mercoledì 29 luglio 2009

Da qui tutto è lontano














Domenica 2 agosto, alle 22.00, nel Cortile di Liberrima a Lecce, la prima presentazione del romanzo "Da qui tutto è lontano" (Lupo Editore). Augusta Epifani, direttrice di Liberrima, intervista l'autore Pierluigi Mele.

C'è un'attitudine affabulante che fa la nostra scrittura. Quella proprio nostra, di qui, dico! Di questo Salento sempre 'antico' tutto fatto d'occhi e di... parole e di... storie.
Ne abbiamo sentite tante venirci incontro, trattenute dalle screpolature dei muri, tra pietra e pietra, nell'incavo d'una corteccia. Prestate orecchio, ancora c'è sussurro.
Scegliete un posto ed aspettate! Sentirete ancora possibilie lo stupore.
Era così che tutto appariva, sino a poco tempo fa! Adesso un pò meno!
Venti, trenta, cinquanta anni fa e secoli poi, secoli indietro... non è per nostalgia! Lontano, tremendamente lontano, che solo a dirlo, il nome della terra da dove venivi, doveva ai più apparire remoto, segreto, irragiungibile.
Adesso no! Meglio tacere! Non nominarla la Terra nostra che tutti la conoscono, s'è fatta mèta Finibusterrae di pellegrini senza mèta. Soli, in cerca di nulla, la gran parte presi da smemorati clamori inseguono ciò che più non è!
Allora la lettura, i versi dei poeti: l'ottimo viatico per trovarsi di là del Tempo nell'inconsueto, nel segreto.
“Da qui tutto è lontano” è il titolo dell'ultimo romanzo licenziato dall'eroico editore Lupo (così appare per coraggio, determinazione, per militanza e per vicinanza ai suoi autori, Cosimo. Per amorevolezza anche e dedizione alla realizzazione di opere sempre più fini e raffinate nel farsi oggetto libro). Un audio-libro che accoglie la prosa e la voce di Pierluigi Mele.
Poeta, attore, narratore in “Da qui tutto è lontano”!
Due tracce trovo, alla prima scorsa. Una prima manifesta, la storia di Mezzaluna, stravagante sovrano che abita “in un Sud intriso di miti e aromi” con la sua compagnia d'amori, d'amici e di solitudini. Sembra un Teatro. L'incedere della scrittura è quello. Rigoroso e scaltro capace di sostare e di venire a precipizio sfocando l'energia e il senso. Poi c'è l'altra via da seguire, che intriga. Oserei definirla politica o “di poetica”, di atteggiamento: non c'è mai il Salento. Ma c'è! Eccome!
A monito leggiamo: “Non dovremmo mai nominare i luoghi amati, qualcuno poi li sfreggerà”. Oppure: “...penso che avremmo bisogno di un nuovo assalto dal mare per risvegliarci da un lungo sopore. Avremmo bisogno dei turchi daccapo”.
Meditazioni su cosa siamo e siamo stati noi in questo qui lontano.

Mauro Marino

venerdì 24 luglio 2009

La vocazione del letterato / Intervista al prof. Mario Marti








di Gianluca Virgilio

Incontro il prof. Mario Marti nella sua casa di Lecce alle diciotto e trenta del 18 giugno scorso, previo accordo telefonico. Mi accompagna un amico, desideroso di conversare con lui. Il professore ci accoglie con la moglie Franca e ci fa accomodare nel salotto; ci spiega che fino a qualche tempo prima quel salotto era pieno zeppo di libri, come del resto tutta la casa – ed io penso alla casa del Carducci, a Bologna –, e che ora gli scaffali sono vuoti perché ha donato i libri, circa settemila e cinquecento, ma il trasferimento è ancora in corso, al convento dei Cistercensi di Martano (le lettere ricevute, in numero di quattromila, invece, sono custodite nella Biblioteca comunale di Mesagne). Cominciamo a parlare, e si va avanti per più di un’ora, senza pause, senza silenzi, con la naturalezza dell’autentica e ormai disusata conversazione. Rievochiamo i fatti della giovinezza, gli studi, le amicizie, la carriera accademica, i suoi libri. A novantacinque anni si hanno cose da raccontare, se si è vissuta una vita operosa. Alla fine, dico che avrei dovuto portare con me il registratore, perché nulla di quei discorsi andasse perduto. “Ma non sarebbe stata la stessa cosa”, dice la Signora Franca, servendoci un ottimo tè freddo, ed ha ragione. Allora, io tiro fuori una busta con le domande che avevo pensato a casa e la consegno al professore. Il professore la apre, legge, sorride talvolta, e dice: “Dammi tempo e avrai le risposte. Ma poi, che ne fai?”.
Ricevo le risposte il 9 luglio scorso, scritte a macchina, con correzioni autografe, e una lettera di accompagnamento datata 4 luglio 2009, in cui il professore mi scrive: “…appena ricevi, fammi un fischio”. Gli telefono, dunque, per avvisarlo; e lui ancora: “Che ne fai di queste risposte?”. “Le pubblico”, gli ho detto. E così è stato.

***

Prof. Mario Marti, Lei ha compiuto da poco (il 19 maggio scorso) 95 anni e, dunque, ha avuto il privilegio di attraversare tutto il Novecento letterario italiano e oltre. Può dirmi quali autori (scrittori, poeti, critici) hanno lasciato un segno nella storia letteraria del Novecento, e dai quali, a suo avviso, non si può prescindere?
Chi abbia una qualche famigliarità con i miei scritti, in particolare con quelli, diciamo, “teorici”, o abbia anche avuto modo di ascoltarmi in pubbliche discussioni, sa bene che io sono fortemente restio a formulare possibili canoni del contemporaneo per evitare grossi rischi di dire delle grosse sciocchezze. Ricordo la stroncatura che dei
Promessi Sposi pubblicò nientemeno il Tommaseo, quando apparve il romanzo; e il clamoroso giudizio di Attilio Momigliano sul romanzo “Ilia e Alberto” di Angelo Gatti (oggi dimenticato da tutti) come “esperienza eccezionale” e da considerarsi “fra le maggiori creazioni della nostra narrativa”. Il giudizio sul contemporaneo, proprio in quanto tale, manca della prospettiva cronologica necessaria ad ogni giudizio comunque “storico”, e, di solito, obbedisce al gusto personale, alla ideologia di moda, ai legami di interesse e anche di amicizia, di affetto, di simpatia (o viceversa). Comunque, secondo me, il Novecento, in Italia, è stato un secolo di sperimentazioni e di saggistica, più che di creatività individuale. Si confronti, nello specifico, l’Italia con le altre nazioni della cultura “occidentale”, e si rifletta sul fatto che la presenza dell’Italia, in quella cultura, è dovuta alle figure di Giovanni Gentile e, soprattutto, di Benedetto Croce, che fu – lo si sa bene – anche un grande storico.

E’ possibile tracciare una linea di sviluppo della letteratura salentina del Novecento? E anche qui, da quali autori non è possibile prescindere; e perché?
Intanto bisogna bene intendersi sull’esatto significato di “letteratura salentina”. Se lo si usa in senso “categoriale”, il discorso è già chiuso, perché, a mio giudizio, non esiste una letteratura “categorialmente” salentina, come non ne esiste una della Ciociaria o del Cilento, e così via. E’ l’antropologia che magari va differenziata; non la letteratura, visto che la buona letteratura regionale integra e arricchisce, dialetticamente, la nazionale; dico quella buona, quando cioè riesce a proiettare il privato e il locale nel collettivo e nell’universale (modelli supremi, per esempio, Verga e Di Giacomo). Quali autori? Diomio, per il Salento è ormai davvero pacifico: Comi e Bodini per la poesia in lingua; Gatti e De Donno per quella in dialetto; e aggiungerei, per la tenacia e l’originalità della sua sperimentazione Antonio Verri.
Questo non significa ignorare o disconoscere la generosa esistenza, nel Salento, di poeti e di prosatori (anche narratori) fortemente innamorati della creatività letteraria, e anche dotati, talora, di notevoli qualità e capacità; ma sono convinto – e mi si perdoni – che non faranno storia, anche se occasionali, e talora interessati, riflettori li pongano sul proscenio della cronaca (o li abbiano posti). Altro discorso, invece, secondo me, sarebbe da farsi circa la saggistica, sulla quale l’istituzione dell’Università, del Conservatorio e dell’Accademia hanno prodotto eccellenti ricadute sugli studiosi “locali”, liberandoli, quasi sempre, dai lacci di un’erudizione troppo chiusa e fine a se stessa.

Sotto l’incalzare della globalizzazione, negli studi letterari tiene ancora il nesso regione-nazione, di cui Lei è stato teorico in “Dalla regione per la nazione”? Oppure esso va riformulato in altro modo?
La globalizzazione non inciderà sulla dialettica regione-nazione, anzi ne allargherà i confini. Essa non distrugge le “differenze” regionali ma le ingloba in più ampia area coerentemente regolata, secondo necessità civili e pacifiche. Si direbbe anzi, da certi segnali, che essa sarà stimolo a definire meglio le varie identità antropologiche. Si vedrà.

Se dovesse rievocare due episodi che hanno condizionato la sua vita di studioso, quali riferirebbe?
Non due, ma tre sono gli episodi che hanno condizionato la mia vita di studioso. Il mio ingresso alla Normale di Pisa, vantaggiosissimo per i confronti fra giovani studenti, e, per me, fonte di amicizie durate per la vita (Branca, Binni, Bonora, Bigi, Folena…). Poi il mio trasferimento da Parma (prima nomina) a Roma, col conseguente contatto con l’Università “La Sapienza” e l’inizio della mia carriera accademica; e insieme, con la possibilità di frequentare biblioteche come la Vaticana, la Nazionale, l’Alessandrina e l’Angelica. E infine l’istituzione di Lettere a Lecce e la mia chiamata sulla cattedra di letteratura Italiana, cui sono rimasto fedele, nonostante ghiotti inviti d’altrove, fino alla pensione.

Quali consigli darebbe ad un giovane che si appresta a dedicarsi agli studi di letteratura Italiana? E a un docente della stessa disciplina?
Per l’amor di Dio!; niente consigli a nessuno su un argomento così personale, scabroso e imbarazzante; poi, per uno già docente! Ad un giovane invece, che ancora si avvia alla carriera, gli direi soltanto di proseguire tenacemente e di non badare a qualche occasionale delusione, ma soltanto se sente quella delle Lettere come una vera, indefettibile “vocazione”. Altrimenti, cambi strada, se è ancora in tempo. Ahimè, è da secoli che si dice, e si sa purtroppo, che “Litterae non dant panem!”

Può dirmi quali sono i suoi progetti per il futuro? A che cosa sta lavorando?
Alla mia età, a 95 anni suonati, “progetti per il futuro”? Ma vogliamo scherzare? Il mio ormai non è più un “lavoro”; è un piacevole “divertimento”, nel quale si colloca, per esempio, la presente intervista. Il resto è ormai solo placida e pacifica, per quanto si possa, attesa, pur continuando ancora a vivere con vero piacere in amabile società.

Ora, se me lo permette, due domande molto personali. La prima: nel film di Ingmar Bergman dal titolo “Il posto delle fragole”, l’anziano prof. Isaak Borg sogna il luogo della possibile felicità, il “posto delle fragole” appunto, a cui ha rinunciato per seguire i suoi studi. Lei pensa di aver rinunciato a qualcosa? E ancora, Le capita di sognare, come il prof. Borg, un “posto delle fragole”? Se sì, vuole raccontare il Suo sogno?
Ahimè no; io purtroppo non ho alcun “posto delle fragole”. Quel posto credo di averlo realizzato, come meglio m’è stato possibile, nella realtà e nelle conclusioni della mia vita. No, francamente, nessun sogno di nostalgico rimpianto.

La seconda: che cosa pensa del destino dell’uomo dopo la morte?
Nulla, proprio nulla. Evito, per continuare a vivere senza alcuna angoscia fino a quando mi sarà concesso. Sono molto sereno, anche perché non faccio e – credo anche – “non feci mai male ad anima viva” (Puccini, “Tosca”, “Vissi d’arte”).

Grazie, professore.






giovedì 16 luglio 2009

Non fidarti! Chiedilo ad un mandorlo cos'è la vita

Mauro Marino

Questa sera, per la quattordicesima volta, L'Olio della Poesia, sarà 'versato' a Serrano. L’appuntamento alle 20.45. Nel guscio di Piazza Lubelli, il pubblico incontrerà la sensibilità e la scrittura del poeta, narratore e saggista ligure Giuseppe Conte, a cui, quest'anno, andrà il prezioso premio: un quintale di extravergine di oliva.
Prima di lui, nella piccola frazione di Castrignano Salentino, s’erano sentiti Edoardo Sanguineti, Mario Luzi, Giovanni Raboni, Alda Merini, Nico Orengo, Francesco Guccini, Arturo Morales, Roberto Vecchioni, Hanan Awwad con Meir Wieseltier, Valerio Magrelli, Ruy Duarte de Carvalho, Adonis, Tiziano Scarpa.

Il classico quaderno - dono al pubblico e memoria della serata - che l'Olio edita con Manni, porta l'introduzione di Massimo Melillo, un contributo di Antonio Errico ed un'unica poesia “in quattro sezioni con andamento sinfonico” scritta da Conte per l'occasione di Serrano, un omaggio al mare: “Da ragazzo volevo imparare a camminare / su di te, leggero come un ramo, / rispondendo a non so quale richiamo / di profezia, di eresia. / Lo voglio ancora, ne voglio ancora, / di mare, di poesia. / Per tutte le infelicità, le umiliazioni / per tutto quello che di male / mi fa la terraferma, tu sei medicina/ (...) Perchè sei libero / e per i liberi, non finirò di scrivere / su di te mare, il sempre mare, non finirò di cantare / di te.”.

C'è bisogno di Poesia? Sì! E' sempre necessaria, oggi più che mai.

La Poesia è dialogo, costante sentire. Tenersi desti è la Poesia, mantenere viva la presenza e l'attenzione.

Essere liberi, come il mare che mischia segreti! Contraddizioni, inquietudini, clamori. Scoperte!

“Se non credessi che nella Poesia c'è la possibilità del cambiamento, non scriverei”, dice in conferenza stampa il poeta. E ancora:“La Poesia è resistenza alla barbarie. Ricorda all'uomo che è umano che c'è nelle cose Bellezza e che il Mito è la radice nascosta del nostro essere”.

La Natura è custode e il poeta è della natura. Esserci. Sentire. Servire la Storia. Questo il compito!

Il divenire del Tempo fa traccia alla scittura, alla sensibilità e, il Poeta, muta il suo calibro, non è utile l’accademia, l’élite alla poesia. Il popolo ci vuole, orecchie capaci di cogliere il crudo, il graffio, l’essenza e l’essenzialità d’un canto.

Il Poeta non è ricercato esteta (quello è un equivoco, quella è poesia che non serve) è Politico, il Poeta. E’ critico! E’ uomo civico! E sempre esule il poeta, non abita l’agio.

Non era tale Ugo Foscolo, che scavava nell’Illusione per trovar quiete:“Beati gli antichi che si credeano degni de' baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondeano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell'uomo, e che trovavano il Bello ed il Vero accarezzando gli idoli della lor fantasia!”.
Non era tale Giacomo Leopardi che ammoniva: “E fango è il Mondo”.
E fango sì, il Mondo!
In Cecenia Natalya Estemirova è stata uccisa. Era libera, come libera era Anna Politkovskaja.
Nella piega della perdita noi siamo qui, ancora una volta a contemplare l’assenza, la mancanza, l'orrore. Non si può far festa! E quell’Olio è santo! E' balsamo etico, spirituale di fronte all’assassinio della Poesia che abita in chi si sacrifica per la verità! In chi sente di dover testimoniare sino in fondo il suo amore per la vita!
La vita? Chiedi ad un mandorlo cos’è, “a tutti i fichi degli orti / quando i rami contorti e spogli / cominciano a formicolare di germogli.”

La "Fiaba" di Badisco














I Luoghi del Salento

Continua l’opera di devastazione (privatizzazione) storico-culturale di un’area paleoculturale importante per l’intero pianeta: Badisco.

Maurizio Nocera

È di questi giorni la notizia della mobilitazione del comitato sorto a Uggiano La Chiesa contro l’ennesima iniziativa dei soliti noti (ignoranti), che vuole l’area di Porto Badisco sottomessa alla barbarica logica della privatizzazione individualizzata, tesa ad escludere i cittadini persino dall’accesso alla spiaggetta di quello che un tempo veniva chiamato Porto Enea e ancor prima Porto Venere. Solo a pensare ad una soluzione del genere, viene voglia di gridare con quanta più forza si ha in gola: “Signori privatizzatori del bene comune siete solo dei barbari eversori della storia”. E sì, perché effettivamente si tratta di un crimine compiuto da chi non conosce nulla di quel luogo, e se pur qualcosa conosce se lo mette sotto i piedi. A lor signori quello che importa è solo avere un terreno sul quale fabbricarci un qualsiasi mostro edilizio. Null’altro. La realtà di Badisco, invece, è altra cosa, tanto importante che ancora si fa fatica a giudicare il quanto. Quello che al momento solo si sa è che la lettura del suo millenario libro stampato sulle pareti della Grotta dei Cervi è fondamentale per l’intera umanità per capire la vita degli umani che in quel posto sono nati e hanno vissuto cinque e diecimila anni fa. Ecco perché vogliamo parlare qui di quel poco che ancora sappiamo delle civiltà badischiane.

Parto dalle cose certe, cioè da ciò che gli scritti più antichi dicono del luogo. Tra i primi scrittori latini, che sia pure in modo non esplicito scrissero del luogo, c’è il poeta Virgilio con la sua più importante opera, l’ “Eneide ”. Di questo poema esistono a tutt’oggi molte traduzioni, praticamente è difficile contarle, ma qui cito solo quelle in mio possesso: edizione maggiore della Società Editrice Internazionale (Torino 1959, sesta edizione) tradotta da Annibal Caro e curata da Onorato Castellino e Vincenzo Peloso; edizioni Einaudi (Torino 1967) versione di Rosa Calzecchi Onesti; edizione Paravia (Torino 1977, quarta edizione) versione poetica, introduzione e commento di Adriano Bacchielli; edizione Mondadori su concessione della Fondazione Lorenzo Valla (1978-1983), I^ edizione I Classici Collezione gennaio 2007, a cura di Ettore Paratore e tradotta da Luca Canali; infine l’edizione Sansoni (Firenze 1971) a cura di Ezio Cetrangolo, che è quella sulla quale ho basato la mia ricerca.

Il passo dell’ “Eneide ” che ci interessa è questo: «Di già tramontate le stelle l’Aurora tingeva / il cielo di rosa, quando vediamo monti lontani / velati di nebbia e sorgere bassa dal mare / l’Italia. L’Italia ci addita Acate per primo, / l’Italia i compagni salutano in grido di giubilo. / Anchise cinge di fiori un calice largo, / lo colma di vino, e in piedi levatosi a poppa, / si volge ai Numi così: / “Voi che del mare siete i potenti, divini signori, / e così della terra, e dell’alte nere tempeste; / fate che il vento ci spinga sereno per facile via!”. / Crescono i soffi del vento invocato, e si scopre / il porto vicino e il tempio a Minerva sul monte. / Caliamo le vele, volgiamo ai lidi le prore. / Ad arco il porto s’incurva, sicuro dai flutti di Euro, / le rupi di fronte spumeggiano in salso fervore, / scogli turriti che in basso distendon le braccia / simili a duplice muro lo coprono ai lati / e indietro il tempio scompare alla vista dal lido. / Qui vidi, e fu certo un presagio, quattro cavalli / di niveo candore che l’erba del campo pascevano. / Anchise ora dice: “O terra ospitale, guerra tu porti; / s’armano in guerra i cavalli, minacciano guerra; / ma sogliono pure venire al carro aggiogati / i cavalli, e al gioco e al freno piegarsi concordi: / speranza anche di pace”. Il santo Nume adoriamo / di Pallade armata, che prima ci accolse esultanti, / e dinanzi agli altari veliamo di porpora Frigia / il capo, e secondo il monito grave di Eleno / bruciamo le offerte prescritte all’Argiva Giunone. / Compiuti di séguito i voti solenni per ordine, / volgiamo sùbito al mare le antenne e le vele, / lasciamo i campi sospetti e le case dei Greci» (cfr. Virgilio, “Eneide ”, Firenze 1971, pp. 65-66).

Questo è quanto scritto da Virgilio tradotto da Cetrangolo. Nel Salento però, sin da tempi antichi, è sempre circolata un’altra storia. Questa: si narra che il mitico eroe Enea, abbandonata Troia, ormai sconfitta e distrutta dai Greci, con al seguito alcuni suoi stretti compagni e il padre Anchise, sarebbe approdato in questi luoghi, precisamente in quel posto di mare che alcuni locali, soprattutto quelli di Uggiano La Chiesa, continuano ancora oggi a chiamare Porto Enea, l’antica Portus Veneris (Porto Venere), così denominata dagli storici i quali, ricostruendo i viaggi dell’eroe, così hanno scritto sulle loro mappe (cfr. la cartina allegata all’edizione maggiore dell’ “Eneide ” della Sei, Torino 1959). È probabile che la denominazione di Porto Venere (nome chiaramente di derivazione latina) sia stata dovuta al ruolo che Virgilio affidò nel suo poema ad Anchise sulla nave davanti all’insenatura. E quindi le antiche genti che popolavano questo luogo lo denominarono Porto Venere memori del mito che coinvolgeva il vecchio troiano. Robert Graves ha spiegato in cosa consistesse questo mito a proposito della divinità greca Afrodite, dai latini chiamata appunto Venere, nome che anch’io adotto qui. Graves racconta che Zeus non potendo possedere Venere, sua figlia adottiva, per vendetta la umiliò facendola accoppiare con un comune mortale. Costui era Anchise, re dei Dardani e nipote di Ilo. Una notte, mentre dormiva nella sua capanna di mandriano presso Troia, Venere entrò travestita nella capanna e con lui si accoppiò. All’alba la dèa rivelò quanto era accaduto nella notte ed Anchise, credendo di avere le ore contate perché aveva svestito una dèa, la supplicò di risparmiargli la vita. Venere lo rassicurò dicendogli di non rivelare a nessuno quanto era accaduto e gli disse pure che il figlio che lei avrebbe partorito sarebbe diventato un eroe: Enea. Dunque, è molto probabile che la narrazione di Virgilio abbia influito non poco sugli abitanti del luogo, che per ciò chiamarono quel posto col nome di Porto Venere pensando appunto al mito di Anchise e, solo successivamente, il toponimo si trasformò in Porto Enea e, in tempi ancora più recenti, in quello Porto Badisco.

Riprendiamo ora i versi di Virgilio riferiti all’episodio dell’avvicinamento della nave troiana presso la costa badischiana. Se l’evento fosse accaduto veramente, di certo l’eroe troiano avrebbe visto il fiume Silur che qui riversava all’epoca le sue acque in quel mare di Badisco che tutti conosciamo.

Viene qui citato il fiume Silur, semplicemente perché furono le sue acque che, in alcuni milioni di anni, scavarono la Grotta dei Cervi. Se l’evento della discesa a terra di Enea – come sostiene la gente del posto – si fosse verificata per davvero, sicuramente egli sarebbe stato ben’accolto, com’è nelle abitudini della nostra gente, sarebbe stato rifocillato, così come sarebbero stati bene ospitati il padre e l’intero suo equipaggio. E ancora, una volta disceso a terra, rifocillato e riposato, la gente del posto gli avrebbe fatto sicuramente vedere il suo tesoro più importante, il ventre della Grande Grotta, raggiungibile attraverso uno dei suoi possibili ingressi quale, ad esempio, il cunicolo cosiddetto del Diavolo, che sta proprio ai piedi della collinetta denominata “Montagnola” sovrastante la Valle dei Cervi. È all’interno di essa che si conserva il tempio della nostra più importante arte neolitica. Per cui, sempre che l’evento della discesa a terra dei troiani si fosse veramente verificato, sarebbe stato assolutamente plausibile ad Enea vedere i pittogrammi delle scene di caccia, delle divinità in forma di spirale, la Grande Madre Tridattila, il mitico edificio piramidale, l’austera divinità danzante, le altre figure antropomorfe geometrizzate, come ad esempio il famoso negroide, ed ancora i cervi, i cani, gli strumenti e le armi, i giochi del tempo, e pure la paura della morte, tutto dipinto o tratteggiato con una, due o tre semplici linee di guano, o di ocra rossa o di argilla frammista ad olii vegetali. Si tratta di alcune migliaia di pitture parietali assolutamente uniche nel panorama dell’arte neolitica mondiale, certificate da accurati studi fatti negli anni ’70 dal professore Paolo Graziosi, dell’università di Firenze.

Ovviamente tutta questa storia, narrata ancora oggi dai locali di Porto Badisco, di Otranto e di Uggiano La Chiesa, più che altro rimane solo una leggenda perché, decrittando il testo dell’ “Eneide ” riportato sopra, e ritenendolo non pura invenzione letteraria, ma quanto meno una descrizione certa di luoghi che molto probabilmente lo stesso Virgilio aveva visto navigando presso le nostre coste, oppure che lo stesso poeta si era fatto descrivere da altri (personalmente concordo però con l’idea che il poeta l’esperienza l’abbia vissuta di persona una delle tante volte che si recò in Oriente o da lì ritornò per studiare il viaggio dell’eroe greco e poi poter così scrivere la sua opera), è facile capire quanto effettivamente possa essere accaduto, facendo fede della sua narrazione. Riprendiamo perciò il testo e interpretiamolo verso dopo verso:

«Di già tramontate le stelle l’Aurora tingeva / il cielo di rosa, quando vediamo monti lontani / velati di nebbia e sorgere bassa dal mare / l’Italia » = La nave di Enea ha lasciato dalla parte della sua poppa la costa albanese di Punta Linguetta (Valona), che è il punto individuato dagli archeologi come quello più stretto per l’attraversamento del canale d’Otranto. All’epoca della guerra di Troia (ca. 1200 a. C.), chi navigava il Mediterraneo era costretto a farlo nei mesi in cui le stagioni erano più miti, e la navigazione veniva fatta tenendo sempre a vista la costa da una parte o dall’altra del mare. In questo caso citato, quello è il punto più stretto del canale, e sicuramente è di lì che i naviganti del mondo antico attraversavano. Virgilio scrive poi che si vedono monti lontani velati di nebbia e che sorge bassa dal mare l’Italia. Effettivamente per chi si trova al centro del canale d’Otranto, diretto verso il Salento, può vedere il rilievo della nostra costa rialzata (non si tratta certo di monti), individuabile appunto in quella zona che va da Punta Palàcia fino al Capo di Leuca, dove appunto la costa è alquanto rialzata.

«L’Italia ci addita Acate per primo, / l’Italia i compagni salutano in grido di giubilo. / Anchise cinge di fiori un calice largo, / lo colma di vino, e in piedi levatosi a poppa, / si volge ai Numi così: / “Voi che del mare siete i potenti, divini signori, / e così della terra, e dell’alte nere tempeste; / fate che il vento ci spinga sereno per facile via!”» = Questi versi sono abbastanza chiari. Virgilio mette sulle labbra di Anchise una preghiera di speranza rivolta agli dèi affinché il vento acceleri la spinta della nave verso la costa salentina.

«Crescono i soffi del vento invocato, e si scopre / il porto vicino e il tempio a Minerva sul monte. / Caliamo le vele, volgiamo ai lidi le prore. / Ad arco il porto s’incurva, sicuro dai flutti di Euro, / le rupi di fronte spumeggiano in salso fervore, / scogli turriti che in basso distendon le braccia / simili a duplice muro lo coprono ai lati / e indietro il tempio scompare alla vista dal lido » = Il vento effettivamente arriva e spinge la nave verso il porto incurvato (si tratta del porto di Otranto) e i troiani vedono sul monte (di fatto è un’altura) il tempio di Minerva, che noi ancora oggi a Otranto chiamiamo Colle della Minerva; solo successivamente al 1480, dopo l’aggressione degli Ottomani alla città, all’antica denominazione se n’è aggiunta una nuova: Colle dei Martiri. Ma come toponimo a resistere nel tempo è sempre l’antica denominazione: Colle della Minerva. Virgilio scrive che quella parte della costa col porto naturale viene superata dalla nave perché, sia pure sicuro al suo interno grazie all’incurvatura, all’esterno il mare è ancora agitato, per cui la nave viene diretta per l’attracco più sicuro tra due braccia distese di scogli turriti (si tratta di Porto Badisco), lasciandosi alle spalle la visione del tempio della Minerva, che scompare nel momento in cui la nave dei troiani comincia ad entrare tra le due braccia di scogli di Porto di Badisco.

«Qui vidi, e fu certo un presagio, quattro cavalli / di niveo candore che l’erba del campo pascevano » = Virgilio scrive che a quel punto Enea vide sull’incavo di terra che sta davanti a Porto Badisco, quindi non molto distante dalla battigia, quattro cavalli bianchi che pascolavano. Chiaramente si doveva trattare di cavalli da guerra posseduti dai Greci, giunti in quel posto prima di loro.

«Anchise ora dice: “O terra ospitale, guerra tu porti; / s’armano in guerra i cavalli, minacciano guerra; / ma sogliono pure venire al carro aggiogati / i cavalli, e al gioco e al freno piegarsi concordi: / speranza anche di pace”» = Qui il significato è abbastanza chiaro e vuole dire che anche se i cavalli sono necessari per il lavoro in tempi di pace, spesso sono anche addestrati per fare la guerra.

«Il santo Nume adoriamo / di Pallade armata, che prima ci accolse esultanti, / e dinanzi agli altari veliamo di porpora Frigia / il capo, e secondo il monito grave di Eleno / bruciamo le offerte prescritte all’Argiva Giunone » = Anchise, non fidandosi più di quella terra sulla quale un momento prima i Troiani stavano per scendere, implora gli dèi (Minerva, della quale aveva visto poco prima, dalla rada del porto di Otranto, il tempio; e Giunone, moglie di Zeus (Giove per i latini) ed una delle massime autorità divine dell’Olimpo greco), ai quali fa sacrificare delle offerte votive.

«Compiuti di séguito i voti solenni per ordine, / volgiamo sùbito al mare le antenne e le vele, / lasciamo i campi sospetti e le case dei Greci » = Virgilio fa dire ad Enea che, compiuti i sacrifici solenni, è bene alzare le vele sugli alberi della nave per allontanarsi quanto prima dai campi e dalle dimore dei Greci.

Questa è solo una testimonianza, sia pure letteraria, e quindi passibile di essere frutto del pensiero creativo di Virgilio sul viaggio che Enea fece verso l’Italia fuggendo da Troia distrutta. Per cui, se ci dobbiamo basare su di essa, dobbiamo concludere che l’eroe troiano vide il luogo che noi chiamiamo oggi Porto Badisco, si avvicinò al suo approdo, ma non scese a terra, per cui non potette vedere la Grande Grotta che sicuramente gli abitanti del luogo conoscevano bene. A quell’epoca, probabilmente i locali officiano in essa ancora i loro riti cultuali. Ma è possibile anche che questo tipo di frequentazione non avvenisse più a causa della chiusura secolare degli ingressi della Grotta, avvenuti forse in seguito a qualche grande cataclisma tipo “tsunami”. Erodoto (ca. 485-ca. 425 a. C.), in “Le Storie” (VII, 170) ha scritto che Minosse, re di Creta, morì di morte violenta in Sicilia, ma non si conosce l’anno in cui ciò avvenne. Da lui sappiamo che la grande civiltà minoica scomparve nel 1400 a. C. in seguito ad una terrificante catastrofe, provocata dall’esplosione del vulcano di Thera (la Santorini di oggi), che coprì l’intera isola di Creta con uno spesso strato di cenere e lapilli. Però, noi salentini, non ci siamo mai chiesto cosa significò per questo territorio quell’immane esplosione? È possibile credere che l’onda marina e la stessa onda d’urto, che si sollevarono in seguito all’esplosione vulcanica, abbiano invaso anche il Salento, ed in particolare Badisco? E se ciò è accaduto per davvero, la Grande Grotta fu invasa dalle acque, fu sommersa? E per quanto rimase sommersa? È possibile credere che i due scheletri fossilizzati presenti nel cunicolo più difficile da raggiungere siano rimasti intrappolati vivi nella grotta e quindi morti?

La Grotta dei Cervi

La scoperta più recente della Grotta è nota: fu un gruppo di 5 speleologi dilettanti che la fece l’1-3 e l’8 febbraio 1970: Severino Albertini (veneto); Enzo Evangelisti (laziale); Isidoro Mattioli (veneto); Remo Mazzotta (leccese); Daniele Rizzo (magliese). Tutti appartenenti al Gruppo Speleologico Salentino “P. De Lorentiis” di Maglie. Alla scoperta collaborarono anche Nunzio Pacella (magliese - consulente scientifico del Gruppo speleologico) e Pino Salamina (leccese - fotografo).

Il primo studioso ad arrivare sul posto fu Paolo Graziosi, professore dell’Università di Firenze, che con tutto il suo carico di scienza, si calò nelle viscere della Grotta e cominciò a svelarci tutti i suoi segreti, primo fra tutti l’interpretazione delle pitture neolitiche quali rappresentazioni schematiche della realtà così come la videro alcuni millenni fa quei primitivi antenati locali. I pittogrammi rappresentano figure umane e figure animalesche. Si tratta di scene di caccia al cervo e scene di vita pastorale, ma anche scene di vita religiosa. Ci sono spirali, strumenti per la cattura di prede, segni cruciformi, uomini con arco, cani, schemi di capanne, bambini, animali, catene e reticoli, sciamani, segni celesti, stellari e astrali, stelle comete, soli “splendenti”, cerchi, impronte di mani infantili e di donne, schizzi, insetti, punti e spruzzi, prove primordiali di scrittura, pettiniformi e segni d’acqua, scudi, ghirigori e labirinti, totem e menhir, bucrani, graticciati, anse, ganci, meandri, costruzioni dolmeniche. Non c’è dubbio che la Grande Grotta del Salento o dei Cervi contiene tutto ciò che può contenere il più vasto santuario dell’età della pietra. Sulle pareti e le volte delle gallerie le numerose figure sono dipinte prevalentemente con guano di pipistrello, mentre in un numero minore ce ne sono altre realizzate con ocra di colore rosso.

Paolo Graziosi suddivise i corridoi dipinti in dodici zone. Ai piedi delle stesse pareti dipinte sono state trovate ceramiche e buche (riempite con pietre), mentre la forma di determinate figure fa spesso pensare ad un carattere sacrale e sociale del luogo, che indubbiamente appare come un luogo di culto, che si è prolungato per non pochi secoli.

I geologi hanno rilevato e spiegato com’è fatta questa Grotta: il rilievo del sistema carsico presenta tre gallerie principali orientate a nord-ovest ed un gran numero di diramazioni, alcune delle quali indicano nuovi ma non ancora esplorati percorsi. La sua ubicazione è dettagliatamente determinata dalla seguente carta geografica: «Porto Badisco - Otranto (Lecce), località “Montagnola”. Carta I. G. M. 215 III S O, long. Est Monte Mario 6° 02’ 01”, latid. Nord 40° 04’ 54”, quota m. 26 s.l.m. - Grotta di Porta Badisco, n. 902 Pu. Sinonimi: Grotta dei Cervi, Grotta di Enea, Otranto (LE). Profondità: m. 26; sviluppo spaziale: m. 1550. (Rilievo di Franco Orofino 1970); temperatura interna: media 16-20° C.; umidità relativa: media 92-99%».

Molti sono stati finora gli studi e i saggi prodotti sulla Grotta

Cito qui solo quelli che a me sono stati utili per comprendere la Grotta, che in alcuni dei miei interventi ho citato come Grande Madre del Salento: Paolo Graziosi ha scritto: “Le pitture preistoriche della Grotta di Porto Badisco e S. Cesarea ”, in «Rendiconti della classe di Scienze morali, storiche e filologiche dell’Accademia nazionale dei Lincei», Serie VIII, vo. XXVI, gennaio-febbraio 1971, pp. 355-359; “Le pitture di Porto Badisco. Qualche osservazione preliminare ”, in «Atti della XV Riunione scientifica in Puglia dell’Istituto italiano di preistoria e protostoria / 13-16 ottobre 1970», Firenze 1972, pp. 17-26; “L’arte preistorica in Italia ”, Sansoni, Milano 1973, pp. 131 e seguenti; “Un santuario della preistoria ”, in «L’Unità», 23-11-1975, p. 15; Paolo Graziosi (assieme a A. Cigna, E. Detti e G. Mele), “Perizia allegata alla sentenza istruttoria del Pretore di Otranto ”, del 15-luglio 1975; “Le pitture preistoriche della Grotta di Porto Badisco ”, Giunti-Martello, Firenze 1980 (si tratta del libro più importante che è stato scritto sulla Grotta; nel 2002 è stato ristampato in edizione anastatica per la cura della Provincia di Lecce nella Collana “Origines / Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria”, con Progetto grafico di R. Fioroni, Grafici di V. Pianigiani, Documentazione fotografica di P. L. Bolognini, P. Graziosi, G. Romani. Gli allegati alla ristampa anastatica sono: “Presentazione del Presidente della Provincia di Lecce ”: Lorenzo Ria; “Introduzione ” di Alda Vigliardi e Fabio Martini; “Cosiderazioni sulla stratigrafia della grotta di Badisco ” di Felice Gino lo Porto); “Porto Badisco. Sul tacco d’Italia un cenacolo di artisti ”, in «Airone», n. 12, Mondadori 1982, pp. 82-85; “L’arte preistorica della Grotta di Porto Badisco ”, in «L’Umana Avventura», Jaca-Book, Milano 1988, pp. 65-75; “Le Grotte di Badisco rimarranno chiuse? Intervista al prof. Graziosi ”, a cura di Nunzio Pacella, in «Realtà salentina», Maglie 1977, n. 7, p. 3.

Altri saggi e altri interventi seguirono quelli del prof. Paolo Graziosi, tra i quali vanno citati quelli di Mario Moscardino, all’epoca della scoperta della Grotta presidente del Gruppo Speleologico Salentino “P. De Lorentiis” di Maglie, che scrisse: “L’arte preistorica dopo le scoperte salentine di Porto Badisco ”, in «Società editrice D. Alighieri», Lecce 1971; e il saggio “Tre fari di civiltà nell’area culturale salentina ”, in «La Zagaglia», 1972, n. 10, pp. 103-114.

Un contributo notevole allo studio della Grande Grotta ci è venuto anche dallo studioso magliese Cosimo Giannuzzi, che ha scritto diversi saggi, tra cui: “Lo stregone della Grotta dei cervi: un’esegesi ”, in «Nuovo spazio», n. 6, Maglie 1987, p. 5; “Il Dio che danza. Appunti per una ricerca antropologica sull’arte di Badisco ”, Erreci, Maglie 1988; “Scoprendo lo scrigno sommerso. La Grotta dei Cervi di Porto Badisco”, in «I Salentini», anno III, n. 3, Andrano 1989, pp. 28-29; “Era un santuario?”, in «I Salentini», anno III, n. 4, Andrano 1989, p. 8; “I misteri di Badisco ”, in «Il Quotidiano di Lecce», 28-06-1989 p. 10-11; “Segni di antica civiltà. Un ciclo di conferenze sui ritrovamenti della Grotta dei Cervi a Badisco ”, in «Il Quotidiano di Lecce», 23-06-1990; “Le impronte di mani nelle grotte preistoriche del Salento ”, in «Unuci», 10 sett. 1990, Roma, pp. 8-9.

Infine va citata anche la grande “Pianta della Grotta di Porto Badisco Pu. 902 ” (Lecce 2000), stampata con il contributo del “Gruppo Speleologico Leccese ‘Ndronico” e della “Fondazione Rico Semeraro” per la cura di Pino Salamina e la collaborazione di Gianni Cremonesini, Maurizio Nocera e Mario Molendini.

Disegni, pittogrammi, ideogrammi, grafogrammi e scarabogrammi della Grande Grotta

Accanto ai saggi e ai libri pubblicati sulla Grotta di Porto Badisco circolano molte immagini delle figure dipinte sia della civiltà rossa sia della civiltà nera. Quasi sempre tali immagini vengono pubblicate su materiale pubblicitario e su collane di libri e volumi vari ovviando di citare la loro provenienza. Personalmente non sono contrario anzi, penso che ciò sia un fatto positivo, perché significa che in tal modo la Grotta continui, in un certo senso, ad esercitare una sua vitalità ed una sua funzione sia pure diversa da quella originaria; ciò che dispiace è vedere che queste immagini non una madre e non hanno un padre. Qui cito alcune di esse anche per tentare di dare finalmente una loro genitorialità.

Stalattiti e stalagmiti ” dei corridoi dell’epigrotta.

Figure umane stilizzate sporgenti dai quattro lati del quadrato e disegni spiraliformi ”. Fanno parte del corredo delle cosiddette “Figure nere”, presenti nel corridoio n. 2 con arco naturale e linee di spegnimento della grossa frana che interessò la parte terminale di questo corridoio. Da sinistra verso destra si notano: trappola con ami per pesca nei dintorni di un fiume (o del mare); due segni non identificabili; un segno stelliforme con una S serpentina nel suo quadrato interno; un uomo in movimento tra due zagaglie (una è segnata al suo interno con una croce) e su una spirale divinatoria; una sizigia serpentina; un grande segno stelliforme (però potrebbe trattarsi di un edificio) che si trova proprio sopra l’arco e al centro del passaggio tra un corridoio e l’altro quasi ad indicare l’ingresso ad una sorta di tempio.

Figura antropomorfa curvilinea e spiraliforme. Spirale e disegni subcircolari ”. “Figure nere”. Si tratta di tre immagini importanti per la civiltà badischiana: uomo in movimento a fianco di una probabile zagaglia segnata dalla croce e sulla spirale circolare.

Scena di caccia con un uomo schematico armato di arco preceduto da due cani e due cervi ”. “Figure nere”. Si tratta del corridoio n. 1 lato destro, andando verso l’interno della grotta. Da sinistra verso destra: scena di caccia con cacciatore armato di arco, preceduto da cani e da due cervi; alle spalle dell’arciere vi è un animale morto, come pure sembra essere morto anche l’altro cervo in basso.

Figure schematiche di uomini e di quadrupedi ”, tra cui la figura della Grande Madre Tridattila, composta dall’Ariete addobbato (lato sinistro di chi guarda), dalla Divinità con tre dita per ogni mano, grandi seni laterali e ventre gravido (lato destro di chi guarda), e la pecora o il cane o la capra, comunque un quadrupede (in basso); sulla parete del corridoio che si piega verso l’interno della grotta, in un contesto del tutto diverso dalle due scene precedenti, un altro quadrupede (forse un bovino) con un addobbo sulla schiena.

Scene di caccia: arcieri e cervi ”. Si tratta di alcune figure dipinte con ocra rossa, che Paolo Graziosi indicò con le cifre 11, 12 e 16, per un totale di circa 60 segni conservati integri, senza sovrapposizioni né aggiunte o deturpamenti. Si tratta delle più antiche pitture dell’intero complesso e segnalano una direzione opposta rispetto a quella indicata dalle figure nere. C’è una scena che raffigura animali e uomini, il primo di questi (quello più a sinistra) ha le braccia rivolte in alto verso la testa di un bovino, al suo fianco e intorno due cani e un altro bovino; il secondo uomo (dietro il bovino più grande), figura appena abbozzata, impugna un arco con la freccia; il terzo uomo, più in basso, anche questa figura appena abbozzata, ha le braccia protese verso gli animali e verso un recinto aperto (probabile ovile?). Ancora più a destra, e nella parte superiore, si vede un arciere con alle spalle un lungo segno parallelo alla sua stessa figura; sulla parte bassa della parete chiaramente si vede dipinto un perimetro chiuso, quasi ad indicare un probabile altro ovile.

Figure stilizzate, forse umane, con perimetro formato da macchie tondeggianti e, al di sotto, arciere a gambe divaricate ”. “Figure nere”. Si tratta di quelle del corridoio n. 2, lato destro. È una «vetrina delle meraviglie» della Grande Grotta di Porto Badisco. Da sinistra verso destra: sembrerebbe la forma di un insetto gigantesco (indica forse un’invasione di insetti: cavallette o altro), potrebbe comunque rappresentare qualcos’altro: recinzioni, percorsi. Altri segni, tra cui un umano che avanza verso una barriera. Al di sopra un segno stelliforme, ma potrebbe trattarsi di un villaggio con capanne. Spostandoci verso destra, quasi al centro del corridoio, un umano in forma di triangolo (ma potrebbe trattarsi di una costruzione) sopra ad un villaggio con capanne raccordate in circonferenza; l’interno del villaggio è segnato da una serie di linee tratteggiate che lo attraversano da una parte all’altra. Nelle vicinanze, un altro villaggio con capanne appena abbozzato e non finito. Nella parte superiore della parete, a destra, alcune forme cembaliche (tentativi di raffigurazione di villaggi con capanne), altri strani oggetti e due forme che sembrerebbero umanizzate, una più compiuta, una sorta di uomo-scudo, l’altra incompiuta. Nella parte inferiore della parete, evidente il tentativo mal riuscito della raffigurazione di un edificio con attorno strani oggetti; un altro segno cancellato col guano. Un po’ più a destra dell’ultima scena, un altro villaggio con capanne con al centro due linee tratteggiate perpendicolarmente. Ancora più sotto, un umano con le gambe divaricate, il sesso pendulo ed un attrezzo nelle mani; ancora più in là, un segno non decifrabile.

Figure geometriche con perimetro segnato da macchie tondeggianti; a destra scena di caccia con arciere e cervi ”. “Figure nere”. Ancora un’altra «Vetrina delle meraviglie» con una scena di caccia con animali morti e vivi, qualcuno a sei zampe che caratterizza il movimento, lento o veloce, poi c’è l’arciere (in basso con il sesso pendulo) con al fianco il suo cane; infine altri segni indecifrabili

Figure stilizzate, forse umane, a forma subtriangolare con macchie tondeggianti lungo il perimetro e a forma circolare con quattro appendici ”. “Figure nere”. A sinistra c’è una grande scena di caccia con un susseguirsi di linee e segni non ancora decifrabili, quindi due grandi villaggi con capanne irregolari sui loro confini; all’apice basso di uno dei grandi villaggi (quello più a destra) c’è una delle raffigurazione più emblematiche della Grande Grotta di Badisco: la scena del tempo meteorologico (sole pioggia neve o grandine); andando sempre più verso destra è raffigurato un villaggio con quattro capanne, tre delle quali raffigurano un recinto di animali; il villaggio è attraversato dalla traiettoria del sole (est sud ovest); un po’ più in alto vi sono due segni al momento non decifrabili (il primo dei quali però potrebbe essere un semi-recinto), mentre il secondo il segno della traccia di un inizio di un percorso; quindi un altro segno che forse sta ad indicare un cielo nuvoloso con pioggia.

Figure umane stilizzate sporgenti dai lati del quadrato, cacciatori con arco, cervi ”. “Figure nere”. Siamo nel corridoio n. 2, lato destro. Questa raffigurazione è collocata prima dell’arco naturale. Sembrerebbe una sorta di apoteosi scenica, dipinta lì quasi a raccontare l’intero ciclo della vita della civiltà “nera” di Badisco. Forse anche il suo tragico epilogo. È ben noto che la Grande Grotta di Badisco fu “chiusa” dagli uomini delle “pitture nere” del neolitico alcuni millenni fa. La sua riapertura, per quello che se ne sa fino ad oggi, sarebbe avvenuta solo nel 1970 com’è già noto. Andando da sinistra verso destra i pittogrammi dipinti sono: segni stelliformi (la seconda stella sembrerebbe una cometa), però potrebbe trattarsi anche di due villaggi con capanne e recinti, e su una un tracciato di un percorso; donna con un probabile setaccio fra le mani (si tratta di uno dei due umani con raffigurata la forma dei piedi); poco più sopra un bambino e un cervide (ma potrebbe essere una semplice capra); al di sopra di questa scena un agglomerato umano in movimento; spostandoci verso destra, forse una probabile mappa labirintica di percorso, ma può essere anche un nuovo agglomerato (forse umano, oppure di animali, tipo mandria o gregge) in movimento; al di sopra di questo un segno elicoidale (forse un uccello?) e un cervo; ancora verso destra, un arciere con il dardo puntato sul segno elicoidale (forse l’uccello) ed il cervo; al di sotto della “mappa”, vi sono raffigurate due spirali divinatorie; andando ancora verso destra, un nuovo agglomerato (forse umano, oppure di animali, tipo mandria o gregge) raccolto in formazione di difesa; sopra di esso un nuovo segno cruciforme molto complesso (sembrerebbe un edificio, ma potrebbe trattarsi anche di un piccolo agglomerato di capanne con recinti) con alla base due spirali in forma di sizigia (una dipinta bene l’altra no). La scena è complessiva di un intero ciclo: la presenza delle spirali indica le divinità; i segni stelliformi e cruciformi forse ciò che c’è nel cielo (interessante quella sorta di stella cometa); gli agglomerati e gli animali indicano il percorso della vita a Badisco a quel tempo: caccia, agricoltura (donna con il setaccio), pastorizia (il bambino con il piccolo cervo o capra).

Scena di caccia con un uomo schematico armato di arco sovrastato da un cervo ”. “Figure nere”. Si tratta della figura di un cacciatore, il quale è contraddistinto da un grande membro pendulo, ma potrebbe trattarsi anche di un pugnale stretto alla coscia. Questo cacciatore è il secondo umano che ha raffigurata la forma dei piedi (ma potrebbe trattarsi anche di probabili calzari, come quelli dell’uomo di Similaun). Accurata sembra l’esecuzione di questo dipinto con la definizione di ogni parte del corpo come, ad esempio, la rotondità gobba delle spalle, la sinuosità delle forme degli avambracci, la testa ben modellata, le gambe con l’individuazione di un probabile ginocchio, i piedi o calzari. Sull’arco è possibile individuare la tecnica pittorica “a punto” (puntiniforme), consistente in un procedimento di questo genere: il dito intinto nel colorante e impresso sulla parete, punto dopo punto fino a formare la figura ideata.

Gruppo antropomorfo. Figura cruciforme ”. “Figure nere”. Si tratta di una delle più note immagini di Badisco. Nel tempo questa figura è stata definita: «Scimmietta» (gli scopritori); «Grande Capo di Porto Badisco» (i locali), «Stregone danzante» (Orofino), «Sciamano» (gli etnoarcheologi). Paolo Graziosi lo colloca nel Secondo corridoio, Ottava zona, Gruppo 46, del quale scrive così: «Sia pure nella sua accentuata deformazione in senso curvilineo e spiraliforme, questa figura è piena di vitalità: le gambe divaricate e piegate al ginocchio, i piedi ben marcati, le braccia formanti all’estremità un ricciolo, le spalle massicce, la testa triangolare e sormontata da piccoli tratti, probabile rappresentazione dei capelli o di una particolare acconciatura. In basso tra le gambe si vedono due figure ad S affrontate». Di una delle più importanti figure umanoidi della Grande Grotta di Porto Badisco il Graziosi non dice altro. Qualcosa in più riusciamo a sapere dallo studioso Cosimo Giannuzzi, di Maglie, il quale scrive affermando che si tratta di una «Divinità danzante», perché si rivela nella forma di un «Dio che danza e assume lo stesso ruolo che rese Hermes intellegibile in periodo storico, grazie al caduceo» (cfr. “Il Dio che danza ”, Maglie 1988). E poco oltre, scrive: «L’interpretazione della figura antropomorfa di Badisco quale divinità poggia su un grafema ritenuto "sigla" della Grotta dei Cervi. Questo grafema è costituito da due figure equivalenti ma opposte specularmente a forma di S […] che sta ad indicare l'esistenza di una contrapposizione fra due elementi di cui uno di essi, fondante, è la derivazione speculare dell’altro. Il criptogramma di Badisco è perciò un simbolo dualistico, perché raffigura una contrapposizione di un contenuto cognitivo, composto da una coppia di elementi costituenti un insieme […] Il dualismo [...] si riferisce al dualismo religioso [...]. In questo criptogramma, la coppia delle S fa supporre, con buona probabilità, a due serpenti affrontati [...]. Il criptogramma delle S è posto fra le gambe di una figura antropomorfa. Questa presenza appare come un’immagine di conciliazione del conflitto degli opposti polarizzati, caratterizzandosi come “contenitore” di essi [...] Nella figura antropomorfa di Badisco convive la spirale che è un’elaborazione (in termini di astrazione) del serpente, ovvero del concetto di “psiche ancestrale” (luogo degli archetipi). È l’evoluzione di questa energia che porta alle manifestazioni simboliche qual è la figura antropomorfa» (cfr. “Divinità a Porto Badisco ”, «Apulia», III, sett. 1996, pp. 148-150).

Accanto alla Divinità danzante (Giannuzzi), vi è una costruzione nella forma della piramide non molto ben dipinta, oppure si tratta di un villaggio con capanne e relativi recinti, o ancora un segno stellare, o infine un dolmen con foro centrale. Comunque, non è una tavola attorno alla quale vi sono seduti degli umani. Tra la figura antropomorfa e l’edificio vi sono due probabili punte di zagaglia, oppure due estremità in forma di sizigia.

Figure astratte a forma ovale e subtriangolare ”. “Figure nere”. Si tratta di raffigurazioni dipinte sulla volta della grotta. Da sinistra verso destra si vede un umano con il braccio indicante una direzione e di seguito alcuni segni indecifrabili; quindi il probabile recinto vuoto di un villaggio di capanne (ma potrebbe trattarsi anche di un recinto vuoto e diviso per settori per grossi animali) (anche in questo caso si può notare l’evidente tecnica puntiniforme del/i pittore/i di Badisco); poco sopra altri segni di umani in movimento; spostandoci verso destra si vedono due recinti con capanne all’interno di una recinzione e, poco più a destra, due spirali in forma di sizigia non ben riuscite; poco più in alto il segno di un altro umano in movimento; da questo punto in poi, andando sempre più verso destra si vede il gruppo delle impronte di mani. Dalle misure anatomiche è stato confermato trattarsi di impronte di mani di adolescenti e di donne. Si trovano collocate in un punto “pericoloso” della grotta, al confine di un’antica frana che ha ostruito il corridoio di proseguimento. Durante la riproduzione grafica, necessaria per le misure anatomiche, gli esperti hanno contato circa 150 impronte. La zona a tutt’oggi è ancora pericolosa, a causa di distacchi e crolli di lame di roccia, che però non si sono mai più verificati fin dal tempo dal primo evento. Tuttavia, sembra essere questo il motivo per cui la collocazione delle impronte è in quel luogo (soffitto della grotta). Forse come immagini scaramantiche, una sorta di “sostegni magici”, messi lì a impedire altri possibili crolli nel futuro.

Su queste impronte, Cosimo Giannuzzi, ha rivelvato che «nella Grotta dei Cervi di Badisco si trovano... delle figure, classificabili tipologicamente fra le mani positive [...] un indicatore privilegiato dagli interpreti dell’evento cultuale è costituito dall’assenza in certe impronte di mani, di falangi in alcune dita. Alcuni studiosi l’hanno spiegata come una pratica rituale cruenta peculiare di culti ctonii, al fine di modificare la coscienza ordinaria dell’individuo. La sofferenza fisica, derivante dal taglio della falange, è manifestazione della morte iniziatica intesa come “condizione indispensabile per qualsiasi rigenerazione mistica”. In definitiva attraverso l’amputazione l’individuo accede alla spiritualità, differenziandosi dalla collettività definitivamente. Una ricca documentazione sull’attestazione di mutilazioni sacrificali presso popolazioni primitive anche contemporanee è assunta come prova decisiva della rigenerazione mistica [...] (che) ci fa intravedere un filo conduttore collegante il gesto, la parola e il segno, nel cui incontro va collocata la nascita del pensiero simbolico e della comunicazione».

Figure umane stilizzate sporgenti dai quattro lati di un quadrato ”. “Figure nere”. Altra figura emblematica che molto probabilmente raffigura una costruzione, forse nella forma di una grande piramide, con al suo interno un ipotetico percorso del sole: est / sud / ovest.

Tutto questo solo per dire: «Ma che senso ha privatizzare oggi Porto Badisco, che fu Porto Enea, che fu Porto Venere?»



mercoledì 15 luglio 2009

Pierluigi Mele, Da qui tutto è lontano, Lupo

C’è voluto del tempo. Quindici anni a mettere il punto alla fine. C’è voluto del gioco. Quel gioco che spinge a stupirsi e dannarsi per ciò che verrà oppure no. Il gioco libero. I personaggi si sono perduti e così ritrovati lungo il cammino. Loro a dettare il passo. Loro ad osare. Perché quei personaggi sono forme di una sola figura. Loro a scoprire cose che credevo dimenticate. C’è voluta paura dei propri fantasmi, sino a guardarli con occhi sereni. C’è voluto tutto l’amore per la musica, i colori, l’infanzia, il sorriso. C’è voluto qualcuno accanto che ci credesse davvero. C’è voluto il tempo che occorre. Anche quello per accettare i rifiuti, tanti. Anche questi sono serviti. Il libro non sviluppa un’unica trama, ne miscela diverse, di storie. Fa la spola fra terra e visione, desiderio e reale, amore e memoria, sarcasmo e dolcezza. Si serve di solitarie, estreme figure per dire del tempo, di questo nostro tempo. Questo, orfano di rivolta, dissenso, utopia. Questo, dove i simboli sono bagattelle di sagra. Si serve del sud come perdita, sogno, chimera. Solo il luogo ha un nome concreto, Torre S. Emiliano. Ma è un luogo di fabula. Un luogo di dentro. Si serve di odori perché le parole da sole non sanno né possono dire. Si serve del potere, innanzitutto, ma come metafora di un certo destino. Come filo rosso che stringe il racconto. Non è in poesia, il libro, ma se ne serve lisca per lisca. Non è propriamente romanzo, ma si nutre di letteratura che è vita. Neppure teatro, ma ne segue il fraseggio. Per annodare man mano ogni filo, e alla fine tutto torna dov’era.
Mi avevano chiesto un intervento e non so come stilarlo altrimenti. Mi avevano detto “sei libero, scrivi ciò che ti pare”. Posso dire che parlo di un sogno, nel libro, e che ne aspetto il distacco per saperne di più. Aspetto che si perda lontano come un aquilone sfuggito di mano. Aspetto che qualcuno, più in là, lo raccolga. E allora estraggo un passo dal libro che offre il senso di tutto. Quello che ora dedico a voi. «Credo nel sole, le nuvole, il vento, la neve, la stagione improvvisa che torna, la luna nel pozzo e nei conti che tornano. Credo nei colori, e con questo mio nero li stringo tutti. Credo nell’illusione delle parole, ma credo che un canto valga più di tutti i libri che leggeremo. Credo che la poesia viva dovunque, che sia lei a cercarci, che si tuffi nei versi come ultima spiaggia. Credo in chi si commuove per le sciocchezze e ride senza motivo come un idiota nei campi. Credo nella semplicità e la invidio. Credo in chi non ho mai veduto eppure conosco da sempre, in chi alla fatica sfiorisce ma intanto cammina. Credo in chi ascolta, nei vecchi che svelano siccità e abbondanza con il fiuto dei cani. E soprattutto, credo nel giorno in cui nelle prime file delle autorità siederanno i bambini». (Pierluigi Mele)

sabato 11 luglio 2009

La cultura dell'Olio










L’olio d’oliva tra cultura contadina
e promozione del territorio

Gianluca Virgilio

Il mutamento sociale più notevole e di più vasta portata della seconda metà del secolo, quello che ci taglia fuori per sempre dal mondo del passato, è la morte della classe contadina.

Eric J. Hobsbawm, “Il secolo breve”.


Che io rimpianga o non rimpianga questo universo contadino, resta comunque affar mio. Ciò non mi impedisce affatto di esercitare sul mondo attuale così com’è la mia critica…

P.P. Pasolini, “Scritti corsari”.

Ricordo d’infanzia
Era tale la stanchezza di mia madre per la veglia notturna al capezzale del nonno che c’era da aspettarselo: prima o poi avrebbe fatto qualche disastro. Ed infatti, una mattina, di ritorno dall’ospedale, dopo una notte insonne, mentre sta travasando un litro d’olio dalla damigiana, la bottiglia già piena le scappa di mano e si va ad infrangere sul pavimento, sporcando tutto l’ammezzato. Sicché, di lì a qualche giorno, quando i dottori dissero ch’era meglio portare il nonno a casa per evitare le pratiche burocratiche e le inutili attese, tutti i parenti non dico che incolparono mia madre, ma si confermarono che la bottiglia d’olio infranta era stato il segno premonitore d’una disgrazia: così fu che morì mio nonno, contadino di Corigliano d’Otranto. Era il 1973 ed io avevo dieci anni.

Due libri sull’olio
Questo episodio d’infanzia mi è ritornato in mente mentre sfogliavo due libri ricchissimi di illustrazioni, l’uno recente: Rossella Speranza, “Olio d’oliva ragione e sentimento”, Mario Congedo Editore, Galatina, novembre 2008, pp. 192; il secondo recentissimo: Cosimo Occhibianco, “La civiltà contadina” con sottotitolo “Lu trappitu e lli trappitari”, Congedo Editore, Galatina 2009, pp. 224. I due libri hanno in comune appunto il tema dell’olio, della sua lavorazione e produzione, con un’attenzione particolare, come vedremo, per la tradizione contadina, di cui rischia di scomparire finanche il verace ricordo, a vantaggio di riproposizioni iconologiche stereotipe o nostalgiche, che poco o nulla hanno di storico.

E’ un fatto: come diceva Pasolini negli “Scritti corsari”, nel XX secolo si è consumato un genocidio culturale di cui nessuno parla, quello della cultura contadina, annichilita dalla civiltà industriale; così pure lo storico inglese Eric J. Hobsbawm, ne “Il secolo breve” colloca dopo la metà del secolo XX la morte della classe contadina. Pertanto, questo tipo di pubblicazioni a me fa l’effetto di riportarmi indietro nel tempo, in un’epoca in cui non ero nato e nella quale gli uomini vivevano in un modo completamente diverso dal mio. Sarà mai possibile conoscere davvero questo mondo scomparso oppure il mio desiderio è destinato a rimanere per sempre frustrato?

Olio, ragione e sentimento
L’autrice del primo libro, Rossella Speranza, è coordinatrice del progetto Olivita che ha come obiettivo quello di promuovere l’olio extravergine d’oliva e di diffonderne la cultura. “Olio d’oliva ragione e sentimento”, a detta di Speranza, nasce sull’onda di un recupero memoriale dei giorni d’infanzia: “Negli anni sessanta” scrive Speranza, lasciandoci supporre che la sua età anagrafica sia al di sotto dei cinquant’anni – mi scuso con l’autrice, ma a me piace sempre sapere in quale tempo storico viva chi scrive un libro -, “la mia famiglia viveva a Roma ma, evidentemente per ragioni affettive, scelse di farmi nascere nella casa dei nonni materni, una villa immersa tra gli ulivi e i mandorli di Puglia” (“Olio d’oliva ragione e sentimento”, cit., p. 8). E’ lì che la scrittrice impara a conoscere il sapore dell’olio: “Il pane con l’olio era la nostra merenda abituale o meglio quella che sbrigativamente ci davano quando l’appetito sopraggiungeva” (p. 9). Oggi questi sapori d’altri tempi rischiano di scomparire a causa dell’incalzare dei prodotti industriali, un rischio che corre anche l’olio extravergine d’oliva”, che può essere paragonato “ad un figlio incompreso”, ovvero non capito e addirittura sottovalutato. “Ho avvertito pertanto – scrive l’autrice - l’esigenza di realizzare una pubblicazione che contenesse informazioni precise dal punto di vista tecnico ma sufficientemente divulgative…” (p. 9). Insomma, un libro fotografico, ma non solo, per il consumatore, senza alcuna pretesa di indagine storiografica – l’autrice sa che “quella dell’olio è stata una civiltà drammatica, spietata, di uomini e bestie asserviti ad una fatica estenuante, eppure assolutamente necessaria” (p. 18), e non è questo, dunque, che le interessa -, bensì ricco di notizie ed informazioni per chi desideri orientarsi nel complesso e per certi versi insidioso mercato degli oli.

La scrittrice parte dalla descrizione di un luogo preciso “che ha ospitato il servizio fotografico di questa pubblicazione”, ovvero la masseria Cimino (“si trova in Puglia, in una zona attigua alla Valle d’Itria, a poche centinaia di metri dal mare Adriatico, ed è circondata da uliveti secolari, veri e propri monumenti naturali, che rendono questo territorio unico al mondo” (p. 18); per passare poi in rassegna le varie fasi della lavorazione dell’oliva, dalla raccolta, che avviene secondo varie tecniche (brucatura, scuotitura, bacchiatura, cascola naturale), alla molitura, che può avvenire in modo tradizionale, ovvero con le ruote in pietra, oppure a ciclo continuo attraverso il frangitore (a martello o a dischi dentati); fino alla produzione dell’olio. Messi da parte gli oli raffinati, cioè quelli che “si ottengono attraverso procedimenti chimici” (p. 50), Speranza si occupa degli oli d’oliva vergini. Chi conosce la differenza tra olio vergine e olio extravergine di oliva? Basta leggere questo libro per saperlo: “Gli oli che escono dal frantoio sono, quindi, vergini, ma non è detto che siano extravergini. Per essere extravergine l’olio deve rispettare due parametri essenziali: uno chimico e uno organolettico. L’analisi chimica si effettua in laboratorio mentre quella organolettica è condotta da un gruppo di 8-12 esperti…” (p. 50). L’olio extravergine non deve “superare l’acidità dello 0,8% (risultato dell’analisi chimica)” (p. 52).

Consigli per gli acquirenti…
Il volume dà poi consigli per gli acquisti, ovvero tutte le informazioni che possono essere utili al consumatore per avere un prodotto di qualità: “Quando osserviamo gli oli extravergini di oliva sugli scaffali dei punti commerciali dovremmo preferire: olio extravergine d’oliva sulla cui etichetta è ben in evidenza l’identità del produttore (peraltro obbligatoria); olio extravergine d’oliva confezionato in bottiglie scure; oli extravergini d’oliva prodotti nella campagna olearia più recente” (p. 54). Il consumatore dovrà essere molto attento ad individuare tutte queste informazioni sull’etichetta della bottiglia per non incorrere in qualche brutta sorpresa al momento di farne uso ed anche per poter meglio conservare la propria provvista d’olio (mai per più di un anno, perché dopo un anno il sapore dell’olio vien meno).

…per i buongustai
Bruschette, gazpachi andalusi, pancotti, panzanelle (o cialledde), caprini freschi, tzatziki greci, insalate capresi, di grano, di riso, d’avena, insalate d’arance, sì, avete capito bene, d’arance (“possibilmente del tipo sanguinello” p. 101), insalate di mele, rucola e noci; e poi di pere e pecorino, carpaccio di carne, bresaola, insalate di polpo e patate, di tonno, shashimi giapponese e pesto alla genovese, orecchiette con le cime di rapa e sedanini integrali alla crudaiola, spaghetti alla bottarga, e chi più ne ha più ne metta; tutte queste leccornie, ditemi voi, che gusto avrebbero senza una due e anche tre croci d’olio benedicente e insaporente, dell’olio, dico, che è il protagonista indiscusso della nostra tavola? Ebbene, questo libro ci fornisce una serie di ricette che ognuno di noi, nelle sere d’estate, quando si ha più tempo libero, potrà seguire in cucina per preparare dei buoni manicaretti.

…e per i salutisti
Nella pagine finali Speranza cede la parola a Dun K. Gifford, presidente di Oldways Preservation Trust di Boston, che spiega bene, anche attraverso la rappresentazione iconografica della “Piramide della Dieta Mediterranea”, al cui centro vi è proprio l’olio d’oliva, come questo tipo di dieta comporti “chiari benefici alla salute rispetto al modello alimentare americano” (p. 183), prevenendo molte malattie, come le cardiovascolari, il cancro, il diabete, ecc.

Storie d’altri tempi e promozione del territorio
Ad un’altra generazione rispetto a quella di Rossella Speranza appartiene Cosimo Occhibianco, “nato a Grottaglie (Ta) il 23/10/1927 da modesta famiglia contadina”, come leggiamo nell’aletta di prima di copertina del volume “La civiltà contadina”, con sottotitolo “Lu trappitu e lli trapittari”.

Occhibianco è un appassionato studioso di storia locale, indagata nei proverbi, negli indovinelli, nelle barzellette, nel lessico, nei soprannomi, nelle arti tradizionali ecc.; è stato docente di liceo ed ora è vice-parroco presso la Parrocchia del Rosario di Grottaglie. Il suo culto – oltre a quello divino, s’intende – va alla civiltà contadina ormai tramontata, rivista con una sorta di nostalgia, di rimpianto del bel tempo andato: “Quanto era bello alla sera, tornando dalla campagna tuttu l’antu [la schiera] tli fèmm’ni, guidato, ta la fattora, cu llu panariéddu ‘nfilatu a llu razzu con dentro nna francata t’alii mmaccati [olive appassite], ttaccati ‘ntlu fazzulettu recitare il Santo Rosario e cantare poi qualche stornellata, per scrollarsi di dosso il peso della giornata e quello della lunga strada fatta a piedi. Arrivate a casa, stanche e trafelate, ma belle e rubiconde in viso, si mangiava con grande appetito quelle fave e verdura cucinate dalla mamma, e scodellate ‘ntlu piattu riali, e dopo essersi scambiate le impressioni della giornata ci si affrettava a sparecchiare la tavola, a lavare il piatto e con la scusa di andare a riempire l’acqua dalla fontana ci si incontrava, furtivamente, col fidanzato, col quale si scambiava, oltre che una bella chiacchierata, anche qualche “vasu a ppizzichicchiu”. Ciò fatto, si ritornava a casa allegre e rincuorate; si andava a nanna e si dormiva tranquille e serene; pronte ad affrontare con grande lena e gioia il lavoro pesante della prossima giornata” (p. 20). Il brano illustra bene lo stato d’animo e direi il sentimento di fondo che ispira lo scrittore e lo induce alla ricerca. Un sentimento destinato, purtroppo, a tenergli nascosta la chiara visione di un passato nel quale i contadini, impegnati, soprattutto in Puglia, nella coltura dell’olivo, furono per lunghi secoli sfruttati prima di essere inesorabilmente annientati dalla civiltà industriale. Tutto questo rimane purtroppo occultato dal facile sentimento della nostalgia, che d’altro canto induce l’autore a riscoprire il passato, a farlo rivivere, attraverso la ricostruzione archivistica, nei suoi aspetti più caratteristici e tipici, a scopo evidentemente promozionale, di promozione del territorio. In questo volume, lo scrittore, coadiuvato da tre amici, Francesco De Geronimo, Domenico Scatigna e Antonio Rombone, ch’egli chiama scherzosamente, unendosi a loro, i quattro Cavalieri dell’Apocalisse” (p. 5), prende in esame l’olio e la cultura che ruota intorno a questo prodotto del lavoro umano nel territorio di Grottaglie, facendone sommariamente la storia millenaria fino ai nostri giorni. All’ “uragano violento delle nuove e svariate tecnologie” (p. 7), Occhibianco oppone una rivisitazione del mondo contadino, coi suoi momenti topici: la ‘ntrata, cioè “la fioritura delle gemme che appariva sui ramoscelli d’ulivo (detti capiscioli) verso l’inizio del mese di maggio” (p. 14) e che faceva ben sperare i contadini; la ccòsa (la raccolta) effettuata anticamente entro l’era (aia) ricavata in un perimetro sottostante la chioma della pianta, detto cigghjaru; e infine la vendita all’ingrosso al mediatore–compratore, e al minuto ai cosiddetti ccattevvinni, di molti dei quali Occhibianco riporta il ritratto fotografico formato tessera (pp. 22-23).

Trappiti e trappitari
Ma i protagonisti del libro sono indubbiamente, come da sottotitolo, lu trappitu e li trappitari. “Lu trappitu (il frantoio) era l’unico luogo adatto per la molitura delle olive” (p. 25). Lo scrittore procede alla descrizione del luogo, che poteva essere ipogeo o sito a pian terreno, e all’elenco degli attrezzi necessari alla lavorazione dell’olio (la basculla, la macina, i fiscoli, i torchi, ecc.). In particolare, Occhibianco definisce i trappeti ipogei come “cattedrali dell’abisso”, di cui i trappitari sono i sacerdoti (p. 5), oppure paragona questo luogo con qualche enfasi “ad una primitiva catacomba cristiana” (p. 13). Riaffiorano alla memoria le figure di coloro che per un lungo periodo di tempo (da fine ottobre a marzo) ogni anno erano impegnati nella lavorazione del prodotto. Si trattava di una vera e propria chiurma [ciurma] così composta: lu nagghjiru (il caposquadra, fiduciario del padrone), lu sotta nagghijru (il vice capo), lu cuenzu friscu, ossia lu sotta tlu sotta nagghjiru), e lu turlicchju (il garzone tuttofare), molti dei quali venivano dal Capo di Leuca (li pòpp’ti), rimanendo “per tutto il tempo della campagna olearia e per la piantagione del tabacco” (p. 31). Anche in questo caso, il corredo fotografico formato tessera di pp. 28-30, ci fa conoscere i volti di questi “veri sacerdoti dell’olio”, li nagghjiri e li trappitari. Si noti l’uso di termini marinareschi: nagghjiru era il “naùkeros” dei greci, ovvero il nocchiero che aveva il compito di guidare la sua ciurma (chiurma). C’è l’idea, insomma, che entrare in un trappitu era come imbarcarsi e andare per mare per un lungo periodo, alla mercé di un elemento infido (l’olio-il mare) che chissà quando avrebbe restituito alla terra li trappitari.

Trappiti extramoenia e frantoi grottagliesi
Il volume prosegue con la presentazione delle principali masserie extramoenia del territorio di Grottaglie (Oliovitolo, del Rosario, Abbadia, Galeasi, Lo Noce, Paparazzo, Curtimaggio, dei PP. Carmelitani, ecc.), tutte dotate di trappeto, per lo più ipogeo, ognuna di esse studiata nelle schede dal titolo “Note tecniche” e “Curiosità archivistica”, nelle quali si descrivono i luoghi, si individuano passaggi di proprietà fino agli attuali proprietari e si fa, insomma, la storia del trappeto; fino ad arrivare ai nostri giorni, ovvero ai moderni oleifici. Anche qui la vena elegiaca tradisce lo studioso: “Ora mentre guardo questo moderno oleificio”, scrive Occhibianco a proposito dell’Oleificio Cantina Sociale Pruvas”, il mio pensiero corre veloce al vecchio trappeto ipogeo, ove si trasferivano, abitando, per diversi mesi (da ottobre fino a marzo) tanti operai… Lì in quel luogo buio e umido, lavoravano a piedi nudi, dormivano poche ore, e mangiavano, al fetore della stalla, insieme con il povero asino, anche lui stanco e trafelato. Quante umiliazioni e sacrifici per poter portare onoratamente un pezzo di pane alle proprie famiglie e poter dare alla società, l’olio dolce, limpido, fino e raffinato, frutto amaro del loro pesante, umile e duro lavoro.

Se forse quell’olio di ieri, estratto con mezzi rudimentali e primitivi, poteva essere meno buono di quello di oggi, estratto con tutti mezzi meccanici moderni, certamente però era molto ed infinitamente migliore, perché era impreziosito di tanto sudore, lavoro e sacrifici incomprensibili e impareggiabili” (p. 187). Vale qui un discorso che, se da una parte è teso al rimpianto acritico del passato, dall’altra è volto alla promozione del territorio, da riscoprire nei suoi aspetti di una tradizione che può veicolare tutto, eccetto la violenza dei rapporti di potere del passato e la drammatica condizione umana dei contadini pugliesi, che rimane “incomprensibile” all’autore. Anzi, ci sembra di capire dalle parole di Occhibianco, l’olio antico era migliore perché in esso era contenuto un di più di sofferenza umana. Che ci sia un po’ di candido sadismo in questo metro di giudizio? Del resto è una storia che si ripete anche oggi con gli extracomunitari, lavoratori stagionali ridotti in schiavitù nelle campagne pugliesi per le varie raccolte di pomodori, carciofi, uva, olive, ecc.

Nella parte finale del libro, intitolata Ex frantoi in Grottaglie dal 1900 al 1970 sono elencati e descritti appunto gli ex frantoi siti all’interno dell’abitato di Grottaglie, di cui si indicano i proprietari, quelli antichi e gli attuali – ricorrono sempre le fototessere dei protagonisti -, e la moderna destinazione d’uso: un frantoio diventa ristorante, un altro garage, un altro ancora studio fotografico, ecc. Ahimé, verrebbe da dire; ma ce ne asteniamo per non tediare il lettore. Chiudono il volume “Alcuni cenni di grammatica dialettale grottagliese”, un “Glossario” e la “Bibliografia”, con indicazione degli Archivi frequentati dall’autore e delle opere citate.

Ricordo d’infanzia
Quando si andava a fare la provvista d’olio per tutto l’anno presso qualche proprietario della zona, la cui casa sembrava intrisa di olio, tanto era forte l’odore che emanavano le pareti, mia madre diceva che l’olio doveva essere puro, senza o con poca acidità; pertanto, poi mi riuscì facile capire perché lo chiamava “vergine”, come fosse una fanciulla, e l’aura di sacralità che lo circondava; in una parola, la sua potenza. L’olio era come una fanciulla (la vergine Atena, dea che diffuse la pianta d’olivo in Grecia) pronta a scatenarsi in un maleficio qualora chi lo adoperava non ne facesse, sia pure inavvertitamente, buon uso (la bottiglia infranta di mia madre).
Allora intuii per la prima volta che l’olio doveva contenere un segreto e che la sua era una storia drammatica.

martedì 7 luglio 2009

Blixa Bargeld ad Alessano

Blixa Bargeld esibitosi ad Alessano lo scorso giovedì 2 luglio, ha raccontato al pubblico storie bellissime senza utilizzare parole, senza parlare una sola lingua. Ha 'spiegato' al pubblico il movimento del sistema solare, la rivoluzione dei pianeti, facendo ascoltare il rumore che tutto ciò produce, rumore che fino ad ora avremmo solo potuto immaginare, immaginandolo proprio così.

Ennio Ciotta

Cose da non crederci

Lo stesso Blixa stentava a crederci. Quando gli hanno proposto di presentare il suo spettacolo nel Salento, per uno come lui abituato all'avanguardia, alla ricerca ed al pubblico attento delle grosse kermesse metropolitane, ha reagito stupendosi ancora una volta al cospetto delle sorprese che la vita ti riserva. Ancora più strano ed inusuale sarà poi per lui affrontare la piccola ed accogliente piazza di Alessano, minuscolo e caratteristico paese nei pressi di Santa Maria di Leuca.

Ma, non sarai mai certo di quale sorpresa potrà riservarti la vita se prima non ci metti il naso.

Blixa Bargeld, berlinese di nascita, adottato dall'intero mondo della musica, dell'arte, della sperimentazione e dell'avanguardia, lega il suo nome alla formazione musicale più dirompente e rumorosa che possa esistere al mondo, gli Einstürzende Neubauten, la cui cifra espressiva consiste nell'utilizzare strumentazioni atipiche, comprendenti martelli pneumatici, lamiere metalliche, tubi flessibili, compressori e altri elementi capaci di creare un suono alienante, ricco di dissonanze.

Nel frattempo diventa amico di un “cantante qualunque” come Nick Cave, accompagnandolo in tour per venti lunghi anni.

Solo questo potrebbe bastare. In realtà la sua ricerca e la sua sperimentazione non finisce mai, confrontandosi con qualunque disciplina, dal teatro alla musica, dalla composizione alla preformance pura.

In occasione di questa a dir poco aliena apparizione salentina il nostro ha presentato il suo spettacolo Rede/Speech, basato sull'utilizzo della sola voce filtrata da effetti elettronici e campionamenti. Tutto lasciava presagire uno spettacolo lento e pesante, tributo agli oltre trent'anni di delirio regalato al suo affezionatissimo pubblico.

Blixa ha ormai cinquant'anni, e abbimo nutrito un po' dei dubbi sul fatto che ce la potesse fare ad alzare il martello pneumatico per “deliziarci” ancora una volta con le sue 'melodie'.

Siamo convinti però che lezioni più importanti, come sempre, arrivano dalla storia. Un buon passato si trasforma automaticamente in un buon presente, e la fama che lo precede coglie nel segno.

Blixa arriva sorridente, sceglie un bicchiere di buon vino, sale sul palco, la piazza è gremita e la curiosità si taglia nell'aria. Io non so cosa pensare, accendo la videocamera, mentre Loreta ,la mia donna, sorride e sembra aver capito già tutto.

Aiuto! La sua voce è un'intera orchestra. Sovrappone fraseggi, frasi, urla, vocalizzi arrangiandoli in maniera spettacolare in tempo reale, sollecitando spesso Mephisto, il suo adorato fonico, ad una maggiore attenzione.

Racconta storie bellissime senza utilizzare parole, senza parlare una sola lingua, solo emittente e ricevente, il codice linguistico si chiama Blixa e non si discute. Il rumore di fondo lo ha inventato lui. Riesce a sorprendere anche uno come me, abituato a sorridere nel delirio ed abituato a guardare sempre avanti nonostante l'astigmatismo galoppante.

Ci spiega il movimento del sistema solare, la rivoluzione dei pianeti, ci fa ascoltare il rumore che tutto ciò produce, rumore che fino ad ora avremmo solo potuto immaginare, e lo avremmo immaginato proprio così. Le sue comete che solcano l'atmosfera mi danno i brividi. Non chiudo la bocca ormai da venti minuti. Lui è un uomo alto, dinoccolato, dal volto e dall'andatura simpatica. Guarda il pubblico con tranquillità e sul palco si sente a casa sua. Le sue storie, raccontate coi rumori e con le sensazioni della vita quotidiana, colgono nel segno molto più di mille parole, magari belle ma vuote, magari giuste ma ingombranti, sicuramente troppe in un'epoca come la nostra solcata dalla fretta lacerata delle cose non dette, delle cose non fatte. Le intenzioni sono buone, devi credermi, ma come faccio a spiegartelo? Guardami in faccia, la mia storia è scritta nei miei occhi.