sabato 26 giugno 2010

Luigi Stifani, a dieci anni dalla scomparsa

Domani, lunedì 28 giugno 2010, sarà ricordato a Nardò (piazza Salandra, ore 20.00) Luigi Stifani (1914-2000), il musico sciamano delle tarantate salentine. Sono trascorsi dieci anni dalla sua scomparsa e sembra che il tempo sia volato velocemente. La sua musica, così vibrante così “scazzicante”, per chi lo ha conosciuto da vicino, è ancora vibrante nelle orecchie, e la sua immagine di barbiere/violinista, con quei suoi baffetti alla D’Artagnan, fa fatica a scomparire nelle pieghe della mente.

Gli organizzatori, primi fra tutti la figlia Giovanna, legata affettuosamente al ricordo del padre, e uno tra i suoi discepoli più cari, Ruggiero Inchingolo, dicono che saranno esposti i suoi strumenti di lavoro, oltre a quelli del suo famoso “salone per le barbe e i capelli”, anche gli strumenti musicali, il violino, poi anche le sue chitarre e i suoi mandolini. Dicono che saranno esposti anche i «suoi manoscritti, documenti fotografici e sonori». La mostra, oltre ai due organizzatori citati, è curata dall’organettista Massimiliano Però e da Antonio Spano


Il musico sciamano

Maurizio Nocera


Sono dieci anni che Luigi Stifani ormai non c’è più. Ricordo quella volta che morì, era l’estate 2000. Esattamente il 28 giugno che, neanche a farlo apposta, è la vigilia della festa a lui più cara, i santi Pietro e Paolo, e san Paolo e la città di Galatina soprattutto.

Ricordo, quasi fosse ieri, che sua figlia Giovanna telefonò a me e a Luigi Chiriatti che era ancora giorno. Ci precipitammo a Nardò. Arrivammo che forse era l’ora di pranzo, forse poco dopo. Trovammo Giovanna afflitta e sola nella casa nella quale viveva assieme al padre. I medici le avevano detto che per Stifani non c’era più nulla da fare.

Prima ancora di andarlo a vedere in camera da letto, le chiedemmo come stava, cos’era accaduto di così terribile nei giorni precedenti. Giovanna, col singhiozzo in gola, ci disse che la notte precedente si era sentito male, che lei era andata nella sua camera per verificare come stesse e si accorse di un fatto straordinario: Luigi Stifani si trovava in uno stato ormai di semicoscienza con gli arti superiori che ritmicamente, ed in modo autonomo, “danzavano” intorno al suo viso. Io e Luigi ci guardammo in faccia interrogativamente: cosa voleva dire con questa frase? Le chiedemmo di voler vedere subito il maestro, e lei gentilmente ci guidò nella camera del padre.

Stifani, di suo era già piccolo di statura e di corporatura, quando lo vedemmo noi, nel suo letto di morte, era divenuto ormai una miniatura. Capimmo che per lui si stava avvicinando la fine. Lo guardammo con somma tristezza e ci accorgemmo che effettivamente le sue braccia si muovevano ritmicamente attorno al viso. Io e Chiriatti ci guardammo nuovamente in modo interrogativo, ma ognuno per il proprio conto stava già capendo che il musico sciamano delle tarantate del Salento se ne stava andando all’altro mondo pensando di tenere ancora fra le sue braccia il suo amato violino. Ci commuovemmo da non saper dire. Chiriatti sembrava sprofondato in un abisso, tanto era il dolore che sentiva per la perdita di quel suo maestro di musica tanto amato. Quante volte, assieme, ma anche da solo, egli si era recato a Nardò per parlare, per imparare, per farsi dire cose dal più importante musico sciamano delle tarantate del Salento. E tutte le volte era sempre un gran parlare delle cose che avevamo ascoltato dalle sue labbra per il resto della settimana, a volte anche per il resto del mese, o fino alla volta successiva del successivo incontro.

Una volta andammo a trovare Luigi Stifani a Santa Maria al Bagno, dove il maestro aveva una casetta proprio davanti al mare; e lì, assieme alla figlia Giovanna, passava l’estate. Quella volta, io e Chiriatti, restammo con lui molto tempo. Cenammo assieme alla sua mensa. Poi facemmo delle foto. Alla fine della notte, Stifani ci fece dei regali che ora non ricordo più in cosa consistessero. No, uno in particolare lo ricordo. Donò a me e a Chiriatti alcuni suoi manoscritti, per i quali noi ci impegnammo a trasformarli in libro. Da tempo ormai avevamo un sogno. Sapevamo che di Luigi Stifani in tanti avevano parlato, in tanti l’avevano intervistato (perfino la Rai nazionale), in tanti l’avevano citato nei loro libri e nei loro racconti di viaggio nel Salento, ma mai nessuno aveva pensato di dargli quello che era suo: la sua voce, il suo pensiero, la sua storia scritta da lui stesso.

Comunicammo al maestro la nostra intenzione di trasformare quei foglietti volanti in un libro. Luigi Stifani non stava nella pelle. Fino a quel momento mai nessuno gli aveva fatto una tale proposta e l’idea di vedere pubblicato un libro con lui come autore, lo mandava in ebollizione. Non stava più nella pelle. Già sognava come riscattare i tanti, molti, anni in cui la sua voce era stata solo utilizzata da altri. Ora quella voce, attraverso i suoi semplici manoscritti, stava per diventare un libro.

Per l’occasione, Luigi Chiriatti si inventò una casa editrice, che chiamammo “Edizioni Aramirè”, dal nome del gruppo musicale nel quale lui suonava. Roberto Raheli, anch’egli cantante e strumentista del gruppo, divenne il responsabile della casa editrice. Gli altri tutti a collaborare. Fu quello il primo, grande, stupendo, bellissimo libro di quella collana con stampato in prima di copertina, a caratteri cubitali, il nome di Luigi Stifani come autore. Poi il titolo, “Io al santo ci credo. Diario di un musico delle tarantate”, ripreso dallo stesso titolo che Antonio L. Verri aveva dato ad una intervista rilasciata da Stifani a Luigi Chiriatti, e pubblicata su «Caffé Greco» (Lecce, maggio 1981). La cura fu di Luigi Chiriatti, Roberto Raheli, Sergio Torsello e di chi qui scrive; il progetto grafico di Anna Lopalco; la stampa della Tipografia Corsano di Alezio; i collaboratori che ebbero un ringraziamento ufficiale furono: Accademia di Santa Cecilia – Roma; Giovanna Stifani; Luigi Cecere; Antonio Castrignanò; Roberto Pagliara; Nanni Surace di PureRock – Brindisi. I testi: “Introduzione” di Sandro Portelli; “Luigi Stifani: dottore delle tarantate”, di Luigi Chiriatti; “Luigi Stifani, ne ‘La Terra del Rimorso’ e in altre opere”, di Sergio Torsello; “Diario di un Musico delle Tarantate: Luigi Stifani di Nardò”, di chi qui scrive; “Violinista o Guaritore?”, di Roberto Raheli; infine i suoi testi, quelli, e qui lo dobbiamo scrivere per esteso, di Luigi Stifani: il “Diario. Ringraziando San Paolo”; “Lu Monacu” (Intervista registrata a cura dell’Archivio Aramirè-Luigi Chiriatti; i suoi testi cantati e musicati, come “Pizzica tarantata”, “Pizzica indiavolata”, “La canzone delle massare”, “Pizzica balcanica”, “Pizzica sorda”, “Tarantata minore”; il testo “Teoria musicale”, infine gli Spartiti. Quel gran bel libro si chiude infine con la “Bibliografia”, i “Documenti e Films”, la “Discografia”.

Il libro fu licenziato dalla tipografia nella primavera del 2000, e subito lo portammo dal musico sciamano delle tarantate. Luigi Stifani lo accolse canticchiando e ballando per tutto quel giorno, per tutta quella settimana, per tutti quei pochi mesi che lo separavano dalla morte. Anzi, quando io e Chiriatti, tristemente, ci recammo per dargli l’ultimo bacio sulla fronte, lo trovammo che le sue braccia suonavano il ritmo della sofferenza e danzavano la pizzica tarantata.

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