giovedì 28 maggio 2009

Antonio Prete, poeta e narratore salentino

Privilegio di chi abita una piccola isola o una piccola penisola: poter vedere il sole tramontare in un mare e sorgere in un altro mare. Nel Salento accadeva che, ragazzi, andavamo nell’ultimo giorno dell’anno ad assistere al tramonto sulle rive dello Jonio, e aspettassimo il sorgere del primo giorno del nuovo anno sulle scogliere dell’Adriatico. Crescere tra due orizzonti marini: non so bene che cosa mi abbia dato questa condizione. Certo, anch’essa è all’origine di questo libro che vado scrivendo”

Il poeta di "Menhir"

Gianluca Virgilio


La mia frequentazione dell’opera di Antonio Prete data da circa venticinque anni, da quando, a qualche anno dalla prima pubblicazione de “Il pensiero poetante. Su Leopardi” (1980), lessi quel libro fortunato, di recente ristampato in edizione economica da Feltrinelli (2006). C’è poco da fare: i libri che si leggono a vent’anni ci rimangono nel sangue e così, se la fascinazione c’è stata, per il resto della vita ci capita di seguire le orme dello scrittore di quel primo libro come tracce che - siamo certi -, condurranno da qualche parte. Il problema sta tutto nel seguirle, il che non sempre risulta facile; soprattutto quando il tracciato che disegnano non è lineare, ma si apre come una ragnatela, entro la quale sono inscritti i molteplici interessi, le predilezioni, gli studi, le divagazioni, gli snodi essenziali di un’esperienza intellettuale 'in fieri', proprio come fosse una ragnatela in fase di lavorazione sopra un albero altissimo, opera di un infaticabile ragno. Così conoscevo gli scritti critici di Antonio Prete su Leopardi (l’ultimo “Il fiore e il deserto. Leggendo Leopardi”, Donzellli, 2004) e quelli su Baudelaire (l’ultimo, “I fiori di Baudelaire. L’infinito nelle strade”, è edito come numero 103 delle Saggine di Donzelli, 2007); conoscevo anche le sue traduzioni - come non ricordare la recente versione completa dei “Fiori del male” di Baudelaire (Feltrinelli, 2003) -, e poi le pagine narrative de “Le saracinesche di Harlem” (edizioni L’Obliquo, 1989), “L’imperfezione della luna” (Feltrinelli, 2000), fino a “Trenta gradi all’ombra” (Nottetempo, 2004). Critica, dunque, e poi traduzione, e poi ancora narrazione. Di tutto questo soltanto (e non è poco!) pensavo fosse composta l’opera di Prete; ma mi ingannavo!


Menhir

Pertanto, quando, nel marzo del 2007, ricevetti “Menhir”, un libretto di 131 pagine, stampato appena il mese prima dall’editore Donzelli col numero 31 della sua collana di 'Poesia', ebbi dapprima un moto di sorpresa, ma poi dissi a me stesso che me lo dovevo aspettare, che non era possibile che uno sperimentatore come Antonio Prete in tutti questi anni di studi non si fosse cimentato in proprio con la poesia, che, insomma, era naturale che la tela di Prete fosse arricchita di un’altra giunta, quella poetica. Del resto chi ha dimestichezza con la sua prosa, sa bene come il passaggio sia stato obbligato. Voglio dire che la lingua di Prete, così concreta eppure così evocativa, in cui le parole raccontano la realtà di cui è fatta la letteratura secondo ritmi e modi inconfondibili e propri della poesia, non poteva che trovare il suggello nella poesia, non poteva che tramutarsi naturalmente in poesia.

Menhir”, dunque, cioè, come li definisce Prete nella Nota a p. 129, “quelle misteriose verticali pietre” che, “insieme ai dolmen”, si possono incontrare nelle campagne del Salento. Ed ecco la poesia che dà il titolo all’intera raccolta, Menhir (p. 15):

Nel filo d’aria e di millenni / che lega il vertice alla stella / trascorrono fiumi di pensieri, / con occhi d’animali aperti / su deserte scogliere, / con gesti di creature dispersi / al vento delle sere supreme, / con grida di uragani e di ferite. // Il cielo ruota fino al sonno delle stelle, / fino al gelo dell’alba / che disanima la pietra. // Nel filo d’aria e di millenni / l’aspra malinconia del vivente.


Nella solitudine, nella lontananza

Si provi a immaginare un menhir nella solitudine della campagna magliese o otrantina, verso Cursi o più giù, verso Minervino, di notte, sotto un cielo stellato, e ci si provi a misurare la distanza tra la punta della pietra svettante nel cielo e la stella più vicina, forse ormai spenta. Si provi, per un istante, a misurare il tempo trascorso, le innumerevoli civiltà, gli sguardi imploranti, impotenti, infelici, le preghiere, gli affanni, i pensieri di uomini inesausti che ora sono terra e vento, “filo d’aria e di millenni”, si provi a immaginare tutto questo, e si sarà presi da una vertigine che solo chi ha una lunga familiarità con Leopardi, col Leopardi del “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, sarà in grado di tollerare. Tra il vertice di un menhir e una stella c’è “l’aspra malinconia del vivente”, cioè la storia dell’uomo, le sue illusioni e delusioni, i suoi desideri e le sue frustrazioni, il dolore del vivere e la meditazione sul comune destino di morte: “fiumi di pensieri” che hanno la loro sede sopra “deserte scogliere”, nel cielo, e sono trasportati in alto dal vento che sembra essere la loro voce, sempre più lontano da questo mondo dove sono nati nella testa degli uomini (o forse hanno altra origine, altra natura? chi può dirlo?). Un menhir si innalza verso una lontananza di cui nulla si sa, se non dalle parole dei poeti. Che sia stato, dunque, sollevato da terra dalle braccia dei poeti, come un tentativo estremo quanto vano di colmare la distanza tra cielo e terra, tra lontananza e finitudine? Questa dialettica, insita nella metafora che dà il titolo alla raccolta, 'menhir', racchiude il senso della poesia di Prete.


Nella levità della parola poetica

Ma non tocca a noi dire queste cose; le sintesi, si sa, lasciano fuori più di quanto riescano ad accogliere nel loro interno; e poi la parola poetica ha una sottigliezza, una levità che mal tollera la riduzione a significato della nostra prosa. Potrei dire quale poesia ho letto e riletto, più e più volte: “Colloquio”, per esempio, ancora non mi stanco di rileggerla, come anche, delle sei brevi prose intercalate tra le poesie, “La notizia” (p. 111), nella quale Prete rievoca il suo stato d’animo alla notizia della morte di sua madre. Ma rischierei di spacciare il mio gusto per una certezza estetica.

Una notazione però va fatta: il lessico della poesia di Prete presenta una frequenza riconoscibilissima di parole come 'nuvola', 'luna', 'cielo', 'azzurro', 'infanzia', 'stella', 'ricordo', 'silenzio', 'orizzonte', 'lingua', 'lontananza', 'vento', 'addio', 'galassia', 'morte' ecc., che esprimono una dimensione astratta e inattingibile del mondo, ciò che è lontano da noi e a cui noi tendiamo con tutte le nostre forze e i nostri desideri, incapaci come siamo di guardare verso terra, di accontentarci di essere terra: di qui la nostra 'souffrance universelle', come ebbe a dire Leopardi.

Ebbene, com’è vero che - lo scriveva Dante nella Vita Nuova -, non può esserci buon poeta che non sia in grado di “aprire per prosa” le proprie poesie, io penso che la più chiara e più completa spiegazione della poesia di Prete sia stata data dall’autore stesso nel suo recente Trattato della lontananza (2008) edito da Bollati Boringhieri. Non si perdano di vista le date e le dichiarazioni d’autore contenute in “Menhir” e nel “Trattato della lontananza”: il primo del 2007, il secondo del 2008, come si è detto; nella Nota del primo si legge: “Queste poesie sono state scritte nell’arco di tempo che copre gli ultimi dieci anni” (p. 129); nella Premessa del secondo: “… per un decennio, nella mia Università, ho tenuto ogni anno un corso su una figura della lontananza…” (p. 10). Risulta chiaro, allora, che il lavoro poetico di Prete è stato accompagnato per circa un decennio, con la sfasatura poco significativa di appena un anno, dal lavoro di riflessione poetica sui temi della lontananza. Chi vorrà capire, dunque, la sua poesia non avrà migliore guida di questo “Trattato della lontananza”, che già dal titolo dichiara un intento classificatorio e sistematico, oltre che di studio poetico: “l’idea che a lungo mi ha accompagnato…: descrivere alcune figure della lontananza, così come il sapere della letteratura le ha accolte e interrogate” (pp. 9-10), col proposito di “non sopprimere la lontananza” (p. 11).


Due linee di interpretazione

Pertanto, due linee di interpretazione possono essere seguite. In primo luogo, il “Trattato” si presenta come un viaggio nel mondo labirintico della letteratura, nel quale l’autore segue il filo di Arianna delle figure della lontananza: l’addio, l’orizzonte, il cielo, la nostalgia, l’esilio, i colori della lontananza, la cartografia fantastica, il lontano, lo sguardo, il suono della lontananza, l’amore, la morte; figure individuate nella poesia di tutti i tempi, da Omero a Virgilio, a Ovidio, fino ai poeti amati, i più citati e più commentati Leopardi e Baudelaire, attraverso Dante e la poesia delle origini della nostra letteratura (ma i riferimenti ai poeti d’ogni tempo sono fittissimi e innumerevoli, tanto che, quando si farà una seconda edizione di questo libro, sarebbe auspicabile inserire un indice dei nomi degli autori citati che ne faciliterebbe la consultazione). In secondo luogo, il “Trattato della lontananza” è interpretabile come una dissimulata riflessione sulla propria poesia (Menhir), di cui le figure della lontananza appena elencate, spiegate nel contesto della tradizione poetica occidentale, costituiscono il miglior commento. Non è un caso, insomma, che la forma del trattato sembri incrinarsi per lasciare il posto sovente ai ricordi autobiografici: “Ricordo d’aver chiesto più d’una volta a Edmond Jabès…” (p. 29); “… quel suono leggero che chiude il verso nella parvenza di una figura irreale, lontanissima, perduta, mi riporta all’improvviso al tempo del liceo, non a un giorno preciso, ma in un succedersi di mattine primaverili…” (p. 30); “Nei ricordi delle mie partenze verso il Nord spesso c’è la luce che nel mare mostra una vela, e all’orizzonte, c’è…” (p. 32); “Privilegio di chi abita una piccola isola o una piccola penisola: poter vedere il sole tramontare in un mare e sorgere in un altro mare. Nel Salento accadeva che, ragazzi, andavamo nell’ultimo giorno dell’anno ad assistere al tramonto sulle rive dello Jonio, e aspettassimo il sorgere del primo giorno del nuovo anno sulle scogliere dell’Adriatico. Crescere tra due orizzonti marini: non so bene che cosa mi abbia dato questa condizione. Certo, anch’essa è all’origine di questo libro che vado scrivendo” (p. 42); e gli esempi potrebbero a lungo continuare. Non sono affatto intrusioni inopportune nella forma trattatistica, perché rispondono invece ad una precisa scelta e convinzione poetica: la cura di sé, la confessione, l’indagine interiore, le quali “hanno costruito grandi narrazioni” (p. 55), scrive Prete. Dalla cura di sé bisogna partire, dunque, per spingersi verso quell’oltre che è il mondo della lontananza: “La vera lontananza è quella del saggio. Lontananza dall’inquieta corsa verso l’illusorio appagamento del desiderio. Da Epicuro a Montaigne, da Epitteto a Leopardi questo sguardo da lontano è il fine della cura di sé, l’orizzonte di un assiduo esercizio spirituale” (p. 135).

Né si pensi che queste riflessioni di poetica attestino un disimpegno, una volontà di astrazione e di separatezza dell’autore dalla contingenza della vita reale, dal fare quotidiano, dalla prassi della politica. A questo proposito si legga il capitolo intitolato “Cartografia fantastica” (ovvero tutte quelle 'mappae mundi' “da Atlantide all’Isola del Tesoro” (p. 119) che costellano la letteratura occidentale da Omero a Swift, da Platone a Stevenson, a Celati, passando per Dante), dove Prete scrive: “Il viaggio verso i regni dell’impossibile è il viaggio dell’immaginazione verso una terra dove si può trovare il risarcimento – certo, ancora fantastico – di quel che qui è negato, e si può, nello stesso tempo, apprendere il modo e la forma di una critica del tempo presente” (p. 116); e ancora: “Si tratta di dislocare lo sguardo fuori dal consueto, dal proprio, fuori da quel che appare come necessario e insostituibile. In questo modo l’immaginazione mostra la sua funzione politica: l’immaginazione non va al potere ma può disvelare gli inganni del potere” (p. 121). E allora noi capiamo che proprio questa intenzione anima Un anno a Soyumba, con dedica significativa a Gianni Celati (lo scopritore dei Gamuna), il racconto breve che Prete ha affidato all’Editore Piero Manni come numero 4 della collana i Chicchi nel 2008, nel quale si racconta di una fantomatica popolazione di un’isola lontana e irraggiungibile. Ma torniamo al “Trattato della lontananza.

Dialogo tra la finitudine e il suo oltre” (p. 148), questo è la lontananza, che assume le forme più varie, come, per esempio, l’esilio, condizione nella quale siamo immersi tutti, spesso senza saperlo (“Siamo, tutti, in esilio” p. 86) o “l’amore di terra lontana - l’amor de lonh dei poeti provenzali -” (p. 163), o infine “la lontananza fatta assoluta, irriducibile” (p. 173), la morte, come “lontananza dal vivente” che è “cancellazione del desiderio” (p. 187), poiché “la condizione vera del vivente” è “il suo respiro, che è la finitudine” (p. 188).

Eppure, in questa chiusa, in cui la morte domina sovrana personificata nella figura di Euridice - studiata nell’interpretazione che ne dà Rilke -, la fanciulla che non potrà rivivere e in cui sembra condensarsi tutta la 'souffrance universelle', Prete leopardianamente ha modo di riaffermare ancora una volta il valore della poesia: “Perché nella notte del senso, nella finitudine del vivente, persino nella lontananza del punto acerbo che di vita ebbe nome, la poesia è l’ultimo soffio vitale che resiste. Come il profumo della ginestra, essa si leva, impalpabile, leggera, preziosa, nel deserto del sentire, e del vivere.” (p. 188).

Lo stesso richiamo si può leggere in “Invocazione”, p. 124 di “Menhir”: “resistere alla polvere dei giorni,/all’erosione della lontananza”, quasi in controcanto poetico con la prosa del “Trattato”. E noi capiamo che questo è il compito, questo il messaggio che Antonio Prete definitivamente ci consegna.

martedì 19 maggio 2009

Antonio L. Verri - L' uomo multiplo

Un'inedita interpretazione del genio di Antonio Leonardo Verri

«Noi non siamo più come i Ciardo, i Suppressa, che prendevano il trenino della Sud-Est per andare a trovare Girolamo Comi a Lucugnano. Per noi, adesso, è essenziale prendere l’aereo per andare a Parigi o negli Stati Uniti […] noi dovevamo abbattere i muretti a secco».

Antonio L. Verri

La scrittura di Verri è scrittura che si fa mito, trasposizione moderna del volo di Icaro. Anch’essa, dunque, va assimilata, lentamente, con pazienza per far proprie le immagini che genera. Una scrittura ibrida, postmoderna, influenzata da Joyce, Quenau, Kerouac.

«Chi sa guardare – aggiungeva Bucherer, ammiccando – si ferma al culmine del mescolare, poco prima della Forma…»

Antonio L. Verri



di Francesco Aprile


Antonio Leonardo Verri. Romanziere, poeta, pubblicista, editore, pittore, operatore culturale. La sua nascita, nel 1949 a Caprarica di Lecce, piccolo centro della provincia di Lecce, aveva in sé il destino del margine. Autore postmoderno, riconducibile, assieme a Salvatore Toma, alla schiera dei poeti maledetti salentini, detti «poeti selvaggi», ha anticipato i caratteri della globalizzazione pensando una società in cui l'arte potesse unire i valori e le persone. Attraverso le "Carte internazionali del Pensionante de' Saraceni", Verri, pubblicava autori d'ogni nazionalità, questo perché, al pari degli autori salentini, anche gli autori stranieri «si svegliavano di notte con l'incubo che altri stessero scrivendo il capolavoro». Una sorta di "riconoscersi" nell'atto creativo, un sentirsi vicino anche a chi vicino non era. E c'è una sorta di solidarietà nella sua scrittura, un battersi per la sua provincia, avvicinando i giovani all'arte ed alla cultura, smuovendo la sua terra, invitandola ad aprirsi col mondo ed al mondo. A questo proposito è emblematica una frase di Verri durante un dibattito del '92, un omaggio a Vittore Fiore, in cui l'autore diceva: «Noi non siamo più come i Ciardo, i Suppressa, che prendevano il trenino della Sud-Est per andare a trovare Girolamo Comi a Lucugnano. Per noi, adesso, è essenziale prendere l’aereo per andare a Parigi o negli Stati Uniti […] noi dovevamo abbattere i muretti a secco».

Costruzione e decostruzione

Qui, c'è tutta la potenza di Verri. La sua creatività che esplode, si apre e si fa mondo intrecciandosi con Wittgenstein ed il sogno del “Declaro”, il libro di infinite parole, il libro che doveva racchiudere il mondo. Secondo Wittgenstein, il mondo è la totalità di tutto ciò che accade: i fatti. Ed è qui che Verri trova l'occasione per il suo “Declaro ” andando a tessere una trama che è un doppio intreccio con Wittgenstein ed il Decostruzionismo, perché è Verri stesso che si apre al mondo abbattendo i suoi muretti a secco. Secondo Wittgenstein il mondo è costituito da elementi semplici e indefinibili, detti oggetti; le combinazioni di questi oggetti formano degli stati di cose. Un fatto è, a sua volta, il sussistere di uno stato di cose.

Dunque, il linguaggio si fa rappresentazione del mondo e per Verri si aprono le porte del “Declaro”. Ma quello che Verri compie è un atto sovversivo. Intreccia Wittgenstein e la decostruzione. Perché, se è pur vero che il linguaggio si fa rappresentazione del mondo, è anche vero che, per l'autore salentino, il linguaggio non ha pretesa di validità assoluta e trova nell'atto della decostruzione un nuovo stimolo su cui basare la sua ricerca dell'essere nel mondo e del suo essere mondo. In Verri il significato, così come nella decostruzione, sta nell'intertesto, nella capacità di poter scorgere infiniti mondi fra il detto e il non detto, giocare con gli spazi vuoti fra le righe.

A questo punto è Wittgenstein, ancora una volta, a venirgli incontro. Il viennese, in una lettera all’editore Von Ficker spiega il senso della sua opera: «Il mio lavoro consiste di due parti: di quello che ho scritto, e inoltre di tutto quello che non ho scritto. E proprio questa seconda parte è quella più importante». Perché, secondo Wittgenstein, tutto ciò che si può dire va detto, mentre tutto il resto ricade nella sfera del mistico che va a collegarsi con l'intertesto verriano e la ricerca del mondo. È l'apertura che Verri ha verso il mondo che consente alla sua scrittura di anticipare tutti i caratteri che, poi, si sarebbero manifestati nel corso del tempo a cavallo delle innovazioni tecnologiche.


Il romanzo post-moderno

Nel 1984 Calvino viene invitato a tenere una serie di conferenze, da svolgersi nell’anno accademico 1985/1986. Purtroppo muore, non riuscendo a completare il suo lavoro, che viene pubblicato postumo nel 1988.

Nel 1987 Verri pubblica "La Betissa", il suo primo romanzo postmoderno. All'interno di quest'opera Verri descrive il suo rapporto con la scrittura mettendo in bocca al protagonista le sue parole, che esplicitano la sua ricerca del verso come un lanciare in aria le parole ed aspettare il loro ricadere e disporsi per terra. Il tutto affidato al caos. Quasi un richiamo al momento dionisiaco di Nietzsche, all'esaltazione dell'irrazionale, del caos che domina l'atto creativo. Ma Verri va oltre. Metabolizzato Nietzsche, anticipa Calvino. Calvino, nelle "Lezioni Americane ", parlava del mito accostandolo alla leggerezza, usando queste parole: «Coi miti non bisogna aver fretta; è meglio lasciarli depositare nella memoria, fermarsi a meditare su ogni dettaglio, ragionarci sopra senza uscire dal loro linguaggio di immagini».

Ecco. Il Verri della “Betissa” crea, attraverso le parole, un trabiccolo che altro non è che una macchina volante, fatta di parole e che userà per raggiungere il cielo. La scrittura si fa leggera e diventa mezzo per il cielo, per la libertà, per il mondo. Verri assimila, lascia depositare dentro sé il mito di Icaro per farlo riemergere, nuovo, generando un nuovo mito che è la "Scrittura". La scrittura di Verri è scrittura che si fa mito, trasposizione moderna del volo di Icaro. Anch’essa, dunque, va assimilata, lentamente, con pazienza per far proprie le immagini che genera.

Quella di Verri è una scrittura ibrida, postmoderna, influenzata da Joyce, Quenau, Kerouac. La citazione è una cifra stilistica del postmoderno, così come lo è della ‘Beat Generation’. Verri assimila questi tratti e li fa propri. La condizione "anaforica" domina nell'atto creativo. Scriveva Verri: «Mi accorgo solo ora che Dòdaro ha ragione, che poesia è ripetizione, che ha molta dignità la citazione, riportare così come sono scritte le parole con cui Stefan doveva giocare».

L'evoluzione delle tecnologie ha influenzato la scrittura e Verri, ancora una volta, anticipa i caratteri di quest'informazione che oggi, attraverso internet, ha la possibilità di sfuggire ai grandi centri di controllo culturale, trovando una diffusione che va dal basso verso l'alto - nel pieno stile della letteratura cyberpunk - e non solo dall'alto verso il basso. E non è, il «Quotidiano dei Poeti», un tentativo di sovvertire e regalare un'opera editoriale e letteraria capace di muoversi dal basso verso l'alto?


Uno, nessuno e centomila

Non va dimenticato che Verri è stato un autore difficile, dalle mille facce. La sua non è solo una scrittura del mondo, ma è, anche, una scrittura del luogo, influenzata dalla sua terra. Ne "Il fabbricante di armonia" Verri ricostruisce le vicende di Antonio Galateo, ma fa di più.

Intreccia la sua vita e quella del Galateo che, in apertura col mondo, trovano rifugio sempre e solo nella loro terra. La sua è una scrittura sperimentale. Il suo primo libro, "Il pane sotto la neve ", una raccolta di poesie che ripercorre l'io giovane del Verri poeta, mette in evidenza la ricerca linguistica attraverso il neologismo e l'uso dell'idioletto, predominante nel monologo finale, nel quale Verri fonde italiano e dialetto dando vita ad un nuovo linguaggio. Ed era il 1983.

La condizione che l’uomo verriano assume nei confronti del mondo è quella della ricerca. Cercare cosa? Se stessi e oltre, la poesia e poi ancora la poesia per trovare se stessi, la scrittura, le sue ossessioni. In definitiva, credo che Antonio Verri abbia ricoperto più ruoli, come se non fosse una sola persona. Come se fosse una e mille persone. Credo che Antonio Verri amasse sdoppiarsi, triplicarsi, moltiplicarsi, senza freno, in un pirandelliano gioco delle parti, così come in Bucherer, Verri e gli altri che sono Verri si moltiplicano saltando sulla neve. Credo che Antonio Verri fosse uno, nessuno e centomila.

Verri cerca se stesso ed è tutti i suoi personaggi. Lui è Sally che è Bucherer che è Stefan. In "Bucherer l'orologiaio ", scriveva: «Chi sa guardare – aggiungeva Bucherer, ammiccando – si ferma al culmine del mescolare, poco prima della Forma…»

Non è un caso, a mio avviso, che la parola Forma abbia la lettera iniziale scritta in maiuscolo, perché Verri si ferma al culmine del mescolare, volutamente non concede la forma, abbandonando il suo ultimo libro al caos che genera nel lettore.

sabato 9 maggio 2009

“Il prete grasso” di Piero Manni (I Chicchi)













Il linguaggio dell’origine

Antonio Errico

Come se le figure riemergessero dal sogno, e si portassero il linguaggio che ad esse apparteneva nel sogno, con le fratture, i nessi logici sovrapposti, la combinazione di italiano e dialetto, gli scarti improvvisi, lo scardinamento sintattico, le impennate e le picchiate di ritmo, il mulinare dei significati, il lessico interiore – quello profondo, essenziale, lingua-mater – la realtà deformata davanti a uno specchio opaco, la leggerezza e l’irripetibilità delle immagini svuotate di ogni concretezza e proiettate in una struttura testuale che impasta e le rende parola, musicalità, respiro, antropologia, memoria, storia, ritorno all’esperienza del tempo.

E’ questa la sostanza del procedimento narrativo che Piero Manni adotta ne “ Il prete grasso” che esce nell’ agile collana dei “Chicchi” di Manni editori. Nove anni dopo “ Salento Salento”, libro tagliente, più legato al presente, all’impegno.

Manni scava nel microuniverso contadino dove tutto accade per una condizione di apparente fatalità, dove tutto diventa misura di una dimensione del vivere, e del morire, e quindi si confronta con il razionale e l’irrazionale, con l’eterno e il transeunte, con la realtà e la fantasticheria, con la religione e la superstizione, l’immaginario individuale e collettivo.

In queste narrazioni brevi, il ricordo costituisce il movente del racconto. Dal riaffiorare di un’atmosfera, di un odore, un sapore, una fisionomia d’uomo , una scena, Manni prende il movimento per riavvolgere il filo del tempo, per ricomporre frammenti di esistenze che costituiscono il tessuto vitale della società, per riconsegnare a se stesso – con nostalgia libera da qualsiasi rimpianto - quella visione del mondo e quella consistenza di senso che connota la sua origine, la radice, l’appartenenza.

Allora il linguaggio traduce quell’origine e quella appartenenza ma integrandola con gli elementi che sono venuti dopo, con gli innesti della formazione e delle idee. E’ evidente il robusto impianto ideologico che sorregge il racconto. E’ evidente qual è il punto di vista che assume colui che racconta. Esplicitamente prende posizione, rifiuta ogni neutralità, fornisce elementi di analisi e formula espressioni di giudizio. Come colui che c’era e che, di conseguenza, sa anche fare il confronto tra com’era e com’è.

Certo, ci sono anche le tenerezze, qualche quasi impercettibile brivido di memoria, quella nenia che attraversa una delle narrazioni ed evoca le forme e le espressioni di una cultura che fascinosamente rimescolava il sacro e il profano, ci sono gli affetti che attraversano la descrizione volutamente neutra dei fatti, come quello del padre che scappa dalla Grande guerra e torna a casa, seguendo la ferrovia, camminando di notte e riparandosi nei casolari e nei fienili durante le ore di luce. ( Un padre. Altri padri. Memorie ulteriori). Certo, ci sono quei trasalimenti – subitamente celati – che si insinuano tra le parole che provengono dalla profondità dell’infanzia, dal lievito dell’essere, dalle figurazioni che si conformano in quei dormiveglia – o in quelle insonnie – che riescono a far scorrere negli occhi il fiume – calmo o impetuoso – della vita, ci sono le verità, le menzogne, le leggerezze, le stravaganze, le ferite. Le paure. Cioè ci sono tutte le cose che si ritrovano nelle storie che si scrivono per ritrovare il sé che si nasconde “ nella cella in fondo all’ultimo corridoio del grande magazzino sotterraneo”: un grande magazzino che somiglia straordinariamente alla memoria.

giovedì 7 maggio 2009

Identità salentina

Gente di quì

Antonio Errico

Uno si chiama Antonio De Ferrariis, detto Galateo perchè nato a Galatone tra il 1444 e il ’48, da Pietro, notaio, e da Giovanna D’ Alessandro.
Fu medico, letterato, appassionato di sapere le cose di filosofia e quelle del cielo e quelle della terra, autore di una meraviglia che si intitola Liber de situ Iapygiae.
Diceva: “ Noi non ci vergogniamo delle nostre origini. Siamo greci e ciò è per noi motivo di gloria. Il divino Platone ringraziava gli dei per ogni cosa gli avessero elargita, ma soprattutto per questi tre motivi: averlo fatto nascere uomo e non bestia, maschio e non femmina, greco e non barbaro”.
Poi diceva che il padre aveva studiato le lettere greche e latine, che i suoi avi furono sacerdoti greci, conoscitori profondi di letteratura, sacra scrittura e teologia, “ illustri non per essersi distinti nell’uso delle armi, cioè per violenze, stragi e spoliazioni, ma per buoni costumi e santità di vita”.
Poi confessava di vergognarsi anche di essere nato in Italia, “ sebbene alcuni scrittori abbiano posto la Iapigia fuori dall’Italia”. Se la Grecia è andata in rovina per colpa della sua vetustà e dell’avversa fortuna, l’Italia si sgretola per le sue scelte e le beghe intestine. Se la Grecia è ridotta in schiavitù perché costretta, l’Italia si è fatta schiava per volontà sua.
Più volte la Grecia ha liberato l’Italia dall’asservimento dei barbari; l’Italia ha acconsentito che la Grecia ne diventasse serva. Così diceva.
Infine la previsione dolorosamente serena: “Ma noi espiamo ed espieremo il fio delle nostre azioni scellerate. Infatti le nostre sventure, come vediamo, non sono ancora giunte al culmine”.
Non voleva essere un cattivo auspicio. Solo che ci sono uomini che vedono lontano, molto più lontano degli altri uomini. A volte con rammarico, forse.
Dal suo rifugio salentino, Antonio Galateo vedeva lontano. A volte con rammarico, forse.
L’altro si chiama Giuseppe Desa. Nacque a Copertino il 17 giugno dell’anno 1603, ultimo di sei figli di Felice e Francesca Panara. Racconta Giuseppe Ignazio Montanari che non aveva più di otto anni quando “ standosi in orazione , e fisso col pensiero nelle cose di Dio era ratto quasi estatico fuor de’ sensi, e stavasi così lung’ora cogli occhi sbarrati, le mani levate in cielo, le labbra aperte, e tutto immobile della persona”.
Irascibile. Lento. Svagato. Vagolava senza meta. Inconcludente. Incapace.
Anche il tentativo di fare il calzolaio gli fallì.
Però volava.
“Oh ma’ – diceva – volo, ma’”. Volava.
Più di settanta volte – si narra – fu visto sollevarsi.
Rimase sospeso in aria anche mentre il Tribunale dell’Inquisizione lo interrogava.
Giuseppe Boccaperta: “Illetterato et idiota”. Il Frate Asino, il Santo dei voli. Se ne andò in giro per il mondo con la bocca aperta. Il più grande santo tra i santi, dice Carmelo Bene. Colui che eccede la santità stessa. Sommo lusso della sancta sanctorum: levitare.
L’estasi di fra’ Giuseppe e il congiungimento fra la terra e il cielo. E’ la mediazione tra il transeunte e l’eterno, l’andirivieni fra due realtà lontane. L’estasi è l’esperienza di un altro tempo e di un altro spazio. L’oltrepassamento di un confine fisico e psichico, un’esaltazione della dimensione sensoriale, il superamento della propria umanità e il ritorno ad essa. E’ la trasfigurazione dell’ essere, una distrazione dalla finitudine per un’attrazione verso l’infinito, l’elaborazione della verità in forma di mistero. E’ il pensiero che va oltre se stesso.
Nell’estasi, Giuseppe non è creatura terrestre, non è creatura celeste. Probabilmente è il messaggero degli uomini presso Dio e di Dio presso gli uomini.

Due immagini.

Una dall’explicit de Il fabbricante di armonia, quel punto in cui Antonio Verri fa dire al Galateo che la gente, qui, ha il colore del mare, l’andatura di un’onda, il cuore negli occhi.

Dice: è stupenda questa gente, anche nel dolore, anche quando urla, quando impreca. “ Questa gente ha l’umore di questa terra, cresce con essa, ad essa confida i suoi mali, le sue gioie, i suoi dubbi, le sue ondulate tristezze”.

Qua si impreca alla morte. I paesi parlano con le campane. Il suono spande la sua ombra su distese di fieno. Due vecchi sulla chiesa sono una carezza d’infinito: “ l’infinito si può scovare dappertutto in questo posto, e ogni cosa, ogni persona, ha un suo particolare stupore, dolore”.

Ecco. Qui, in Salento, l’infinito è un’ epifania consueta. La sua idea non viene dall’armonia di paesaggi, da lunghi e aperti e profondi orizzonti, dalla natura che si appalesa in forme, in espressioni del tempo, ma da un sentimento intimo nei confronti della propria vita, dalle luci e dalle ombre del pensiero, dalle leggerezze e dalle angosce che tramano l’esistenza, dall’enigma che vogliamo intravedere nei fatti della Storia che ci appartiene, alla quale apparteniamo, talvolta con orgoglio, talvolta malvolentieri.

L’altra immagine è quella proveniente dall’ iconografia sacra popolare: San Giuseppe che si alza in volo sugli ulivi e su uomini e donne stupefatti. Quel monaco rissoso che vola fra gli alberi, come dice Vittorio Bodini, diventa sintesi e metafora della gente di qui, che ha l’ansia di dislocarsi in un altrove, che cerca lo sconfinamento, si distacca dalla condizione del tempo e dello spazio, affronta il passaggio nei territori del mistero, in una tensione verso il simbolico e l’astrazione.

E’ la levità del pensiero, la sua confusione con il vento; è anche l’artificio di un movimento

estremo e folle di congiungimento con la bellezza, con la rivelazione, con l’ultraterreno.

In queste due immagini, la terra e il cielo si fanno proposizione di un desiderio di polarità e di sdoppiamento, di terrena concretezza e di trasognato stupore.

Di quel desiderio che prova la gente di qui.


Vincenzo Ciardo e Girolamo Comi

Oggi, venerdì 8 maggio (ore 20.00) a Gagliano del Capo, nella casa che fu del pittore Vincenzo Ciardo, si svolgerà il Convegno “Vincenzo Ciardo e Girolamo Comi: ‘L’Albero, il paesaggio e l’amicizia’”, a cura di Massimo Mura. Interverranno il sindaco Antonio Buccarello; Antonio Cassiano (“Il paesaggio di Vincenzo Ciardo ”); Nicola Cesari (“Il colore nell’opera di Vincenzo Ciardo ”); Donato Valli (“Girolamo Comi, Vincenzo Ciardo e l’Accademia Salentina”); Antonio Lucio Giannone (“Tra letteratura e arte: Girolamo Comi, Vincenzo Ciardo e Vittorio Bodini”); Gino Pisanò (“Girolamo Comi, Vincenzo Ciardo e il primo ‘Albero’”); Alessandro Laporta (“Manoscritti di Girolamo Comi e Vincenzo Ciardo nell’archivio ‘Comi’”); Maria Occhinegro (“Girolamo Comi e Vincenzo Ciardo nella scuola”). Nell’occasione dell’incontro sarà consegnata una targa d’onore all’unico superstite dell’Accademia Salentina, prof. Mario Marti. / Successivamente al convegno, la Compagnia Mura di Flamenco andaluso eseguità il “Concerto di musica classica e spagnola in omaggio a Vincenzo Ciardo e Girolamo Comi” con musiche di Mozart, Lorca, Beethoven, Bach, Gounod, con al piano il maestro Michele Salvatore, soprano Iole Pinto, chitarra solista Massimo Mura e voce recitante Ivan Raganato.

L’albero, il paesaggio e l’amicizia

Maurizio Nocera

Il pittore Vincenzo Ciardo nasce a Gagliano del Capo il 25 ottobre 1994 e muore nel suo stesso paese il 26 settembre 1970. I suoi primi studi d’artista li compì con Michele Palumbo, quindi si trasferì a Urbino, dove studiò nel locale Istituto di Belle Arti sotto la direzione di L. Scorrano e Lionello Venturi. Nel 1920, dopo essersi licenziato dall’Accademia di Belle Arti e aver partecipato alla prima guerra mondiale, Ciardo inizia la sua carriera di insegnante di disegno presso le scuole napoletane. Qui, nel 1927, assieme al suo comprovinciale Giuseppe Casciaro, fonda il “Gruppo Flegreo”, un sodalizio di giovani pittori che riprendono le tematiche artistiche dell’ottocento impressionista europeo; nello stesso tempo riesce a coinvolgere nel suo “entourage” De Nittis, De Gregorio ed altri artisti dell’ambiente napoletano. La sua fama comincia ad allargarsi a Napoli, tanto da divenire, nel 1940 direttore dell’Accademia di Belle Arti della capitale partenopea. Lo sarà fino al 1966, cioè fino a pochi anni prima della morte, avvenuta a Gagliano nel 1970, dove si era ritirato dopo la pensione. Vincenzo Ciardo, pur restando per cinque decenni a Napoli, non dimenticò mai il Salento anzi, tutte le estati ritornò al paesello, dove continuò a dipingere e a frequentare il suo più grande amico salentino, il poeta Girolamo Comi, di Lucugnano, col quale ebbe una lunghissima corrispondenza. Anche Ciardo fu uno dei fondatori dell’Accademia Salentina.

Vastissima è stata la sua produzione pittorica e molte le mostre personali e quelle collettive. Le sue opere sono oggi conservate in diversi musei nazionali ed europei. Una delle attività culturali interessanti di Ciardo fu quella della scrittura, sia in prosa che in poesia. Diede alle stampe: “Quasi un diario ” (Napoli, Mele 1957); “Piccolo Cabotaggio ” (Bari, Adriatica 1964). Nella rivista «L’Albero», organo dell’Accademia Salentina, sono molti i suoi interventi, alcuni dei quali letterariamente molto belli.

Di Vincenzo Ciardo hanno scritto in molti, ma vale qui la pena di riportare quanto scrisse nel 1979 Antonio Cassiano, al quale dobbiamo la prima seria monografia del Nostro: «Ciardo […] continuò ad operare individualmente […] indicando sempre la figura del pittore individualista, colto, indipendente. Così, i sassi, gli ulivi, i casolari assolati delle Puglie non sono che un abile pretesto, vorrei dire una mirabile bugia, di cui Ciardo si serve per convincerci della sua verità: l’arte è forma e colore e l’artista ne è il trasfiguratore. Questo certamente ci dicono i suoi quadri, anche se a volte nei suoi scritti, soprattutto per sostenere la qualità poetica delle sue opere, il pittore lascia credere che la frequentazione del paesaggio salentino è stato determinante per la sua svolta pittorica» (cfr. A. Cassiano, “Vincenzo Ciardo”, Cavallino, Capone editore 1979, p. 9).


Il poeta Girolamo Comi nasce a Casamassella il 23 novembre 1890 e muore a Lucugnano il 3 aprile 1968. Suo padre Giuseppe era di Lucugnano e la madre, Costanza De Viti De Marco, sorella del più noto Antonio, economista e politico salentino degli inizi del XX secolo, era di Casamassella.

Per i suoi studi, Comi frequentò in un primo momento il liceo “Capece” di Maglie, poi il liceo “Palmieri” di Lecce e, dopo la prematura morte del padre (1908), proseguì gli studi superiori in Svizzera (Ouchy-Losanna) dove frequentò la cattedra del filosofo Rudolf Steiner. È di questo periodo la sua prima raccolta poetica, “Il Lampadario ” (Losanna 1912). Cercò di fare l’obiettore di coscienza “ante litteram”, rifiutando di partecipare alla prima guerra mondiale, ma fu costretto con la forza, per cui venne inviato in prima linea, dalla quale però lo congedarono perché divenuto, secondo le perizie mediche, “matto”. Nel 1920 tornò a Lucugnano, e allo stesso tempo cominciò a frequentare Roma, dove risiedeva lo zio Antonio De Viti De Marco.

Nella capitale conobbe scrittori e poeti, alcuni dei quali, a partire da quel momento, gli divennero amici e frequentatori anche della sua casa salentina. Fra questi è da citare: Arturo Onofri, Giuseppe Bonaiuti, Alfonso Gatto, Giovanni Papini, Iulus Evola. La poesia comiana di questo primo periodo è intimistico-metafisica, mentre le sue iniziative in quanto intellettuale si muovono in un ambito di esaltazione nichilista e niezschiana. Non a caso collaborò alle riviste «Ur», «Krur», «La Torre», «Diorama Filosofico» e fu molto vicino alle idee fasciste sulla concezione dell’essere superiore. Ad un certo punto della sua vita però avvenne come una sorta di conversione, una presa di coscienza diremmo oggi, con la quale rivide il suo pensiero iniziale e sentì rinascere in lui una nuova consapevolezza: si avvicinò al movimento simbolista e al fauvismo in pittura, ritornando a pubblicare nuove poesie.

Dopo otto anni di assenza dalle tipografie, la sua nuova produzione poetica riprende con “Lampadario ” (Lucugnano 1920). Seguono “I Rosai di qui ” (Roma 1921). Si tratta di cinque liriche nelle quali l’uso delle parole in versi forma sinfonie per musica e pittura, e il tutto sembra ispirato anche al movimento futurista di Tommaso Filippo Marinetti. Quindi “Smeraldi ” (Roma 1925), “Boschività sotterra ” (Roma 1927), “Cantico dell’albero ” (Roma 1928), l’antologia “Poesia 1918-1928 ” (Roma 1929), “Cantico del tempo e del seme ” (Roma 1930), “Nel grembo dei mattini ” (Roma 1931) con la quale inizia il suo ritorno ad una nuova forma di religiosismo; “Cantico dell’argilla e del sangue ” (Roma 1933); con “Adamo-Eva ” (Roma 1933), che sono liriche che indagano il peccato originale, si ha il suo pieno ritorno al cattolicesimo; una nuova antologia è “Poesia 1918-38 ” (Roma 1939). Nel 1946, Girolamo Comi fa definitivo ritorno a Lucugnano, dove fonda (3 gennaio 1948) l’Accademia Salentina nel cui sodalizio si riconosceranno autori come Mario Marti, Oreste Macrì, Maria Corti, Michele Pierri, Walter Binni, Luigi Corvaglia, Vincenzo Ciardo, Luciano Anceschi, molti altri intellettuali. L’Accademia ha una sua rivista, che per espresso desiderio di Comi, si chiamerà «L’Albero», nella prima serie diretta da lui e da Oreste Macrì, poi da Donato Valli, che di Casa Comi e della sua biblioteca è l’erede spirituale.

A Lucugnano Girolamo Comi ricomincia la pubblicazione di nuove raccolte poetiche: “Spirito d’Armonia ” (due edizioni, una a Lucugnano 1954, con la quale vince il premio Chianciano, e l’altra, postuma, a Trento nel 1999). Altre sue raccolte poetiche sono: “Piccolo idillio per piccola orchestra ” (Lucugnano 1954), “Canto per Eva ” (Lucugnano 1955), “Inno Eucaristico ” (Lucugnano 1958), “Sonetti e Poesie ” (Milano 1960). La sua ultima raccolta è “Fra lacrime e preghiere ” (Roma 1966). Oltre alle raccolte poetiche, Comi scrisse anche prosa, fra cui: “Lettera a Giovanni Papini ” (Lucugnano 1920), “Vedute di economia cosmica ” (Roma 1920), “Riposi festivi ” (Roma 1921), “Poesia e conoscenza ” (Roma 1932), “Commento a qualche pensiero di Pascal ” (Lucugnano 1933), “Necessità dello stato poetico (tentativo di un diario esistenziale ” (Roma 1934), “Aristocrazia del Cattolicesimo ” (Modena 1937), “Bolscevismo contro Cristianesimo ” (Lucugnano 1938), “Dramma senza dramma (scherzo o giuoco scenico-letterario) ” (a cura di Donato Valli, Lecce 1971).

Moltissimi sono gli autori che si sono interessati al pensiero e alla poesia di Girolamo Comi; l’elenco è abbastanza lungo ed una qualche idea ce la possiamo fare leggendo “Girolamo Comi. Atti del Convegno internazionale, Lecce – Tricase – Lucugnano, 18-20 ottobre 2001 ” (Lecce, Edizioni Milella 2002, pp. 448).. Occorre dire che non c’è stato scrittore, poeta, pittore, scultore e tanto altro nel Salento e fuori di esso che, nel suo lavoro da intellettuale, non abbia avuto a che fare con Girolamo Comi il quale, per la mole di lavoro fatto ed anche per lo strano caso della sua vita, si erge ad essere monumento letterario della salentinità.

Interessante è il giudizio che del poeta di Lucugnano diede Vittorio Pagano (a lui debbo queste brevi note del profilo del poeta) nella “Notizia Bibliografica” che lo stesso Comi gli chiese di stendere come appendice alla bella antologia “Sipario d’Armonia ” (Edizioni dell’Albero, 1954): «è Comi il poeta che rende concreto l’astratto – o astratto il concreto? Tradisce lo spirito per i sensi – o i sensi per lo spirito? Entra nel cosmo dalla porta della metafisica – o nella metafisica dalla porta del cosmo? È un pagano – o un cattolico? Svuota la poesia nella letteratura – o potenzia la letteratura nella poesia? … E tutti gli altri interrogativi che ormai risultano al lettore. Per noi, se vogliamo dire la nostra, fin dove almeno la possiamo qui dire, egli è l’uno e l’altro, un momento è l’uno, un momento è l’altro (momenti ispirativi, ben s’intende): oppure unifica, talvolta, e concilia e identifica: e senza che questa sia necessariamente una fase di superiorità e di massima perfezione del suo canto, bensì solo un diverso momento, forse preferibile, certo più auspicabile dal punto di vista della morale e dello spirito, ma poeticamente sul medesimo piano degli altri, salvi gli effettivi risultati di liricità. Che una sua tale liricità si “costruisca”, poi, su quest’ultima istanza, oggi come oggi, senza più sdoppiamenti o mutazioni, non può né deve costituire pregiudizio nella valutazione delle precedenti esperienze. Anche per il fatto che Comi non ha mai scritto “un altro” libro di poesia, ma sempre lo stesso – direi -, come una pianta in perenne crescita, le cui radici e i cui primi germogli siano visibili, in sé e per sé, allo stesso modo degli sviluppi subentrati: ossia egli ha voluto e vuole mostrarci una vita, la sua, interamente, dal caos all’ordine, testimoniandocela grado per grado con tutto l’impeto del suo cuore e la capacità della sua mente. E questo può sembrare anche orgoglio, tranne che la poesia (che quell’orgoglio egualmente accusa e fa vibrare) non è altro, mai, se non umiltà» (cfr. “Sipario d’Armonia ”, 1954, p. 166).