sabato 10 aprile 2010

Georges Lapassade










Fughe Transiti e Ritorni in Georges Lapassade

Più che le controculture a Georges Lapassade interessano le ecoculture, le “culture di strada”, marginali e autenticamente popolari.

Il viaggiatore errante
Vincenzo Ampolo

“Ovunque ci fossero segmenti di gioventù ribelli e creativi c’è stato Georges Lapassade, a suo agio, capace di utilizzare il linguaggio internazionale che nomina e significa i loro stili, i loro riti, i loro oggetti e simboli” scrive Piero Fumarola in “Per Georges”.

È impossibile parlare di “viaggio” senza che il pensiero vada alle realtà dissociate degli Stati Modificati di Coscienza, indotte o meno dall’uso di sostanze psicoattive e nel contempo a un viaggio ‘altro’, quello interiore.

Dalla fine degli anni ’50, molti giovani intrapresero simultaneamente dei viaggi per le strade del mondo e nei meandri della propria coscienza, sperimentando forme di vita alternative e confrontandosi con culture diverse, spesso in contrasto con la realtà di appartenenza.

La ricerca psicologica-spirituale, che includeva il ricorso a droghe più o meno destrutturanti, era finalizzata a provocare cambiamenti di coscienza, tali da permettere all’individuo di recuperare il rapporto primario con la natura e di realizzare una presa di distanza (una fuga) dalle manipolazioni celebrali della società dei consumi e dalle forme di condizionamento imposte dalle istituzioni sociali.

Alla diversa “costellazione culturale”, la cosiddetta “controcultura”, cui facevano riferimento, coscientemente o meno, i giovani degli anni ‘60 e ’70, contribuirono, in modo significativo, la psicologia analitica, l’umanesimo socialista, le religioni orientali, la cultura degli indiani d’America e in definitiva tutto quello che poteva contribuire a dare un “significato” profondo alla propria esistenza.

Le “vie di vita” orientali, come Buddismo, Vedanda, Yoga, Zen e le tecniche meditative di riferimento, contribuirono a porre come valori primari, il piacere del corpo e una onesta comunicazione al posto della rappresentazione del denaro e del potere.

In questo quadro di riferimento culturale, Georges Lapassade, professore emerito di Etnografia e Scienze dell’Educazione presso l’Università di Parigi VIII e studioso dei fenomeni di “Transe”, non solo si trova a suo agio, ma propone innumerevoli stimoli, provocazioni continue e un metodo di analisi e di ricerca sia delle istituzioni sociali sia dei movimenti e delle culture alternative presenti nel mondo giovanile.

A Georges interessa allargare il campo di analisi, coinvolgendo chiunque, dando la parola anche a chi normalmente non è richiesta. Più che le controculture lo interessano le ecoculture, le “culture di strada”, marginali e autenticamente popolari.

Andare Altrove

“Un bel giorno, ho lasciato definitivamente questo paese come se fossi un bandito, un escluso, un castigato.” Scrive Georges Lapassade ne L’autobiografo, edito in Italia da Besa.

Viaggiatore errante, viaggiatore in fuga, Lapassade percorre e ripercorre il suo demone senza mai fermarsi. Si sente perennemente “spaesato”, ospite, fuori posto, abusivo, di passaggio, in transito appunto. La sua pratica di scrittura, lavoro costante d’analisi dei suoi vissuti e delle sue emozioni, trova nel libro L’autobiographe un documento unico e preziosissimo, dal quale attingeremo, quasi esclusivamente, per illustrare il suo rapporto con i luoghi e con i sentimenti che a questi si legano.

A proposito di uno dei “ritorni” ad Arbus, il suo paese natale dirà: “Non so come spiegare il motivo per cui partii da Arbus senza alcuna speranza di tornarci o perchè giro il mondo da vent’anni alla ricerca del mio luogo ideale”. E poi: “Non credo di riuscire a rimanere a lungo in questo paese. Al massimo cinque giorni. Dopodichè tornerò a Parigi e trascorrerò il Natale in Marocco. Dopo la morte di mia madre, dissi: - Non mi rivedrete mai più. E’ finita. Non voglio più rivedere questo luogo! Da quel giorno troncai definitivamente ogni sorta di legame con il mio luogo natio. Era dunque necessario spiegare il motivo per cui avevo deciso di tornarci. per ricordare, scrivere e poi staccarmene definitivamente” e ancora: “Vorrei scrivere del mio ritorno qui in paese e spiegare, nello stesso tempo, il motivo per cui giro il mondo in continuazione e perchè rivolgo il mio interesse verso altre culture rinnegando la mia.”

Georges ha paura di ritornare al suo paese natale, che egli considera “…un mondo diverso dal mio, un mondo che da sempre tende a escludermi e mi obbliga a vivere la mia vita altrove” ma ci ritorna, volontariamente, nel tentativo di “…dominare ed esorcizzare una paura divenuta ormai troppo invadente. Avevo paura di ritornare qui, ma in seguito mi sono reso conto che era una paura irrazionale. Dovevo affrontarla…”.

Se pure Lapassade riscopre e conserva, in modo del tutto particolare, un legame con la sua terra di origine, pure la mobilità, il viaggio, diventa per lui sinonimo di libertà, una necessità esistenziale, impellente se pure dolorosa.

A questo proposito egli scrive: “Io non potevo, fino alla morte di mia madre, poi di mio padre, viaggiare in tutta libertà. Venivo cacciato di casa per il mio modo di vivere, ma allo stesso tempo, dovevo tornarci per pietà filiale, mentre le mie ultime visite a mio padre non avevano più senso, non erano in grado di offrirgli niente e mi causavano solo tristezza e inutili rimorsi… Ma la coscienza del dovere familiare mi obbligò a tornare qualche volta e soprattutto a essere presente, in prima fila tra i perdenti, il giorno della sua sepoltura. Era l’ultimo legame che avevo con la mia famiglia e con la mia terra natia. Questo legame, talvolta definito “radice”, io lo percepivo sempre più come un ostacolo, come un divieto a essere libero”.

Sdradicamento e scrittura

Per sua stessa ammissione, il tema dello sradicamento mescolato al tema della scrittura, occupano nella vita di Lapassade una funzione simile e complementare. Tutti i suoi quaderni sono disseminati di frasi che danno conto di questo legame, intimo e necessario al tempo stesso: “Scriverò per spiegare il motivo per cui non voglio più fermarmi da nessuna parte (...) Sono venuto qui per annotare tutto, documentare tutto, minuto per minuto, se mi sarà possibile”. “Annoto continuamente ogni dettaglio della nostra vita quotidiana”. “Io potrei morire ovunque senza provare alcun senso di attaccamento”. “La privazione delle proprie radici è come il risultato dell’elaborazione di un lutto, contro il quale, in seguito, è inutile lottare”. “Ho soprattutto voglia di partire, mi annoio, non riesco a scrivere.”

Ma questo bisogno, di partire è in realtà un misto di ansia e piacere, una necessità, come afferma il comune amico Pietro Fumarola “…di andare oltre, il suo desiderio di inventare, di creare, di produrre percorsi diversi e nuovi”.


Marge, tra Psicanalisi e Scrittura

Scrivere è come giocare col corpo della madre” scrive Roland Barthes in Leçon (Paris 1977, Èd. du Seuil). Nel linguaggio antropologico la parola 'marge', indica un momentaneo e limitato distacco dalla comunità, un allontanamento temporaneo, necessario per operare una trasformazione tra la persona interessata e il suo ambiente. Per Lapassade questa situazione marginale, ai bordi della realtà, è una necessità vitale che si concilia con la sua voglia di libertà e di creatività.

L’analisi personale, il suo percorso analitico, prima, per nove anni, con la lacaniana Elsa Breuer e poi con Jean Laplanche dura, solo apparentemente, 15 anni. Precedentemente, Georges Lapassade frequenta assiduamente anche lo stesso Jacques Lacan, accompagnandolo, attraverso le strade di Parigi, presso il suo domicilio o presso la clinica dove si recava per i suoi consulti e dopo le sue conferenze che egli teneva a Sainte-Anne, ogni mercoledì. Di questi incontri dirà: “Jacques Lacan mi ascoltava con molta attenzione. Parlava poco e non mi chiedeva alcun tipo di onorario. Egli mi aiutò ad apprezzare la vita in un momento di grande smarrimento, di grande confusione”.

Negli anni successivi alle sue sedute analitiche, Lapassade fa pratica di quella che oggi potremmo chiamare una sorta di Arteterapia.

Tra le esperienze più significative segnaliamo: fa nimazione musicale in un internato per ragazzi ebrei scampati ai campi; si diletta con il Jazz a Saint-Germain des Prés; fa esperienza col Living Theater; approda negli anni ʼ75/ʼ81 alle pratiche terapeutiche mutuate dalla psicologia umanistica (terapie non direttive, gestalt, autoregolazione bioenergetica, ipnosi); pratica l’Analisi istituzionale e la Socioanalisi; fa soprattutto della Scrittura un luogo, spesso ossessivo, di autoanalisi e di terapia.

Se l’Analisi permette di scoprire ciò che è nascosto, Lapassade pone attenzione e mette in gioco tutti gli aspetti relativi all’identità dei singoli, delle istituzioni e delle società.

Ai margini del suo lavoro sociale e istituzionale vi è sempre uno spazio introspettivo, una forma di autoreclusione volontaria, come lo definirebbe il suo amico Renato Curcio, nella quale Lapassade si interroga, riportando i suoi vissuti ad una consapevolezza non scontata:“Dove sto andando?”, “Perchè sono qui?”; “Perchè siamo qui?”; “Quando finirà tutto questo?.

A volte rivendicando il suo spazio vitale, la sua necessità di essere libero, oltre ogni dire: “Voglio conservare la possibilità di camminare per le strade deserte, di notte, quando tutti dormono. Voglio essere libero di dormire di giorno, dopo una notte trascorsa dai neri. Ho paura di essere controllato e soprattutto ho paura della vita collettiva. Voglio vivere da solo, lavorare quando ne ho voglia e quando mi conviene”.

A volte esprimendo la sua “angoscia di morte”, la paura dell’Ultimo definitivo viaggio, la fine del suo errare coattivo: “L’estate sta per morire, forse proprio questa notte e io ho paura della morte. (…) A che servono i miei libri se niente può impedire la fine dell’estate. Le mie estati sono già contate. Tutto ciò non fa che accrescere il mio dolore. Tuttavia, l’inizio dell’estate porta con sé, ogni anno, l’illusione che la vita possa ricominciare”.

Penso nuovamente alla morte, cosa che non accadeva più da diversi giorni e ciò sta a significare che il breve periodo di calma vissuto prima era appena terminato. Il dolore legato alla partenza ha risvegliato le mie angosce”.

Inoltre, anche se raramente, si affaccia il tema supremo della disperata ricerca di ogni essere umano:

Se potessi ancora trovare l’amore da qualche parte e magari qui, in questo momento – se riuscissi ad amare nonostante la mia età, senza sotterfugi e senza drammi, alla luce del sole – allora potrei vivere ovunque”.

E ancora, riprendendo e riaffermando questo rapporto tra scrittura e Analisi dei sentimenti e dei vissuti: “Sono condannato a un’analisi interminabile. È il mio diario a rappresentare quest’analisi pressoché perenne: la riprendo ogni qualvolta mi allontano da Parigi. Ma questa autoanalisi, eternamente ricominciata, ha sempre trovato i suoi limiti nella mia incapacità di esporre ciò che tuttavia considero essenziale. Ho sempre indietreggiato dinanzi alla confessione. Non volevo confessare che mi considero un indemoniato sessuale. L’omosessualità non è una perversione; è una possessione da parte del fantasma dell’altro sesso”.

Infine, sempre nei suoi diari, egli mette in relazione la necessità dei suoi viaggi con la speranza e con il ricordo di momenti felici.

Il mio attaccamento a questi luoghi era in relazione diretta con i miei incontri sessuali. Non so se sia necessario puntualizzarlo, ma con questo intendo dire che l’attaccamento a degli angoli della terra trova sempre la sua forza nel piacere sessuale e nei legami amorosi”.

Ogni viaggio è sempre, anche, un viaggio interiore, che inevitabilmente ci riporta al punto da cui siamo partiti. E tuttavia nessun viaggio è mai concluso. La nostalgia di un altrove innominato ci accompagnerà per sempre (…) Ci sono paesi in cui siamo stati felici, ma non ci sono paesi felici”.

Considerazioni finali

Noi fummo interi e il desiderio dell’antica unità così come la sua ricerca ha un nome: Eros.” è Platone nel Convivio.

L’aspetto istintivo della coscienza individuale costruisce, attraverso la memoria emotiva, una storia segreta della nostra vita, che diverge, quando non vi si contrappone, dalla storia ufficiale, legalizzata e socialmente riconosciuta. Questa storia segreta è sempre molto più vera, inquietante e sovversiva di quella legata alla professione, ai ruoli e alle apparenze di un supposto ordine vitale.

Il desiderio dell’altro e dell’oltre è pure un desiderio di conoscersi e riconoscersi attraverso questa esperienza che, implicando il pericolo ed il fascino dell’ignoto, ci permette di misurare e di sperimentare tutti i nostri limiti e le nostre umane possibilità.

È, secondo noi, proprio questo andare 'alla ventura' che, nel caso di Georges Lapassade, esprime una ricerca di unità e di armonia capace di superare le scissioni e gli enigmi dell’esistenza.

Appartengono a questa avventura ed a questa ricerca, sia culturale che personale, i percorsi estatici, mistici e terapeutici, nei quali Georges pone al centro il 'corpo erotico', con i suoi riti e con le sue vertigini. L’Oltre e l'Altrove che spingono al viaggio, alla ricerca ed alla scrittura, sono sempre illuminati da Eros e vivono di attrazione, di seduzione e di incanto.

Come insegnato dai saggi della nostra cultura, da Socrate a Jung, il 'logos' si nutre di desiderio, il desiderio del “ campo della verità” capace di connettere, di legare, di fondere ciò che è confuso e scisso.

Se nella sua storia ufficiale, Georges, come ognuno di noi, era alla ricerca di sicurezze, di Stati Ordinari di Coscienza, nella sua storia segreta era alla ricerca di Transiti creativi, Stati Modificati, Alterati, Inquietanti e Sovversivi:“Nei momenti in cui non scrivo, resto disteso sul divano a giocare con i miei fantasmi sessuali o i miei sogni professionali. Non oso scrivere nulla riguardo a tali fantasmi e tali sogni…”.

La sua identità segreta, in questa realtà fluida e in continuo movimento, subiva mutazioni e tendeva a diventare sempre più molteplice, ibrida, magmatica, sincretica, e multiculturale. Per il ricercatore Georges Lapassade tutto ciò era solo parzialmente vero. La continuità e l’unità della sua ricerca testimoniano di un tentativo d’armonia che viveva di fughe, di allegri transiti e di ritorni consapevoli e riparatori.

Georges era, in definitiva, il creatore del proprio 'luogo emozionale', mentre sceglieva i luoghi del suo esistere e i percorsi della sua scrittura. Credo si possa dire di lui che permane semplicemente altrove, come una goccia d’acqua luminosa, in transito perenne, nell’oceano infinito della vita e della morte.


Una necessità dicevamo, come quella di sperimentare anche i rituali più consueti ed essenziali, come il matrimonio e i funerali, per i quali non sentiva una reale attrazione.

Se le partenze, come i matrimoni e i funerali, lo deprimevano, riempiendolo di ansia e tristezza, pure Lapassade non si sottrae a nessuno di questi rituali, che anzi affronta e supera ricercando nuove mete e nuove occasioni di crescita e di studio.

“Partire… non devo lasciarmi andare, devo invece trovare la forza per riprendere la mia strada”.


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