sabato 13 novembre 2010

Vittorio Bodini. La poesia della poesia

Un fuoco che non si è visto ardere

Antonio Errico

Senza darsi tempo, senza darsi pace. Come con un delirio dentro, con una febbre addosso. Come se ogni giorno spalancasse un vuoto che doveva riempire ad ogni costo. Come se la memoria potesse esplodere all’improvviso, o minargli la mente l’afasia, come se un demone potesse rapinargli la fantasia, le visioni, il sentimento, i suoni, la ragione. Come se la parola potesse all’improvviso ordire il tradimento malvagio di una fuga dalle stanze segrete del pensiero, o potesse ritrarsi, rifiutarsi di agire in una forma, farsi approssimazione subdola, espressione inessenziale, artificio senz’arte, latitanza di senso, vacuo pleonasmo, ridondante maniera.

Ha paura: che ogni poesia possa essere l’ultima, che le parole s’ammutinino. Ha paura che ad un certo punto cominci “ un insolito modo/ con le cose di guardarsi/ d’intendersi/ scavalcando le parole/ in una vile dolcezza”. Ha paura che la parola non senta più il richiamo dell’esistenza, che questa non subisca più la seduzione stordente della parola. Delle parole non si fida. Sa che sono predisposte alla rivolta, che nascondono un’infedeltà connaturata. Sa che possono essere oro che riluce oppure moneta falsa, vuota risonanza, che a volte spalancano porte e a volte sbarrano cammini, negano destini, oscurano emozioni, alzano altari d’oro a falsi dei.

Allora scrive con un’ansia che lo stravolge, con l’ossessione che davvero ogni poesia possa essere l’ultima, che possa abbandonarlo senza preavviso, o che si svuoti di senso, si accartocci nel già detto, si recluda nel silenzio. Allora in ogni poesia vuole metterci tutto; in ogni parola, ogni sillaba, vuole metterci tutto: la rabbia, i presentimenti, il rancore, l’amore, le leggende, i ricordi, gli affanni, l’angoscia della morte, il capogiro della vita, tutte le storie possibili, le albe, i tramonti, le lune, gli amici, i discorsi, gli affanni di ogni giorno,i volti e le voci dei morti. Vuole metterci l’auto con la Olivetti e la bombola del gas, il suo bestiario, le sue cavalle, l’ alcool, le cravatte, la sua pena, il suo azzardo, l’intemperanza, il tormento, tutti i libri letti, i suoi vizi, il suo gioco, la bellezza, il basilico, i gerani, e quel cuore “ che voleva abbaiare/ tutte le notti/ alla luna e alle pietre”. Tutto in ogni poesia, in modo definitivo, irripetibile, incomparabile. Una musica che non ha paragoni. Pennellate di colori mai visti. La perfezione della forma non gli interessa. Gli interessa l’immagine inedita, assoluta. Gli interessa che in ogni poesia ci vada il caos dell’universo, l’imperfezione dell’umano. Gli interessa potersi sentire parte di quel caos, riflesso di quell’imperfezione.

Vittorio Bodini scrive con una costante sensazione della fine che lo insidia, come se avesse accanto l’ombra di un io sdoppiato che gli scandisce gli istanti, e lo incita, lo sfida, gli intima di far presto, gli ricorda, vilmente, che deve stare attento. Perché potrebbe non esserci un’altra possibilità di poesia, una proroga del privilegio della parola, perché potrebbe rompersi l’incantesimo che compenetra il verso e il respiro, la sillaba e il suono. L’ombra gli sussurra la minaccia insolente che il pappagallo “ dalle penne oro e verdi e una mania/ di contraddire”, a un certo punto potrebbe ammutolirsi.

Così scrive in modo frenetico, quasi volesse consegnarsi senza condizioni, darsi alla poesia in sacrificio, per poter avere ancora un dono di parole, per poterne sentire ancora il tintinnio e il dolceamaro sapore. Alla vita non chiede altro. Gli anni, le donne, i ricordi, il paesaggio, i racconti, hanno senso solo se si trasmutano in poesia, se riescono a farsi figure che gabbano il tempo, che leniscono, almeno un poco, la pena per la transitorietà meschina dell’ esistere.

Scrive “ senza mangiare, senza indirizzo”, con in cuore un sasso nero “ avvolto in stracci di parole”.

Scrive nella notte, per lasciarsi una poesia sul tavolo, come un biglietto di scuse diretto a se stesso, per domani. “ Se mi desterò” , dice.


Ha “ riserve di morte e di poesia”, Vittorio Bodini. Forse cose diverse, condizioni opposte. Forse ( probabilmente, inesorabilmente) la stessa cosa. Sono riserve che si porta in un bagaglio intimo, interiore. La morte e la poesia, confuse tra di loro, e poi confuse con la matassa della memoria, con i pro e i contro, con le contraddizioni, con le occasioni della vita, con tutte le sconfitte irrimediabili, le futili vittorie. Morte e poesia come limite, confine, esito ultimo, irreversibile, possibilità estrema. L’una e l’altra pensate sempre come evento indecifrabile, combinazione di mistero e di candore. L’una e l’altra che accadono indipendentemente dalla volontà, che sopraggiungono e non ammettono rifiuto. L’una e l’altra che si nutrono di assenza.

Vittorio Bodini interroga le assenze : a volte con pietà, a volte con disperazione, o con rabbia. E’ questa la sua struggente inchiesta, il suo accanito indagare, il tentativo smanioso di rivelare quale dolore sconquassi la vita delle creature, quale castigo divino sgretoli il paesaggio, chi sia “ l’immondo insetto, così pieno di malinconia”, che cosa sarebbe accaduto, come sarebbe stato, come saremmo stati “ se le cose fossero andare diversamente”.

La morte e la poesia si nutrono di assenze, e tutto precipita verso la morte, e tutto è cercato dalla poesia. Tutto, e prima di tutto se stessi: impastati di morte e di poesia. “ Nella poesia l’inganno della morte”. Così dice.

Dice che “ è con la propria morte/ che bisogna abitare, / la propria morte accettare/ come la vuota ombra/ d’un cane bianco, ritagliato/ nella carta velina/ che parte e torna/ dai suoi viaggi nel nulla”. Poi, ancora, dice – si dice, si domanda - : “ come farò a sapere / dove sono , fino a che punto sono morto/ o vivo/ le cose da lasciare/ e quelle da prendere”.

Davvero è questa la struggente inchiesta “sulla verità dell’essere”, condotta con lo strumento di una poesia che si strazia scavando nell’umanità dolente. Una scorciatoia: un’abbreviazione, forse anche una sintesi essenziale, senza alternativa. Un modo per tentare di arrivare prima perché il tempo è poco, è sempre di meno.

Umberto Saba: “ Scorciatoie. Sono – dice il Dizionario – vie più brevi per andare da un luogo ad un altro. Sono, a volte, difficili; veri sentieri per capre. Possono dare la nostalgie delle strade lunghe, piane, diritte, provinciali”.

Tra prosa e poesia, quest’ultima rappresenta la scorciatoia. Scrive Bodini in una prosa ( Firenze) : “ non ho mai avuto dubbi per la scelta, che era la poesia, nella cui parola ho sempre sentito la facoltà di rimuovere e trarre una luce definitiva, i sensi e i messaggi più insospettati, e una maniera più ellittica di conoscere la realtà, meglio adatta a una natura come la mia disordinata e impetuosa”.

Ecco. Una luce definitiva, quindi una lucida ragione, capace di dare una spiegazione agli impulsi e alle pulsioni. Il senso e il messaggio più insospettato, quindi la scoperta di una ulteriore significanza, nell’accezione che al temine attribuisce Roland Barthes di senso prodotto sensualmente .

Per Bodini la scorciatoia della poesia è un modo per saltare ogni passaggio intermedio tra la percezione e la conoscenza. Con la poesia brucia ogni premessa, ogni preambolo, qualsiasi digressione. Le parole prendono quella scorciatoia per arrivare ad una verità dell’essere che si mostra in tutto il suo enigma, in tutto il suo dramma, nella contorta ambiguità che richiama e frastorna o nella linearità dei fenomeni che fa spavento. La scorciatoia non consente indugi, distrazioni. Pretende un passo guardingo, una costante tensione. Allora ogni parola sprigiona energia. Ogni poesia è un processo di approssimazione, un procedere verso la comprensione di quella “verità dell’essere” che costituisce tanto una prospettiva conoscitiva quanto un’ urgenza esistenziale. Essere per capire. Capire per essere. Poi: scrivere chi si è ( stati), che cosa si è conosciuto, che cosa si vorrebbe conoscere. Penetrare la tenebra, dire lo sprofondo, il sublime, l’orrido, la colpa o l’innocenza.

Ma quella scorciatoia “ non ci ha portati lontano, / no davvero”, dice.

Il punto a cui arriva la poesia, per Vittorio Bodini non rappresenta una delusione ma una irrimediabile tristezza. Capisce che non rivela verità. Forse chiarisce un poco l’opaco, a volte, interroga la coscienza; la parola dà forma a pensieri d’ogni sorta, consola o inquieta l’insonnia, esprime pietà o desiderio, slarga i confini della realtà, abolisce distanze, ma tutto accade nella natura di una finzione; può rinominare le cose ma non può ricrearle; è strumento per un inventario, per una prefigurazione, per un consuntivo o un programma, scatena emozioni e passioni, ma di questo non può trovare e spiegare i motivi. E’ un colpo di dadi, un azzardo, una epifania dell’incredibile, una diserzione continua, un istinto imprevedibile, una straordinaria, miracolosa intuizione, una fantastica ribellione, ombra dilatata delle creature e delle cose, ma non creatura, non cosa, non ragione che riesce a conferire struttura alla storia interiore.

Non porta lontano la scorciatoia della poesia. “ Sì, qualche volta l’ebbrezza/ d’esser vicini a qualcosa/ ma in che rari momenti/ e a che prezzo/ d’insofferenze, di rotture/ d’ogni più delicata trama d’affetti”.

Ecco. La scorciatoia termina qui, dentro il vicolo cieco di questa quieta consapevolezza di precarietà, di finitezza.

A questo punto la sua poesia non ha più ansia. C’è quasi una rinuncia, una desistenza. Resta la memoria dell’ebbrezza, di un lampo di felicità per quel qualcosa – un sentimento, un’essenza - alla quale si è sentito vicino. Resta il rammarico per il prezzo che ha pagato, per la pena che ha sofferto, per quella trama d’affetti lacerata. Ha passato la vita a crescere parole, mentre non si accorgeva di tutto quello che accadeva intorno, che fioriva e che sfioriva. Probabilmente è questa la verità a cui porta la scorciatoia della poesia: la scoperta della cenere di un fuoco che non si è visto ardere.

Ora tutto diventa lontano, “ i volti amati si sfrondano/ delle loro vicende,/ non restano che i nomi”.

Diventa lontana l’infanzia e il grido dei fanciulli, la sua città con le mura grigie grigie, le piccole figlie di puttana spidocchiate dalle madri in via De Angelis, è lontana Madrid e “lo stagno senza viole/ dove morì Pilar”, è lontana Ninetta, Isobel è lontana, Valentina è lontana; sono lontani i caffè, la smania di esistere, le calde forme del passato, e i brividi lucenti, e i cieli dell’avventura, le donne da leggere e i libri da accarezzare, la fidanzata fantasma che “ si pettinava i capelli sulla lunghezza d’onda d’un telefono in fiore”, il gettone del sole che tramonta, i profili delle nuvole, i carri lenti, il pianto di un bambino a Bari vecchia, le poesie scritte alla luna, tutto diventa infinitamente lontano, si raggruma nel terribile dolore della lontananza.

Certamente avrà pensato alle ultime parole del suo Don Chisciotte , quando Sancho Panza dice ad Alonso Quijano che la maggior pazzia che un uomo può fare in questa vita è di lasciarsi morire così, su due piedi, senza che nessuno l’uccida e non lo finisca altra mano che quella della malinconia.

Ma con un’amarezza e una malinconia che contagiano ogni espressione del creato, Bodini adesso dice: “ odio financo il delicato verde dell’estate/ che attornia le mie finestre”.

Financo. Un avverbio che traduce la condizione dell’estremo, che spacca in due il guscio del concetto, e rivela il sentimento dell’odio, ad un tempo viscerale e razionale, verso tutto il resto, verso tutto l’universo. L’odio diventa ancora più greve e irrimediabile nel contrasto con l’espressione della delicatezza, che forse costituisce un conscio o inconscio rammarico. Per un’ associazione di sensibilità viene da pensare a quei versi della “Chanson de la plus haute tour” di Arthur Rimbaud che dicono : “ Oisive jeunesse/ à tout asservie/ par délicatesse/ j’ai perdu ma vie”. (Oreste Macrì parla di questa délicatesse a proposito della “ Canzone semplice dell’esser se stessi”, e di quei versi : “ io fuggo da ogni cosa delicatamente ./ Provo a essere solo. Trovo/ la morte e la paura” ).

Alla fine scompare anche la paura. Rimane solo la condizione di una morte attesa , quasi come speranza amara, spossata. “Venga la mano di chi so e liberi/ dall’angoscia i miei risvegli”.

La sua stagione poetica tramonta così: con un linguaggio che confessa tutta la sua stanchezza, che vuole essere minimo e nitido, distante dall’immaginario favoloso, dalla fantasia sfrenata che costituisce l’inconfondibile identità della poesia di Bodini.

Ma di quali risvegli parla Vittorio Bodini. Forse dei reali risvegli dai suoi sonni ( dai suoi sogni) lividi, angosciosi. Forse dei risvegli dal sogno entusiasmante e inquieto di una poesia con la quale voleva arrivare a verità che non ha mai raggiunto, perché sono irraggiungibili. Forse – probabilmente – la parola risvegli contiene le stratificazioni semantiche di tutto questo. Perché Vittorio Bodini ha mischiato le carte della poesia e della vita, fino a non riuscire a distinguere più quali fossero quelle che si giocano con la vita, quali quelle da giocare con la poesia. Non ha saputo distinguere, Vittorio Bodini, la natura del sangue e quella dell’inchiostro, che cosa fosse un tramonto e cosa un verso che scriveva il tramonto, la differenza che c’è tra la luna che si guarda con stupore e lo stupore di abbracciarla con una sola parola.

Talvolta accade che non si riconoscano le differenze, che non si sappia distinguere. Ai poeti veri talvolta accade. Perché ai poeti veri a un certo punto accade di scoprirsi solo uomini che sentono freddo.


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