sabato 13 febbraio 2010

Bruno Brancher, l’ultimo picaro

E va ben insci’
Antonio Errico

Comincia tutto lì, tra infanzia e adolescenza, quando il destino è tutto già segnato , quando qualcosa ci lascia per sempre e qualcos’altro ci minaccia o ci seduce. Cominciano a quel punto le delusioni, le rabbie, le passioni, le illusioni, le paure. A quel punto qualche sogno finisce, qualche altro compare.
Bisogna imparare tutto a quel punto, tra infanzia e adolescenza, quando le ossa cominciano a indurirsi quando ogni graffio lascia cicatrici che poi saranno coperte da ferite più profonde, molto più dolorose.
A quel punto, tra infanzia e adolescenza, cominciano le storie che Bruno Brancher racconta in Tre monete d’oro. Quelle storie che sono cumuli di esperienza, stratificazioni della memoria, autoritratti e ritratti di volti che il tempo ha sottratto alla vita e che la scrittura ricrea.
Come ogni uomo che ha vissuto molto, Brancher sapeva essere beffardo e irridente nei confronti di chiunque, soprattutto di sé. Sapeva distinguere l’essenziale dal superfluo, sapeva evitare i colpi, aggirare gli ostacoli, tenere in mano la penna come il coltello, fuggire da qualcosa, da qualcuno, perché da ragazzino aveva imparato a saltare i muri dei riformatori.
Il cesso sul ballatoio della casa sul Naviglio. L’uomo che sale le scale arrogante e sicuro. Tutto questo è accaduto. Tutto questo è passato. Il lavoro nella miniera in Belgio, la galera per le rapine, le evasioni, la Legione Straniera, le spaccate. Brancher era specialista delle spaccate. Spaccava con una pietra le vetrine delle gioiellerie, attratto dai cocci luccicanti che forse gli ricordavano le tre monete d’oro, simbolo interiore d’infanzia e di fortuna, che come in una fiaba si trovano, si danno in pegno, si perdono, si ritrovano, si riperdono.
Tutto passato. Brancher se ne è andato a settantotto anni, il 27 novembre del 2009. Da tempo viveva nella casa di riposo di Alice Castello, a Vercelli. Quasi senza memoria.

Bruno Brancher scopre la scrittura in carcere, e non se ne stacca più. La scrittura diventa il luogo in cui cercarsi. E’ un’urgenza di dire, di raccontare, a volte perfino di confessare; è la confessione che ristabilisce l’equilibrio nel rapporto con il mondo: può essere mascherata da ironia, oppure dolente, nuda, senza finzioni. Con la scrittura Brancher si vendica del passato, si impossessa – per quell’attimo che dura la scrittura – di tutto quello che la vita gli ha negato, o gli ha rubato.
Nel campo dei miracoli della letteratura, dalle tre monete d’oro dell’infanzia sono nati molti alberi di parole che valgono di più – molto di più – di ogni altro oro, perché durano più a lungo e risuonano più forte. Ma come accade sempre, nessuna consolazione riesce a cancellare l’inquietudine provocata da un particolare, da un enigma che non si riesce a sciogliere, da un sogno che rimane indecifrato.
Per lo scrittore Brancher questo enigma è un rigo nero nelle fessure della mente, un rigo che non riesce a eliminare. E’ una sorta di ferita mai sanata, di dolore che non passa. Forse è questo. O è altro. Forse il rigo nero nelle fessure della mente è la metafora dell’infelicità che nasce dall’impossibilità della scrittura di penetrare nelle sfere più profonde, di scandagliare tutti i segreti, capire tutti i segni. Ma è proprio il segreto del rigo nero che spinge alla scrittura, che la carica di senso, la giustifica; è il richiamo continuo del mistero, il desiderio di scoprirsi fino in fondo, il bisogno consapevole di svelare che cosa si nasconde dietro ogni pensiero.
Ecco, allora, che il picaro sfrontato, astuto, libero, superbo, narcisista, che scappa continuamente da ogni casa, da qualsiasi mestiere, dal buon senso, si ritrova creatura fragile che chiede se qualcuno sa come eliminare il rigo nero dalle fessure della mente.

Ci sono tante maniere di raccontare la vita: si può ritornare negli anni cercando ragioni di quanto è accaduto, di avventure e passioni, riprovando il dolore o la gioia qualche volta provati. Oppure si può tentare – con il senno con cui il tempo consola – di staccarsi un po’ dal passato, di guardarlo da fuori, quasi appartenesse ad un altro, senza subirne il gravame, sciogliendosi, per quel che è possibile , dai suoi stretti nodi.
Nei Disamori vecchi e nuovi Bruno Brancher racconta di sé come si racconta di un personaggio, come racconta di quei tanti suoi personaggi incontrati per caso, su strade spesso malcerte, con il coinvolgimento ma anche con il distacco che è necessario per condurre un personaggio nella sua storia: descrive situazioni e ambienti, racconta di fatti e avventure senza lasciarsi sopraffare dalle ( tante ) passioni, sensazioni – anche forti – ,dalle pulsioni.
Guarda tutto: se stesso, gli amici, gli affetti, le storie, un po’ da lontano, un po’ col sorriso di chi è riuscito comunque a superare, andare oltre, a scansare la trappola tesa, o il macigno.
Già il titolo, disamori ( che il disamore sia vecchio o sia nuovo, profondo o affiorante, importa poco, forse importa niente) denota un allontanamento da qualcosa, da qualcuno, un essere stato abbandonato o un aver abbandonato, una privazione, una perdita. Allora ci si può disperare o si può accettare che sia andata così com’è andata, riprendendo la strada con una tristezza di più e un’illusione di meno, ma con l’intenzione di salvarsi la vita, comunque.
“ E va ben inscì”. E va bene così, dice Brancher, spesso. Non è rassegnazione. E’ consapevolezza dell’impossibilità di opporsi a quello che, volendo, potremmo chiamare destino, alla precarietà che contagia gli uomini, le storie. E va bene così. E va bene, in fondo, anche che tutto passi terribilmente in fretta, che gli anni, le donne, tutti gli stupori, ti voltino le spalle, ti lascino da solo, se ne vadano via, furtivamente. E va ben inscì.
Il problema, casomai, sta nel raccontare che tutto va bene così.


Da Bruno Brancher uno si aspetterebbe storie di furfanteria e ribalderia, storie di baldorie, di risse, di burle; si aspetterebbe il ghigno, lo sberleffo, l’irrisione.
Queste storie mi aspettavo quando lessi Lezione di ballo. Invece ci trovai tanta dolcezza: una dolcezza malinconica: una malinconia stuporosa. Poi quella figura di madre, quell’ombra.
Bruno Brancher ritornava bambino. Scendeva dentro di sé. Sprofondava. Voleva riprendersi il tempo che gli spettava. Per questo si stupiva di ogni cosa, e ogni cosa gli sembrava che accadesse come per magia, per sortilegio.
Era lui il mago. La vita era fuori e lui la guardava; poteva accettarla o respingerla; poteva inventarla. La possedeva dopo esserne stato posseduto. Almeno nel sogno della scrittura la possedeva. Perché per Brancher fare il poeta serviva a sognare. Scrivere per lui significava riattraversare la vita per raccontarla come avrebbe voluto che fosse. E avrebbe voluto che fosse più leggera. L’avrebbe voluta meno aggrovigliata. Sapeva che la vita è niente ma sapeva pure che è l’unica cosa che si ha, e allora si aggrappava ad essa, la stringeva, voleva catturarne i colori, voleva trasformare i suoni, i rumori della vita in parole, in un ritmo danzante che trascinasse con sé pensieri e figure: Loretta, Monica, Gabriella; e Marianne “ accarezzata dal vento”; e Salvatore Toma, di cui si dirà.
E’ un vento la vita, per Brancher, ed è un vento la morte se della vita fa parte.
La morte è staccata dalla corporeità ma se ne avverte la presenza in certi trasalimenti, in un certo allungarsi d’ombre sui paesaggi, nella paura del silenzio che potrebbe sopraggiungere improvviso ma che si può anche cercare, anche desiderare.
Il simbolo del suicidio nel silenzio, del suicidio del poeta, per Brancher è Saffo. Se il poeta cerca il silenzio come espressione totale e definitiva della poesia, se sospetta la coincidenza tra silenzio e poesia, allo stesso tempo ne è terrorizzato, perché i confini tra la morte e il silenzio si accavallano, si confondono. Forse non esistono.
Il poeta ha bisogno del rumore, del mormorio da trasformare in parola, in catene di parole che cercano , che inseguono un senso: ha bisogno del vento che viene dall’infinito gravido di grida udite e scordate, di volti persi, dispersi. Quello di Marianne, volata nel vento, di Salvatore Toma, volato nel vento. (Si dirà.) Di tanti altri volti senza nome.
Figure. Sono figure fragili, tenere, quelle che si aggirano nei versi dell’ Ultimo picaro. Figure che inseguono un sogno e rifiutano il sogno, parvenze di uomo e di donna, di uomo e di donna ad un tempo, che anziché chiedere remissione dei peccati, ne domandano agli dei le ragioni. Oppure non chiedono nulla ma come Chiara si perdono dietro “ l’umbria de un penser, l’umbria del nient”.
E l’uomo delle biciclette gialle le canta: canta la loro innocenza, la disperazione segreta, tende l’orecchio al vento per udire la loro voce.
Ognuna di queste figure precipita nella vita del poeta, si confonde con altre figure: una donna si sovrappone alla madre, il suo odore di rosamarina scatena il ricordo, l’evocazione, il sogno.
Non esiste la memoria nella poesia di Brancher. Esistono il ricordo e il sogno.
Il ricordo è qualcosa di più concreto della memoria, di più preciso; qualcosa che è possibile riconoscere e isolare. La maglia di una rete, un particolare. Qualcosa che si può aggredire o che si può identificare nel momento in cui aggredisce. Brancher infatti procede per immagini rapide, accosta con disinvoltura accuratamente studiata elementi che appartengono a situazioni diverse, reali o immaginate, annodandoli con il movimento ritmico della ballata.
Il sogno, invece, è soprattutto fantasticheria, meraviglia. E’ distanza dal passato e dal presente, straniamento, visione. E’ un’aspirazione, anche: al sogno il poeta vuole ( vorrebbe) giungere. Tutto il resto è aderenza alla vita vociante, variopinta, rumorosa, a quella vita che è anche spettacolo – ora farsa, ora tragedia- di cui egli è il regista, il saltimbanco, il protagonista, la comparsa, l’istrione, il buffone, la maschera.
Si deve dire di Salvatore Toma. Nell’Ultimo Picaro Bruno Brancher gli scrive una lettera. Da poeta a poeta. Senza nessun rammarico per la morte. Gli racconta storie di donne ( con quale altro argomento potrebbe cominciare un discorso tra Bruno Brancher e Totò Toma?), di disavventure con la moto, chiede i numeri da giocare al lotto. Gli ricorda che i figli lo ricordano. Lo adorano. Che anche gli amici lo ricordano. Lo adorano. Fanno quello che possono, gli amici: ne scrivono, ne parlano, si ritrovano in chiesa per il suo anniversario, leggono le sue poesie nelle osterie. Sanno che lì ,in paradiso, dove Brancher gli spedisce la sua lettera, Toma è contento che si faccia in questo modo, che si ritrovi in un convivo e non in un convegno.
( Noi non sappiamo se in qualche angolo del paradiso, Bruno e Totò si sono ritrovati. Ma se per caso si sono ritrovati, l’ultimo arrivato avrà chiesto a chi già c’era: come stiamo a femmine da queste parti? )

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