mercoledì 15 settembre 2010

Marcello Buttazzo, Serenangelo

Poesia/ Marcello Buttazzo

Marcello amava nel mentre scriveva versi. O fermava versi intanto che amava. Mi parlò di questa nuova raccolta insieme a lei… Poi un giorno, tempo dopo, quando lei non c’era più, mi chiese se potevo annotare un mio pensiero su quei suoi versi. Mi disse, testualmente, che soltanto io potevo farlo. Lusingato risposi, ma perché? Perché sei un poeta del cazzo! Questa fu la sua risposta. Risi (e anche lui… avevo compreso) e non commentai. In primavera mi consegnò la bozza di Serenangelo (Manni Editore, 2010, pagine 92, € 12,00) e, di getto, scrissi (a mo’ di prefazione) quel che segue.

Vito Antonio Conte

È aprile quando leggo l'ultima pagina di questa nuova raccolta di versi (che ho aperto in primavera) di Marcello Buttazzo. Sto in campagna. Nella splendida campagna di questa stagione. Nella campagna che qui (specialmente) esplode di colori, di gemme, di tanti fiori, di bianco, di verde, di giallo, di arancio, di rosso, di turchese, di lilla, di violetto e d'altre sfumature che bisogna soltanto vedere per comprenderne l'autentica bellezza. La Natura che scintilla, s'incendia, sprizza, dona, culla, crea vita, nuova vita. Di vita che si schiude nelle variopinte farfalle, nei destati piccoli sauri, nel vellutato calabrone, nelle formiche volanti, nelle infaticabili api. Terra e cielo che rinascono, oltre le altre stagioni. Ogni stagione ha le sue peculiarità, come l'esistenza. Quella di Marcello Buttazzo è esplosa la primavera di un anno addietro, dopo infinite stagioni di torpore, di lunghi forzati giorni bui, di notti maledette, d'albe ingannatrici, di contatti sfiorati e mai vissuti pienamente se non nel doloroso ricordo d'un altro tempo che, come fantasma maligno, annientava il presente irrimediabilmente. Stagioni rotte dalle parole, uniche compagne per lenire quello stato di apatia dell'anima in conflitto coi sensi. Il dolore per quel ch'è stato e non c'è più.

Per quel che sarebbe potuto essere e non è stato. Contorni del sogno appena abbozzati e già confusi nell'invadente oscurità del nulla. E se quel sogno si chiama AMORE, la rabbia resta appiccicata alla pelle anche quando tormentatamente l'hai sputata fuori da quel dentro che fatichi a riconoscere. Quel dolore che (se quel sogno chiamato AMORE era l'ultimo rimasto) non va più via. E non sai più pregare. Non sai più bestemmiare. Vorresti soltanto sparire. In quel mare levantino che (soltanto lui) può capire, grande com'è, il tuo grande essere perduto. Aspettando l'alba che (soltanto lei) può lenire lo strazio della notte con quella carezza che passa tra pensieri sfuggiti a ogni controllo. Nell'attesa di un segno che dica che quella sospensione in bilico tra vivere e morire non vale nessun AMORE. Ché l'amore è tutto e niente. Ché cambia la vita. Ché dona la vita. Ché toglie la vita.

Tutto e niente è l'amore. S'è reciprocità di moti, presenza oltre ogni assenza, gioia che chiami con un sorriso, desiderio che incontra desiderio, occhi che si specchiano negli occhi, parole che dicono tutto (anche l'indicibile). È urlo liberato, scoperta sussurrata, respiro condiviso. È incanto di una via che hai percorso mille volte e che racconta cose mai ascoltate, meraviglia d'un incedere tenendosi la mano e il resto vale zero, sorpresa d'arabeschi prima irriconoscibili nel blu che diventa indaco. Niente e tutto è l'amore. È perdita del quotidiano senso, vuoto di sprofondo senza limite, mancanza incolmabile, giorni inutili, inutili notti, ventre lacerato, sonno insonne, vagare senza sapere per dove, nominarlo in tutti i modi sapendo che nessuna eco porterà la tua voce più lontano della tua testa. E preghi, dimenticando che non sai più pregare. E bestemmi, rammentando nella disperazione tutte le contumelie. Parole che non dicono nulla (neppure il facilmente dicibile). Così è l'amore. Benedizione e maledizione. Tutto questo c'è nei versi di questa raccolta.

Tutto questo ho letto tra i versi di questa raccolta. Tutto questo è contenuto nei versi di questa storia. Prima c'è la storia, poi i versi. La storia, qualunque storia, va vissuta. Poi, puoi dirla. Questo ho visto nelle parole del verseggiare di Marcello Buttazzo. Una gran bella storia d'amore. Anelata, trovata, arrivata come dono, colta e vissuta. Diventata versi. Come d'ultimo regalo.

Ho detto: “gran bella storia d'amore” e avrei potuto aggiungere finita, perduta, smarrita. Non ho aggiunto null'altro volutamente ché qualunque sia o sia stato o sarà l'epilogo, “amore non è morte”, non è fine, mai, neanche quando la solitudine è unica compagna. Questa raccolta si può leggere come un volo di migratori. Arrivano portati dal cielo in primavera a svernare. Sostano su specchi d'acqua, nel canneto, tra le macchie di quei colori, nell'aria frizzante, beandosi di sole di luce di giochi e di canti festosi. Sino all'autunno del sacro fuoco, prima del dondolare delle foglie senza linfa, altri voli svanire. E, poi, freddo inverno i giorni ingrigire le notti incupire.

Ma ci sarà un'altra estate e brucerà la precedente, mai vista che maggio se l'era bevuta. Arriverà l'estate a bruciare il dolore, quell'antico dolore, riemerso a lancinare il tempo. Verrà l'estate a cauterizzare la ferita. Intanto metabolizzi il male. Lo trasformi in bene nel mentre il cuore -una volta ancora spezzato d'amore- ti suggerisce le parole. Parole delicate come fili d'erba e come fili d'erba sapientemente mossi dalla poiesis di Marcello Buttazzo, dal suo creare l'eterna arte come un viaggio alla ricerca del mistero del vivere. Un vivere che -nonostante la visceralità delle situazioni descritte- è reso parola spirituale, com'è nelle corde di Marcello Buttazzo, anche se distante dalle sue precedenti pubblicazioni. Mi spiego: c'è in questa raccolta una latente voglia dell'Autore di liberarsi di tutta la poesia che ha reso in precedenza.

C'è una forte presenza di erotismo, di carnalità, di sensualità, di sensi espressi e fatti ardenti abbracci in questi versi. A differenza delle precedenti raccolte, dove la tematica, per quanto fosse sempre (principalmente) l'amore (e le sue conseguenze), era qualcosa di molto simile a un'idea, a un ricordo, a un miraggio, che la forza del verso rendeva viva, qui c'è una storia (che potrebbe anche essere inverosimile, ma non lo è) più forte dei versi, che i versi faticano a contenere e a narrare. Lì il verso era medicina. Qui diventa mezzo per fermare l'esplosione, per immortalare un momento già dotato di sua potenza. A risentirne è il linguaggio e lo stile: riconoscibile, ma molto più immediato rispetto al passato. E, paradossalmente, più ricco di assonanze, di allitterazioni, di aggettivi sostantivati, di lemmi ricercati (al limite dello sperimentalismo), di neologismi, di trovate fantastiche per dire la favola e le cadute della vita reale; caustico in certi pezzi, nonostante i continui rimandi; gradevole, sia pur nelle reiterazioni situazionali; ironico (finalmente) anche nei versi dove il dolore sale senza rimedio: “...mi hai detto: / «La nostra storia / è appesa a una nuvola». / Tu, angelo mio, / sei un miracolo / di meteorologia.” Anche dove il desiderio s'apre all'indefinito: “Tacqui / e avevo / una rosa di passione / piantata nel cuore”. Anche dove il poetare diventa ermetico rifugiando frangenti in metafore coniugate col ritmo del naturale scorrere delle cose: “Inciela / mantiglie / dorate trecce / di frumento / tremula carne / rincorro”. Il risultato è un'opera carica di pulito lirismo che trasuda passione pagina dopo pagina, emblematicamente rinvenibile in questo pezzo (come gli altri privo di titolo: il che dà continuità ai versi che rendono questo libro fruibile come un lungo racconto) cantato (come tutti gli altri) a e per Serena: “Acqua chiara, / trapassa pianamente / la mia malinconia. / Giallo sole / sei la mia ninfea, / coriacea resisti / agli insulti del tempo. / Stamane / portami / i tuoi occhi / su una cornucopia / di more selvagge. / Portami / stanotte / il tuo fiore / ch'io lo possa / colorare di luna.”

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