giovedì 28 gennaio 2010

Maravà di Gianni De Santis (Lupo editore)










Un romanzo tenerissimo, dolcissimo, scritto con tanta pena nel cuore e tanta voglia di vivere, dove la nostalgia, intesa come ci ha insegnato Antonio Prete nel suo bellissimo capolavoro letterario sul tema, si stempera nella quotidianità della vita di un salentino che sa come amare ed anche come perdonare.


Fumo e bevo e fumo e il fiato consumo a rincorrere istanti di vita girando su me stesso: lo stesso vizio di mio padre, che scandisce ancora il tempo dei miei pensieri con la sua presenza volatile e pura. La notte non fa più paura, silenziosa com’è per le strade morte di questa città che vive tra vecchie mura di calce”.


Con questo libro ti strapperò il cuore

Maurizio Nocera


“Maravà. Piedi di gomma ” (Lupo editore, Copertino 2009, pp. 160, euro 13.00) è il secondo libro (in realtà si tratta di un audiolibro, in quanto in penultima di copertina v’è allegato un Cd con le voci narranti di alcuni personaggi del romanzo e le musiche originali di Rocco De Santis) di Gianni De Santis. Il suo primo libro vide la luce nel 2007, intitolato “La Genesi” (Manni editore), un bellissimo testo poetico in dialetto sternatese che narra delle vicende di Dio quand’ebbe a che a fare con la creazione del mondo e soprattutto con la creazione dell’uomo sulla Terra. Ma occorre dire anche, e spesso, per modestia, Gianni non lo dice, che egli è figlio di quel geniaccio di Cesare De Santis, l’amico contadino poeta griko di Antonio L. Verri, il quale ultimo gli pubblicò quell’altro bellissimo libro, “Col tempo e con la paglia ” (Centro Pensionante de’ Saraceni, Caprarica di Lecce 1983, ma anche Gruppo culturale “Avleddha” ed Amaltea edizioni, Castrignano dei Greci 2001) introdotto da una insuperabile presentazione dello stesso Verri.

Oggi, a guardare il viso di Gianni sembra di vedere lo stesso faccione di suo padre Cesare, un volto solare, aperto, pensieroso, affabile, sempre disponibile al dialogo, alla comprensione, all’amicizia.

E “Maravà” d’amicizia parla, di un lungo e nostalgico rapporto amicale tra il personaggio descritto, Antonio (Tony) e Raffaele (Rafèli), due bambini che nel tempo e col tempo divengono adulti. Gianni De Santis narra questa dolce storia attraverso quattordici lettere (e alcune bellissime pagine di diario interposte tra alcune lettere) che il suo personaggio Tony invia da Busto Arsizio (Milano) all’amico rimasto nel paese natio in Salento. Tony lavora, Tony studia (non bene però, perché viene spesso bocciato), Tony ama, Tony ogni anno va su e giù per la penisola. Al contrario, Raffaele è fermo nella sua casa, seduto su una sedia a rotelle, perché un giorno di un’estate superba salentina, un brutto tuffo nel mare di Otranto gli aveva falcidiato le gambe.

Tanti i personaggi del romanzo: il padre di Tony, un po’ burbero ma allo stesso tempo affettuoso (tristissimo il ricordo della morte); la madre, tenerissima nella fase finale del romanzo; i fratelli, tra cui Giacomo, il maggiore, che entra ed esce dal romanzo come pure i nonni Giacomino, Salvatore e la nonna Lea; le ragazze, quelle del Nord e le salentine, e fra queste soprattutto Maria, la bambina frequentatrice della casa di Rafèli che un giorno, divenuta adulta, si fece prima fidanzata (con relativo rapporto sessuale) di Tony, poi lo tradì con il contadino Piero, infine, dopo alterne vicende, fra cui un bruttissimo incidente stradale accaduto a Tony (rimasto tre mesi in coma con conseguenze gravissime e perdita dell’uso delle gambe), lei che scompare definitivamente (sposata ad un altro uomo più anziano) dalla sua vita. E poi, ci sono le cose che Antonio ama e usa o mette anche fuori uso (assieme all’amico Rafèli), com’è il caso della bicicletta del padre forata di proposito; c’è pure un pupazzo di plastica a cui dà il nome Santiago e del quale non poteva fare a meno. Di questo pupo scrive: «Quella sera Santiago mi mancava, avevo bisogno di parlare con lui. Ormai era diventato il mio “alter ego”» (p. 35).

Un romanzo tenerissimo, dolcissimo, scritto con tanta pena nel cuore e tanta voglia di vivere, dove la nostalgia, intesa come ci ha insegnato Antonio Prete nel suo bellissimo capolavoro letterario sul tema, si stempera nella quotidianità della vita di un salentino che sa come amare ed anche come perdonare.


Il passato mi batte il cuore

L’incipit, dopo un esergo di Oscar Wilde, è straordinario. Scrive: «Caro Raffaele, non so descriverti lo stato di disagio in cui si trova il mio animo in questo momento. Il mio corpo è senza energia, senza voglia, tenuto in vita quasi artificialmente dall’aria rarefatta di questo luogo bellissimo e solitario dominato dal sole che spande la sua luce sui pini secolari, sui prati distesi nella valle, via via fino a stanare la penombra dalle forre più cupe» (p. 7).

Una concezione del tempo che fa riflettere e che ci fa prendere coscienza dell’effimeratezza della vita. Scrive: «Quanti ricordi! Il passato, amico mio, mi batte nel cuore con impetuoso vigore superando l’abisso che c’è fra noi e il tempo» (p. 7). «Quand’è che viviamo, se l’attimo appena vissuto è già lontano e quello successivo è ancora da venire? Quanto dolore ti ha dato questo pensiero! Avresti preferito vivere nell’ignoranza del tempo che avanza…» (p. 106).

La nostalgia del suo sguardo [intendo lo sguardo del personaggio Tony ma anche lo sguardo dolce di Gianni] che «andava a penetrare quel raggio di sole attraversato dalle mosche e dall’universo di pulviscolo che galleggiava nell’aria» (p. 9); il ricordo da Milano, dove con la sua «fantasia rincorreva farfalle di neve e nel traffico impazzito la voce» dell’amico (p. 17); e sempre nel Nord, dove ad Antonio capitò che «un pomeriggio di fine luglio […]. C’era un bel sole che incendiava la calda estate e annunciava un autunno ancora più caldo, per via della rivoluzione studentesca di quel sessantotto che cambiò l’Italia e l’Europa» (p. 21).

A Milano, che poi sta per Busto Arsizio, dove si era recato assieme al padre e qualche altro suo fratello, tutti emigranti, Tony lavora, sa farsi degli amici e delle amiche, ai quali racconta, inventandosi, tenerissime storie d’amore. Vive nel ricordo mielato della sua terra, dei suoi amici d’infanzia, della sua amata Maria, che insegue nei sogni, nella realtà, nella spietatezza del tempo che non gli dà tregua, sempre nel ricordo del respiro del «profumo della sua pelle, che sapeva di aceto» (p. 50), ed anche nel ricordo di quel primo tenero bacio senza lingua dentro la bocca che a lui piaceva tanto (p. 52).


L'amore con Maria

Tenera è pure la pagina che descrive il primo tentativo di prendere Maria per le sottane. Scrive: «Pazzo di desiderio continuo il mio gioco, finché non si svincolò e si allontanò da me in direzione della spiaggia, come quella volta quando eravamo poco più che bambini; come allora rimasi a guardarla dal mare. Si sedette sul telo vicino alla riva, stringendo le ginocchia contro il seno; mi guardò a lungo, attraverso i capelli che le cascavano sul viso, con i suoi occhioni neri a forma di mandorla; non sembrava arrabbiata, anzi mostrava un’espressione maliziosa a metà fra la paura e l’attrazione, e mi chiamava con un cenno della mano. […] Era lì, nuda, sdraiata davanti ai miei vent’anni e mi stava sfidando oltre ogni ragionevole provocazione: quando le fui addosso tentò di togliermi senza riuscirci; chiuse gli occhi e reclinò la testa da un lato per nascondere le labbra contratte da una smorfia di dolore. Poi si lasciò andare, e io mi persi nel suo respiro» (pp. 84 e 87).

Questo il lato bello della storia, ma poi, come sempre accade nella vita, e nei romanzi, c’è anche quello meno bello. Nella nona lettera all’amico Raffaele, Antonio gli scrive di «non crescere, [di] rimanere sempre bambini: un’utopia che abbiamo inseguito una vita! Ci siamo aggrappati ai giorni della nostra infanzia con forza, con ostinazione; ma il tempo, come sai, non si ferma; ci passa addosso lasciandoci i segni del suo passaggio: ricordi, rimpianti, illusioni, ma anche gravi certezze. Quel giorno, in fondo, mentre Maria se ne andava capii che le nostre strade, dopo essersi rincorse così a lungo, non si sarebbero mai incontrate» (p. 91).


Il tradimento

Il motivo scatenante il distacco di Antonio da Maria è la scoperta del suo tradimento con il suo amico contadino Piero, ammogliato e padre di tre figli. E a lui allora non gli resta che richiamarla nei ricordi. Scrive: «L’amore non è un sentimento ma è un bisogno/tormento che emette energia letale dalle batterie del male, dà impulsi soltanto al rimpianto che segna il contatore dei consumi: si paga a rate dilazionate nel tempo. Quante notti vedranno il mio dolore? Dietro una maschera di cera, nel buio della sera scenderà la mia pena. Potessi almeno cercarti nei ricordi così com’eri da bambina, prima che una rete di segni coprisse il tuo viso coi graffi del tempo e prima che un velo scendesse sulle tue gote arrossate di giovinezza e da pensieri remiganti … potessi evocare la tua voce e le tue risa e le tue parole ingenue sussurrate con l’incertezza degli anni … potessi … e invece sono qui a fumare nel buio e a bere. Fumo e bevo e fumo e il fiato consumo a rincorrere istanti di vita girando su me stesso: lo stesso vizio di mio padre, che scandisce ancora il tempo dei miei pensieri con la sua presenza volatile e pura. La notte non fa più paura, silenziosa com’è per le strade morte di questa città che vive tra vecchie mura di calce. La luna è una falce che miete spighe di stelle e il cielo è un manifesto sul muro» (p. 115).

Nella desolazione più nera, nell’abbandono dell’amore tradito, Antonio non perde la pietas per Maria tanto amata sin dall’infanzia. Non la desidera più, non può desiderarla, ma l’ama sempre, nel segreto intimo del cuore, non vuole che lei sacrifichi la sua vita per lui, dopo il terrificante incidente che gli ha troncato le gambe e che lo ha costretto a stare seduto per il resto della vita su una sedia a rotelle. In una toccante pagina di diario, scrive: «Apri bene il tuo cuore, io non so più dove ho messo la chiave, né se l’ho mai avuta. Non ricordo quant’è grande la tua pena, e nemmeno se hai più sogni da cullare, distanze da coprire, nuovi amori da impazzire. Forse non lo sai neanche tu, non sai il tempo e il luogo dove ti colpirà il mio stesso male, apri il cuore e gli occhi su queste parole, dove ti parlo di me da questa città che muore ogni giorno dove finiscono i vicoli all’ombra dei cortili nascosti e solitari. Dove ho lasciato i miei passi nelle sere umide e tristi d’autunno, cercandoti invano …» (p. 120).

Pietas di Antonio che non si smorza e non si stempera quando si trova davanti a lei, e dice: «Potevo riderle in faccia sprezzante, gridarle il mio risentimento, o semplicemente girarle le spalle e andare via senza una parola. Era il momento che aspettavo da quel giorno che l’avevo sorpresa con Piero, ma non le dissi niente di tutto quello che mi ero immaginato mille volte. Mi avvicinai e mi chinai su di lei farfugliando mezze frasi sconnesse sottovoce. Lei non capì e si voltò interrogandomi con lo sguardo sul significato delle parole che le avevo detto, e che sfuggiva a me stesso» (p. 129).


Chi non c'è più

Nel romanzo si leggono tristissime narrazioni delle morti dei cari del personaggio. In primo luogo quella del padre, che a me somigli tanto a Cesare De Santis, padre dello scrittore Gianni De Santis, al cui personnagio del romanzo «mancava … Quando morì – scrive – e arrivai per vederlo, era ancora caldo: sembrava che dormisse e io gli diedi tutti i baci e tutte le carezze che non gli avevo potuto dare in tutti quegli anni; perché da noi i baci si danno solo quando si dorme: così erano i nostri genitori, così si usava da noi; e ora, deluso dalla vita e da me stesso, pensavo a lui e a Santiago, che forse erano la stessa persona» (p. 104). E ancora: «Mi mancava, mio padre… e mi manca anche in questo momento. Ci ritroveremo, un giorno; non so dove e quando, da qualche parte dell’universo, nel respiro del tempo senza età dove il nulla si fonde con l’eternità; dove le parole non servono e il pianto non esiste. Ci ritroveremo, insieme a tutti gli altri che se ne sono andati portandosi via una parte di me, là, dove la mia anima sarà libera da questo corpo spezzato; là, nello spazio senza fine. Dove tutto è silenzio» (pp. 139-140).

Anche la morte della madre ricorda il personaggio Antonio. La ricorda con nostalgia, senza dolore ma con tanto amore, ancora intenta ad accudire la sua infermità, e sempre col volto rigato dalle dalle lacrime. Ma quella sera che morì, ricorda, «non pianse». Scrive: «mi sembrò di sentire una nenia nel buio di casa, qualcosa che somigliava a un lamento: così morì mia madre, senza mandare a chiamare nessuno che la confortasse nel momento del trapasso, […] esalando l’ultimo respiro sulle note di un canto antico» (p. 157).


Di alcune lettere

Ho pianto anch’io – vecchio verriano zallo salentino – leggendo la pagina in cui Gianni De Santis descrive il perdono del personaggio del romanzo all’amata che lo ha tradito, riconciliandola così alla vita che, purtroppo, non potrà più essere vissuta assieme. Ed altre lacrime mi sono scese dagli occhi leggendo le commoventi pagine di alcune lettere inviate da Antonio all’amico Raffaele. Leggo: «Caro Raffaele, amico mio: ti chiedo perdono per tutte le volte che non ti ho capito, per la mia leggerezza nell’insistere a tirarti fuori da casa, quando tu m’imploravi di lasciarti lì a inseguire i tuoi fantasmi evocati dalla memoria dei giorni passati. Scusami la mia esuberanza sciorinata sotto i tuoi occhi, nell’idea che questo potesse farti ritrovare la gioia di vivere; e per non aver compreso il tuo bisogno di solitudine, dove tu vivevi la tua vita parallela con le sue meccaniche e le sue inviolabili precessioni. Solo adesso capisco e ti chiedo perdono anche per questo; ma soprattutto per non essermi sforzato di capirti quando questo avrebbe avuto il senso nobile del rispetto. Oggi mi rendo conto dell’importanza racchiusa in un solo istante di solitudine: oggi che vivo di ricordi e mi sembra di avere mille anni, man mano che passano in rassegna nei miei pensieri tutti i giorni di mia vita. Li rivivo con famelico rigore cronologico, e con una nostalgia che perfora il petto col suo sottile dolore» (p. 135).

E ancora, nell’ultima dolorosa lettera, la quattordicesima, Antonio scrive: «Caro Raffaele: dalla stanza di questo ospedale oggi guardo il mio futuro. L’intervento per cui sono venuto qui non è riuscito, ma questo non mi atterrisce più come una volta. Torneremo a liberare le ali della nostra fantasia: è così che gireremo il mondo, raggiungeremo le vette più alte, sorvoleremo i mari più profondi e voleremo; voleremo sui nostri piedi di gomma, come quando, bambini, la vita schiudeva sorrisi ammiccanti sui nostri occhi pieni di sogni, sulle nostre corse nei campi, sui nostri giochi infantili, su quel tempo bello e perduto, lontano, inarrivabile…» (p. 158).

Pochi passi prima della conclusione, nella lettera Antonio aveva anticipato all’amico che per loro, ormai definitivamente costretti a vivere seduti su una sedia a rotelle, i desideri non avevano più senso. «Già… - scrive Antonio – i desideri nostri non hanno piedi normali: noi abbiamo i piedi di gomma… ricordi?». Risponde l’amico: «Sì, i piedi di gomma!... Solo … che adesso, i piedi di gomma sono queste ruote!». «È vero! .. Ma se vogliamo, con la fantasia possiamo arrivare dove non siamo mai arrivati! I piedi di gomma sono le ali!... Le ali!...» (p. 156).


Un romanzo pulito, bello, lieve come una piuma di rondine smarrita, senza alcuna pagina maniaca-sessuale, che parla di sentimenti, di fatti belli e brutti della vita, che ti fa riflettere, che non ti mette ansia e che ti fa dormire un po’ triste ma anche un po’ sollevato, proprio come se volassi, come accade a quei due amici, Antonio e Raffaele, che con i loro piedi di gomma della loro sedia a rotelle sono costretti a fantasticare di volare, e volare molto in alto, perfino fin sulla luna.

È bello l’uso del dialetto sternatese che Gianni De Santis inframmezza con l’italiano e con lo stesso griko, quest’ultimo presente nel testo solo di striscio: «Tela me mena, pedàci-mu …» (p. 123), che non so cosa signfichi.

Con questo romanzo Gianni De Santis si rivela uno scrittore di spessore e di impegno letterario credibile, per cui la strada che ha davanti è percorribile verso traguardi ancora importanti. Mi piace ricordare qui che con lui e suo fratello Rocco ho passato (mi capita ancora di passare) serate meravigliose al “Mocambo” di Vito Maniglio, a Sternatia, con canti, balli e a darci pacche sulle spalle. Un’allegra compagnia insomma, allietata dalla dolce voce di Gianni con l’accompagno della chitarra di Rocco che, assieme narrano “li cunti” dei nonni in quella loro lingua d’incanto che è il griko sternatese.

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