giovedì 7 maggio 2009

Vincenzo Ciardo e Girolamo Comi

Oggi, venerdì 8 maggio (ore 20.00) a Gagliano del Capo, nella casa che fu del pittore Vincenzo Ciardo, si svolgerà il Convegno “Vincenzo Ciardo e Girolamo Comi: ‘L’Albero, il paesaggio e l’amicizia’”, a cura di Massimo Mura. Interverranno il sindaco Antonio Buccarello; Antonio Cassiano (“Il paesaggio di Vincenzo Ciardo ”); Nicola Cesari (“Il colore nell’opera di Vincenzo Ciardo ”); Donato Valli (“Girolamo Comi, Vincenzo Ciardo e l’Accademia Salentina”); Antonio Lucio Giannone (“Tra letteratura e arte: Girolamo Comi, Vincenzo Ciardo e Vittorio Bodini”); Gino Pisanò (“Girolamo Comi, Vincenzo Ciardo e il primo ‘Albero’”); Alessandro Laporta (“Manoscritti di Girolamo Comi e Vincenzo Ciardo nell’archivio ‘Comi’”); Maria Occhinegro (“Girolamo Comi e Vincenzo Ciardo nella scuola”). Nell’occasione dell’incontro sarà consegnata una targa d’onore all’unico superstite dell’Accademia Salentina, prof. Mario Marti. / Successivamente al convegno, la Compagnia Mura di Flamenco andaluso eseguità il “Concerto di musica classica e spagnola in omaggio a Vincenzo Ciardo e Girolamo Comi” con musiche di Mozart, Lorca, Beethoven, Bach, Gounod, con al piano il maestro Michele Salvatore, soprano Iole Pinto, chitarra solista Massimo Mura e voce recitante Ivan Raganato.

L’albero, il paesaggio e l’amicizia

Maurizio Nocera

Il pittore Vincenzo Ciardo nasce a Gagliano del Capo il 25 ottobre 1994 e muore nel suo stesso paese il 26 settembre 1970. I suoi primi studi d’artista li compì con Michele Palumbo, quindi si trasferì a Urbino, dove studiò nel locale Istituto di Belle Arti sotto la direzione di L. Scorrano e Lionello Venturi. Nel 1920, dopo essersi licenziato dall’Accademia di Belle Arti e aver partecipato alla prima guerra mondiale, Ciardo inizia la sua carriera di insegnante di disegno presso le scuole napoletane. Qui, nel 1927, assieme al suo comprovinciale Giuseppe Casciaro, fonda il “Gruppo Flegreo”, un sodalizio di giovani pittori che riprendono le tematiche artistiche dell’ottocento impressionista europeo; nello stesso tempo riesce a coinvolgere nel suo “entourage” De Nittis, De Gregorio ed altri artisti dell’ambiente napoletano. La sua fama comincia ad allargarsi a Napoli, tanto da divenire, nel 1940 direttore dell’Accademia di Belle Arti della capitale partenopea. Lo sarà fino al 1966, cioè fino a pochi anni prima della morte, avvenuta a Gagliano nel 1970, dove si era ritirato dopo la pensione. Vincenzo Ciardo, pur restando per cinque decenni a Napoli, non dimenticò mai il Salento anzi, tutte le estati ritornò al paesello, dove continuò a dipingere e a frequentare il suo più grande amico salentino, il poeta Girolamo Comi, di Lucugnano, col quale ebbe una lunghissima corrispondenza. Anche Ciardo fu uno dei fondatori dell’Accademia Salentina.

Vastissima è stata la sua produzione pittorica e molte le mostre personali e quelle collettive. Le sue opere sono oggi conservate in diversi musei nazionali ed europei. Una delle attività culturali interessanti di Ciardo fu quella della scrittura, sia in prosa che in poesia. Diede alle stampe: “Quasi un diario ” (Napoli, Mele 1957); “Piccolo Cabotaggio ” (Bari, Adriatica 1964). Nella rivista «L’Albero», organo dell’Accademia Salentina, sono molti i suoi interventi, alcuni dei quali letterariamente molto belli.

Di Vincenzo Ciardo hanno scritto in molti, ma vale qui la pena di riportare quanto scrisse nel 1979 Antonio Cassiano, al quale dobbiamo la prima seria monografia del Nostro: «Ciardo […] continuò ad operare individualmente […] indicando sempre la figura del pittore individualista, colto, indipendente. Così, i sassi, gli ulivi, i casolari assolati delle Puglie non sono che un abile pretesto, vorrei dire una mirabile bugia, di cui Ciardo si serve per convincerci della sua verità: l’arte è forma e colore e l’artista ne è il trasfiguratore. Questo certamente ci dicono i suoi quadri, anche se a volte nei suoi scritti, soprattutto per sostenere la qualità poetica delle sue opere, il pittore lascia credere che la frequentazione del paesaggio salentino è stato determinante per la sua svolta pittorica» (cfr. A. Cassiano, “Vincenzo Ciardo”, Cavallino, Capone editore 1979, p. 9).


Il poeta Girolamo Comi nasce a Casamassella il 23 novembre 1890 e muore a Lucugnano il 3 aprile 1968. Suo padre Giuseppe era di Lucugnano e la madre, Costanza De Viti De Marco, sorella del più noto Antonio, economista e politico salentino degli inizi del XX secolo, era di Casamassella.

Per i suoi studi, Comi frequentò in un primo momento il liceo “Capece” di Maglie, poi il liceo “Palmieri” di Lecce e, dopo la prematura morte del padre (1908), proseguì gli studi superiori in Svizzera (Ouchy-Losanna) dove frequentò la cattedra del filosofo Rudolf Steiner. È di questo periodo la sua prima raccolta poetica, “Il Lampadario ” (Losanna 1912). Cercò di fare l’obiettore di coscienza “ante litteram”, rifiutando di partecipare alla prima guerra mondiale, ma fu costretto con la forza, per cui venne inviato in prima linea, dalla quale però lo congedarono perché divenuto, secondo le perizie mediche, “matto”. Nel 1920 tornò a Lucugnano, e allo stesso tempo cominciò a frequentare Roma, dove risiedeva lo zio Antonio De Viti De Marco.

Nella capitale conobbe scrittori e poeti, alcuni dei quali, a partire da quel momento, gli divennero amici e frequentatori anche della sua casa salentina. Fra questi è da citare: Arturo Onofri, Giuseppe Bonaiuti, Alfonso Gatto, Giovanni Papini, Iulus Evola. La poesia comiana di questo primo periodo è intimistico-metafisica, mentre le sue iniziative in quanto intellettuale si muovono in un ambito di esaltazione nichilista e niezschiana. Non a caso collaborò alle riviste «Ur», «Krur», «La Torre», «Diorama Filosofico» e fu molto vicino alle idee fasciste sulla concezione dell’essere superiore. Ad un certo punto della sua vita però avvenne come una sorta di conversione, una presa di coscienza diremmo oggi, con la quale rivide il suo pensiero iniziale e sentì rinascere in lui una nuova consapevolezza: si avvicinò al movimento simbolista e al fauvismo in pittura, ritornando a pubblicare nuove poesie.

Dopo otto anni di assenza dalle tipografie, la sua nuova produzione poetica riprende con “Lampadario ” (Lucugnano 1920). Seguono “I Rosai di qui ” (Roma 1921). Si tratta di cinque liriche nelle quali l’uso delle parole in versi forma sinfonie per musica e pittura, e il tutto sembra ispirato anche al movimento futurista di Tommaso Filippo Marinetti. Quindi “Smeraldi ” (Roma 1925), “Boschività sotterra ” (Roma 1927), “Cantico dell’albero ” (Roma 1928), l’antologia “Poesia 1918-1928 ” (Roma 1929), “Cantico del tempo e del seme ” (Roma 1930), “Nel grembo dei mattini ” (Roma 1931) con la quale inizia il suo ritorno ad una nuova forma di religiosismo; “Cantico dell’argilla e del sangue ” (Roma 1933); con “Adamo-Eva ” (Roma 1933), che sono liriche che indagano il peccato originale, si ha il suo pieno ritorno al cattolicesimo; una nuova antologia è “Poesia 1918-38 ” (Roma 1939). Nel 1946, Girolamo Comi fa definitivo ritorno a Lucugnano, dove fonda (3 gennaio 1948) l’Accademia Salentina nel cui sodalizio si riconosceranno autori come Mario Marti, Oreste Macrì, Maria Corti, Michele Pierri, Walter Binni, Luigi Corvaglia, Vincenzo Ciardo, Luciano Anceschi, molti altri intellettuali. L’Accademia ha una sua rivista, che per espresso desiderio di Comi, si chiamerà «L’Albero», nella prima serie diretta da lui e da Oreste Macrì, poi da Donato Valli, che di Casa Comi e della sua biblioteca è l’erede spirituale.

A Lucugnano Girolamo Comi ricomincia la pubblicazione di nuove raccolte poetiche: “Spirito d’Armonia ” (due edizioni, una a Lucugnano 1954, con la quale vince il premio Chianciano, e l’altra, postuma, a Trento nel 1999). Altre sue raccolte poetiche sono: “Piccolo idillio per piccola orchestra ” (Lucugnano 1954), “Canto per Eva ” (Lucugnano 1955), “Inno Eucaristico ” (Lucugnano 1958), “Sonetti e Poesie ” (Milano 1960). La sua ultima raccolta è “Fra lacrime e preghiere ” (Roma 1966). Oltre alle raccolte poetiche, Comi scrisse anche prosa, fra cui: “Lettera a Giovanni Papini ” (Lucugnano 1920), “Vedute di economia cosmica ” (Roma 1920), “Riposi festivi ” (Roma 1921), “Poesia e conoscenza ” (Roma 1932), “Commento a qualche pensiero di Pascal ” (Lucugnano 1933), “Necessità dello stato poetico (tentativo di un diario esistenziale ” (Roma 1934), “Aristocrazia del Cattolicesimo ” (Modena 1937), “Bolscevismo contro Cristianesimo ” (Lucugnano 1938), “Dramma senza dramma (scherzo o giuoco scenico-letterario) ” (a cura di Donato Valli, Lecce 1971).

Moltissimi sono gli autori che si sono interessati al pensiero e alla poesia di Girolamo Comi; l’elenco è abbastanza lungo ed una qualche idea ce la possiamo fare leggendo “Girolamo Comi. Atti del Convegno internazionale, Lecce – Tricase – Lucugnano, 18-20 ottobre 2001 ” (Lecce, Edizioni Milella 2002, pp. 448).. Occorre dire che non c’è stato scrittore, poeta, pittore, scultore e tanto altro nel Salento e fuori di esso che, nel suo lavoro da intellettuale, non abbia avuto a che fare con Girolamo Comi il quale, per la mole di lavoro fatto ed anche per lo strano caso della sua vita, si erge ad essere monumento letterario della salentinità.

Interessante è il giudizio che del poeta di Lucugnano diede Vittorio Pagano (a lui debbo queste brevi note del profilo del poeta) nella “Notizia Bibliografica” che lo stesso Comi gli chiese di stendere come appendice alla bella antologia “Sipario d’Armonia ” (Edizioni dell’Albero, 1954): «è Comi il poeta che rende concreto l’astratto – o astratto il concreto? Tradisce lo spirito per i sensi – o i sensi per lo spirito? Entra nel cosmo dalla porta della metafisica – o nella metafisica dalla porta del cosmo? È un pagano – o un cattolico? Svuota la poesia nella letteratura – o potenzia la letteratura nella poesia? … E tutti gli altri interrogativi che ormai risultano al lettore. Per noi, se vogliamo dire la nostra, fin dove almeno la possiamo qui dire, egli è l’uno e l’altro, un momento è l’uno, un momento è l’altro (momenti ispirativi, ben s’intende): oppure unifica, talvolta, e concilia e identifica: e senza che questa sia necessariamente una fase di superiorità e di massima perfezione del suo canto, bensì solo un diverso momento, forse preferibile, certo più auspicabile dal punto di vista della morale e dello spirito, ma poeticamente sul medesimo piano degli altri, salvi gli effettivi risultati di liricità. Che una sua tale liricità si “costruisca”, poi, su quest’ultima istanza, oggi come oggi, senza più sdoppiamenti o mutazioni, non può né deve costituire pregiudizio nella valutazione delle precedenti esperienze. Anche per il fatto che Comi non ha mai scritto “un altro” libro di poesia, ma sempre lo stesso – direi -, come una pianta in perenne crescita, le cui radici e i cui primi germogli siano visibili, in sé e per sé, allo stesso modo degli sviluppi subentrati: ossia egli ha voluto e vuole mostrarci una vita, la sua, interamente, dal caos all’ordine, testimoniandocela grado per grado con tutto l’impeto del suo cuore e la capacità della sua mente. E questo può sembrare anche orgoglio, tranne che la poesia (che quell’orgoglio egualmente accusa e fa vibrare) non è altro, mai, se non umiltà» (cfr. “Sipario d’Armonia ”, 1954, p. 166).

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