitici uccelli, chi non ama il guizzo dei suoi cani, la loro eleganza, la loro voracità, è un morto... È da concedere tutto ai poeti... specie quando, come nell'ultimo Toma, nel penultimo Toma, nel Toma di sempre, la poesia assume valenze profetiche, detta verità valide per tutti!». Vale: «Forse la morte non porta / via tutto, o forse volevo / solo dirti di un luogo di luna, / di un castello imbiancato / dai respiri di Idrusa» (Antonio L. Verri).

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