sabato 26 giugno 2010

Luigi Stifani, a dieci anni dalla scomparsa

Domani, lunedì 28 giugno 2010, sarà ricordato a Nardò (piazza Salandra, ore 20.00) Luigi Stifani (1914-2000), il musico sciamano delle tarantate salentine. Sono trascorsi dieci anni dalla sua scomparsa e sembra che il tempo sia volato velocemente. La sua musica, così vibrante così “scazzicante”, per chi lo ha conosciuto da vicino, è ancora vibrante nelle orecchie, e la sua immagine di barbiere/violinista, con quei suoi baffetti alla D’Artagnan, fa fatica a scomparire nelle pieghe della mente.

Gli organizzatori, primi fra tutti la figlia Giovanna, legata affettuosamente al ricordo del padre, e uno tra i suoi discepoli più cari, Ruggiero Inchingolo, dicono che saranno esposti i suoi strumenti di lavoro, oltre a quelli del suo famoso “salone per le barbe e i capelli”, anche gli strumenti musicali, il violino, poi anche le sue chitarre e i suoi mandolini. Dicono che saranno esposti anche i «suoi manoscritti, documenti fotografici e sonori». La mostra, oltre ai due organizzatori citati, è curata dall’organettista Massimiliano Però e da Antonio Spano


Il musico sciamano

Maurizio Nocera


Sono dieci anni che Luigi Stifani ormai non c’è più. Ricordo quella volta che morì, era l’estate 2000. Esattamente il 28 giugno che, neanche a farlo apposta, è la vigilia della festa a lui più cara, i santi Pietro e Paolo, e san Paolo e la città di Galatina soprattutto.

Ricordo, quasi fosse ieri, che sua figlia Giovanna telefonò a me e a Luigi Chiriatti che era ancora giorno. Ci precipitammo a Nardò. Arrivammo che forse era l’ora di pranzo, forse poco dopo. Trovammo Giovanna afflitta e sola nella casa nella quale viveva assieme al padre. I medici le avevano detto che per Stifani non c’era più nulla da fare.

Prima ancora di andarlo a vedere in camera da letto, le chiedemmo come stava, cos’era accaduto di così terribile nei giorni precedenti. Giovanna, col singhiozzo in gola, ci disse che la notte precedente si era sentito male, che lei era andata nella sua camera per verificare come stesse e si accorse di un fatto straordinario: Luigi Stifani si trovava in uno stato ormai di semicoscienza con gli arti superiori che ritmicamente, ed in modo autonomo, “danzavano” intorno al suo viso. Io e Luigi ci guardammo in faccia interrogativamente: cosa voleva dire con questa frase? Le chiedemmo di voler vedere subito il maestro, e lei gentilmente ci guidò nella camera del padre.

Stifani, di suo era già piccolo di statura e di corporatura, quando lo vedemmo noi, nel suo letto di morte, era divenuto ormai una miniatura. Capimmo che per lui si stava avvicinando la fine. Lo guardammo con somma tristezza e ci accorgemmo che effettivamente le sue braccia si muovevano ritmicamente attorno al viso. Io e Chiriatti ci guardammo nuovamente in modo interrogativo, ma ognuno per il proprio conto stava già capendo che il musico sciamano delle tarantate del Salento se ne stava andando all’altro mondo pensando di tenere ancora fra le sue braccia il suo amato violino. Ci commuovemmo da non saper dire. Chiriatti sembrava sprofondato in un abisso, tanto era il dolore che sentiva per la perdita di quel suo maestro di musica tanto amato. Quante volte, assieme, ma anche da solo, egli si era recato a Nardò per parlare, per imparare, per farsi dire cose dal più importante musico sciamano delle tarantate del Salento. E tutte le volte era sempre un gran parlare delle cose che avevamo ascoltato dalle sue labbra per il resto della settimana, a volte anche per il resto del mese, o fino alla volta successiva del successivo incontro.

Una volta andammo a trovare Luigi Stifani a Santa Maria al Bagno, dove il maestro aveva una casetta proprio davanti al mare; e lì, assieme alla figlia Giovanna, passava l’estate. Quella volta, io e Chiriatti, restammo con lui molto tempo. Cenammo assieme alla sua mensa. Poi facemmo delle foto. Alla fine della notte, Stifani ci fece dei regali che ora non ricordo più in cosa consistessero. No, uno in particolare lo ricordo. Donò a me e a Chiriatti alcuni suoi manoscritti, per i quali noi ci impegnammo a trasformarli in libro. Da tempo ormai avevamo un sogno. Sapevamo che di Luigi Stifani in tanti avevano parlato, in tanti l’avevano intervistato (perfino la Rai nazionale), in tanti l’avevano citato nei loro libri e nei loro racconti di viaggio nel Salento, ma mai nessuno aveva pensato di dargli quello che era suo: la sua voce, il suo pensiero, la sua storia scritta da lui stesso.

Comunicammo al maestro la nostra intenzione di trasformare quei foglietti volanti in un libro. Luigi Stifani non stava nella pelle. Fino a quel momento mai nessuno gli aveva fatto una tale proposta e l’idea di vedere pubblicato un libro con lui come autore, lo mandava in ebollizione. Non stava più nella pelle. Già sognava come riscattare i tanti, molti, anni in cui la sua voce era stata solo utilizzata da altri. Ora quella voce, attraverso i suoi semplici manoscritti, stava per diventare un libro.

Per l’occasione, Luigi Chiriatti si inventò una casa editrice, che chiamammo “Edizioni Aramirè”, dal nome del gruppo musicale nel quale lui suonava. Roberto Raheli, anch’egli cantante e strumentista del gruppo, divenne il responsabile della casa editrice. Gli altri tutti a collaborare. Fu quello il primo, grande, stupendo, bellissimo libro di quella collana con stampato in prima di copertina, a caratteri cubitali, il nome di Luigi Stifani come autore. Poi il titolo, “Io al santo ci credo. Diario di un musico delle tarantate”, ripreso dallo stesso titolo che Antonio L. Verri aveva dato ad una intervista rilasciata da Stifani a Luigi Chiriatti, e pubblicata su «Caffé Greco» (Lecce, maggio 1981). La cura fu di Luigi Chiriatti, Roberto Raheli, Sergio Torsello e di chi qui scrive; il progetto grafico di Anna Lopalco; la stampa della Tipografia Corsano di Alezio; i collaboratori che ebbero un ringraziamento ufficiale furono: Accademia di Santa Cecilia – Roma; Giovanna Stifani; Luigi Cecere; Antonio Castrignanò; Roberto Pagliara; Nanni Surace di PureRock – Brindisi. I testi: “Introduzione” di Sandro Portelli; “Luigi Stifani: dottore delle tarantate”, di Luigi Chiriatti; “Luigi Stifani, ne ‘La Terra del Rimorso’ e in altre opere”, di Sergio Torsello; “Diario di un Musico delle Tarantate: Luigi Stifani di Nardò”, di chi qui scrive; “Violinista o Guaritore?”, di Roberto Raheli; infine i suoi testi, quelli, e qui lo dobbiamo scrivere per esteso, di Luigi Stifani: il “Diario. Ringraziando San Paolo”; “Lu Monacu” (Intervista registrata a cura dell’Archivio Aramirè-Luigi Chiriatti; i suoi testi cantati e musicati, come “Pizzica tarantata”, “Pizzica indiavolata”, “La canzone delle massare”, “Pizzica balcanica”, “Pizzica sorda”, “Tarantata minore”; il testo “Teoria musicale”, infine gli Spartiti. Quel gran bel libro si chiude infine con la “Bibliografia”, i “Documenti e Films”, la “Discografia”.

Il libro fu licenziato dalla tipografia nella primavera del 2000, e subito lo portammo dal musico sciamano delle tarantate. Luigi Stifani lo accolse canticchiando e ballando per tutto quel giorno, per tutta quella settimana, per tutti quei pochi mesi che lo separavano dalla morte. Anzi, quando io e Chiriatti, tristemente, ci recammo per dargli l’ultimo bacio sulla fronte, lo trovammo che le sue braccia suonavano il ritmo della sofferenza e danzavano la pizzica tarantata.

giovedì 17 giugno 2010


Letture «mondiali»/ Tra calcio e letteratura 1. Umberto Saba

Umberto Saba e il gioco del calcio s’incontrarono per opera del “caso”. Il calcio che canta Saba è molto lontano da quello attuale. Il calcio del poeta è quello della «squadra paesana», dei giocatori «sputati/ dalla terra natia»... Eppure Saba coglie benissimo quel filo rosso che unisce i tifosi di ieri a quelli di oggi, nel fatto che “la gente (e lui stesso) non si eccita tanto per il gioco in sé, quanto per tutto quello che, attraverso i simboli espressi dal gioco, parla all’anima individuale e collettiva”


Goal!

Tonio Solazzo


Non c’è sport di squadra che susciti passioni così forti e intense come il calcio. Tanto forti e intense da sfociare a volte, e purtroppo, in episodi di violenza assurda, incomprensibile.

Il tifo calcistico non conosce limiti dettati dal ceto sociale o dal sesso o dall’età: in curva o nella tribuna vip esplode la stessa travolgente passione, si lanciano gli stessi affettuosi complimenti ad arbitro e guardalinee, si beccano i giocatori avversari con cori e striscioni ironici (nel migliore dei casi) o pesantemente offensivi. Tutto questo è storia di ogni domenica di campionato.

Ciò che, forse, è meno noto è il coinvolgimento di noti scrittori e poeti in questa sorta di follia collettiva, al punto che molti di essi hanno scritto di calcio o hanno calcato il rettangolo verde come amatori e, in qualche caso, come professionisti.

Fra i primi citiamo: Umberto Saba, Mario Soldati, Giovanni Arpino, Nick Hornby, Pier Paolo Pasolini. Albert Camus e Osvaldo Soriano hanno giocato al calcio e, nel caso di Soriano, che era un buon attaccante, anche con discreti risultati.

Lo scrittore francese, premio Nobel per la letteratura nel 1957, ha militato nel Racing universitario di Algeri ed è stato “l’unico portiere esistenzialista del mondo”, come recitava l’annuncio, pubblicato sulla London Review of Books, con cui una società londinese metteva in vendita per 18 sterline, una maglia di portiere di calcio, con il numero 1 sulla schiena, firmata “Camus” (Dirk Schomer, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 1997).


Il 'caso' e la partita

Umberto Saba e il gioco del calcio s’incontrarono per opera del “caso”, quasi nell’inverno della vita del poeta, come egli stesso ricorda in “Storia e cronistoria del Canzoniere”, scritta in terza persona con lo pseudonimo di Giuseppe Carimandrei.

Era il 15 ottobre 1933 e quella domenica si giocava Triestina-Ambrosiana Inter.

Saba, che aveva superato già i cinquant’anni, si trovò tra le mani un biglietto d’entrata allo stadio, cedutogli da un suo giovane amico, che, per un altro “caso”, non poteva quel giorno recarvisi. Il poeta “era riluttante ad accettare. Non aveva, fino allora, nessuna simpatia per i tifosi. Tutto quell’entusiasmo e tutte quelle disperazioni per un pallone entrato o non entrato nella rete, lo irritavano” (Storia e cronistoria del Canzoniere, pag. 288-294, Milano 2001).

Da quella nuova e inaspettata esperienza, nacque la poesia “Tre momenti”.

La gara “fra la potentissima Ambrosiana e la vacillante Triestina” si concluse con quel “Nessun’offesa varcava la porta” della poesia, cioè con uno zero a zero. “Date le proporzioni delle forze in campo fu una vittoria della Triestina. Appena vide i rosso-alabardati uscire di corsa nel campo fra il delirante entusiasmo della folla… il poeta si sentì perduto”.

«Festa è nell’aria, festa in ogni via./ Se per poco, che importa?/ Nessun’offesa varcava la porta,/

s’incrociavano grida ch’eran razzi./ La vostra gloria, undici ragazzi,/ come un fiume d’amore orna Trieste».

Per la cronaca, quel campionato (1933-34) a diciotto squadre fu vinto dalla Juventus con 53 punti. Al secondo posto, con 49 punti, si piazzò l’Ambrosiana-Inter.


Poesie del calcio

Umberto Saba dedicò al gioco del calcio cinque poesie, pubblicate tra novembre 1933 e marzo 1934, sulla “Gazzetta del Popolo” e poi nell’“Antologia degli scrittori sportivi”. Le stesse furono inserite nel terzo volume del “Canzoniere”, nella sezione “Parole”.

Le poesie sono: “Squadra paesana”, la già ricordata “Tre momenti”, “Tredicesima partita”, “Fanciulli allo stadio” e “Goal”.

In “Fanciulli allo stadio”, il poeta commosso descrive l’entusiasmo dei piccoli tifosi per i loro idoli, che, invece, li ignorano del tutto. In piedi su quel muretto, “i fanciulli, nelle pause del gioco, lanciano i nomi cari e gloriosi, ad uno ad uno, come frecce. Le frecce, però, non arrivano al segno, perché «Odiosi di tanto eran superbi/ passavano là sotto i calciatori./ Tutto vedevano, e non quegli acerbi». E l’immagine di quei fanciulli, innamorati e delusi, si sposa, nell’animo del poeta, al ricordo della sua infanzia”.

Goal” descrive l’opposto stato d’animo dei due portieri al momento del goal. Il portiere vinto «caduto alla difesa/ ultima vana, contro terra cela/ la faccia, a non vedere l’amara luce», invano consolato dal compagno che «scopre pieni di lacrime i suoi occhi». L’altro, il portiere della squadra vincente, è rimasto presso la rete inviolata solo con la sua persona, ma non con la sua anima.

«La sua gioia si fa una capriola,/ si fa baci che manda di lontano./Della festa – egli dice – anch’io son parte».

Nota Saba che “Goal” è la sua poesia sportiva “riprodotta più volte in antologie e libri scolastici. I compilatori di questi pensavano che, per il titolo e l’argomento, i ragazzi dovessero amarla. Non pensavano che, se i ragazzi amavano molto veder fare dei goal alla loro squadra preferita, poco li amano in una poesia, specialmente quando quella poesia devono mandarla a memoria. (Non possiamo dar loro torto)”.


Il calcio l'io che si fa noi

Certo, il calcio che canta Saba è molto lontano da quello attuale. Il calcio del poeta è quello della «squadra paesana», dei giocatori «sputati/ dalla terra natia», generati dalla madre-città nativa. Nulla a che vedere con le formazioni di oggi, autentiche multinazionali della pedata, e con i presidenti che non hanno legame alcuno con il territorio e che utilizzano il calcio per tutt’altri scopi. Eppure Saba coglie benissimo quel filo rosso che unisce i tifosi di ieri a quelli di oggi, nel fatto che “la gente (e lui stesso) non si eccita tanto per il gioco in sé, quanto per tutto quello che, attraverso i simboli espressi dal gioco, parla all’anima individuale e collettiva”.

Naturale pensare al Mondiale sudafricano e al significato, non solo sportivo, che esso assume per quella nazione e per il continente intero.

Lo hanno sottolineato tutti i commentatori, evidenziando la carica simbolica dell’incontro di apertura Sudafrica-Messico: nello stadio di Johannesburg ci sarebbe stato il cuore di un intero continente, che nel calcio vede l’occasione del riscatto o, almeno, come ha scritto Vittorio Zucconi, “l’illusione del riscatto”.

Nel gioco del calcio, poi, Saba scopre un’ultima possibilità che gli veniva offerta «d’essere come tutti/ gli uomini di tutti/ i giorni», di “compalpitare” con gli altri, di condividerne le passioni.

Scrive di sé il poeta: “Le sue poesie sportive ripetono, in forma arrovesciata, il motivo del “Borgo”: invece del dolore di non poter assomigliare alla maggioranza degli uomini, cantano la gioia di assomigliarle. Aggiungi, se vuoi, il piacere visivo di uno spettacolo per se stesso bellissimo, che però non sarebbe bastato, senza un contenuto emotivo più forte, ad accendere la suaimmaginazione, al punto da trasformare la visione in poesia”.

È, se vogliamo, la magia del calcio.

mercoledì 9 giugno 2010

Antonio Errico Le ragioni della passione (Approdi e avventure del sapere), Kurumuny ed.

L'“effetto-Errico”: lascia trasognati, avvolti in una seta, un’aura, conduce in una condizione di extraterritorialità sensoriale. È quello che lui stesso indica come canone ermeneutico (una delle condizioni necessarie per “leggere bene”): leggere vuol dire dislocarsi.

Antonio Errico, Le ragioni della passione (Approdi e avventure del sapere), Kurumuny ed.

Il Maestro e la Lampada di Aladino
Emanuele Filograna

Il narratore, etimologicamente, è un “esperto” (radice gnarus). Si può partire dal presupposto che Antonio Errico conosce bene ciò di cui parla, e soprattutto che parla di ciò che ha più a cuore: l’insegnamento e la memoria. Se quest’ultima è il materiale con il quale sono stati costruiti espressamente almeno due libri precedenti dell’Autore, e che comunque ha percorso come 'fil rouge' tutto ciò che è sgorgato dalla sua penna, l’insegnamento è parte dell’altra vita, quella per così dire fuor di metafora, del preside/scrittore Antonio Errico.


L'oblio e... il libro
L. J. Lauand sosteneva che tutta l’educazione occidentale si edifica su un assunto: “l’uomo è un essere che oblia!”. Per questo la maternità delle muse stesse è posta in capo a Mnemosyne: la missione profonda di qualunque trivio e quadrivio è quella di indurre 'ri-trovamenti', di far sperimentare cose già provate o sapute che senza l’atto pedagogico sarebbero rimaste inaccessibili.

Ma se insegnare è raccontare le cose del mondo, ciò che lega insegnamento e memoria è proprio la narrazione: ricordiamo ciò che possiamo narrare, non conosciamo altro modo per insegnare se non raccontare le cose che vale la pena di ricordare.

Questa la dichiarazione di (po)etica di Errico: non esiste la storia oggettiva, nè tanto meno la si può insegnare (soprattutto quando si tratta dei tempi a noi più vicini); neppure esiste la cronaca asettica (che finirebbe per essere un ripiego e soprattutto cattivo esempio di brutta copia del racconto). Invece, tutto è racconto, a condizione che l’intimismo non sia pervasivo al punto da far ripiegare in monologhi autistici incomprensibili ai più.

Le narrazioni, poi, trovano posto in un oggetto tutto speciale: il libro, di cui Errico dà una definizione davvero speciale magnifica: piccola cosa, “deperibile, che si somma ad altri libri, soggetta al saccheggio impietoso dei tarli, all’ombrosità giallastra che il tempo spande sulle pagine”. L’unico fra gli oggetti, fra le ‘cose’, a sopravvivere: al suo autore, al lettore, ai falò e agli incendi delle biblioteche. Cita Shakespeare (senza libri saremmo degli sciocchi) e adombra che basta sottrarre i libri per smantellare le individualità e intere società.


L'educare e la disciplina

Un altro nucleo tematico argomentativo dei saggi in veste semi-poetica, è quello che verte attorno al concetto di 'disciplina', utilizzato per contrapposizione all’insegnamento tout court, non riducibile quest’ultimo al mero impartire il contenuto dell’una o dell’altra materia, in quanto non è esso stesso, limitativamente, una disciplina: si può insegnare solo con sensibilità, suscitando la sensibilità del discente (citazione da Comenio: “vieni, ragazzo... ti condurrò dappertutto...”), sempre ricordando a sé e agli animi che si educano, che la pedagogia è un fatto esperienziale (Serres: nessun apprendimento potrà evitare il viaggio !). Si può educare solo dopo aver ottenuto il possesso delle singole discipline, ma non senza avere acquisito anche la virtù di Chirone, il centauro dotto e gentile (tanto preziosa da essere rivendicata come legato dallo stesso Prometeo): quella, cioè, di fare in modo di ritrovarsi ormai inutili alla fine dell’apprendimento.

Forse per questo, scorrendo il fraseggiare sognante, coinvolto e coinvolgente di Errico, non si può fare a meno di provare un senso di compatimento verso le pretese di insegnare la pedagogia (paradosso riflessivo) e le relative presunte 'skills' (orribile dictu!) ai futuri insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, mediante appositi corsi di formazione variamente denominati, così come si pretende di insegnare la deontologia professionale ai futuri avvocati dopo un corso di giurisprudenza nel quale pure si studia filosofia del diritto, e dunque l’Etica a Nicomaco e Spinoza, La Repubblica, Cicerone e Rawls, supponendo allora che ciò non sia ancora sufficiente!

Errico riversa in queste brevi cellule saggistiche 'extravagantes' tanti autori evidentemente amati e meditati, permettendoci di spiare così nella sua personale Moleskine di tante e tante letture. Riporta il Fedro e Galileo, il Cratilo e Pavese, Plotino e Baudelaire, cita Bloom, Gardner, Potocki, Morin, il Garboli di una definizione che lascia trapelare essergli particolarmente cara e congeniale in entrambe le alternative: “Lo scrittore-scrittore lancia le sue parole nello spazio e queste parole cadono in un luogo sconosciuto. Lo scrittore-lettore va a prendere quelle parole e le riporta a casa, come Vespero con le capre, facendole riappartenere al mondo che conosciamo”.


Leggere e poi ri-leggere

Alla prima lettura il libro produce il tipico “effetto-Errico”: lascia trasognati, avvolti in una seta, un’aura, conduce in una condizione di extraterritorialità sensoriale. È quello che lui stesso indica come canone ermeneutico (una delle condizioni necessarie per “leggere bene”): leggere vuol dire dislocarsi. Ma volendo seguire un altro consiglio di esegesi del libro stesso, poiché nulla si rivela mai al primo incontro, si deve tornare a rileggerlo, per riflettere meglio su quello che era sfuggito.

In effetti, il procedere, se non il tono stesso, è sapienziale (a volte oracolare), forse in alcuni casi addirittura assertivo, praticamente tutto paratassi. Dal punto di vista logico la più parte delle proposizioni sono 'definizioni'. Alcune sono tautologie (l’identità non è altro che un esito della memoria; la bellezza è tutto quello che sappiamo e dobbiamo sapere, ecc.). Altre sono definizioni estensionali (il racconto: è un atto magico; è l’unica possibile espressione di vita; è ciò che segue il tempo; è ciò che presuppone consapevolezza, ecc. Ed ancora: la narrazione: è combattimento a mani nude; è corpo a corpo con la memoria; è una domanda che si accende, ecc.). Altre ancora sono vere e proprie dimostrazioni secondo il 'modus ponens' o il 'modus tollens' (ogni atto di insegnamento è un atto di memoria; ogni parola viene da lontano portando concetti che sono l’esito di azzardi del pensiero; quindi si insegna memoria ogni volta che si pronuncia una parola... Ed ancora: si insegna memoria portando l’apprendimento ad una coscienza; non si può insegnare una memoria che dice di se stessa con una sorta di vuota auto-citazione, 'ergo': la memoria non si insegna facendo imparare a memoria quando questa esperienza è vuota di significato).


La 'forma' del saggio

E non si può che ricorrere alle parole di Alfonso Berardinelli (“La forma del saggio. Definizione e attualità di un genere letterario”, Marsilio, 2002) per tentare di trovare strumenti che possano contribuire all’impresa di dare, a nostra volta, una definizione alla raccolta di Errico, che difficilmente si lascia incasellare. Berardinelli ricorda infatti come il 'saggio letterario', nell’ultimo scorcio del ‘900, abbia “una maggiore freschezza e maggiori potenzialità inventive, conoscitive (fino al punto di poter inglobare, rielaborare e infine ereditare compiti e funzioni delegate fino a ieri ad altri generi)”, sebbene l’uso in questo senso della forma-saggio possa far incappare nel pericolo che “mettendo insieme spunti descrittivi e spunti teorici, si resti in una terra di nessuno, o in una zona intermedia che finisce per scontentare tutti”. Questo rischio è appunto quello che corre Antonio Errico, ma felicemente: unendo cioè il suo ormai tradizionale stile 'lirico' con un “temperamento di prosatore logico e corretto” che sinora non era ancora comparso nei suoi volumi narrativi.

Parlando di ciò che gli ha attraversato l’esistenza, Errico rimane costantemente in bilico tra i libri e la vita. E lo fa esprimendo la sua 'écriture' (Barthes), assumendo la responsabilità sociale di dire parole importanti, 'compromesse': sulla storia, la memoria, l’insegnamento. Condensando concetti che è raro ascoltare nell’attuale orizzonte pubblico (in disparte talune riduzioni in commedia della situazione comatosa in cui versa la scuola o ricorrenti e sguaiati 'peana' sull’obliterazione dei classici).

Un’immagine si deve rubarla, a mo’ di chiosa, per trarsi d’impaccio dall’arduo compito del recensore di un libro intimo e pubblico allo stesso tempo, intenso e godibile tutt’assieme: effettivamente, Errico riesce a fare in modo che ad ogni passo “si manifesti una figura, come dalla lampada di Aladino, che abbia fisionomia di un volto conosciuto, il suono di una voce familiare”. E’ precisamente quello che dovrebbe fare un bravo maestro, capace di sollecitare ogni giorno un argomento diverso e far comparire interi mondi dinanzi agli occhi dei suoi allievi per incantarli e metterli in grado di realizzare da sé le loro aspirazioni, suscitandone al contempo di sempre nuove.

Per Errico si tratta di un riflesso del suo stesso carattere, per il quale, oltre che per i meriti ‘professionali’, strappa l’affetto di tutti i suoi lettori e degli amici.

venerdì 4 giugno 2010

Antonio L. Verri su Carmelo Bene

Libri/ “Nostra Signora dei Turchi” di Carmelo Bene, Bompiani


E capita pure che oggi, io stia sfogliando un brogliaccio verriano, quando vedo venirmi fuori un foglio da lui manoscritto, alquanto malridotto, comunque leggibile: «Questa “Signora” è proprio nostra». È del giugno 1980, con una riga fuori testo che dice: «per Quotidiano». Ricordo che in quella data Antonio L. Verri collaborava col «Quotidiano di Lecce». Non ho tempo per verificare se mai il direttore di quel giornale pubblicò questa recensione poetica al libro di C. B. Dati i trascorsi tra Verri e il «Quotidiano» è tutto da verificare. Adesso comunque non c’è tempo.

Digitalizzo il manoscritto come lo leggo. A quel tempo, Verri non aveva ancora dato alle stampe il suo primo libro, “Il pane sotto la neve”, che è del 1983. Ma, in questo scritto d’affetto per il lavoro letterario di C. B., noi possiamo già individuare la grande sensibilità poetica del Caprarichese. C‘è un po’ tutto. C’è Bodini, quando Antonio non sapeva ancora che tra C. B. ed il poeta de “La luna dei Borboni” c’era stata una grande collaborazione. Vittorio aveva recitato nel “Don Giovanni” di C. B. C’è poi la mezzaluna, quella saracena. C’è Otranto, con i suoi spalti martirizzati. C’è il barocco impertinente. E c’è la poesia, quella di Antonio L. Verri, ancora oggi viva e palpitante. (Maurizio Nocera)


Questa «Signora» è proprio nostra

Antonio L. Verri


La prima lezione che si ricava, ad appena venti pagine dall’inizio del libro è che dobbiamo e possiamo reinventarci. E che se troppo siamo spossati, per un gioco o racconto qualsiasi, proibito, ma gioco, questo è infine un bene. Ci serve tutto, ci serve soprattutto questa “Nostra Signora dei Turchi”, per covare letteratura finalmente. Ci serve perlomeno a chiamarci e gridarci forte per nome. Ci serve tutto, tutto. Anche il Bene degli «astratti furori». Poi si vedrà. E questo Carmelo bene così “affollato”, come nella “Nostra Signora”, è proprio un fiore all’occhiello, meglio è un canto disperato e disperso di moltissimo nostro umore che si è fatto, una volta tanto, grida e pianto e carnevale di tutti. Bene. Ma è anche un rito, un pettegolezzo, uno sballo la vita, lì, ai margini della sterpaglia con l’anfora greca o in quella specie di anticamera sospirosa e da attraversare in fretta. Bene vinto da lussuriosa luna o mezzaluna dunque. Ballando da solo danze di barocco impertinente, ma tanto tanto con senso e stupore bodiniano anche. Vinto anche da una sorta di primitiva e fascinosa autoaccusa che si veste, man mano, di tutto un groviglio di cose turche o barocche. Un racconto pure, che è nato dentro, dentro si è svolto e dentro è destinato a morire. È una reinvenzione continua. Le cose che si toccano sono proprio quelle che non si toccano e viceversa. Un racconto senza conclusioni di sorta, e se conclusione ci deve essere è questa: Fede? Sì. Ma solamente in se stessi! Il protagonista, poi, si guarda, si studia (si vorrebbe guardare dormire la notte addirittura); è un gioco, è un dannato e istrionico gioco di tutti gli accidenti e incidenti possibili (interiori, fisici, persecutori, liberatori, bellini, da vezzo, con saporaccio di rose come cipolle, con sud arcigno o a bocca aperta). C’è quel modo per salvare Otranto col senno di poi, letteralmente stupendo, per evitare che si diventi un po’ tutti martiri. Ed è una lezione benefica, qualunquista magari, da istrione magari, da paludamenti magari, ma che serve a tirar pietre a certo sociologismo di massa, a tutte le sciocchezze e cretinerie accettate per fede, a certa fede di simboli, come a certi culti da chiesa spettacolo o da pontefice atleta; in difesa di un’individualità che può anche rischiare l’egocentrismo più nero o qualche nuovo genere di culto, ma che tanto dà, ma che restituisce all’uomo la sua dimensione, magari «esaltando il dubbio e la vigliaccheria». C’è quel santo, poi, che lo accomuna a Bodini che vola perché non ha peso, perché «il peso è religione, etica e tante volte estetica, rose di piombo e nuvole pesanti». Anche se non bisogna fidarsi molto dei santi. Ma se i santi cadono, allora sì. Ma anche vengono bene i Turchi, per questo reale che ci manca. Cioè. Che si soffra noi di improggetazione, è chiaro. Ci è chiaro. Ma riusciamo a volte a risolvere, e C. Bene ha risolto, con una specie di reale fantasioso, onirico, che ci costruiamo a piacere o a braccio e a secondo delle possibilità di inganno di ognuno.

Un reale viziato, assurdo, quasi un gioco. Cioè. Una mezza vittoria e una mezza sconfitta. Una mezzaluna! Oppure questo reale incantato, sospeso o questo modo, di Bene, di far letteratura (partendo da quel che si conosce e si rifiuta) è ottimo mediatore.Ma quale reale e cos’è reale? Ma tutto quello che si riesce a vedere scostando piano piano centomila rosoni, angioletti, trepidii, rose barocche, canti in gola o, pianti di perle alla luna. Ma tutto quello che è dentro e che sa di noi e di tutte le nostre voglie e i giochi fatti o soltanto pensati (e Bene a questo punto è il ponte stupendo tra noi che siamo, e quello che ci debbono lasciar pensare o provare).E ancora. Canto di odalische, coro per una sola voce, fichidindia di neve, carrettieri decapitati, bambine piene sotto la luna, ma anche gatti col passo di morte, santi che volano stremati e dioti, oppure questo e quell’altro e quell’altro ancora. Come in un balletto bodiniano. Come in questa Santa e in questa Flora, come nell’urna di tanti martiri che non volevano assolutamente essere martiri, o come, infine, in tantissimi amplessi di parole spese o da spendere.

mercoledì 2 giugno 2010

So-stare a Sud











Fernando Schiavano, Angelo (2010) carta, garza, plastica, tempera [cm90x80]

Arte/


Fino al 21 giugno a Galatina negli spazi della Galleria d’Enghien è possibile visitare una mostra di cinque artisti salentini: Corrima, Rosamaria Francavilla, Romano Sambati, Fernando Schiavano, Carlo Michele Schirinzi. Dal Catalogo della mostra, “Sostareasud”, a cura di Marinilde Giannandrea, riprendiamo lo scritto di Gianluca Virgilio
_

Sarebbe interessante sapere quanto nella nostra vita avvenga per elezione e quanto invece per necessità. Mettere un quanto e l’altro sui piatti di una bilancia e vedere quale dei due pende di più: sarebbe istruttivo e ridimensionerebbe molta nostra prosopopea.

Partire o rimanere? Non ho mai saputo se dipenda dalla volontà o dalla necessità. L’appello più volte reiterato nella storia recente: “Partite, partite, andate al Nord!” rientra in quelle forme di esortazione che mirano a conservare interessi consolidati formatisi in loco. Diffidiamone! Restare, poi, per fare che cosa, se non ce n’è bisogno? Facciamo come gli uccelli, che migrano, sempre tornando, e so-stano, né più né meno!

Andare al Nord, so-stare al Sud? Spostarsi a Est o a Ovest. In realtà sono saltati tutti i punti cardinali. Un mio amico prende l’aereo per fare shopping a New York, il nonnino è accudito da una romena sdentata – tutti i mercoledì e le domeniche pomeriggio il centro del paese è un pullulare di romene, polacche, ucraine, con tanti mosconi locali che girano loro intorno, e ronzano, ronzano… -, vicine di casa sono diverse famiglie cinesi molto discrete, non pochi coniugi sterili italiani hanno riportato dalla Bolivia o dall’Ecuador uno, due cuccioli d’uomo davvero teneri…

Allora, fuori da ogni mitologia sudista, converrebbe proporre come tema di discussione questo: Come so-stare tra i punti cardinali? Come vivere tra cinesi e sudamericani, statunitensi e africani, essendo europei, finalmente privi delle vecchie manie eurocentriche, senza rimpianti e senza nostalgie di nessun tipo?

So-stare, facendo in modo che il prefisso -so (lat. sub-stare significa stare saldo) non implichi alcuna esclusiva appartenenza territoriale, non una sorta di ius terrae, che non sta scritto da nessuna parte, se non nell’arroganza dello stanziale che si vede insidiato dal migrante: agricoltori contro cacciatori-raccoglitori. Ahimé, noi che so-stiamo a Sud ci siamo armati fino ai denti e siamo pronti, come in un fortino, a difenderci dagli attacchi degli indiani; mandiamo elemosine al Sud del nostro Sud per placare la coscienza che rimorde e intanto leviamo il lamento di Maria verso un Nord che ci lascia indietro. Indietro rispetto a cosa? Sono modi in cui non mi sento di so-stare a Sud. Sono modi smodati, pieni di hybris. Eppure so-stare si può e si deve, se non altro per far crescere meglio i bambini, per accudire i vecchi, per onorare i morti. I giovani e gli adulti devono andare e venire, per conoscere luoghi e persone, e riportare il meglio del meglio di quanto hanno appreso. Poi anche loro potranno so-stare, facendosi vecchi, e so-stando raccontare. Raccontare è certo il miglior modo per ingannare il tempo della sosta (il tempo del pensiero). E quando dico raccontare, dico raccontare in qualunque modo, anche dipingendo un bel quadro…

So-stiamo senza mitologie, senza querimonie, disarmati, tra i nostri simili di tutte le razze e di tutte le religioni, guardando in ogni direzione. Non diamo retta a chi ci mette addosso la paura dell’essere esposti al mondo, al passaggio violento del nemico, alla sua barbarie. E’ lui il nemico, è lui il barbaro. So-stiamo senza paura, con molta curiosità verso quanto avanza tutt’intorno, lungo la linea lontana dell’orizzonte. Da lì, come sempre, i nostri amici, migranti come uccelli, porteranno le risposte giuste a noi che so-stiamo.