giovedì 30 dicembre 2010

Per L’amore fuggitivo

Antonio Errico

Ci sono due situazioni che hanno una straordinaria difficoltà di scrittura: la descrizione di luoghi e paesaggi e il racconto dell’amore. La ragione della difficoltà è identica: la loro stratificazione nella storia della letteratura. Per cui chiunque in una narrazione si ritrovi a doversi confrontare con queste situazioni, può farlo soltanto a due precise condizioni. Il mestiere o l’inconsapevolezza.

Con questo suo romanzo che s’intitola L’amore fuggitivo ( Edizioni Progetto Cultura), Pamela Serafino lo fa con raffinatissimo mestiere.

Cercherò di provare perché soffermandomi per qualche riga sulla narrazione dell’amore.

Dovrei dire innanzitutto che per tutta la lettura del romanzo mi è costantemente tornato in mente il famoso saggio di Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, soprattutto per quanto riguarda la semantica dell’assenza. Perché nell’ Amore fuggitivo tutto ha origine da un’assenza (una donna che si sottrae all’esistenza) e da un percorso di elaborazione del lutto che viene compiuto da un altro personaggio: Antonio. Non ho detto che Antonio sia il protagonista , come forse potrebbe apparire, con la consapevolezza, però, che sarebbe appunto un’apparenza. Perché il soggetto del romanzo semanticamente preminente è un altro. E dirò qual è tra qualche riga.

Prima vorrei pormi una domanda e tentare di darmi una risposta: da cosa è determinata la funzione dei personaggi di una narrazione. La risposta potrebbe essere: dalla significatività che assumono tanto nella storia quanto nella relazione con gli altri personaggi. Se si accetta questa risposta, allora il protagonista di questo romanzo è Giovanna. Perché senza Giovanna, l’altro personaggio - Antonio – non si reggerebbe. Perché senza Giovanna non si compirebbe il processo di maturazione di Antonio e Sara – l’assenza – sarebbe soltanto un’ombra improduttiva.

Giovanna è una straordinaria figura di donna d’amore. Che non chiede e dà. Con un sentimento di passione assoluto, totale.

Sara è un vuoto, una lontananza, un’ evanescenza. Giovanna, più di Antonio, fa i conti con l’assenza, forse con l’assente, la personificazione di un’assenza, con una separazione, una distanza.

Il suo è un amore innocente, incantato; disarmante.

Giovanna va alla ricerca di un significato dell’amore che non può avere significato ulteriore se non se stesso. Perché è l’amore il significato; non cerca significati, l’amore, non ne vuole; non può averne, forse. L’amore è il significato preesistente e superstite a qualsiasi significato che può avere un gesto, uno sguardo, un pensiero generato dall’amore.

L’altra condizione di difficoltà narrativa dicevo all’inizio, è costituita dalle descrizione dei luoghi- situazione. Ora, nel romanzo di Pamela, il luogo che fa da fondo e da sfondo della vicenda è una scuola.

E’ facile cadere nella retorica- in positivo o negativo – quando si parla di scuola. Ed è tanto più facile quanto più chi scrive ha conoscenza diretta di questo luogo.

Pamela riesce a farlo con un grado di realismo sorprendente, anche per quanto riguarda la fisionomia dei personaggi. Si prenda la dirigente, per esempio: una figura di totale fantasia che però sembra sia stata rapita dagli ambienti di qualche scuola per il tempo che dura la lettura del romanzo.

Volevo dire questo quando ho usato il termine mestiere. Questo e poi un’altra cosa: il mestiere c’è quando si è capaci di far amare un personaggio, e del personaggio di Giovanna il lettore s’innamora facilmente.



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