venerdì 4 giugno 2010

Antonio L. Verri su Carmelo Bene

Libri/ “Nostra Signora dei Turchi” di Carmelo Bene, Bompiani


E capita pure che oggi, io stia sfogliando un brogliaccio verriano, quando vedo venirmi fuori un foglio da lui manoscritto, alquanto malridotto, comunque leggibile: «Questa “Signora” è proprio nostra». È del giugno 1980, con una riga fuori testo che dice: «per Quotidiano». Ricordo che in quella data Antonio L. Verri collaborava col «Quotidiano di Lecce». Non ho tempo per verificare se mai il direttore di quel giornale pubblicò questa recensione poetica al libro di C. B. Dati i trascorsi tra Verri e il «Quotidiano» è tutto da verificare. Adesso comunque non c’è tempo.

Digitalizzo il manoscritto come lo leggo. A quel tempo, Verri non aveva ancora dato alle stampe il suo primo libro, “Il pane sotto la neve”, che è del 1983. Ma, in questo scritto d’affetto per il lavoro letterario di C. B., noi possiamo già individuare la grande sensibilità poetica del Caprarichese. C‘è un po’ tutto. C’è Bodini, quando Antonio non sapeva ancora che tra C. B. ed il poeta de “La luna dei Borboni” c’era stata una grande collaborazione. Vittorio aveva recitato nel “Don Giovanni” di C. B. C’è poi la mezzaluna, quella saracena. C’è Otranto, con i suoi spalti martirizzati. C’è il barocco impertinente. E c’è la poesia, quella di Antonio L. Verri, ancora oggi viva e palpitante. (Maurizio Nocera)


Questa «Signora» è proprio nostra

Antonio L. Verri


La prima lezione che si ricava, ad appena venti pagine dall’inizio del libro è che dobbiamo e possiamo reinventarci. E che se troppo siamo spossati, per un gioco o racconto qualsiasi, proibito, ma gioco, questo è infine un bene. Ci serve tutto, ci serve soprattutto questa “Nostra Signora dei Turchi”, per covare letteratura finalmente. Ci serve perlomeno a chiamarci e gridarci forte per nome. Ci serve tutto, tutto. Anche il Bene degli «astratti furori». Poi si vedrà. E questo Carmelo bene così “affollato”, come nella “Nostra Signora”, è proprio un fiore all’occhiello, meglio è un canto disperato e disperso di moltissimo nostro umore che si è fatto, una volta tanto, grida e pianto e carnevale di tutti. Bene. Ma è anche un rito, un pettegolezzo, uno sballo la vita, lì, ai margini della sterpaglia con l’anfora greca o in quella specie di anticamera sospirosa e da attraversare in fretta. Bene vinto da lussuriosa luna o mezzaluna dunque. Ballando da solo danze di barocco impertinente, ma tanto tanto con senso e stupore bodiniano anche. Vinto anche da una sorta di primitiva e fascinosa autoaccusa che si veste, man mano, di tutto un groviglio di cose turche o barocche. Un racconto pure, che è nato dentro, dentro si è svolto e dentro è destinato a morire. È una reinvenzione continua. Le cose che si toccano sono proprio quelle che non si toccano e viceversa. Un racconto senza conclusioni di sorta, e se conclusione ci deve essere è questa: Fede? Sì. Ma solamente in se stessi! Il protagonista, poi, si guarda, si studia (si vorrebbe guardare dormire la notte addirittura); è un gioco, è un dannato e istrionico gioco di tutti gli accidenti e incidenti possibili (interiori, fisici, persecutori, liberatori, bellini, da vezzo, con saporaccio di rose come cipolle, con sud arcigno o a bocca aperta). C’è quel modo per salvare Otranto col senno di poi, letteralmente stupendo, per evitare che si diventi un po’ tutti martiri. Ed è una lezione benefica, qualunquista magari, da istrione magari, da paludamenti magari, ma che serve a tirar pietre a certo sociologismo di massa, a tutte le sciocchezze e cretinerie accettate per fede, a certa fede di simboli, come a certi culti da chiesa spettacolo o da pontefice atleta; in difesa di un’individualità che può anche rischiare l’egocentrismo più nero o qualche nuovo genere di culto, ma che tanto dà, ma che restituisce all’uomo la sua dimensione, magari «esaltando il dubbio e la vigliaccheria». C’è quel santo, poi, che lo accomuna a Bodini che vola perché non ha peso, perché «il peso è religione, etica e tante volte estetica, rose di piombo e nuvole pesanti». Anche se non bisogna fidarsi molto dei santi. Ma se i santi cadono, allora sì. Ma anche vengono bene i Turchi, per questo reale che ci manca. Cioè. Che si soffra noi di improggetazione, è chiaro. Ci è chiaro. Ma riusciamo a volte a risolvere, e C. Bene ha risolto, con una specie di reale fantasioso, onirico, che ci costruiamo a piacere o a braccio e a secondo delle possibilità di inganno di ognuno.

Un reale viziato, assurdo, quasi un gioco. Cioè. Una mezza vittoria e una mezza sconfitta. Una mezzaluna! Oppure questo reale incantato, sospeso o questo modo, di Bene, di far letteratura (partendo da quel che si conosce e si rifiuta) è ottimo mediatore.Ma quale reale e cos’è reale? Ma tutto quello che si riesce a vedere scostando piano piano centomila rosoni, angioletti, trepidii, rose barocche, canti in gola o, pianti di perle alla luna. Ma tutto quello che è dentro e che sa di noi e di tutte le nostre voglie e i giochi fatti o soltanto pensati (e Bene a questo punto è il ponte stupendo tra noi che siamo, e quello che ci debbono lasciar pensare o provare).E ancora. Canto di odalische, coro per una sola voce, fichidindia di neve, carrettieri decapitati, bambine piene sotto la luna, ma anche gatti col passo di morte, santi che volano stremati e dioti, oppure questo e quell’altro e quell’altro ancora. Come in un balletto bodiniano. Come in questa Santa e in questa Flora, come nell’urna di tanti martiri che non volevano assolutamente essere martiri, o come, infine, in tantissimi amplessi di parole spese o da spendere.

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