martedì 16 giugno 2009

Antonio Prete - Stare tra le lingue









Multilinguismo, migrazioni e traduzione
Per un’ecologia delle lingue

[Il giorno 22 maggio 2009, presso l’Auditorium del Ghoete-Institut a Roma, si è svolta una tavola rotonda sul tema “Pluralismo: una fantastica opportunità! – Le prospettive in un’Europa che cresce”. Alla tavola rotonda hanno partecipato Tullio De Mauro, Antonio Prete, Daniele Archibugi, Giuseppe Zucconi, Carlo Rubinacci, con la moderazione di Luigi Illiano, direttore del “Sole24 Ore Scuola”. Riportiamo di seguito l’intervento del nostro conterraneo Antonio Prete.]

"Pensiamo alla ricerca di quel che sotterraneamente unisce tutte le lingue, alla ricerca di quella sostanza che trascorre in tutte le lingue, come il silenzio, il ritmo, la musica del verso nella poesia, l’immagine, l’onda dei suoni, il rapporto tra le vocali e il canto, la relazione della parola con il vivente che essa designa e accoglie nel suo suono. E' la pluralità delle lingue, l’esperienza della pluralità, permette la percezione di questa sostanza".


Stare tra le lingue
Antonio Prete


Pluralità delle lingue e prima lingua
Proprio a partire dalla pluralità delle lingue - dalla festa delle lingue, dalla diversità linguistica - si è generato il mito della prima unica lingua, di volta in volta lingua edenica, o prebabelica, lingua pura o lingua che è principio, culla, fondamento di tutte le possibili lingue. Un mito che Leopardi, in polemica con le ricerche dei romantici sull’indoeuropeo, definiva “un frivolo sogno”. Ma d’altra parte straordinarie interrogazioni sulla lingua sono venute proprio da questa ricerca di un’anteriorità pura, magica, nella quale il nome doveva corrispondere all’essenza della cosa: pensiamo a come in Benjamin questa ricerca è produttiva di singolari e profonde osservazioni sul tradurre, sul compito del traduttore. Pensiamo alla ricerca di quel che sotterraneamente unisce tutte le lingue, alla ricerca di quella sostanza che trascorre in tutte le lingue, come il silenzio, il ritmo, la musica del verso nella poesia, l’immagine, l’onda dei suoni, il rapporto tra le vocali e il canto, la relazione della parola con il vivente che essa designa e accoglie nel suo suono. Ma proprio la pluralità delle lingue, l’esperienza della pluralità, permette la percezione di questa sostanza. Stare tra le lingue, per un poeta, vuol dire mettersi in ascolto di questa sostanza che è prima e dopo ogni lingua, e che allo stesso tempo è nel cuore di ogni lingua. Inoltre questa domanda su quel che è prima e oltre ogni singola lingua ha dato il senso della parzialità , dell’imperfezione, del limite di ogni lingua: “les langues imparfaites en cela que plusieurs, diceva Mallarmé, manque la suprême”. Ma proprio la pluralità delle lingue, il riconoscimento della babele come ricchezza, non come condanna, ha favorito l’attenzione sia alla singolarità delle lingue, alla particolare storia e cultura di ogni singola lingua, sia la tensione verso il dialogo tra le lingue, dialogo di cui la traduzione è la forma forse più profonda e complessa. E’ questa doppia direzione dello sguardo che è importante : lo sguardo verso quel che unisce le lingue, o che trascorre tra le lingue, e lo sguardo verso la specificità, multanime, storicamente e culturalmente sedimentata, vivente, di ogni singola lingua. Da qui discende, può discendere, sia la tensione al confronto tra le lingue sia la cura a che ogni lingua sia preservata. Un’ecologia delle lingue è urgente, oggi che anche le lingue, come le specie vegetali e animali, si vanno estinguendo.

Migrazione e multilinguismo
La migrazione, come disloca le persone, disloca una lingua, una pluralità di lingue. L’ospitalità verso chi emigra, il riconoscimento dei suoi diritti – d’asilo, di salute, di scolarizzazione, di lavoro, di cittadinanza - riguarda anche la sua lingua. La quale è connotazione forte di identità, di memoria, di appartenenza. Per chi emigra, preservare questo rapporto con la lingua d’origine, vuol dire potersi mettere in rapporto con gli abitanti del paese ospitante a partire dalla propria cultura. Così per altro verso permettere a chi è emigrato l’apprendimento della nuova lingua - lingua, letteralmente, d’arrivo - appartiene ai doveri di riconoscimento, di ospitalità. E la lingua, se non si frappongono limiti, è di per sé ospitale, si offre a coloro che abitano il suo territorio, le sue città. Per questo è importante favorire iniziative che permettano a chi emigra allo stesso tempo di apprendere la nuova lingua e di conservare, accanto alla nuova lingua, la sua propria lingua. A partire da queste due situazioni si può istituire il dialogo, la diversità si può rivelare ricchezza, le storie si possono confrontare. Anche sul piano linguistico l’emigrazione è una risorsa per il paese che ospita. Proprio perché nei confronti di una lingua, anche della propria lingua, siamo tutti, sempre, in stato di migrazione – dalla lingua della madre alla lingua nazionale, dai dialetti alla lingua di comunicazione alla lingua della scrittura - siamo in grado di capire come la lingua dei migranti possa essere un teatro di conflitti, ma anche di relazioni tra una lingua di provenienza e una lingua d’arrivo: è da qui che muove un passaggio verso la nuova lingua che sia in grado allo stesso tempo di preservare la lingua d’origine.

Pensiamo a come gli scrittori migranti possono contribuire a rinnovare, modificare, rimodulare la lingua del paese d’arrivo. Possono introdurre, certo, in un arco temporale esteso, nuovi ritmi, modulazioni diverse del dire, persino una nuova apertura lessicale, un sommovimento dell’impalcatura sintattica, nuovi repertori metaforici ed espressivi. Possono portare, per così dire, la lontananza, tutte le sue figure, nella nuova lingua. Un’immensa geografia poetica e umana può trovare un suo respiro nella lingua ospitante. Da una parte colui che scrive vuole come preservare della propria lingua l’incanto delle radici, o il dolore della memoria, dall’altra vuole portare tutto questo patrimonio nella nuova lingua. Tutto il Novecento è segnato da queste trasmigrazioni di lingue, e dunque di mondi : da Nabokov a Celan, da Singer a Rushdie, da Conrad a Gombrowitz.

Stare tra le lingue: la traduzione.
Dire della traduzione, anche solo per l’aspetto che qui a noi interessa, significa mostrare come la traduzione è paradigma, ma anche esperienza viva, del rapporto con l’altro. Figura antropologia di una relazione viva. C’è, dicevo, un’ospitalità della lingua: la figura, mediterranea e nomade, dell’ospitalità, ci dice di uno stesso spazio-tempo in cui colui che ospita e colui che è ospitato partecipano al reciproco riconoscimento. Tradurre è trasmutare una lingua in un’altra lingua, ma lasciando l’altro nella sua identità, di stile, di timbro, di riconoscibilità, di cultura. E c’è una doppia forma di ospitalità messa in atto da parte di chi traduce: ospitalità della lingua i-n cui si traduce (tradizione, memoria, codici e forme) e ospitalità della lingua propria del traduttore. Si traduce sempre in una propria, intima, singolare, lingua. Inoltre tradurre è interpretare. E’ mettere in relazione due lingue, due culture. E’ stare sul confine, e da lì interrogare la propria lingua, e allo stesso tempo l’altra lingua. La pluralità delle lingue è pluralità delle forme con cui l’esperienza degli individui pulsa nella parola, nel suo suono, nel suo senso, nel suo ritmo. La traduzione mostra questa pluralità come vivente e trasforma la parzialità, la singolarità, la diversità di una lingua in un’occasione per il balzo verso un’altra lingua. Restituisce, nel tessuto della nuova lingua, quello che l’altra lingua ha donato. Fa rinascere quel dono nella nuova lingua. Solo l’accettazione della pluralità linguistica, della polifonia di storie, modi linguistici, culture permette la traduzione. E l’educazione linguistica in più direzioni, se salva e preserva questa pluralità, favorisce la diffusione della traduzione, la sua pratica. Al contrario di quel che potrebbe apparire superficialmente, non si traduce perché non si conoscono le lingue straniere, ma solo per il fatto che la conoscenza di queste lingue da parte di molti rende diffusa la frequentazione delle letterature e dei saperi appartenenti a lingue e culture diverse dalla propria e di conseguenza fa apparire necessaria l’estensione ad altri di quelle conoscenze. Si traduce non per compensare il monolinguismo, ma a partire dall’esperienza di conoscenza dell’altra lingua.

Postilla
Sia la risoluzione europea sul multilinguismo sia il rapporto del Gruppo presieduto da Amin Maaloof e istituito dall’Unione europea rappresentano un momento di grande consapevolezza e di concreta proposta che potrebbe dare alle tante questioni –d’ordine politico e didattico- un orientamento ma anche un ventaglio di suggerimenti pratici. Si tratterebbe di far circolare quei documenti, farli conoscere, discutere. Naturalmente la prima cosa che si nota è il divario enorme tra quella consapevolezza, problematica, aperta, interrogativa e anche concreta, e la situazione italiana, che appare, anche su questo piano, davvero poco europea. Il rapporto Maaloof è centrato proprio sulla difesa della diversità linguistica –uno dei diritti fondamentali dell’uomo- e sulla promozione del multilinguismo, riconosciuto come una grande risorsa culturale e anche economica di un paese. La proposta di favorire l’apprendimento di una lingua personale adottiva, accanto all’apprendimento di una lingua di comunicazione internazionale, è una proposta che muove dall’idea che il rapporto con una lingua straniera può essere, talvolta, e in molti casi lo è stato e lo è, un rapporto di relazione profonda con il paese e la cultura di quella lingua, una passione per la lingua altra –prossima, spesso, o anche se lontana, prossima per affezione ed elezione- che è in grado di dislocare il soggetto, con la mente e con il cuore, nella storia e sapere e costume e letteratura dell’altra lingua. E’ proprio questa gratuità, per così dire –anche se didatticamente si tratterebbe di offrire quadri di concreta praticabilità a questa passione - che può garantire un rapporto non esteriore, ma motivato, sempre estensibile, in costante divenire, con l’altra lingua. Inoltre liberare l’altra lingua dall’ombra di una strumentalità comunicativa, significa restituirle la ricchezza della sua storia e le mille nuances delle sue espressioni culturali. Questo, naturalmente, potrebbe accadere anche con l’inglese, non considerato come lingua puramente comunicativa, ma vissuto nella sua straordinaria ricchezza letteraria. Se la pluralità di voci e di storie e di stili e di vicissitudini umane e di rappresentazioni e narrazioni e invenzioni che riusciamo a cogliere nel suono e nelle forme e nel sistema della lingua materna, riuscissimo, a livello diffuso e di educazione linguistica nazionale, a coglierlo anche in un’altra lingua, sarebbe assicurato non solo il dialogo, ma quel saper stare tra le lingue, saper stare sul confine che è senso dell’ascolto, mobilità dello sguardo, attenzione all’altro, comprensione dell’altro. E potremmo non rifugiarci più in quella debole tolleranza dell’altro che per essere tale, cioè per tollerare, ha bisogno di imprigionare l’altro nella sua diversità.

giovedì 11 giugno 2009

Super, sentieri neo barocchi tra arte e design
















Il compasso di latta



La mostra “Super Design”, in corso a Lecce nell’ex chiesa San Francesco della Scarpa per la cura di Marco Petroni, propone due interessanti incontri ed un workshop.
Il primo domani, sabato 13 giugno, dalle 18.00, negli spazi dei Cantieri Teatrali Koreja, con il designer Riccardo Dalisi che presenterà il progetto “Il Compasso di Latta”. L'appuntamento di martedì 16 giugno, alle 18.00, a San Francesco della Scarpa è con la storica dell’arte Adriana Polveroni che presenterà il suo ultimo saggio “This is contemporary! Come cambiano i musei d'arte contemporanea” nella serata gli interventi di Pietro Marino e Marco Petroni.
Il workshop “Tracce di tabacco” - che verrà presentato al pubblico il 13 giugno alle ore 19.00 da Michele Aquila, Giorgia Lupi e Serena Schimd di Interaction Design Lab in chiusura dell'incontro con Riccardo Dalisi ai Cantieri Koreja - avrà luogo sino al 16 giugno, negli spazi del Laboratorio di architettura Semerano (ex tabacchificio situato nelle campagne alle porte di Lecce in Contrada Pisello sulla Strada Provinciale per San Pietro in Lama.
Responsabili del progetto “Super, sentieri neo barocchi tra arte e design” che si protrarrà sino al dicembre 2009 con le sezioni “Antefatti” e “I guerrieri della bellezza” sono Antonio Cassiano e Franco Ungaro.



Nel panorama complesso della progettazione di design (progettazione e ricerca) nel corso del tempo sono riscontrabili modalità ed esiti ascrivibili a quel filone del “povero”, che ha un suo ruolo, una sua particolarità da svolgere ora, in pieno clima di decrescita. Un Compasso di Latta potrebbe essere dato per esempio all’idea della tanica di latta a forma di ruota che due anni fa fu messa in produzione in Africa per trasportare pesi nel deserto.

Il design della decrescita
Riccardo Dalisi

L’idea di un Compasso di Latta è di Alessandro Guerriero. Viene, io credo e sento, da un valore che egli attribuisce a tutto ciò che attiene all’umiltà ed al cuore: tutto ciò che è “povero”, semplice, facile nella reperibilità e nell’uso ha un suo proprio valore potenziale. Viene anche dal riconoscere che vi è stata, vi è, vi può essere ancor più linfa per un filone di attività di ricerca e di poetica che deriva da quei “valori”.
Tutto ciò ha, e non potrebbe essere altrimenti, un risvolto di giocosità, di ironia, senza alcuna scherzosa alternativa al Compasso d’Oro. Non si pretende, ovviamente, di mettersi a misura con quella consolidata e più ampia prassi e al suo significato. Si vuole affermare però una dignitosa sostanza di senso e valore che ha una radice profonda.
Nel panorama complesso della progettazione di design (progettazione e ricerca) nel corso del tempo sono riscontrabili modalità ed esiti ascrivibili a quel filone del “povero”, che ha un suo ruolo, una sua particolarità da svolgere ora, in pieno clima di decrescita. Un Compasso di Latta potrebbe essere dato per esempio all’idea della tanica di latta a forma di ruota che due anni fa fu messa in produzione in Africa per trasportare pesi nel deserto.
Si propone una prassi del design, una salutare “spinta”, un suggerimento utile, una possibilità di rinnovamento, una percorribilità complementare. La recessione, i grandi problemi legati all’ecologia ed al consumismo non possono più essere trascurati né tanto meno ignorati. Con che stomaco e soprattutto cuore un governo può oggi continuare a chiedere alla gente di consumare di più per risollevare un sistema economico che crea tanti problemi?
Il design assuma, ancor più di quanto stia facendo, una sua propria aliquota di responsabilità nell’iniziata lotta per la salvazione del pianeta. Ciò senza, per altro, rinunciare o tradire il percorso stupendo di cultura che ha compiuto fino ad ora.
Il Compasso di Latta o, se vogliamo, della “decrescita”, assumerà il suo proprio ruolo in tutto ciò, tenterà di assumerlo. Forse per la singolarità del senso che porta con sé sin dalla titolazione aggiunge, vuole aggiungere in un particolare modo, il significato vitale di una scherzosità. Vuole essere soprattutto un simbolo responsabile, serio e giocoso nello stesso tempo. Serge Latouche, economista conosciuto in tutto il mondo, il padre della “decrescita”, sottolinea l’importanza dell’arte e del gioco entro le nuove prospettive: “Se manca la gioia non si può parlare di decrescita”, mi disse. Il Compasso di Latta, in concordante intesa con il Compasso d’Oro, vuole partire con questo spirito nelle sue molteplici, infinite modulazioni, sollecitando, laddove ancora possibile, nuove invenzioni, nuovi settori, nuovi ambiti.
Tutto ciò richiama un po’ la pratica gandhiana di filare la tela di contro all’invadenza della produzione industriale inglese. Quell’uso della manualità aveva un forte valore simbolico e dimostrativo. Sottolineava l’importanza del salvare le tradizioni e le culture locali, uno dei grandi temi della “decrescita”. E ciò non solo in chiave di pura polemica con una diversa cultura, bensì in un pacifico mostrare una parallela, differente via di vita e di salvazione. In questo si affianca alle più autentiche, profonde ricerche del design tout court.
In tal senso il Compasso di Latta è di fatto un’integrazione, un arricchimento, una voce che risegnala possibilità e modi poco esplorati, prassi di ricerca e di scoperte: dignità e valori in più.
Tutto ciò corre nell’alveo della storia, nei suoi momenti di passaggio. Non a caso alle origini del Movimento moderno gli storici pongono William Morris, il suo operato e il suo pensiero. Morris definisce l’arte come “il mondo in cui l’uomo esprime la gioia del suo lavoro” nel suo “rifiuto” per la produzione meccanica. La macchina, infatti, “distrugge la gioia del lavoro e uccide la possibilità stessa dell’arte”. E aggiunge: “Non di questa o quella macchina tangibile, d’acciaio o di ottone, dobbiamo liberarci, ma della grande, intangibile macchina della tirannia commerciale che opprime la vita di tutti noi”. Su questa scia si mosse, nello sforzo di porsi in pieno nel grande alveo della modernità, la Bauhaus, all’insegna del “semplice”, vicinissimo alla prassi del “povero”.
Morris sembra inserire con grande anticipo (1888) i grandi e nevralgici problemi che il mercato mondiale crea nella nostra attualità. Un limite in lui lo vediamo nell’esaltazione di concetto di “mestiere” che oggi porta con sé un riflesso neutro se non limitativo. Si è mestieranti senza approdare al design, cioè ai più estensivi concetti aderenti alla realtà pulsante. Via intrapresa dalla Bauhaus, appunto. Nel segnalare il suo impegno e la sua profonda cultura, le sue intenzioni nella visione di un legame tra teoria e pratica, tra cultura e vita che, fino ad un certo punto, anima il suo impegno civile e sperimentale, “più di ogni altro può essere considerato il padre del Movimento moderno”, dice Leonardo Benevolo.
Torna di attualità nell’oggi, ove lo sforzo di salvare le culture locali, i saperi legati al fare manuale, le espressioni di un’arte applicata effettiva vanno perseguiti con maggior forza. È un compito imprescindibile dell’oggi.
Il primo “Compasso di Latta” potrebbe essere attribuito proprio a William Morris, alla sua memoria, al suo splendido lavoro, alla sua passione e a ciò che lo ha “ispirato”. Il compasso, in realtà, è la più piccola ed elementare “macchina” (manuale) di precisione. Il termine “latta” non è dispregiativo o riduttivo. Indica la familiarità, la semplicità di un materiale malleabile, lavorabile a mano, due qualità che indicano un ambito (un cerchio) circoscrivibile a mano: un forte valore simbolico. Il più umile artigiano lo usa normalmente.
La più recente sociologia torna oggi a rivalutare, in alternativa all’alienazione della modalità industriale, l’artigianato. Dalla teoria dei valori condivisi di Robert Merton a L’Uomo artigiano di Richard Sennett, l’artigiano è visto, tutt’ora, come risorsa vitale e beneficamente, capillarmente, indispensabilmente presente nella società. “Rispetto alle qualità etiche e liberali delle figure concrete messe in gioco da Sennett, l’artigiano moderno si qualifica non tanto e non solo per la sua abilità nel ‘maneggiare le cose’, quanto per la ricerca, quasi una dedizione, del giusto mezzo, del lavoro fatto ad arte, del progetto di vita”, scrive Marco Dotti (“Il Manifesto”, 27 novembre2008).
L’artigiano avrebbe quindi ancora la prerogativa di essere partecipe dei processi entro i quali colloca il suo lavoro, a differenza di tante altre figure del mondo del lavoro odierno.
Nella nostra esperienza di frequentazione assidua di lavoratori artigiani, nel senso classico del termine, essi sono più che consapevoli, sono responsabilmente attivi, operano in un rapporto intenso con designer e artisti con livelli di cultura elevati.. il fare consapevole è una via vera verso la libertà e, come sosteneva Morris, produce gioia creativa, segno, appunto, di libertà. Ciò che differenzia il nostro discorso (attualizzandolo) è che l’artigiano, in una crescente solidarietà creativa e fattiva con chi ha cultura di maggior livello, può accrescere in qualità e frequenza l’operare nel design esplorando altri non trascurabili ambiti, diffondendo la cultura del progetto, la cultura del fare design. Ritorna nel circuito della vita culturale.
A questo aspetto, alla libertà e alla novità che consegue al lavoro manuale creativo, afferisce il “nostro” Compasso di Latta.

sabato 6 giugno 2009

Tracce. Un'opera di Bruno Maggio

Tracce di Mani

Sino al 15 giugno prossimo si possono mirare, ammirare e contemplare - lasciandosi rapire e sognando quel che ispirano - le opere d'arte che dimorano a Lecce nello spazio della Galleria “Tracce” in Corte dei Romiti.

Vito Antonio Conte

Dal 30 maggio scorso e sino al 15 giugno prossimo si possono mirare, ammirare e contemplare - lasciandosi rapire e sognando quel che ispirano - le opere d'arte che nel tempo che ho detto dimorano in Lecce nello spazio della Galleria “Tracce” presso la Corte dei Romiti.

L'iniziativa, denominata “Artigianato tra Arte e Design”, è curata da Fernando Perrone e Vittorio Tapparini (altre informazioni per quel che qui non dirò le trovate in loco e sul catalogo - originali le fotografie di Bruno Barillari - stampato per l'occasione). Come s'intuisce sin da subito dal nome voluto per questa collettanea, le opere presenti coniugano l'arte e l'artigianato, tendendo - in una contaminazione prossima al superamento di qualsivoglia schema imposto e non - al design, facendone non una mera rassegna di “prodotti” dell'estro del singolo artista, ma l'incontro di tante diversità traverso le quali può notarsi (o, se volete, intuirsi) un fare ch'è espressione di un pensiero: la meridianeità che (col suo ritmo lento e, a volte, sincopato) esplode abbracciando concentricamente tutti gli altri punti e poli, affermando la propria essenza.

In ordine rigorosamente di catalogo, segnalo le sculture “concettualmente utili” di Fernando Perrone, le cartapeste dall'empatica miscellanea di natura e moti d'anima di Laura Galli, la forza sferica primordiale delle creazioni di Marco Galli, la materica astrattezza oltre ogni oltre di Vittorio Tapparini, i passi di pietra e d'acqua di questa Terra che guarda ai petali d'Oriente di Ornella Durini e poi forme d'oro mai viste in monili che sembrano altro e d'altro nelle creazioni di Mario Miscuglio e Paola Barrotta. E, per parlare delle creazioni di moda di Antonio Extempore, vi dirò che la sera dell'inaugurazione, giunto vicino ai due splendidi abiti da donna in bella mostra, ho pensato (e detto a chi mi accompagnava) che - se rinascessi femmina (e non a caso non dico donna) - vorrei indossare uno di quei gioielli... Di Bruno Maggio ho apprezzato l'arcaicità fabulosa delle sue ceramiche, nel mentre le opere di Monica Righi mi hanno suscitato un'esplosione di morte e di vita, d'opposti che si incontrano. Gabriele Pici sembra trafiggere la pietra leccese, prima, e carezzarla, poi, imprimendole tratti di essere tra corporeità e respiro. Le creazioni per la danza e la moda di Elena Cretì mi hanno fatto un effetto strano: ho visto Andreina (mia figlia) nel saggio di fine anno con indosso quel vestito da ballerina e, portando oltre l'immaginazione, l'ho vista donna... indossare lo spettacoloso abito da sera lì esposto (e, un po', mi... duole!?!). Di Isaia Zilli m'è rimasta la spigolosa profondità... marina. Delle opere di Lucia Mancini avevo già notato il moderno splendore e l'antica pulizia passando dal laboratorio dell'Ocra. In fine, Tonio Bisconti: di lui e del mio amore per la sua purezza interiore ho già scritto in un pezzo monografico su questo giornale... e raramente mi ripeto. Questo è uno dei pochissimi casi. E lo faccio perché Tonio Bisconti è spirito libero che permea di sé ogni cosa che tocca e, in particolare, dà il meglio del suo mondo interiore quando “scolpisce l'argilla”, ché i suoi “monumenti” di terracotta sono simulacri sempre in bilico tra sudore e trascendenza, siccome le sue creazioni minimaliste contengono del pari briciole di umano percorso e ricerca del divino. E non dico stronzate, ché è sufficiente accostarsi a una qualsiasi (che non è mai una qualunque) delle sue opere, guardarla, sentirla, sfiorarla con la mano e coglierne le vibrazioni... ché di lui vivono! Provare per credere. E che il totem sia con voi.