sabato 8 maggio 2010

Antonio Leonardo Verri

Alla nostra memoria

“A che serve poesia, dicevi un tempo: a che serve il cielo puoi dire adesso, a che...” la domanda senza interrogativo la volge ad Antonio L. Verri, l'amico-scudiero Fernado Bevilacqua, rimandando alla lettura del Capitolo Quidicesimo de La Betissa... Lo proporremo domani alla vostra lettura!

Quest'anno l'anniversario della morte di Antonio L. Verri, cade giusto come quella notte dell'8 al 9 maggio del 1993. Erano passati pochi minuti dalla mezzanotte quando Antonio prese il volo con quella sua Fiat 126 ("trabiccolo che in cielo lo porterà") e si schiantò sull'albero d'olivo ("con ali bianche, quasi senza corpo, verso il solito albero d'oro) sulla Cavallino-Caprarica.

Era sabato... e il giorno dopo sarebbe stata domenica... Una domenica di vuoto, di colpo smisero i clamori sulla rambla! Smisero! Vi proponiamo un piccolo stralcio da una bellissima riflessione che intera potete leggere in rete su www.salvatorecolazzo.it

“...Ed ad un certo punto, in quel Salento addormentato, decentrato, periferico, pieno di sogni polverosi, dove mai nulla accadeva se non quel continuo fisso battito verso i cieli, in quel Salento vedovo dell’orfismo del conte Comi di Lucugnano, travestito da Giovanni Della Croce; vedovo del lirismo surreal-ermetico barocco spagnolo di Bodini e del simbolismo raffinato di Pagano, geniale raccoglitore di gatti neri e cicche metafisiche (“non si può fare a meno dei sognatori, o dei conoscitori della volta del cielo, come non si può fare a meno dei librai e dei barboni”), alla fine degli anni ’70 apparve un nuovo profeta, il Pensionante de’ Saraceni, un contadino di Caprarica di Lecce, alto, barbuto, con un occhio strabico e dall’eloquio incespicante.

Era anche lui un irregolare, un maledetto, uno di quei “giocatori da superbisca” con la stecca, il gessetto e la sigaretta tra le labbra, sempre ai limiti del crollo nervoso, “ma disposto a giocarsi tutto nel giro di pochi minuti”.

Si buttò a capofitto nella letteratura, una full immersion di Vittorini, Pavese, Calvino, Gadda, Bodini, Sinisgalli, Scotellaro, Beckett, Jonesco, Whitman, Queneau, Joyce, i maudit francesi, fin quando capì che il “ladro di fuoco” rimbaudiano era lui: “A suo carico sono l’umanità, e perfino gli animali; egli dovrà far sentire, palpare, ascoltare le sue invenzioni; se quello che porta da laggiù ha forma darà forma; se è informe, darà l’informe. Trovare una lingua, un linguaggio universale”. E’ tutto lì il problema. E quindi dovrà accettare le sue insidie, addentrarsi in quella foresta di significati per riemergere con immagini figurali, nuovi linguaggi, strumenti avanzati, amalgama incosciente di dati, suoni, colori, segni, oggetti, che non avrebbero trovato mai una sistemazioni definitiva.

La sua opera si sarebbe nutrita continuamente di tutti i materiali possibili della realtà e dell’irrealtà , forse sarebbe servita a qualcosa, a qualcuno, o forse non sarebbe servita a niente. Comunque, lui , questo pensatore liquido e feroce, questo pensatore humoresque e tragico, che sentiva la necessità di una memoria fedele, e che era in ogni storia, - sasso, cristallo, salmone azzurro, cane, cervo, capriolo, vanga e trivello, fucina e gallo bianco voglioso di galline - avrebbe accettato di ferire e farsi ferire dalla realtà. Quello che è certo, disse, è che scrivere non è un mestiere innocente. “Per un narratore, - dice Salvatore Colazzo - per quanto sappia trattenere il respiro, sono troppe le crepe, le ferite: in lui la parola tende a moltiplicarsi ancora –“echi. Echi, solo echi”-, diventa concrezione che cresce e si autoalimenta, spurgo forse…” Del resto, Dio acceca chi vuole e illumina chi vuole, a colpi di luce sbieca. Noi, da oggi, dice, dobbiamo finirla sia con le seghe celesti che con la teoria degli amministratori della polvere che si moltiplica in modo impressionante. E continuò a coltivare, fino all’ultimo respiro, l’impossibile sogno di chiudere il Mondo dentro un libro, “un libro - scrive Astremo - infinito, fatto di parole meravigliose, splendenti, in continuo accumulo, in continuo divenire, attraverso un’azione di lavoro sul linguaggio quasi scientifica, mai sconclusionata, fortemente sentita” (...)

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