giovedì 30 aprile 2009

A Claudia Ruggeri














A Claudia Ruggeri


«La tristezza – ci disse – la tristezza sta conquistando tutta la prateria, il tormento della solitudine sta ormai colmando ogni vena. Non c’è più nulla da fare. Si va compiendo ogni cosa. Anche la poesia comincia a stonare. Vi prego, ancora un bicchiere di vino». «Ecco il vino, Claudia». «Ancora un altro». «Ma Claudia cosa fai? Sei ammattita? Smettila, che ti fa male!». «Ti prego ancora un altro. E poi voglio ballare».


Ancora un pò di stupore

Maurizio Nocera


Lo scorso 17 aprile, a Lecce, due eventi dedicati a Claudia Ruggeri. Il primo nella sala “Teodoro Pellegrino” della Biblioteca provinciale “N. Bernardini”, con una sessantina di ragazzi e ragazze delle scuole medie superiori a parlare della scrittura di Claudia, con la sua mamma, signora Maria Teresa Del Zingaro, e poi la docente Maria Occhinegro, del Liceo “Palmieri”. Il secondo evento (progetto di Alessandro Turco e locandina di Claudia Ingrosso) invece, nella notte tarda, nel pub “La Movida” di piazzetta S. Chiara, intitolato “Claudia vivendo… tu, poetessa della meraviglia, che continui a stupirci ”, con Luca Nicolì, Massimiliano Manieri e Chiara Colapietro, lettori di alcune poesie di “Inferno minore ”, e poi gli interventi ancora della mamma di Claudia, Maria Teresa Del Zingaro, Elio Scarciglia, Walter Vergallo e di chi qui scrive.


Claudia su “Nuovi Argomenti”

Nel 2004, sulla prestigiosa rivista «Nuovi Argomenti» (n. 28, quinta serie, ottobre-dicembre), fondata da Alberto Carocci e Alberto Moravia, e che fu pure la culla letteraria di Pier Paolo Pasalini, il segretario redazionale Mario Desiati, con un bel saggio dal titolo “La ragazza dal cappello rosso”, introduceva al grande pubblico dei lettori Claudia Ruggeri, poeta di Lecce, con queste righe: «Una lettera, prima dell’estate, accompagnava la foto della ragazza dal cappello rosso. Quella lettera mi chiedeva di prendere atto della “visione fisica”, di guardare, attraverso la pellicola del tempo e della carta, quel volto e quegli occhi. Era la tenera risposta della madre di Claudia Ruggeri a una mia richiesta di informazioni, testimonianze e materiale» (p. 250). Il saggio di Desiati continua poi dando rilievo alla poesia di Claudia attraverso l’analisi critica che di quegli stessi versi avevano fatto Michelangelo Zizzi, Antonio Errico e Franco Fortini. Tuttavia il suo saggio è a noi (mi riferisco, oltre al sottoscritto, a Filomena e a Licia Stella, rispettivamente mamma e moglie di Antonio L. Verri) molto caro soprattutto perché egli ha parole umanissime nei confronti del poeta di Caprarica di Lecce, amico sincero e disinteressato nei confronti di Claudia Ruggeri poeta.

Desiati scrive ancora: «Claudia Ruggeri a causa della sua poetica appariva isolata, alcuni anni dopo la morte di Antonio Verri e la fine di tutta una stagione di fermento, sembrava che tutto bruciasse attorno a lei: erano morti Verri, il suo caro amico Marcello Primiceri, Dario Bellezza e Franco Fortini, il poeta più importante che riconobbe il valore di Claudia» (p. 255). Ecco, in questo inciso, Desiati, attraverso le considerazioni di Franco Fortini, non dà solo un giusto riconoscimento del valore poetico di Claudia, ma indirettamente lo dà anche al buon Verri del quale, assieme, avevamo parlato qualche mese prima che egli incontrasse la signora Maria Teresa Del Zingaro. Quella volta, era la fine della primavera 2004, Mario Desiati voleva sapere tutto di Antonio L. Verri, e tutto di Salvatore Toma, e molto ancora di quei selvaggi del Salento che per anni erano stati dietro al mago dei curli. Per cui era inevitabile che il colloquio non cadesse anche su Claudia Ruggeri, la ragazza dagli occhi di luna e dal cappello rosso, come scherzosamente la chiamavamo noi del «Pensionante de’ Saraceni». Quella volta fu tanto l’interesse di Desiati che si dimenticò di partire all’ora decisa; ma, quando lo fece, partì con una mezza macchina colma di libri e di storie salentine, tra cui non potevano mancare i materiali di Claudia.

S/Palp

Avevamo già pubblicato un lenzuolo di fanzina (70 x 100) con la testata «S/Palp» (ottobre 2000), con Rosanna Gesualdo che, per l’occasione, ci strabiliò con i suoi lavori sul viso e sul corpo di Claudia, con “Claudia Mesar-lì ” di chi qui scrive, con la versione integrale de “Il matto ” di Claudia e con l’editoriale di Stefano Donno, che scrisse: «Dopo quattro anni dalla scomparsa di Claudia Ruggeri […] restano moltissimi inediti, dattiloscritti e manoscritti, con una grafia che era divenuta sempre più simile a simboli, a segni di versi che Claudia continuava a comporre, ispirandosi al vastissimo mondo letterario che le apparteneva, al fluire dell’esistenza vissuta attimo per attimo. Sulla stessa fotocopia un ritratto fotografico della Ruggeri di un fascino strepitoso, occhi che fanno fuggire a capo chino per la sottigliezza e la passione, un viso la cui bellezza ed espressività non poteva che provocare “vertigini”». Quanta ragione c’è in queste righe di Stefano Donno. Tanta. Quanta verità. Tanta. Perché è proprio così. Chi ha conosciuto Claudia non poteva non rimanere affascinato dal suo splendore di donna, dal suo modo di camminare, dal modo come piegava a mezza luna le labbra. E poi, se Claudia ti parlava, era un fulmine di senso che si abbatteva sul tuo povero corpo con una velocità paragonabile a quella della luce.

Il cappello rosso

Poteva capitare che in uno dei tanti incontri salentini di lettura di poesia, la serata volgesse inevitabilmente al triste, alla rassegnazione, al patetico. Poi, come accade spesso nella fiabe, dall’ingresso della sala, vedevi entrare Claudia Ruggeri, con addosso un abitino lungo nero, una sciarpetta attorno al collo profumato e sulla testa il suo cappello rosso. Subito la sala si rianimava. Il buon Verri, occhi sempre ombrosi al suolo, bofonchiava qualcosa, ma chi gli stava abbastanza vicino da ascoltare, sentiva nitidamente queste parole: «finalmente un po’ di luce, finalmente un po’ di vera poesia». Antonio L. Verri amava immensamente quella bambina-prodigio, di un amore che solo un poeta sa dare. Per lui Claudia era la purezza, la bellezza, quando Claudia era presente, diceva di sentire suoni di corde di violino celeste. E poi quando lei prendeva la parola per leggere una sua poesia, il buon Verri pensava subito ad un fiore, ad una violetta mammola, e diceva di sentire nelle sue narici di orso urbano il profumo. Anche noi, rimbambiti e un po’ avvinazzati, pendevamo dalle labbra e dai versi letti da Claudia in quel suo modo strabiliante, irripetibile. Ci ammaliava. Colavamo a picco come tordi colpiti dalla schioppettata del cacciatore. Poi Verri, era il 9 di maggio 1993, se ne andò via da questo mondo con una salto lungo più di trenta metri e la povera Claudia rimase così male, ma così male che nessuno di noi riuscì a consolarla.

Alla festa di Orfeo

Andava sempre chiedendo il perché di quell’assurda perdita. E lo chiedeva a noi che eravamo più inebetiti e sconsolati di lei per quello schianto. E poi, ancora non avevamo assaporato quell’altro schianto, anch’esso doloroso, che si portò via il cuore di una bambina-poeta, il cuore di una ragazza che mai avevamo visto piangere. Ed era il 1996. Ad un certo punto la tristezza di Claudia era divenuta notte fonda, era divenuta tormento per tutti noi. Quando una sera d’inverno cupo, era il 1995, ce la trovammo davanti in un incontro di poesia un po’ quasi nascosto, dove il vino scorreva per tutti a fiumi. Lì, in quel luogo dove duemila anni prima i messapi avevano sicuramente festeggiato una loro divinità, noi festeggiavamo Orfeo o quel che era rimasto del dio poetico. Con Claudia che era sempre triste. Non riuscivamo a capire perché, quella sera, bevesse in un modo così scriteriato. Ci chiedevamo cosa fosse accaduto a quella bambina-poeta dagli occhi che ti penetravano l’anima. «La tristezza – ci disse – la tristezza sta conquistando tutta la prateria, il tormento della solitudine sta ormai colmando ogni vena. Non c’è più nulla da fare. Si va compiendo ogni cosa. Anche la poesia comincia a stonare. Vi prego, ancora un bicchiere di vino». «Ecco il vino, Claudia». «Ancora un altro». «Ma Claudia cosa fai? Sei ammattita? Smettila, che ti fa male!». «Ti prego ancora un altro. E poi voglio ballare». Nella casa di campagna di Fernando Gigante, a Cavallino, quella notte, c’era Pierpaolo De Giorgi che suonava il tamburello, qualcun altro l’organetto. Anche la musica era quella della sofferenza del ragno salentino. Ora la rassegnazione di Claudia era al colmo. Ai suoni degli occasionali musici nella casa, si aggiunse, proveniente dall’esterno, il lamento delle foglie degli alberi. Sembrava il rumore dei panni del bambino stesi al vento. Non si poteva non rispondere al richiamo, purissimo e pulitissimo di una bambina-poeta che chiedeva aiuto, che attendeva disperatamente una mano di un amico, o di un’amica, o di un umano qualsiasi che l’aiutasse a risollevarsi da quel triste fondo entro cui ruffianacci di ogni risma l’avevano cacciata. Claudia credeva immensamente nell’amore, nella purezza, nella pulizia dei sentimenti. Non altrimenti era altrettanto per chi per lei era l’oggetto del suo innamoramento. La danza della piccola taranta non fu mai così intensa come quella notte, fino allo sfinimento, fino alle lacrime agli occhi, che già guardavano quegli altri occhi ormai colmi di furore e di voglia di eternità abissale. Ad un certo punto della serata, piangemmo come bambini offesi nella nostra incapacità persino di parlare. Piangemmo con Claudia che ci accarezzava una mano e ci faceva sapere che la vita a volte va per questi versi. «Sapete, sempre di versi si tratta». Poi, appena qualche mese dopo, ci fu lo schianto. E nulla più.

Grazie Desiati!

Ecco perché noi oggi dobbiamo dire grazie a Mario Desiati per quel suo saggio su «Nuovi Argomenti», con le stupende immagini del volto di Claudia e alcune tra le sue poesie più belle, tratte dalle raccolte ancora inedite di “Inferno minore” e di “Pagine del Travaso”. I versi di Claudia raccontano la storia della grande poesia, la storia della grande commedia della vita, che non sempre è tenera con chi tenera lo è fin dalla nascita. E Claudia era tenera e leggera come piuma di usignolo in attesa, come soffio di profumo che si effonde nell’aria. Mi aveva scritto una lettera, una stranissima lettera giuntami proprio quel fatidico 9 maggio 1993, in cui c’è scritto: «Caro Maurizio,/ Antonio non c’è? Dagli questa per favore. Ciao Claudia». Antonio L. Verri non c’era veramente più. Soprattutto non ci sarebbe stato più per nessuno al mondo. Ma allegata alla lettera c’erano i teneri versi della nostra bambina-poeta. Oggi che sappiamo come sono andate le cose, leggendoli, ci sembrano ancora più stranissimi: «Viva// la vita estranea a quella forma/ cresciuta senza gradi o atti o/ noi alla vita - perché l'edera/ sfrenata al tirso errante muta di/ luce violenta di suoni in corsa/ come dio squassava le foreste/ ed era primavera/ non un solo getto di memoria/ così orgogliosamente ebbri da far/ pensare ad una riva e ad un bosco/ perfetti di acque e poi si fanno/ protezione e poi fuga di forze/ probabilmente strappo e comunque/ più in là religiosamente uguali/ le ipotesi all'ombra inanellate/ allora che vi chiedo./ Chiedetemi di sollevare il calice/ e di portarlo complice alle labbra/ e poi di dirvelo piano e con sottile/ ironia che vi amo». È questa una Claudia struggente, pur in un’ironia forzata. E la Claudia dei nostri sogni, la Claudia della poesia.

(Biografia indicativa: nata in generale, nata in particolare a Napoli. Per il suo battesimo i fuochi a Piedigrotta e l'incendio del Maschio Angioino - così ricorda -. Tutto ciò è centrale oppure no e comunque è parte. Il resto è trasformato).

lunedì 27 aprile 2009

Mario Desiati, “Foto di classe”












Silenziose generazioni

Antonio Errico


Sono quelli perduti dietro a un sogno. Sono giovinezze passate all’improvviso. Sono forestieri nel proprio paese. Fatalisti o ribelli. Sono quelli che tornano e non trovano niente di quello che hanno lasciato, se non l’angoscia, il degrado, il Sud abbandonato ad un destino di disfacimento, di corrosione, di costante deprivazione di senso.
Sono quelli di una foto di classe con la fissità degli occhi, l’immobilità del tempo, l’immutabilità dello spazio, poi cresciuti e risucchiati nel vortice generato dalle assenze, svuotati dalla consapevolezza dell’impossibilità di ogni azione, di ogni reazione nei confronti di una condizione bastarda, separati da se stessi da un baratro che spalanca distanze spaventose.
Sono quelli che non hanno più conti aperti con nessuno, se non con la memoria, con i propri fantasmi che si affollano negli occhi a ricordare che il passato ha un volto dolcissimo oppure quello deforme di un demone maligno.
In “ Foto di classe” ( Laterza, 2009), Mario Desiati entra nelle loro vite. Ne decifra i destini. Ne svela le depressioni, i fallimenti, le delusioni. Qualche soddisfazione. Qualche rivincita.
Sono quelli che rappresentano una generazione che fugge o che resta in una provincia disperata e maledetta da una storia che ha trasformato la Magna Grecia in una succursale dell’inferno, quelli che prendono con se stessi l’impegno di ritornare di tanto in tanto per ubriacarsi nella bisboccia e dimenticare il motivo per cui sono andati via.
Perché c’è qualcosa – una forza misteriosa, un vincolo di sangue, un richiamo ancestrale – che li attrae verso l’origine, che ribadisce un’appartenenza, che li riporta costantemente – ossessivamente – verso il punto di partenza, li turba, li marchia come l’immagine del santo protettore della sua città che Lucio si fa tatuare sul bicipite, o come la malinconia sottile di Marianna, che si deposita dentro di lei, si stratifica, diventa ansia contratta, nudità di confessione, tenero abbandono.
Sono quelli che riescono a vivere in una condizione di lontananza rimanendo con il pensiero sprofondato nella loro infanzia, ancora frastornati da scoperte stuporose, dal calore di una mano di padre.
Questo libro di Mario Desiati è un viaggio nella coscienza di una perdita del tempo che una generazione ha avuto fino all’istante in cui quei volti e quei nomi che ne costituiscono la sintesi e il simbolo non cominciano a raccontare. Nella durata del racconto, nei minuti e nella dimensione dell’incontro, si verifica l’evento della riappropriazione, il ricongiungimento con una identità custodita nella profondità dell’essere. Chi racconta riattraversa luoghi, ritrova quell’universo di esperienza dell’età che va dalla adolescenza alla giovinezza, quella stagione terribile e meravigliosa in cui si induriscono le ossa e talvolta anche il cuore, che attribuisce ad ogni cosa che accade, ad ogni piccola felicità, ad ogni minuscolo dolore, un valore straordinario e assoluto.
Chi racconta accetta di confrontarsi anche con il rimosso. Talvolta con il rimorso. Più o meno consapevolmente sa che per ritrovare si deve anche disseppellire, a volte, che si deve sprofondare dentro di sé e scrutare lontano, fino a portare lo sguardo al limite del racconto, sulla soglia ghiacciata del silenzio.
Ecco. Questi compagni di scuola sono quelli che poi, alla fine, scelgono il silenzio. Anche Mario poi, alla fine, sceglie un silenzio impregnato di commozione malcelata. Cala il silenzio quando a conclusione del resoconto, si prende atto con lucida evidenza che della vita anteriore a quell’attimo rimane soltanto la possibilità di un ricordo rappreso, forse anche un rimpianto, più spesso un rammarico, uno smarrimento, una disperazione controllata, pacata, quieta. Una consapevolezza di ineluttabilità. In qualche caso un risentimento nei confronti di quella provincia a Sud che a tarda sera affida la sua gente ai treni che vanno verso il Nord, promettendo un benessere che qui viene negato, un’esistenza che non ha il travaglio della precarietà.
Questo è un libro che ad ogni pagina dispiega una nuova concezione e dimensione della meridionalità: non ha luoghi comuni, non ha artifici, non ha retorica. E’ concreto, essenziale, intimo e corale; a volte ha un tono inquieto, a volte rassegnato. Esattamente come sono i toni di quelli che sono rimasti o di quelli che sono andati.

giovedì 23 aprile 2009

Il chicco di Piero Manni

Tre brevi racconti: tre esperienze di verità dal passato, tre diverse memorie di campagne profumate, ronzanti d’api amichevoli, lavoro sudato, vecchi alberi, uova fresche e preti pretenziosi, tre immagini di mondi veri, circoscritti tra le virgolette del cuore. Il libretto rosso di Piero Manni!


di Elisabetta Liguori


E' un libretto rosso, pieno di calore quello di Piero Manni.
Mi riferisco alla nuova pubblicazione della casa editrice Manni per la collana I Chicchi. Da leggere sicuramente. La prima cosa che mi sono chiesta ritrovandomela tra le mani è stata: ma Piero Manni è uno scrittore? Perché io, come tanti, so molte cose di lui: lo conosco come editore, come generatore di talenti, amante del territorio e di tutto il suo patrimonio in ampio senso, uomo impegnato anche in politica, intellettuale attivo, instancabile, ironico ed efficace, ma cosa fa di lui uno scrittore? Non che questa sia la sua prima prova: ci sono state altre esperienze e sempre cara è stata per lui la forma del racconto, eppure io me lo sono chiesto comunque.
Me lo sono chiesto ancora prima di leggere i suoi racconti, è vero, ma ho tentato di trovare una risposta solo dopo la lettura. Sarà che da mesi faccio a me stessa la stessa domanda, sarà che da mesi mi chiedo che cosa rende diversa scrittura da scrittura, sarà che ho preso l’abitudine un po’ maniacale di distinguere tra libro e libro e di mettere un punto esclamativo soltanto sulla copertina di quelli che mi sembrano scritti da scrittori veri, per imparare qualcosa in più su questo strambo mestiere; sarà che la scrittura contenuta in questo libretto rosso io l’ho assaporata in un soffio e poi mi sono sentita bene, sarà questo o altro, fatto sta che io a questa domanda ci tengo.

Preliminarmente è però opportuno raccontare questo libretto rosso di Piero Manni, in poche parole, per non togliere a nessuno il piacere della lettura. Si tratta di tre brevi racconti: tre esperienze di verità dal passato, tre diverse memorie di campagne profumate, ronzanti d’api amichevoli, lavoro sudato, vecchi alberi, uova fresche e preti pretenziosi, tre immagini di mondi veri, circoscritti tra le virgolette del cuore.
Questa sintesi può aiutare a rispondere alla mia antica urgente domanda?
Forse sì, forse no. Sarebbe ancor più utile munirsi forse di qualche criterio di riferimento, di qualche misura, indice o parametro, anche incerto? Qualche giorno fa, proprio a questo proposito, leggevo un piccolo saggio di Giulio Mozzi, scaricabile gratuitamente in rete, dal titolo – “(Non) un corso di scrittura creativa”-. Un ausilio per lettori e scrittori dubbiosi come me. Un testo agile, umile, ben organizzato e realistico. Grazie a questo manualetto ho potuto dare forma a molti dei miei fantasmi, in particolare ad uno. Quale è la prima cosa che fa un vero scrittore quando si accinge a scrivere? Per Mozzi la risposta è: immaginare il lettore.
Mi sembra una bella risposta. Questo lettore immaginato altro non è che la proiezione sincera, onesta, di un desiderio. Un desiderio integrale. Bene: mi pare di poter dire dunque che Piero Manni abbia immaginato il suo lettore con maestria, gli sia andato incontro, lo abbia guardato dritto negli occhi, abbia cercato quella empatia necessaria a che il miracolo della letteratura si compia, abbia cercato cioè di condividere qualcosa con lui (desiderio e memoria) cercando di rassomigliarli, di ritrovare e scoprire ciò che è comune, autentico, e costituendo quel legame che nasce solo dalla condivisione. Per fare questo mestiere lo scrittore non deve solo esprimersi, vomitare il sé, dice Mozzi, ma deve mettersi in relazione, trasferire il suo mondo, la sua immaginazione, all’interno di mondi condivisi; deve creare meccanismi di fiducia, di innamoramento direi quasi, che gli consentano di portare il lettore con sé nel proprio universo e con lui osservare ciò che è fuori e ciò che fuori cambia di continuo.
Gli anni dei quali scrive Piero Manni, così, possiamo sentirli come nostri (anche senza averli vissuti), scoprendoli attraverso dettagli personali, e pertanto unici per atmosfere, personaggi, colori. Possiamo farlo con fiducia, con abbandono. La trama conta poco, così come la cronologia degli eventi (e si sa che lo scrittore vero può fare con le unità di tempo e luogo quello che vuole): quello che fa di questa scrittura piacere puro è la mimesi, lo stile malinconico, sognante, cinematograficamente ancorato al vero, la profondità rassicurante, raggiunta anche con pochi tratti.
Mozzi, ancora lui, dice che la pratica delle scrittura (senza alcuna ambizione di scientificità, sia chiaro) la si potrebbe ridurre schematicamente a tre parti essenziali: tecnica, genio e consapevolezza.
Sul genio c’è ben poco da dire, o c’è o non c’è, quello è come un occhio e una voce che lavorano da sé e, in testi brevi come questi di Piero Manni, lo si rintraccia nello sguardo sempre frizzante, rapidissimo, nella scelta della formula linguistica più ispirata, che riesce a raccontare i piccoli, infiniti, guizzi del cuore.
La tecnica, poi, volendo la si apprende e beato chi c’è l’ha, ché del genio può fare un tesoro ancor più grande. La consapevolezza invece è altra storia. La consapevolezza è il calore. È il desiderio. La consapevolezza è dei maestri: appartiene appunto a chi sa che la scrittura è prima di ogni altra cosa un’attività relazionale e richiede la grande capacità di osservare il mondo. Ecco: questa consapevolezza mi sembra davvero una gran bella conquista e, ora che lo so, posso ben mettere il mio punto esclamativo sulla copertina rossa che raccoglie i tre racconti di Piero Manni.

mercoledì 15 aprile 2009

La Favola e la Storia







Su Raffaele Nigro

di Antonio Errico


C’è una cosa che Raffaele Nigro non dice nelle sue “Maschere serene e disperate” (Manni,2008). C’è una cosa che non dice perché non deve essere lui a dirla , non spetta a lui dirla, perché, come pensava Elio Vittorini, è grande umiltà essere scrittore.
C’è una cosa che non dice, quest’uomo che si guarda allo specchio e si ritrova grigio come suo nonno, quest’uomo che aveva capelli e barba e occhi crespi e neri come i briganti che ha narrato. C’è questa cosa che non dice: che col tempo la sua scrittura ha preso sempre più nitore, si è fatta sempre più essenziale,è diventata sempre più intima, interiore, si è sempre più impastata di esperienze, trasalimenti, umori, paure, bellezze.

Non dice che la sua scrittura si è fatta come il suo tempo: che come il tempo può essere acqua o vino o olio; è una scrittura che scava dentro i giorni, che ad essi rassomiglia, alla loro verità, alle maschere che indossano –serene o disperate-, alle loro ansie, alle loro tenerezze, ai lori stupefatti e antichi pudori.
Non dice, Raffaele Nigro, che la sua scrittura adesso ha la stessa sapienza della maturità dei suoi sessantun anni, la stessa malinconia, l’incredulità che talvolta lo sorprende, la stessa misura, la stessa sobrietà, lo stesso fascinoso disincanto; non dice che ha la stessa consapevolezza che non si può sprecare un solo istante, che non si può indugiare a rispecchiarsi nell’immagine che ritorna nel ricordo a indispettire oppure a disperare, che ogni frase, ogni parola, proviene dai fondigli della memoria e lo porta a riflettere sul silenzio da cui proviene, sul dubbio infinito verso cui va, certamente accompagnato, come sempre, da quell’arcangelo di cui porta il nome.

Questo libro di Nigro è una confessione: uno di quelle sfide col coltello che ogni grande scrittore fa a se stesso nel punto in cui sente dentro, in modo prepotente, che la letteratura deve aderire esattamente all’esistenza, che deve ridurre, fino ad azzerare, il grado di finzione, che le parole devono essere capaci di mostrare tutto quello che hanno dietro, che hanno dentro, che hanno in fondo: devono dire la sostanza, anche quando è soltanto rimasuglio, quando è passato consumato, quando è memoria stanca, sconsolata.

Però c’è una cosa che Raffaele Nigro dice. Lo fa con quella sorta di celata scaramanzia con cui a volte si vuole proteggere le cose a cui si crede immensamente, quelle in cui si spera, che si amano. Dopo aver fatto il conto degli anni, con il piglio del ragioniere che non è, dissipa quel tedium vitae che talvolta accerchia e stringe, pensando a certi autori che hanno cominciato a sessant’anni e che a novanta sono ancora geniali. Così si dice che domani, svegliandosi, potrà veder maturare i semi del romanzo che aspetta da sempre, potranno farsi mature le idee che si erano affacciate alla mente anni fa. Forse quel romanzo è Santa Maria delle Battaglie .

Racconta come un cantastorie, Raffaele Nigro: come uno di quelli che giravano per le fiere e per i santuari “ accompagnati da uno strumento a corda e un telone dipinto” . Racconta così: generando narrazione dalla narrazione, disegnando volti in continuazione, attraversando i tempi, rappresentando luoghi, sovrapponendo realtà e finzione, cronaca e storia, menzogna e verità, passato e presente. Racconta inventando le sue storie dai fatti accaduti o dal nulla, e ad ogni pagina sono nomi nuovi, luoghi diversi, destini che si incrociano, vite che si diramano, si spandono, non finiscono mai. Questo suo romanzo nuovo, Santa Maria delle Battaglie (Rizzoli,2009), sarebbe potuto continuare all’infinito. Come possono – avrebbero potuto – continuare all’infinito i racconti dei cantastorie. Perché qui il racconto si rigenera ad ogni apparizione di personaggio, ad ogni innesto di motivo, restituisce energia alla voce silenziosa della statua di Maria delle Battaglie, sistemata tra i soppalchi di una libreria, che tenta il miracolo di svegliare dal coma una ragazza bellissima che si chiama Federica. Così Maria racconta, per risvegliare. Racconta per guarire, per restituire memoria, per ridonare la voce.
“Saper raccontare è un dono. Bisogna avere lena. Io ne ho e lo ritengo un dono”, dice Maria delle Battaglie dal suo cantuccio nella libreria.
Poi, per saper raccontare, bisogna avere pazienza, trovare il ritmo giusto, crescersi dentro una fantasia; bisogna aver conosciuto ogni felicità e ogni dolore oppure fingere di averli conosciuti; bisogna ricordare e fingere di aver scordato, bisogna aver ascoltato racconti, aver fatto la veglia, avere voglia di ripetere lo stesso racconto. Bisogna sapere essere l’altro, pensare come l’altro, provare le emozioni dell’altro, entrare nel suo mondo, conoscere i suoi sogni, saper illudere e disilludere in un tempo solo.
Poi bisogna conoscere il mestiere di mettere una dietro l’altra le parole facendole risuonare come sonagliere di cavalli al passo quando è ancora scuro, di affabulare, di mescolare il realismo e la magia. A leggere questo e gli altri romanzi di Nigro, e le cose che ha scritto anche prima che arrivasse “I fuochi del Basento”, si vede ad ogni pagina, riga dopo riga, che conoscere a perfezione l’arte d’incantare. Perché, probabilmente, raccontare non è altro che un incantamento, una malia.

Nigro incanta con le sue invenzioni di nomi e nomignoli, con la scrittura che impasta parole provenienti da linguaggi disparati, con gli incastri di vicende un po’ vere e un po’ inventate, con riferimenti storici e fantasiose suggestioni, con proverbi, leggende, superstizioni, acute psicologie e fatti d’amore, di miseria. Di Sud profondo, triste, spavaldo, antico, ribelle, rassegnato. Di presente doloroso, intenso, pietoso, senza miracoli, gelido, infinito. Della frenesia di Magdalena, della solitudine sconfinata di Bruno Cacciante, dell’ umilissima consolazione di una statua.
Accade talvolta – accade ai grandi narratori, ai narratori epici – che un qualche personaggio sia una proiezione dell’autore, che riveli una sua coscienza profonda, una tensione esistenziale, una sua visione del mondo.
In questo romanzo c’è un personaggio che ha la fisionomia narrativa dell’autore. E’ Colantonio Occhiostracciato. In un giorno di temporale, un salice colpito da un fulmine si abbatte sul pagliaio dove l’ortolano Colantonio si è rifugiato, squartandogli la faccia e bruciandogli un occhio. Quando si risveglia dal tramortimento, l’uomo scappa via e comincia ad urlare certi versi che non si sa da dov è che li prende. Abbandona il lavoro, la moglie, sei figli, e comincia a girare di paese in paese, “ con una tiorba sulle spalle e un rotolo di tela dipinta sotto il braccio”. Racconta storie strane, legate con la rima, ispirate forse da un angelo o forse da un demonio, e così Occhiostracciato diventa “ maestro di poesia e cantastorie”.
Questo romanzo è come una grande ballata popolare. Ha quei toni a tratti concitati e a tratti pacati della ballata. Ha la memoria collettiva , le visioni, la freschezza, la visionarietà, i fantasmi, le fantasticherie, la coralità della ballata. Ha i passaggi rapidi, gli snodi narrativi, gli effetti che ci vogliono per tenere avvinti i bambini adulti e gli adulti bambini intono alla voce del cantastorie che si ferma al centro della piazza e attacca a raccontare: venghino, signori, venghino a vedere e a sèntere.
Ha ragione Raffaele Nigro quando dice che non solo di briganti e ladroni si è sempre raccontato, ma che con briganti e ladroni comincia la storia e forse anche la letteratura d’oriente e d’occidente.
Infatti: in principio fu Caino che tese l’agguato ad Abele e alla voce divina che gli domandava dove fosse il fratello, rispose che lui non era il suo custode. Poi Cristo ebbe per discepolo e sodale uno che lo vendette per trenta denari, per compagni sulla croce un paio di ladroni e un fior di brigante come Barabba per rivale in uno scambio di prigionieri.
L’ Iliade comincia con il rapimento di una donna, l’insulto di Tersite (antieroe brutto gobbo zoppo in un mondo di eroi belli invincibili forti) nei confronti dei potenti, l’assedio di una città che si conclude con un’ invasione per mezzo dell’ inganno banditesco di un cavallo di legno.
Poi le Mille e una notte con Alì Babà e i quaranta ladroni, con il marinaio Sindbad.
Banditi, ladroni, masnadieri, hanno sempre richiamato l’attenzione di storici, poeti, romanzieri, saggisti, cantastorie di ogni luogo, di ogni tempo e di ogni qualità, per cui la produzione di versi, prose, cronache, biografie, diari, risulta pressocchè sterminata.
In tutta questa materia mette le mani Raffaele Nigro con un libro che intende essere – ed è – ambizioso e barocco nello stesso modo e nella stessa misura di come è affascinante e prezioso, leggero, esatto, molteplice ( nella valenza che gli ultimi tre termini assumono nelle Lezioni americane di Italo Calvino).
Nel seguire la fortuna che il brigante “ come soggetto letterario, sociale e politico, ha incontrato lungo i secoli”, in Giustiziateli sul campo ( Rizzoli, 2006), Raffaele Nigro combina sapientemente il mestiere di storico e quello di narratore, riesce a connotare la sua storiografia ragionata di quel movimento che appartiene ad un racconto, il resoconto talvolta ha gli stessi toni del canto che compare tra le pagine, la rete di riferimenti, di rinvii, di elementi bibliografici sembra che abbia la stessa natura di una trama, i nomi di figure leggendarie o sconosciute diventano personaggi di un lungo racconto.
E il narratore che spesso cerca di celarsi dietro l’oggettività delle cronache e dei riferimenti, si fa presente nello stile, nell’organizzazione delle parti, nell’articolazione dei paragrafi: onnisciente come un narratore dell’Ottocento; umile come ogni ricercatore che sa bene che tutta la sua conoscenza dipende solo dalla materia; ostinato come uno storico convinto che in qualche caverna del tempo si possa nascondere una scaglia di verità. Un po’ per la sua antica passione per i briganti, un po’ per una scelta metodologica, Nigro si comporta come l’orco della fiaba evocato da Marc Bloch nella sua Apologia della storia : va dove fiuta carne umana perché sa che là è la sua preda.
Ma il rapporto che Raffaele Nigro stabilisce con la tematica – o meglio la problematica- del brigantaggio, soprattutto quando si fa più vicina nel tempo, prossima alla complessità che caratterizza l’epoca moderna, è connotato dalla dinamicità di una condizione che probabilmente può essere riferita a quella fisionomia della storico delineata da Edward Carr nelle Sei lezioni sulla storia.
Così Nigro è uno storico che è parte della storia: si muove tra le tante, innumerevoli, figure di un corteo che avanza dal fondo del passato per sentieri tortuosi, oscuri, spesso sconosciuti, a volte mai intrapresi, a volte percorsi soltanto per brevi tratti, assumendo con se stesso e con il lettore l’impegno di esplorarli quanto più possibile, di raccontarli con onestà, anche se con inevitabile, oggettiva parzialità: perché quello che si vede è determinato dalla posizione che si assume, intenzionalmente, dichiaratamente. La neutralità dello storico è una menzogna, più o meno consapevole.
Nigro non si pone né al di fuori né al di sopra della sua ricerca; spesso entra nelle vicende ed esprime giudizi in qualche caso espliciti, in altri mediati dalla proposta di testi ( il passo di un saggio, un romanzo, una legge, un canto, una leggenda).
Dietro questi nomi di briganti ci sono destini di ventura e di sventura, fenomeni di cultura, storie di marginalità, d’amore e di paura, d’onore e di miseria, di verità nascoste, di prevaricazione e disuguaglianze sociali, scelte di politica, visioni del mondo, della vita, concezioni del bene e del male.
Nigro sa far scorrere per tutto il libro, a volte in modo affiorante, a volte sotterraneo, i racconti e le storie di figure d’uomini che il tempo, la letteratura, il cinema, il racconto orale, hanno trasformato in mito “ che affascina per alone romantico e che incarna l’aspirazione dell’uomo alla libertà e all’equa applicazione del diritto”.
In questo libro storia e racconto sono strumenti che contribuiscono – nel modo in cui possono, nella misura in cui possono- a sottrarre fatti e fenomeni all’ingiustizia del pregiudizio, da una parte, e dell’acritica esaltazione dall’altra, restituendo briganti e brigantaggi alla loro natura umana: disperata, dolente, buona, cattiva, sincera, bugiarda. Come ogni altra natura umana. Esattamente come ogni altra.

lunedì 13 aprile 2009

L’immaginario bambino di Fabrizio Fontana











Spesso ho tentato la strada per la tremenda “realtà”
dove hanno valore mode, accessori, leggi, denaro,
ma solitario mi sono involato, deluso e liberato,
verso là dove sogno e beata follia zampilla.

Hermann Hesse

Il Jioku
Vincenzo Ampolo

Se avessi qualche anno di meno, potrei dire che siamo stati tutti bambini di una generazione che ha giocato con le Barbie e con i giochini degli ovetti Kinder. Magari con gli uni e con le altre, mentre, con la bocca piena di cioccolato al latte, imparavamo i meccanismi e le astuzie del vivere la vita.

Poi, pian piano, abbiamo imparato a giocare “altri giochi” e abbiamo dimenticato quel mondo magico ed intrigante, pieno di fascino e di meraviglia.
Dell’infanzia con i suoi giochi rimane, nel migliore dei casi, una vecchia scatola su in soffitta, di cui, ad ogni riordino, pensiamo seriamente di dovercene sbarazzare.
Mentre scrivo questo pezzo, pensando alle opere di Fabrizio Fontana, ho gli anni di mia figlia e vedo con i suoi occhi l’incanto legato alla stanza delle sue meraviglie. Ma ecco che a quella stanza si sovrappone lo spazio operativo del nostro Artista. Casa di bambole, Laboratorio-officina, Museo dell’effimero e del paradossale, Luogo della dissacrazione, Spazio di pratiche inconfessabili,
Tutto è catalogato, ordinato in modo maniacale: per colore, per forma, per argomento…Rottamazione, raccolta differenziata di ciò che è stato rifiutato, rinnegato, abbandonato, avanzato dalle passioni di un “tempo perduto” e della selvaggia e malinconica felicità che a tali passioni si accompagnava.

Quelle che potrebbero essere “le collezioni di un barbone” vengono qui ripulite e conservate, nell’attesa di una nuova vita, di un riutilizzo creativo senza censure.
Frantumi di memoria ambiscono a divenire parte di un sogno compiuto, recuperato alla coscienza e pronto per una nuova interpretazione.
Recupero di ciò che viene dismesso, dimenticato, abbandonato. Recupero e testimonianza delle tracce del tempo che passa, con i suoi ricordi, non sempre ben archiviati. Recupero e riconoscibilità dell’oggetto, del suo nome, del contesto di provenienza, con possibilità di un senso ulteriore. Recupero di un universo legato al mondo della fantasia, del gioco, dell’infanzia reale, quella “polimorfa perversa”, libera dal moralismo adulto e dei suoi tabù. (Come in alcuni film di animazione, possiamo immaginare i dialoghi notturni tra questi pupazzetti, tutti con il loro corredo e i loro accessori. Ci si chiede chi sarà scelto, individuato, “nominato” per interpretare una nuova parte, nel nuovo Grande gioco, nel nuovo Grande Sogno del Grande Fratello Fabrizio…).

E da qui che comincia la pratica artistica, il Gioco creativo, o meglio 'Jioku' come ama chiamarlo Fabrizio. Il riutilizzo anarchico e liberatorio di questi oggetti abbandonati dall’incalzare del tempo e dalle nuove mode, imposte da un mercato sempre più aggressivo che impone sempre nuovi consumi, crea contaminazioni capaci di assumere significati inediti e associazioni analogiche e simboliche sempre più complesse e stratificate. Da un nuovo Ordine si passa ad un nuovo Caos, da un non-senso ad un nuovo significato e magari ad una nuova estetica plurisignificante. Un gioco di accoppiamenti, di richiami, di rimandi, di citazioni che, nei titoli, diventa anche un gioco di parole.
(Nella sua prossima mostra le opere esposte hanno tutte lo stesso titolo RED-IN, anagramma di Kinder, che viene a tradursi come Inchiostro Rosso.)
Questo gioco creativo, di alchemica trasformazione, attinge ai personaggi e agli oggetti di un immaginario bambino, coniugandoli spesso con una realtà immaginale più profonda legata alle icone simbolo della sacra e profana devozione.
Dai “santini” alle vecchie bambole, tutto viene recuperato e reinterpretato dalla gioiosa fantasia di Fabrizio Fontana. Oggetti “buoni” e oggetti “cattivi” trovano indubbiamente una sintesi nella riserva dell’inconscio individuale e collettivo, là dove solo un lavoro psicoanalitico può cogliere tutte le reali connessioni e tutti i motivi di suggestione e di stimolo cognitivo ed emozionale.
Il risultato di questo processo di ricerca, che culmina nella sapiente realizzazione di contenitori di reliquie che dichiarano allucinanti ossessioni e sordide regressioni, porta a quello che Roland Barthes aveva definito “uno stupore perpetuo, il sogno dell’uomo davanti alle proliferazioni della materia, davanti ai legami che egli coglie tra il singolare dell’origine e il plurale degli effetti”.


Mostra personale dell'artista Fabrizio Fontana
da 19 Aprile 2009 al 17 Maggio 2009
REDINK per A&A, Art & Ars Gallery, - Galatina, Lecce

lunedì 6 aprile 2009

LE PAROLE DELLA TERRA

Su Puglia in versi. I luoghi della poesia. La poesia dei luoghi edizioni Gelso Rosso, 2009

Antonio Errico

Un luogo che non ha parole è soltanto un deserto di storia, di memoria. Non ha sentimento dell’esistenza, non ha racconti da tramandare, non ha ragioni da proporre, non ha emozioni da contagiare, non ha fantasia da porgere in dono. Un luogo che non ha parole è privo di tempo, è un simulacro di senso, un sepolcro vuoto al quale non si rivolgono preghiere, per il quale non si celebrano rituali.
Le parole di un luogo sono la sua letteratura: quella tessitura di poesia e di narrazioni, quella trama di sensazioni e riflessioni che rigenerano il suo passato, che attribuiscono significanza al suo presente, che lo proiettano in un futuro autenticamente fondato sulle radici antropologiche.
Diceva Tommaso Fiore in “ Un popolo di formiche”: la Puglia è innanzitutto un’espressione archeologica.
Sono passati quasi sessant’anni.
Ora si potrebbe dire che la Puglia è innanzitutto un’espressione poetica: una condizione culturale generata dalla letteratura stessa, dalla mitologia, da tutta una sensibilità ermeneutica che ha trovato anche nella geografia il motivo – o il pretesto, talvolta – per trasformare la dimensione reale in dimensione fiabesca, il tempo in oltretempo, per scardinare le sue coordinate spaziali, per prolungare Finibusterrae nel Mediterraneo, per annodare i suoi confini all’Europa.
Innanzitutto un’espressione poetica, dunque. Perchè per altri aspetti – probabilmente per molti altri – è ormai straordinariamente somigliante a qualsiasi altro luogo d’Italia, dell’Europa, forse anche del mondo.Nel bene e nel male.
La sua connotazione, la sua identità profonda, la fisionomia che la rende diversa e riconoscibile, è determinata dalla poesia e dalla narrativa che ha prodotto soprattutto nel corso del Novecento.
“Puglia in versi. I luoghi della poesia, la poesia dei luoghi” costituisce una dimostrazione di tutto questo. Un’antologia edita da Gelsorosso di Bari a cura di Daniele Maria Pegorari che attraversa la Puglia nei suoi territori. E’ articolata in sezioni: Puglia & Puglie, Daunia & Capitanata, Peucetia & Terra di Bari, Messapia & Terra d’Otranto.
Ogni sezione è introdotta da una pagina di Lino Angiuli, nitida, essenziale, appassionata. A proposito di Messapia & Terra d’Otranto, per esempio, scrive: “ Chi non tiene almeno un grammo di poesia dentro le ossa, difficilmente può campare in mezzo a questo popolo di ulivi che per forza di cose tace di fronte all’avvento di una luna mannara, la stessa che sfregiò più di un sogno a botta di pene luccicanti”.
Si è vero. Ha ragione Angiuli, che poi è colui che ha inventato questo libro: senza almeno un grammo di poesia dentro le ossa da queste parti non si può campare.
E’ un libro itinerario, una guida attraverso il sentimento della terra che muove la parola e attraverso le parole che rinnovano il sentimento per la terra.
Un libro che mette insieme poeti che scavano nella dimensione storica, antropologica, geografica, di una regione che ha radici affondate nel passato e un’ansia sempre più forte di futuro. E’ una mappa per orientarsi nella memoria profonda che noi conserviamo dei luoghi che ci sono appartenuti, che abbiamo abitato nell’intimità del pensiero.
La Puglia è così, dunque. Ancora. E’ quella del Puer Apuliae, delle cattedrali che sembrano navi dentro l’aria, degli ulivi che ondeggiano come un mare verdognolo, delle luci sfolgoranti; è un paese di tante croci, senza fiumi, senza foci, con le luci sfolgoranti, con i gufi nei castelli, terra d’ombre, di sembianze, di preghiere e di bestemmie, con il cielo che talvolta prende il colore dei tufi, con l’eco delle voci che si spande e deforma i nomi gridati nel vuoto mentre l’uomo si addormenta sulla soglia, e la donna di una poesia di Bodini pettina i capelli neri, e che lunghi capelli, che non finiscono mai.
La Puglia è ancora così, dunque. E’ quella che non c’è più ( se mai c’è stata). E’ un’invenzione. Una figurazione. Una fantasmagoria.
La Puglia è un miraggio della memoria, un’immagine proveniente dal fondo di un dormiveglia, un altare innalzato per fede e per amore: per troppa fede, forse, per troppo amore.
Accade, per una terra, quello che a volte accade per una creatura che si ama. Accade che si pensi a lei in un modo diverso da quello che è nella realtà.
Certo, la letteratura di Puglia comincia dalla storia, dalla geografia, dall’antropologia, ma poi si proietta in una cosmogonia fantastica, configura un universo dove tutto nasce e tutto muore nell’ordinato caos delle parole di una poesia che ha il sapore dell’uva e l’odore del mare e il colore di certe albe e le rughe di certi vecchi e il silenzio di molti dolori e lo stupore della sua gente e la meraviglia delle sue notti. Che ha l’incantesimo delle sue lune che sembrano planare sulle spiagge, sulle case, che si rispecchiano negli occhi dei bambini addormentati sul limitare delle case del ricordo.

L’azzardo della verità

Su L’uomo che si guarda la mano di Marco Pedone

di Antonio Errico

Marco Pedone ha origini salentine e vive a Roma da sempre. Classe ’58. Insegna nelle superiori. Ha vinto il premio Montale nel ’92. Ha scritto poesie, saggi, un romanzo pubblicato nel 2004 con Fernandel e intitolato “Gri. Galvanoplastiche Ramature Imola”, un altro uscito da pochi giorni con le Edizioni Creativa: “ L’uomo che si guarda la mano”.
Marco Pedone è un narratore straordinario: nel senso vero e proprio di fuori dall’ordinario, perché di ordinario non ha nulla. La sua è una scrittura che mette insieme l’istinto e il lavoro di cesello, una tessitura stilistica personalissima e la migliore tradizione europea e americana del Novecento, il richiamo per l’azzardo della metafora e uno scrupolosissimo rigore semantico, ironia corrosiva e riflessione proveniente da un’ansia filosofica, sperimentazione stilistica e accuratezza filologica. Fuori dall’ordinario è la sua capacità di costruire personaggi. I suoi libri sono fatti esclusivamente di personaggi; tutto il resto è secondario: luoghi, vicende, trame, intrecci, riferimenti, contesti, tutto secondario. Non per lui che ,anzi, cura meticolosamente trama ed intreccio in particolare, ma per il lettore che si sente attratto dai personaggi coinvolgenti e vitali, che si sente preso per la giacchetta, per il bavero, e portato dove essi lo vogliono portare.
Personaggi dalla comicità amara, tra Chaplin e Keaton, che sono la controfigura di tutti noi, gente della strada che tiene i piedi per terra e qualche scheletro di sogno spolpato dall’esistenza vorace di ogni giorno, che parlano un linguaggio vero eppure paradossale, derivato di una sapiente e coltissima mistura plurilinguistica di matrice gaddiana, impastato con riferimenti colti e scaglie dialettali.
Ecco, dunque. Il linguaggio costituisce l’altro elemento connotante di questo e dell’altro romanzo di Pedone. Attento, sorvegliato, lavorato nei più minuscoli particolari sintattici e lessicali, con una studiata disarmonia dei giri di frase che traducono l’imprevedibilità dei fatti, lo stupore del consueto, la drammaticità della farsa, il duello all’ultimo sangue tra la verità e la menzogna, il corto circuito provocato dal contatto tra l’apparenza delle cose e la loro nascosta, insospettata, sostanza.
E’ un linguaggio teso, mai indugiante in descrizioni o in situazioni di colore ma sempre pronto a cogliere la parte sottostante degli eventi, talvolta il lato oscuro dei comportamenti.
Marco Pedone scrive collocandosi dentro le sue scene, nell’esistenza dei personaggi, attraversa i luoghi che descrive. Narratore onnisciente, potrei dire, riprendendo il termine dalla narratologia. Ma la sua è un’onniscienza particolare, parodistica, talvolta beffarda, perché solo così può essere un’onniscienza postnovecentesca: autoironica, palesemente falsa. In realtà il soggetto che narra nei romanzi di Pedone sa perfettamente che non conosce niente e che non conoscerà mai niente, non solo degli altri ma anche di sé stesso. Quanto più il narratore cerca di sbrogliare le vicende tanto più complica il garbuglio, infittisce la trama, stringe l’intreccio. La narrazione procede per incastri, sovrapposizioni, intersecazioni. Anche la verità più evidente diventa quasi inverosimile, la realtà si deforma, le creature prendono una fisionomia esasperata che confonde i tratti della loro umanità sofferente, di una sensibilità non di rado delicata, profonda: di particolare significanza , a questo proposito, risulta la figura di Ma’, la più bella e la più tenera del romanzo.
La deformazione dei personaggi è un metodo di conoscenza. In questo modo Pedone squarta la forma, rovescia l’apparenza, fino ad arrivare alla radice psicologica, al movente – anche inconscio – delle loro azioni e dei loro comportamenti, fino a scoprirne i sentimenti inconfessati, quelli più rancorosi e quelli più innocenti. Lo fa con quella delicatezza, quella passione, quella partecipazione, con l’amore o con la pietà che per i loro personaggi provano gli scrittore straordinari. Come Marco Pedone.

sabato 4 aprile 2009

...e mi diverto a cantare

Due voci raccontano il concerto recital del Fondo Verri, “Qui, se mai verrai...” proposto al pubblico, giovedì 2 aprile al Politeama di Lecce.

La poesia compagna di viaggio alla scoperta d'un Salento intimo!


Martina Gentile

Qui, se mai verrai… e io ci sono andata a incontrare la poesia di quegli uomini e quelle donne che ho già ascoltato tante volte raccontare questa nostra terra, ma che suscitano in me sempre stupore. E sollievo, finalmente. L’irresistibile leggerezza di un verso che mi solleva, oltre tutto il disgusto, oltre tutta la rabbia, oltre tutto il disprezzo. Volo, finalmente. Nelle parole e nella musica che mi pervade e mi attraversa, che mi spacca il cuore e butta giù, a precipizio, dagli occhi una sola lacrima. La lacrima solitaria della commozione, che nessuno può vedere nel buio del teatro Politeama Greco di Lecce, dove si replica e riecheggiano ancora i versi di Vittorio Bodini, Girolamo Comi, Ercole Ugo D’Andrea, Vittore Fiore, Vittorio Pagano, Antonio Verri, Salvatore Toma, di Rina Durante e Claudia Ruggeri, d’altri poeti di questo Sud, più a sud del Sud. E io, io che odio provincialismi e difese a oltranza di campanili insignificanti, mi sciolgo in questi tocchi di colore, in questi squarci che amo, in cui ritrovo la mia zolla di terra e il mondo che in essa giace, la mia dimensione, il mio orizzonte che diventa sconfinato nel mare che è confine sempre mobile, sempre più in là, sempre oltre. E in quella poltroncina rivestita di velluto, in quel teatro avvolto nel silenzio di un giovedì sera in cui la nebbia ha inondato i vicoli del centro, alzando di tanto in tanto gli occhi al soffitto, per perdermi tra parole e le note, mi dissolvo e non ci sono più. Sono già partita incontro a quel Salento dove il carrettiere passa con la testa penzolante, dove il sole si sfrega contro la mia faccia, dove il vento mi tradisce e il mare mi annega di pensieri e profumi, dove stormiscono le foglie e cade a pezzi il tramonto, nel macello arrossato di luce del crepuscolo. E nei versi ritrovo i colori energici del limone e i fazzoletti annodati per ricordarsi del cuore, le donne pennute, la città dalle tre porte e il Duomo, il carnevale di pietra e il biancore di angeli e strane figure che schizzano fuori dalla facciata della chiesa di Santa Croce. Godibile e seducente, insomma, lo spettacolo di suoni e voci che racconta il Salento dei poeti, proposto al pubblico dal Fondo Verri e patrocinato dalla Provincia di Lecce. Le voci recitanti di Simone Giorgino e Piero Rapanà e la voce fuoricampo di Angela De Gaetano trascinano lo spettatore nel mondo onirico e trasognato della poesia, mentre i suoni di Adria, fatti di note dal gusto balcanico, accattivanti e intense, rendono il percorso poetico ancora più coinvolgente. “Qui, se mai verrai…”, è un concerto-recital avvincente e avvolgente, un momento fatto di carne umana che vibra su un palcoscenico, ora immerso nella penombra, ora affondato nelle luci intense, dove, il coro di voci dei poeti e i versi così ben interpretati e reinterpretati sul suono ammaliante dell’organetto di Claudio Prima, raccontano una terra e la dischiudono dinanzi agli occhi di chi sa vedere e cogliere l’essenziale, attraverso il cuore. La voce straordinaria e dirompente di Maria Mazzotta, le corde tese del violoncello di Redi Hasa e l’eleganza del sassofono di Emanuele Coluccia, fanno il resto, costruendo un abito di note con cui ingentilire ulteriormente la poesia. Qui, se mai verrete… Vedrete, finalmente, uno scorcio di Salento diverso, che annega di luce, langue di bellezza. E chissà se qui vorrete morire, dove vivere vi tocca.

Lina Rignanese

È una storia tutta salentina, quella messa in scena giovedì sera al teatro Politeama di Lecce. È una storia che guarda oltre i giorni presenti. Lo sguardo va lontano, dove i “sogni” sono “barocchi” e “i pensieri a boomerang” incedono con passo reso lento e affannoso dallo scirocco che miete morti fra le rovine di una periferia spesso incazzata, altre volte addormentata. Sul palco ci sono sei sedie. E su di esse due camicie bianche, una sensuale voce araba dalle tinte rosso fuoco, un ipnotico fiato dalle spire circolari, un tappeto di viola, un organetto che sibila onde sinuose ed increspate, (e una voce sibillina). “Il Teatro della Sedia” e la dimostrazione di quanto il minimalismo possa nutrirsi di professionalità e talento e di contenuti ammalianti. La storia narra delle bellezze di luoghi meridionali-mediterranei, fatte di lucertole, pietre, terre rosse e arse, di cicale, zanzare, grotte, di Greci e Messapi, di anfore e tarantole, di uno stato di natura (direbbe, forse, Rousseau) e di sogno, oggi forse obliato. Le parole dei poeti fanno dimenticare questo grigio inverno, questi neri pali, questo puzzo d’immondizia, questi topi sui cornicioni, queste buche per strada, questo stupido affannarsi di un luogo -poco più di un paese - meridionale a voler sembrare città del nord S’imbelletta il Salento, guarda al cemento della riviera romagnola, guarda alla presunzione di Milano, guarda ai prezzi di Firenze, alle tecnologie di Torino, alla movida spensierata e spendacciona. Povero Salento… ha forse abbandonato la sua terra? I suoi campi? I contadini ricurvi al sole? I campi di tabacco? Le dionisiache tarantolate? La cultura della falce? Povero… non vuol vedere che da un palmo dal suo naso e intanto le tasche si gonfiano (e s’intossicano). Ma non vede che (il suo passato) il suo destino è un altro: destino di natura, di gentilezza, di scirocco, di tarantolati, di “donne nere e gonfie” “dolci come zanzare”. Cerca l’austerità ma le sue pietre trasudano festini carnevaleschi e allora che pure si brindi sulle scalinate di Sant’Oronzo o ai piedi del Sedile… queste pietre hanno un che di dionisismo, viscerale e tremolante, come la brezza mattutina sulle carni dei contadini bruciate dal sole e dal lavoro dei campi – aridi e incresciosi. I poeti farneticano. I poeti sono matti. I poeti vaneggiano e si atteggiano a vati. Qualche volta bisognerebbe ascoltarli. Qualche volta bisognerebbe ergerli ad eroi della patria e cantarli a squarciagola o con un filo di voce, ironicamente o con le lacrime agli occhi, con voce di Sibilla o sottovoce. “La poesia salverà il mondo” vaneggiava un beat americano; le loro parole non dovrebbero essere dimenticate.
(Qui se mai verrai... è su: http://www.myspace.com/quisemaiverrai)