sabato 9 maggio 2009

“Il prete grasso” di Piero Manni (I Chicchi)













Il linguaggio dell’origine

Antonio Errico

Come se le figure riemergessero dal sogno, e si portassero il linguaggio che ad esse apparteneva nel sogno, con le fratture, i nessi logici sovrapposti, la combinazione di italiano e dialetto, gli scarti improvvisi, lo scardinamento sintattico, le impennate e le picchiate di ritmo, il mulinare dei significati, il lessico interiore – quello profondo, essenziale, lingua-mater – la realtà deformata davanti a uno specchio opaco, la leggerezza e l’irripetibilità delle immagini svuotate di ogni concretezza e proiettate in una struttura testuale che impasta e le rende parola, musicalità, respiro, antropologia, memoria, storia, ritorno all’esperienza del tempo.

E’ questa la sostanza del procedimento narrativo che Piero Manni adotta ne “ Il prete grasso” che esce nell’ agile collana dei “Chicchi” di Manni editori. Nove anni dopo “ Salento Salento”, libro tagliente, più legato al presente, all’impegno.

Manni scava nel microuniverso contadino dove tutto accade per una condizione di apparente fatalità, dove tutto diventa misura di una dimensione del vivere, e del morire, e quindi si confronta con il razionale e l’irrazionale, con l’eterno e il transeunte, con la realtà e la fantasticheria, con la religione e la superstizione, l’immaginario individuale e collettivo.

In queste narrazioni brevi, il ricordo costituisce il movente del racconto. Dal riaffiorare di un’atmosfera, di un odore, un sapore, una fisionomia d’uomo , una scena, Manni prende il movimento per riavvolgere il filo del tempo, per ricomporre frammenti di esistenze che costituiscono il tessuto vitale della società, per riconsegnare a se stesso – con nostalgia libera da qualsiasi rimpianto - quella visione del mondo e quella consistenza di senso che connota la sua origine, la radice, l’appartenenza.

Allora il linguaggio traduce quell’origine e quella appartenenza ma integrandola con gli elementi che sono venuti dopo, con gli innesti della formazione e delle idee. E’ evidente il robusto impianto ideologico che sorregge il racconto. E’ evidente qual è il punto di vista che assume colui che racconta. Esplicitamente prende posizione, rifiuta ogni neutralità, fornisce elementi di analisi e formula espressioni di giudizio. Come colui che c’era e che, di conseguenza, sa anche fare il confronto tra com’era e com’è.

Certo, ci sono anche le tenerezze, qualche quasi impercettibile brivido di memoria, quella nenia che attraversa una delle narrazioni ed evoca le forme e le espressioni di una cultura che fascinosamente rimescolava il sacro e il profano, ci sono gli affetti che attraversano la descrizione volutamente neutra dei fatti, come quello del padre che scappa dalla Grande guerra e torna a casa, seguendo la ferrovia, camminando di notte e riparandosi nei casolari e nei fienili durante le ore di luce. ( Un padre. Altri padri. Memorie ulteriori). Certo, ci sono quei trasalimenti – subitamente celati – che si insinuano tra le parole che provengono dalla profondità dell’infanzia, dal lievito dell’essere, dalle figurazioni che si conformano in quei dormiveglia – o in quelle insonnie – che riescono a far scorrere negli occhi il fiume – calmo o impetuoso – della vita, ci sono le verità, le menzogne, le leggerezze, le stravaganze, le ferite. Le paure. Cioè ci sono tutte le cose che si ritrovano nelle storie che si scrivono per ritrovare il sé che si nasconde “ nella cella in fondo all’ultimo corridoio del grande magazzino sotterraneo”: un grande magazzino che somiglia straordinariamente alla memoria.

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