martedì 31 marzo 2009

Le Stralune di Antonio Errico








Stralune”: il poema delle ricordimenticanze di Antonio Errico


di Maurizio Nocera

«Raccontare la propria dimenticanza […]». Così chiude la sua bella recensione il poeta Antonio Prete sulle pagine del «Corriere del Mezzogiorno» di martedì 17 febbraio 2009. Un evidente ossimoro, una palese contraddizione in termini. Ricordare la propria dimenticanza è come dire ricordare il nulla che non si è vissuto. Eppure proprio su questo ossimoro si basa il lungo nostalgico disperato poema di Antonio Errico, “Stralune” (Lecce, Manni editore 2008) che io ho letto come il canto d’un poeta affranto, la storia/non storia di un «disertore – come scrive lo stesso Errico in quarta di copertina – [che] ritorna nella notte [con] la memoria [che] diventa corpo, diventa voce di madre, di figlia, di amante, di padre, di sé. Sullo sfondo del tempo, la guerra», una guerra, ma che non sappiamo quale e dove.

E un Tempo, o meglio il Tempo che diventa il vero “leit motiv” del poema. Questo eterno indefinibile irrappresentabile inconcepibile interrogativo che domina la diversalità dell’uomo, la sua eterna disperazione, lo iato che nessuno sa sciogliere, quello della vita, quello della morte. Sono pagine, quelle di questo lungo guardarsi dentro e fuori dell’autore, che legano il lettore ad una sorta di continuo smarrimento. Non sai dove cominciare, non sai dove finire. Non conosci la meta verso cui egli ti vuole condurre, se il baratro, la perdizione, o la ricordanza della dimenticanza. Opino per la ricordimenticanza, e Antonio Errico me ne dà motivo quando mette sulle labbra della madre del personaggio, che non dimentichiamolo mai è il disertore, queste languide parole: «Dimentica i tuoi aquiloni, i giochi nei cortili, il tempo della semina, il mosto dentro i tini, i tamburelli nella notte, le barche di carta, il nano di legno che scendeva dalle scale, dimentica quante volte non hai saputo capire, dimentica quante volte non hai saputo ascoltare, dimentica tutti i giorni che hai pensato di fuggire, tutte le notti che hai sognato di tornare, dimentica la luce delle albe di aprile, poi tutto quello che non vorresti mai dimenticare, fai come se dovessi dimenticare la tua carne, come se dimenticassi che hai sangue nelle vene, dimentica tutto il bene che mi hai voluto e ti ho voluto, il male che ti ho fatto non venendoti a cercare» (p. 107).

Si tratta di un sentimento forte quello che il poema trasmette, di una razionale irrazionalità assurda: ricordare ciò che hai dimenticato, dimenticare ciò che non hai vissuto. Ecco perché la lettura di del poema ti prende dentro, ti scava l’anima e con tensione di Titani ti accompagna come un’ombra persistente, come un fantasma che ti guarda da dietro le spalle e di cui non sai se ti devi fidare. Antonio Prete scrive che si tratta del «tema del ritorno» definendolo come il “nòstos” della guerra. Non ha torto il professore di Siena, e tuttavia, alla sua definizione mi viene da aggiungere al tema del “nòstos” quello della disperazione del disertore, di un militare che ritorna o che fugge dalla guerra, ma che guerra poi non sa se tale è stata oppure se tale ancora è. Lo scrive lo stesso Errico (che per tanti versi è il nostro disertore) in tanti, numerosi passaggi ossimorici. Lo scrive perfino nell’esergo che apre il poema con alcuni sofferti versi di Giorgio Caproni: «Se non dovessi tornare, / sappiate che non sono mai / partito. / Il mio viaggiare / è stato tutto un restare / qua, dove non fui mai».

Potenza dell’ossimoro: il tutto è il niente; il viaggiare è come il restare: mai abbiamo viaggiato perché mai siamo rimasti fermi. E dunque? Dunque, “Stralune” è l’elogio dell’ossimoro, è come un bastimento carico di contraddizioni terminologiche, che tendono il lettore verso lo smarrimento, spesso quello stesso dell’autore che vorrebbe sapere dalla madre, o dal padre, o dalla figlia, o ancora da altri personaggi pure presenti nei testi, prima fra tutti l’eterna ombra, la coscienza che rimuove il vissuto del poeta, alla quale egli continuamente pone domande per sapere qualcosa di più, qualcosa in più. «Fu nella confusione di angoscia e meraviglia – scrive a chiusura del libro – nella negazione di un’inevitabile rinuncia, nello squilibrio tra l’assenza e la presenza, nella contraddizione che si nega e che sovrasta, nell’ambiguità, della contratta ricordanza, nell’impossibilità di fuggire un’altra volta, nelle loro domande senza risposte, che capì chi era quell’ombra. / Fu nella differenza tra quel giorno e quella notte. / Nella coscienza del passaggio dalla bellezza all’abbandono. / Nella solitudine che era l’ultima occasione per sopravvivere un istante ancora in quel paese. / Fu in tutto questo che capì chi era quell’ombra» (p. 150).

Ebbene, ho qui ripreso questi versi del poema, scritti in forma di prosa, perché in essi è facile leggere la potenza dell’ossimoro, il continuo contrasto tra il dire e il non dire, tra il fare e il non fare, tra la vita e la morte, la morte, questa volatile Signora in nero assai presente in questo esteso penare la ricordanza, penare la dimenticanza. Si pensi, ad esempio, e con un’ansia che non lascia libero il respiro, all’ombra (forse del disertore) minacciata dalla pistola del sergente: «Strinse gli occhi forte forte e aspettò lo sparo. / Sapeva che sarebbe arrivato con un dolore che non conosceva […] Stringeva fra le mani l’erba verde aspettando che lo sparo gli squassasse le tempie. / Il sergente taceva. Respirava forte. Tossiva. Lui sentiva la sua sofferenza» (pp. 118-119).

E ancora, si pensi, ad esempio, alle austere e struggenti pagine del viaggio/non viaggio del tempo senza tempo in cui l’autore, questa volta nei panni dell’ombra [che in altra parte del libro «la immagina donna» (p. 65), ma che in altre parti la fa sembrare come l’ombra della morte], attraversa il cimitero del paese affermando: «L’altro pomeriggio ho vagato per ore dentro il cimitero. Ho vagato per ore senza una ragione […] Mi fermavo a leggere i nomi sulle lapidi, a guardare i volti sconosciuti. A calcolare gli anni che erano passati tra una data segnata con la stella e un’altra data segnata con la croce. Molti anni, a volte. Altre volte pochi» (p. 52). Qui Errico coinvolge la religione ebraica e quella cristiana. Ma ciò che più attrae il lettore è questo lungo peregrinare dell’ombra nel cimitero, la sua constatazione dell’effimera eternità, dell’eterna diversalità. Scrive: «Mi sono accorta che molti nomi erano uguali. In questo paese ogni nome è sempre uguale a un altro nome. Vivi e morti tutti con lo stesso nome» (54).

Non è facile rintracciare nella letteratura contemporanea un tale spregiudicato uso dell’ossimoro così come qui, in questo poema, fa Antonio Errico. Sicuramente nulla di tutto ciò è esistito nei tempi antichi e per di più non è facile rintracciare dei testi così belli ma allo stesso tempo così difficili ai nostri tempi. Forse qualcosa è possibile leggere nei testi di Antonio Tabacchi, oppure nella poesia di Caproni appunto. Comunque, se ci dovessero esserci dei testi così strutturati, sicuramente si tratterà di passaggi, di trovate poetiche o narrative, nulla di più. Qui, invece, in queste stralunate “Stralune” di Antonio Errico, noi troviamo l’ossimoro poetante in ogni pagina, in ogni periodo, oserei dire quasi in ogni verso. Potenza della scrittura, potenza della narrazione, e noi sappiamo che Errico, ora, è maestro di tutto ciò. Si diceva potenza dell’ossimoro poetante. Ecco un altro straordinario esempio: «Nessuno saprà mai se sono morto – scrive Errico – perché non saprà mai se fui davvero vivo» (p. 11). E ancora: «Non portava ricordi quell’onda di voce. / Portava torti e ragioni. Condanne e perdoni» (p. 15). E poi: «Io vivo morta qui» (p. 17). E infine: «Dormire, pensare, è indifferente. Fare, non fare, è indifferente. L’inverno o l’estate è indifferente. Vivere, morire, è indifferente» (p. 27).

Potenza dell’ossimoro dunque, che leggiamo anche nell’altro bellissimo esergo di pagina 7, figlio dello stesso autore del libro. Scrive: «Colui che racconta è colui che ha tradito. / Si tenga conto di questo durante il racconto. / Se ne tenga conto quando il racconto è finito».

Non si tratta di una “boutade” e non vorrei sbagliarmi, ma credo di capire cosa Antonio Errico voglia comunicarci: “Attento lettore, nessuno è immune dalla diserzione, nessuno può dichiararsi non traditore”. Sì, è vero, è proprio così, perché un po’ tutti, parafrasando i versi del poema, siamo “falsari di noi stessi. Filo di fumo della nostra stessa vita. Sacchi vuoti. Maschere. Raggiri. Stupida falsità. Riflessi spenti (p. 11).

Nel poema c’è poi tutto un gioco di luoghi: nelle prime pagine del libro, ma anche e ancora qui e là nel testo, si leggono descrizioni di luoghi a noi molto vicini; ad esempio, i dintorni e la stessa città di Gallipoli [la chiesa dei Sàmari, il porto, il ponte. L’autore scrive: «Allora passò per la via dei balsami, per quella del convento, costeggiò il mulino vecchio, la piazza della fiera, poi le sette chiese dalla parte dei bastioni, poi i camminamenti che attorniano il castello» (p. 38)]. Come si fa a non individuare qui luoghi assai cari al poeta? E ancora, e leggendo oltre, c’è il Salento visto in filigrana metaforica, con pure Lecce, splendidamente racchiusa in quella «strada delle beccherie vecchie» (p. 96), che noi sappiamo essere la strada che parte da Porta San Biagio e che si dirige verso la biblioteca provinciale “N. Bernardini”. E poi le giravolte, e altro ancora.

Altra gemma del poema è l’iterazione che l’autore usa abbondantemente, quasi pagina dopo pagina. Ma si tratta di un’iterazione poetante, che diventa sempre verso languido e morbido adagiato sullo scorrere del testo. Ci sono ossimori e iterazioni forti, che fanno sprofondare il lettore quasi in una condizione di sgomento come, ad esempio, «Io vivo morta qui», che si ripete per più e più volte tra le pagine 17-35. Praticamente si può affermare che l’iterazione è presente in ogni pagina delle 150 pagine del libro. Di tanto in tanto, tra l’uso di termini bellissimi, Errico ci infila anche dei neologismi dolci come pasta di mandorla. Si pensi, ad esempio a parole come «tralucere» (p. 11); «lucere di stelle» (p. 17); «lumera che arde» (p. 29). Altrettanto bello l’uso discreto di parole dialettali, come «magàra» e «scursone» (p. 29); «straccazione» (p. 32); «malladrone» (p. 34). E le lune poi sono le mille lune salentine che l’autore de “Stralune” conosce bene e che sono «lune bianche è…] lune annuvolate […] lune nelle storie che ci raccontava la madre di mia madre, di quelle lune vendicative, di quelle lune fatate, di quelle altre che consolano le anime di cavalieri senza pace» (p. 76). Insomma lune stralunate, che noi salentini conosciamo molto bene.

Ma adesso è ora di finire.

Nel romanzo storico, bellissimo, “L’ultima caccia di Federico Re”, Antonio Errico aveva raccontato la storia dentro ad un tempo definito dell’«ultimo giorno, l’ultimo bosco. L’ultima caccia», ovviamente a modo suo, che vuol dire nel modo che solo un poeta sa, del grande imperatore, dello “Stupor Mundi”, del “Puer Apuliae”, che muore nel silenzio di Castelfiorentino, nei pressi di Lucera. Qui, invece, in questo poema, “Stralune”, egli narra il Tempo dentro una Storia, quella di un disertore, o di un’ombra di un militare che può essere chiunque, che può essere benissimo l’autore del poema, ma può benissimo essere anche lo stesso lettore del testo.

La storia di un disertore dunque. Antonio Errico sa che non molto tempo fa ci fu un altro scrittore disertore, per di più poeta come lui, che scrisse di un altro disertore. Si chiamava Antonio Leonardo Verri, e in un suo libro dal titolo “Il naviglio innocente” (Maglie, Erteci edizioni 1990) inserì appunto una storia, quella di un disertore. Ovviamente si tratta di un’altra storia, diversa da quello descritta in questo poema di Antonio Errico, ma ugualmente vuole rimarcare la pena del distacco da certa realtà. Quella del Verri era una realtà geodescrittiva di luoghi e di persone. Questa di Errico è dominio del Tempo nella ricordimenticanza. Il Tempo che non dà tempo o che si prende tempo. Ancora l’ossimoro, ancora l’iterazione.

Scrive Errico: «Con uno sguardo riuscivo a riavvolgere il tempo» e «Tu non sai che cosa è stato questo tempo» (p. 73); «Tu non sai come ho passato i giorni» (p. 74), più volte iterato; «Dalla finestra guardo com’è il tempo» (p. 75); «È passato tanto tempo. Davvero. Tanto tempo» (p. 80); «Tu non sai come ho passato i giorni» (p. 80); «Ho sentito che il tuo tempo era finito» e «L’impazienza del tempo» (p. 84); «Quando fu passato esattamente un anno dal giorno che eri andato via, mi alzai alle sei del mattino e andai a guardare il mare. Un anno senza te non mi sembrava vero. Un anno senza te con un dolore che non potevo sciogliere. Un anno senza te. E mi chiedevo quanti ne sarebbero passati senza te, quanti anni avrei vissuto senza te, per ricordarti» (pp. 86-87); «Restavo ore e ore dietro le imposte a guardare i rivoli ingrossarsi» e «Non è più tempo, adesso, e poi non mi interessa» (p. 89); «Si guardò intorno ed era tutto uguale. Come se il tempo non avesse avuto movimento» e «Se davvero gli fece un cenno forse fu solo per fargli capire che era il giusto tempo» (p. 96); «Ogni tempo si conclude, a un certo punto» (p. 100).

E per questo che con l’autore di “Stralune” penso anch’io «che il tempo dell’ombra era finito» (p. 117), come ora è finito il mio tempo di lettura.


mercoledì 25 marzo 2009

Notevoli vicende di don Fefè...









Marcello Mastroianni,
Don Fefè in Divorzio all'italiana


Nel cosmo di Cipìernola, le “Notevoli vicende di don Fefè, nobile Sciupafemmine e grandissimo figlio di Mammaggiusta e del suo fidato servitore Ciccillo”, di Giuse Alemanno edito per “i libri di Icaro”

Il piacere e la vergogna
Elisabetta Liguori

“Pochi minuti dopo quel che rimaneva di Bendicò venne buttato in un angolo del cortile che l’immondezzaio visitava ogni giorno: durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose un istante : si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi e l’ anteriore destro alzato sembrava imprecare. Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida.”
Con questa defenestrazione spettacolare si chiudeva il Gattopardo e dell’antica bestia del potere che mai vuol morire restava solo l’eco.
Oggi la bestia è tornata a graffiare, attraverso la verve unghiata di una delle più belle penne del sud. Quella di Giuse Alemanno.
Le vicende che questo autore sceglie per la sua seconda prova narrativa sono quelle “Notevoli di don Fefè, nobile Sciupafemmine e grandissimo figlio di Mammaggiusta e del suo fidato servitore Ciccillo”, edite nel 2009 da I libri di Icaro. Vicende senza una collocazione temporale o geografica precisa, ma ambientate in un Novecento sempre riconoscibile, caro all’immaginario di tutti, ornato, eterno e crudo, nel recito angusto eppur epico di un meridione polveroso e caparbio. Vicende che Alemanno accompagna ad una risata grassa, che non può non lasciare un’eco profonda nel lettore. I temi sono quelli cari all’autore: cafoni e signori, lusso decadente e obbedienza miserrima, puttanizio e scuraglia alcolica, istinti primitivi e raffinati francesismi, dotte rasature e morti ammazzati nella terra nuda. Tutte da leggere a voce alta. Ecco perché io ho trascorso l’ultimo fine settimana declamando i fumi di questa lingua curatissima e nuova e ridendone amaramente. Un uditorio improvvisato e famigliare mi ascoltava attentissimo, divertito, nostalgico. Si rivedeva tra le righe, entrava con me dentro la commedia, s’agitava dietro le quinte, inorridiva e godeva, suggeriva al suggeritore e rideva di sé.
Sono due le linee di questa scrittura di Giuse Alemanno: il piacere giocoso e la vergogna. E lungo queste due direttrici etiche, personaggi e scrittore si muovono fianco a fianco, in una musicalità corale.
In uno sbeffeggiante realismo, la struttura narrativa di questo romanzo è teatralmente divisa in tre atti: I fazzoletti rossi, Ragionamenti e gelati al limone, Amleto.
Nel primo atto Don Fefè si desta a mezzogiorno: la bestia antica torna alla luce con lui, bella e fiera nella sua elegante veste da camera, mentre il nuovo giorno s’apre per il suo solo piacere e diletto. Quando il grande palazzo Rizzo Torregiani Cimboli scosta i suoi tendaggi vellutati su Cipìernola prona, dunque, s’apre il sipario e il padrone, masticando avanzi di sonno nobile, concede benignamente il suo saluto ai sudditi. Lui che tutto può, lui che tutto deve, per nascita e costumanza, dà la vita, toglie la vita, dà piacere, toglie il piacere, dà il via la grande spettacolo standosene comodo, col paese ai suoi piedi e le donne di tutti strette fra le sue dita inanellate sempre pronte a donargli il sollazzo che gli è dovuto.
Nel secondo atto, poi, don Fefè si confronta con la mala locale e il brio vendicativo di belle femmine dalla gambe larghe e l’occhio fino, finendo per scontrarsi con la paura, l’omertà e la vergogna di una fuga scomposta e collerica, decisamente poco adatta al suo rango.
Nel terzo, infine, don Fefè si lascia andare alla malinconia filosofica, ai ricordi parigini, all’amore che non conosce casta, mentre il teatro e il Primitivo nero gli fanno da compari.
In questo contesto, ben vicina ad un vero e proprio gramlò, la lingua di Alemanno gioca col dialetto e lo mescola agli umori e al corpo, alla sua fisicità più terrosa, così da farne venir fuori tutto l’impeto e l’interpretazione naturale, tra cucine e velluti, sangue e saliva. Tali toni polifonici, scoppiettanti scaturiscono direttamente dal dialogo faticoso tra le classi, dal confronto tra forze disomogenee, dal evolversi cancrenoso del cosmo, dalla vergogna che certi uomini provano dinanzi alla loro incapacità di cambiare. Tanto che, a volte, l’estro teatrale e linguistico di Alemanno riesce ad andare ben oltre la pura narrazione, la comunicazione in senso ampio, per diventare autentica delazione.

sabato 21 marzo 2009

Puglia in versi





Mercoledì 25 marzo, sarà presentatato - a Noci, alle 18,30, nella Sala di musica, in via Armonia, "Puglia in versi: i luoghi della poesia, la poesia dei luoghi", il nuovo Quaderno della Biblioteca comunale "Mons. A. Amatulli". presso la quale è attiva dal 1987 la sezione denominata "Archivio della poesia pugliese".

La Puglia in versi

Mauro Marino

Gelso Rosso è una raffinatissima casa editoriale pugliese. La sede è a Bari. Le collane che magistralmente licenzia portano nomi di fiori, di essenze: ginestre, mirti, origani, caprifogli. Insomma odori. Odori intensi, portati da 'trabaccoli' (altro nome di collana) in un viaggio che è anche una scommessa. Sul loro sito leggiamo: “Siamo quelli che il libro, un libro, lo amano anche col corpo, per cui ogni pagina, ogni illustrazione, ogni copertina è trattata con passione artigianale, disposizione creativa e rigore formale, in modo tale che ogni titolo - accuratamente selezionato da un apposito comitato editoriale (con la direzione di Lino Angiuli ci sono Paolo Azzella, Vito Matera, Daniele Maria Pegorari, Michele Saponaro) -, abbia una sua identità e un suo progetto grafico: condizioni indispensabili per farne una creatura dotata di unicità e riconoscibilità.
Pochi libri ma buoni, insomma, pensati e curati con un occhio agli autori e l’altro ai lettori. Gelsorosso è un nome calato dentro un orizzonte insieme mitico e antropologico, un nome che vuole esplicitare un forte legame con la mediterraneità, al servizio di uno sviluppo culturale in chiave territoriale”.
Oggi, in dono, di questa intenzione territoriale m'è venuto un libro che è anche una mappa, un invito, un viatico. “Puglia in versi”, il titolo e poi ancora “i luoghi della poesia, la poesia dei luoghi”.
La cura è di Daniele Maria Pegorari che nella preziosa prefazione, dove traccia “I sentieri pugliesi della poesia”, scrive: “Il libro che qui si presenta vorrebbe 'assomigliare' alle guide turistiche, con cui condivide l'andamento geografico, il concetto di 'veduta' e la leggerezza degli apparati: ma (qui) la meta del viaggio, la Puglia, con le sue tre sub-regioni (la Daunia, la Terra di Bari e il Salento), è 'fotografata' dalle parole dei suoi poeti più o meno noti che ne hanno cantato e ne cantano le bellezze, le temperature, gli odori e la storia lungo un secolo (...) dandosi il cambio attraverso ben otto generazioni”.
E “Quelle terre. // Parlate da cicale” come scrive Giuseppe Goffredo, si fanno scrittura, traccia agli occhi, alla scoperta. “Vicino al mondo” come quello “d'argilla” che dice la Grottaglie di Rossano Astremo, o quello che “gorgheggia dal pozzo”, in griko, nei versi di Pierluigi Mele.
Echi di lingue introdotti dalle geografie che Lino Angiuli traccia in apertura d'ogni sezione.
Puglia, una e trina, costruita di Parole. Di sospensioni, di vertigini che salgono le cime dei campanili e caracollano nell'infinito della polvere di tufo. Che sanno il soffoco della pianura, la carezza e l'abbaglio del mare.
Una Puglia cruda, amara dove “La migrazione del tempo collima con un canto sfibrato, l'aria è irrespirabile, (e) si va verso un futuro di privazione” così la leggiamo nell'Abbecedario dei migranti di Vittorino Curci dove Gamal “ha conosciuto una tristezza nuova”.
Una Puglia una e trina, mai scontata, mai prigioniera di cartoline o dei doveri del marketing territoriale. La Puglia dei poeti, di chi, nell'essenza sa, la necessità del canto!
Molti i nomi. Quelli a noi più vicini: Vittore Fiore, i due Vittorio: Bodini e Pagano, Girolamo Comi, Aldo Bello, Maurizio Nocera, Antonio Errico, Pierluigi Mele.


Messapia & Terra d'Otranto

Il reame della madreluce

Lino Angiuli*


Qui – attenzione – qui è necessario indossare una maschera giallognola di tufo prima di mettersi a guardare in faccia la follia della luce tuttofare, sconfinata e sconfinante, una luce che su due piedi si toglie lo sfizio di figliare ogni cosa a piacere: i cristiani e i turchi, i pozzi e i campanili, le processioni e i proverbi.

Qui, assediata dal verdazzurro del mare che non dà tregua al verbo stare del tabacco, la terra scrive in lingue diverse un calendario di controre assai più bianche dell'albume, mentre il geranio scambia aggettivi e l'oleandro si trasforma in una leggenda.

Per conto suo l'aria trasporta limonate ed orientamenti dialettali da un paese all'altro, dalla a alla zeta, di calce in calce, diciamo dalla magnagrecia alla grecìa.

Chi non tiene almeno un grammo di poesia dentro le ossa, difficilmente può campare in mezzo a questo popolo di ulivi che per forza di cose tace di fronte all'avvento di una luna mannara, la stessa che sfregiò più di un sogno a botta di penne luccicanti.

Per questo, forse, ai Santi gli sudano le mani quando devono suonare il tamburello o benedire gli ultimi cavalli che camminano all'indietro in onore di Vittorio, padre della patria e figlio della matria.

Adesso scendiamo fino al punto ics, dove le acque si mischiano con le lontananze: in giro si sentono echi di ricordi spumosi, voci di eroi fattincasa che zomparono a volo da una sponda all'altra per poi affogare in preda al nostos nei paraggi di una sirena antica.


*Da: “Puglia in versi”, i luoghi della poesia, la poesia dei luoghi”.


mercoledì 18 marzo 2009

A noci, a Noci!

Massimiliano Manieri

Massimiliano Manieri a Noci, Giornata Mondiale della Poesia

Sabato, 21 marzo, in concomitanza con la Giornata Mondiale della Poesia e con il centenario della nascita del Manifesto Futurista, l'Amministrazione Comunale di Noci, in collaborazione con l' "Archivio della Poesia Pugliese Biblioteca Mons. Amatulli", propone: Psycho Reading. Meccanica dell'ascolto in condizioni inusuali, a cura di Massimiliano Manieri autore/performer dall'originale mood espressivo. L’appuntamento alle 20.00, a Noci, Palazzo della Corte per una serata futurista-connettivista all'insegna della vitalità creativa che pone l'accento sulle nuove forme di sperimentazione poetica. La direzione artistica è affidata al giovane autore Antonio Natile, già noto per la riuscitissima manifestazione poetica estiva "Sempre nuova è l'alba".

Massimiliano Manieri è poeta di lungo corso, oramai, fidato ed affidabile nello scoccare della lingua, che s’affina e trova le giuste “penne” per farsi. Certo la biro è desueta ma crediamo non abbandonata del tutto, il Pc, la telecamera, le diavolerie digitali insomma, gli sono più congeniali nel dovere di mischiare col e nel corpo ogni istante che l’attraversa.
Se lo vedi camminare in abiti “borghesi” già t’accorgi del suo calibro. Un dandy!? Forse, come a voler stabilire una priorità di stile? Di costruzione? Di sapienza? Oculato performer, questo si, lo possiamo affermare con certezza. Nulla dato al caso, al deboradre del segno, al vuoto dovere! Egli crea con la voce e col silenzio, nella fretta e nell’attesa, nel divenire e nello sprofondo della pausa. Prolifico crea, se guardate bene in questa pagina compare in tre eventi. E in altri l’abbiamo segnalato, giorno dopo giorno. Inesausto! Canto, recitativo, in solo e in coro, grandi doti di un equilibrismo creativo che sa quali corde e in quali e per quali risorse agire.
(m.m.)

martedì 17 marzo 2009

Antonio De Luca Blog



















Libera Zona d'Ascolto
http://sculturesonore.blogspot.com

lunedì 16 marzo 2009

Salvatore Toma, una poesia












Ci sono poeti

che di vivere

fanno solo finta.

Si profumano

si aggraziano

si atteggiano

conoscono almeno mille

termini inglesi e francesi

i più sofisticati

e parlano solo se sanno

di non essere capiti

cosí di loro si dirà:

ma come parla bene!

poeti díffidenti

inaccostabili divini

che non valgono niente

convinti ad ogni costo

che tutto è deludente.

Nei loro versi si decanta

l'invincibile infelicità

la grande incomunicabilità

ma in verità tutto questo

proprio non ce l'hanno

se lo vanno a cercare

per un triste poetare

e traggono l'arte in inganno.

Ogni tanto aprono la bocca

e ti mostrano la lingua

per farti vedere

che oltre a parlare

sanno anche leccare.

Evviva il poeta!

evviva la sua canzone

di bestia in estinzione!

Maglie, 25.7.78

Salvatore Toma

Ventidue anni fa, il 17 marzo 1987, Salvatore Toma, il poeta-Atahualpa di Maglie, che tanto aveva amato i ‘nativi’ di ogni parte del pianeta, moriva che non aveva ancora compiuto 37 anni.

Ancora un anno...per Salvatore Toma

Maurizio Nocera

Un paio d’anni fa, ma so per certo che era l’aprile 2007, chiesi all’editore Lorenzo Capone, di Cavallino, di aiutarmi a fare una piccola pubblicazione che ricordasse il mio povero amico poeta Salvi Toma (io l’ho sempre chiamato così a differenza di Verri che lo chiamava Totò Franz e dei suoi compaesani che lo chiamavano semplicemente Totò). L’editore mi rispose che mi avrebbe fornito l’indispensabile a che potessi procedere con facilità. Fu così che venne alla luce quel piccolo ancora “inedito” libro che ha per titolo “Ancora un anno (luglio 1978 – gennaio 1980)”, poesie di Salvatore Toma.

Ho virgolettato inedito perché in effetti non è così. Sia pure in un momento particolare della vita del Magliese il volume “Ancora un anno” era stato pubblicato proprio dallo stesso editore ma, guarda un po’!, quando accade come accade, questo libro, come d’altronde è accaduto a tutte le altre raccolte poetiche apparse in volume di Salvi, non ebbe molta fortuna, nel senso che rimase per molto tempo invenduto tanto che poi l’editore fu costretto ad inviarlo al macero. Purtroppo, dopo il tanto tempo passato, arrivai io alla casa editrice di Cavallino, e non potetti più fare nulla per evitare l’invio di quel libro nell’inferno della carta. Il suo destino era già stato deciso e per di più compiuto. Capone se ne dispiacque un po’, ma poi, anni dopo, cioè 2007, si è riscattato rimediandomi la nuova edizione.

Ed ora, ecco davanti a me questo piccolo volume in formato -16°, con la prima di copertina rosa di camelia color carne. Al centro una splendida carta assorbente colorata di Antonio Massari, intitolata “Salvatore Toma Capo Indiano”. Per dare meglio l’idea, Massari aveva “depositato” questo suo disegno su un altro disegno di Edoardo De Candia, a sua volta intitolato “Mandria di bisonti”, quindi aveva costruito attorno alla testa del poeta un’aura di cerchi concentrici che bene danno l’idea del copricapo del pellerossa. E tutti sanno che Toma un po’ pellerossa lo era per davvero. Tanto che, proprio questa raccolta di poesia l’aveva dedicata ai suoi adorati «indiani d’America / alla pacifica tribù pellirossa Duwanisch / e a Capriolo Zoppo / a tutti gli oppressi e morti di violenza».

Che bellezza, che incanto! A pochi chilometri da Lecce, a Maglie, esisteva un pellerossa nostrano, del quale pochi conoscevano la storia e pochissimi avevano letto le sue poesie libere e leggere come piume di scricciolo d’inverno.

In apertura al nuovo libro “Ancora un anno” (2007), avevo fatto una breve prefazione che desse l’idea dell’operazione culturale e che servisse come memoria della continuità della poesia del Magliese. Avevo scritto che il 17 marzo 1987, Salvatore Toma, il poeta-Atahualpa di Maglie, che tanto aveva amato i ‘nativi’ di ogni parte del pianeta, moriva che non aveva ancora compiuto 37 anni. Chi lo conosceva, chi lo amava, chi gli era amico (pochissimi), rimase in dolorosa sospensione per diverso tempo. Nessuno di noi, fino ad allora, aveva messo in conto che un nostro amico poeta poteva anche morire, e morire giovane.

All’inaccettabile evento Antonio L. Verri serrò il suo sgomento nella piega più profonda del suo io. Non parlò per anni, se non per rispondere alle incombenze della quotidianità. Però continuò a pensare al suo Totò. E scrisse. Ad esempio cose così: «Forse la morte non porta / via tutto, o forse volevo / solo dirti di un luogo di luna, / di un castello imbiancato / dai respiri di Idrusa».

Chi qui oggi scrive, invece, per diversi giorni vagabondò in lungo e in largo per il Salento alla ricerca di una risposta plausibile, che mai trovò. Con Verri la storia poetica di Salvatore Toma ebbe un seguito. Il Centro culturale “Pensionante de’ Saraceni” di Caprarica di Lecce, da lui fondato e diretto, continuò a pubblicare su riviste e giornali vari articoli, messe a punto, lettere, micro-macro storie che riguardavano il poeta magliese.

Fino a quel nevoso marzo 1987, Toma era riuscito, grazie ai soliti amici di sempre, a pubblicare le seguenti racccolte poetiche: “Poesie (Prime rondini)” (Roma, Gabrieli, 1970); “Ad esempio una vacanza” (Roma, 1972); “Poesie scelte” (Catanzaro, Ursini, 1977); “Un anno in sospeso” (Poggibonsi, Lalli, 1979); “Ancòra un anno” (Cavallino, Capone Editore, 1981); e l’ultimo suo capolavoro letterario, “Forse ci siamo”, edito appunto dal Centro culturale “Pensionante de’ Saraceni” nel 1983 che, tramite il solito Verri, continuò a tenere viva la poesia di Toma. Nel 2002, edito da Amaltea edizioni, venne infine pubblicato il testo postumo “Cara Babi ti amo da morire sempre (lettere)”.

Ma qualcosa di straordinario era già accaduto prima. Nel 1999, su iniziativa di Maria Corti, fu reso il più bell’omaggio a Totò Toma che, vivo lui, sarebbe stato l’uomo (poeta) più felice del mondo: il “Canzoniere della morte”, curato dalla stessa Corti per la collanina bianca della Giulio Einaudi Editore. Era stato quello il desiderio più grande del Magliese. Purtroppo se lo vide esaudito solo dopo la morte.

Ed ora ecco la raccolta “Ancòra un anno”, per la prima edizione del quale Toma soffrì non poco. Per lui non fu facile pubblicarla. La sua proposta fu rifiutata praticamente da tutti gli editori ai quali la inviò. Per di più ci fu qualcuno, come ad esempio Maurizio Cucchi, all’epoca responsabile della collana poetica della Mondadori che, non solo osteggiò questo libro, ma trovò pure il modo di rispondere con lettera al poeta in modo alquanto sgarbato. Alla fine però, grazie all’editore Capone, il libro vide la luce. Era il 1981. Il volume di 120 pagine, stampato dalle Grafiche Panico di Cutrofiano (non più esistenti), rappresentò l’ottavo volume della Collana di poesia diretta da Nicola G. De Donno e Donato Valli. Oggi sappiamo che dietro a quella pubblicazione c’era anche la mano del buon Antonio L. Verri, da sempre amico del Toma e, in quel periodo, vicino alle iniziative dell’editore di Cavallino.

Il pregio di questa raccolta poetica sta anche nella bella Introduzione di Donato Valli il quale, sin dagli esordi poetici del Magliese, aveva creduto in lui. Tanto che in essa, scrive «Salvatore Toma è un giovane di Maglie che non è alla sua prima esperienza poetica; ha pubblicato altri quattro o cinque libretti di poesia ed ha fatto qualche sporadica apparizione su giornali locali e su una rivista di grande impegno culturale. Ma la sua notorietà è rimasta circoscritta nella cerchia di pochi intimi, che sin dall'inizio hanno creduto nelle possibilità del giovane e hanno alimentato in lui questa tenera fiammella, impavida anche quando il soffio dei venti contrari sembrava dovesse affiochirla o spegnerla per sempre. Ché anzi, quanto più la realtà circostante si rivelava turpe e ingrata, quanto più sorde sembravano le orecchie del mondo alle sirene della poesia, tanto più quel focherello iniziale prendeva forza e vivacità, quasi che ad alimentarlo fossero proprio le avversità e la tempesta che intorno mugghiava sempre più violenta. Non è, beninteso, un fenomeno isolato nella geografia poetica della regione e, certo, della nazione ma è uno dei pochi che dal disadattamento sociale, dallo sconvolgimento di valori e di istituti abbia tratto motivo non di ribellioni formali o di realistiche denunzie o di fughe liberatorie (anche se tutto ciò in egual misura entra a far parte dell'impasto lirico di Toma), ma di vita fantastica, quasi alimento riflesso dell'io, consustanziatosi nel ritmo del sangue e nella virulenza del sogno.

Pressato dalle immani catastrofi dell'umanità e della natura, il poeta magliese ha compensato la sua solitudine con una mitopoiesi turgidamente, a volte truculentemente affollata e barocca; sconfitto sul piano delle attese, egli ha esorcizzato la sua paura con un coraggio paradossale e spavaldo; negato alle illusorie consolazioni della vita e della realtà, ha ricreato un suo mondo di purezza irreale e di vita esangue nel quale si è arroccato come in un guizzo di difesa ultima, invincibile. Scaturisce da questo strenuo agonismo di realtà e di sogni contrapposti il tessuto fantastico della poesia: da una parte l'ostile società degli uomini, arida e oscura, dall'altra l'opulenza del sogno, la purezza dell’io, libratosi libero su paesaggi incontaminati, sfavillanti di improvvisi lucori, cullati da nenie dolcissime, irrorati da acque limpide come uno sguardo vergine e infantile».

Che dire? Si tratta di poche righe iniziali dell’introduzione di Vallima da esse è facile capire che ci troviamo davanti non al solito verseggiatore della domenica ma ad un poeta vero che dà senso e leggerezza anche alle più pesanti parole. E poi basta leggere i suoi versi per convincersi che la sua poesia non è robetta da salotti cucchisti. Qui a fianco ne pubblichiamo una che è sufficiente a far comprendere la stoffa del poeta.

sabato 14 marzo 2009

E' da tempo che ci manca...

16 marzo 2009 – anniversario che non si ricorda più della scomparsa dell’irrapresentabile.


da “SONO APPARSO ALLA MADONNA / VIE D’(H)EROS(ES) / autobiografia” di C. B. letta in filigrana e a saltelli da Maurizio Nocera che si vergogna pure di scriverlo che prima del primo atto aveva già voltato pagina al 1983 con la nostalgia del cominciamento sprofondante nelle viscere della terra d’Otranto che come dire è l’inizio di settembre in cui Lui nacque da un religiosissimo bordello confuso nelle tessere di un albero della vita nella pietra dentro i piedi di nostra santa madre basilica cattedrale che non era sulla mancanza lontananza di un’Otranto ubriaca ma culla di storie estroflesse immaginarie da inventare per una sua autobiografia rischiosissima scontata per un non pensiero spensierato tra i nomi di Giordano Bruno Giambattista Vico Tommaso Campanella in un’Otranto che è Magna Grecia come nord del sud del mondo di un sud del sud che comincia a Vitigliano come dire nel ventre di Santa Cesarea sulfurea che eccede per il santo dei santi di qui quel Giuseppe Desa da Copertino che vola con la testa dipinta di verde bevuto di nascosto perché la mamma non sa come prenderlo e lui diviene frate beato Asino che raglia a bocca aperta per fare contenta nostra signora di qui che non è turca stanca ma turca distesa «su un asse di appena cinquanta chilometri distante Otranto, in Campi Salentina, pianura sconfinata agricola di grano, vino, ulivi, e tabacco, soprattutto tabacco, un Atlas di tabacco, [dove] ha luogo la [sua] nascita di Sardanapalo» abbandonato fuggitivo alla capitale con l’Ulissse joyciano che legge Finnegans Wake per dirla con l’uomo dall’occhio sbilenco e dalle gambe coreutiche come di una taranta morta d’invidia per quel primo Amleto al Teatro Laboratorio seguito dal Pinocchio innamorato di una Salomè che non ne vuole proprio sapere di essere un po’ in disciplina indisciplinata come suo padre che vive dei soldi di quel Credito Italiano in cui lui non esisteva affatto perché diceva «se il mondo fosse la visione che ne abbiamo e non quella che il mondo ha di noi, saremmo forse più riservati» almeno fino a quando non s’accorgeva del «pubblico, ché una lampa vigliacca, in controluce, denunciava implacabile questa ed altre consimili magagne di quell’eroe involontario» dell’eterno addio che era prima di essere addio una non storia un non evento un non sonno un non sapere dove andare perché uno come Lui non aveva «mai leccato un sentimento. Mai penetrata un’anima» in quanto il principio è solo sonno azione illusoria di paternità dolente con le mani bianche affilate come coltelli che esce dal proscenio e si protende verso l’eternità punto.

sabato 7 marzo 2009

Enzo Sozzo

Nell’arte e nella vita

Maurizio Nocera

Ancora prima di morire, quando sul volto di Enzo Sozzo erano evidenti i segni dolorosi di un brutto tiro giocatogli dalla fatica del vivere; quando attorno a lui si stringevano solo gli amici e i compagni conosciuti nella bufera resistenziale e con loro l'artista partigiano passava tristi mattini invernali tra l'antica cella del convento sanleonardiano di via coniger uno (divenuta poi studio-bottega tuttofare) e il “Caffé Paisiello", quando la città barocca se ne moriva nonostante i superni appelli di monsignor Mincuzzi e quando ormai stanche s’adagiavano lentamente le sue carrozzelle sulla tela, insomma, quando sembrava ormai che i giochi fossero tutti fatti, fu naturale chiedergli: ed ora, caro Enzo, che cosa c’è ancora da fare?

La sua risposta fu quella di sempre: «Cerchiamo di dare dignità a questa nostra storia di quarant'anni e passa. Mettere un po' di nero su di una pagina salentina ancora bianca, per raccontare imprese significative, compiute dai figli migliori di questa terra, esempi rimasti finora sconosciuti ai più, lasciati fuori dai testi scolastici istituzionali».

Insomma, dovevamo ancora tentare di aggirare un silenzio assordante istituzionalizzato più per ignoranza che per cretinismo parolaio.

Allora, quando era difficile perfino respirare l’aria barocca, sentimmo forte il richiamo della militanza rinserrata in noi e umilmente ci spingemmo a dare concretezza a quella ormai annosa richiesta di Enzo Sozzo, nostro presidente all’Anpi provinciale di Lecce.

Nacque così il libretto “Il Salento per la libertà e la pace” (Lecce, Anpi 1984), da me curato col sostegno di una sofferta necessità di Enzo Sozzo e dei partigiani di Lecce, di alcune loro profonde radici di nostalgia. A guardarlo oggi, quell’opuscolo, non si fa fatica ad accorgersi di non poche lacune, di qualche svista, di ingenue frettolosità redazionali. Però, un merito forse ce l'ha ancora. Fu quello il primo, sia pure modesto, tentativo di dare memoria ai nostri poveri martiri salentini che, come spesso diceva Enzo Sozzo, s’immolarono per la libertà e la democrazia del popolo italiano nella lotta contro il fascismo e il nazismo.

In “Il Salento per la libertà e la pace” scrisse una pagina memorabile anche il presidente nazionale Arrigo Boldrini, il leggendario comandante Bulow che liberò Ravenna dai nazifascisti ancora prima dell'arrivo degli alleati anglo-americani. Purtroppo, proprio quest’anno 2008, anche lui se ne andato via per sempre da questo mondo, raggiungendo forse il suo amico compagno Enzo Sozzo in un mondo altro, forse di verdi praterie; se ne sono andati via per sempre anche altri grandi amici e compagni di Enzo, tra i quali i segretari nazionali dell’Anpi Giulio Mazzon e Mauro Galleni, poi altri ancora.

Nell’opuscolo ci sono le firme di Salvatore Sicuro, attuale presidente dell’Anpi di Lecce, che combatté nell’ex Jugoslavia, e c’è poi la firma dello stesso Enzo Sozzo, partigiano in Liguria, che qui a Lecce, per più di quarant'anni ai fece promotore di iniziative di massa che risvegliarono la memoria alla nostra gente ricordandole il contributo di sangue versato dai salentini per liberare l’Italia dalla tirannia. Tra le migliaia di caduti in tutto il paese, centinaia furono i nostri conterranei caduti sotto il vile fuoco nazifascista e repubblichino.

Qualche tempo dopo, era il 1990, pubblicammo una sorta di catalogo, ma non lo era nel senso classico della storia dell’arte; si trattò piuttosto di uno zibaldone dal titolo “Enzo Sozzo. L’Uomo, l’Opera”, nel quale firmarono loro testi molti amici e compagni dell’artista partigiano, fra cui tanti salentini e altri del resto d’Italia. Tra i nostri conterranei come non ricordare Ennio Bonea, Carlo Caggia, Toti Carpentieri, Renzo D’Andrea, Giorgio De Giuseppe, Rina Durante, Salvatore Fitto, Francesco Lala, don Franco Lupo, Antonio Maglio, Armida Marasco, Mario Marti, l’arcivescovo Michele Mincuzzi, Mario Moscardino, Enzo Panareo, Mario Povero, Carlo Prato, Giacinto Urso, Donato Valli, Tonio Ventura, altri ancora. E tra quelli del resto d’Italia, come non ricordare Alfonso Bartolini, Arrigo Boldrini, Roberto Bonfiglioli, Aldo Ducci, Tomo Griguerevic (jugoslavo), Pietro Marino, Giulio Mazzon, Sergio Molesi, Nino Palumbo, Michele Perfetti, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, Veljko Sakotic (jugoslavo), Remo Scappini, Roberto Vatteroni, Dusan Vujanovic (jugoslavo).

In questo zibaldone lo stesso Enzo Sozzo di sé scrisse: «Quanto è stato riportato in questo “catalogo” è soltanto una sintesi di tanti fatti della mia vita. […] Chiedo scusa a tutti i miei amici se in tutti questi anni mi hanno sopportato, però, ricordo loro che assieme siamo riusciti a gettare qui a Lecce le prime fondamenta della libertà e della democrazia. i nostri figli sicuramente continueranno la nostra opera per la pace nel mondo». Poi cita quegli amici e quei compagni che gli furono sempre vicini, in primo luogo il direttivo dell’Anpi di Lecce, fra cui Toto Sicuro, Toto Fabrizio, Mauro Alfieri, Paolo Palma, Franco Scarano, Umberto Greco, Giacinto Saracino, Guido Ferramosca, Algerio Russo, Ada Donno, Antonio Massari, quest’ultimo firmò pure la copertina del libro, un suo splendido ritratto alla sanguigna dell’artista partigiano.

Sia pure in modo sommario, in questo libro Enzo Sozzo indica quali sono stati i suoi percorsi di vita, quelli politici, sociali, di esponente nazionale e provinciale della Resistenza italiana, la sua vita d’artista, di semplice ed onesto uomo che tutte le mattine riesciva a mettersi al lavoro solo dopo aver salutato affabilmente attraversandola la sua adorata città, Lecce.

Poi Enzo, la mattina del 6 ottobre 1993, all’età di 76 anni, se ne andò via per sempre da questo mondo, lasciandoci nel dolore e nel disorientamento. Appena due dopo, nel 1995, grazie alla sollecitudine dell’allora sindaco di Lecce, Stefano Salvemini, lo ricordammo con una nuova iniziativa a cura di chi qui scrive e del figlio Carlo. Pubblicammo un suo inedito, dal titolo “La valigia. Vita vissuta di pittore, di partigiano, di comunista” (Lecce, Conte 1995). Scrisse queste pagine autobiografiche a partire dagli anni 1983-84, quando aveva circa 65-66 anni. Nella prefazione al libro scrivemmo: «L’idea di Enzo Sozzo era di scrivere le sue memorie non per una effimera autogratificazione – in quanto di gratificazioni nella vita ne aveva avute fin troppe – ma esclusivamente perché spinto, ancora una volta, da quel primitivo istinto di generosità verso tutti che lo aveva caratterizzato: in primo luogo verso la sua famiglia, quindi verso l’Anpi, poi verso il Partito comunista».

Enzo Sozzo fu un uomo di grandi ideali: di libertà, di democrazia, di uguaglianza, di fraternità, di giustizia sociale; ideali che egli non tradì mai e che per lui sono enucleati nella militanza nella resistenza e nel partito comunista.

Nel libro La valigia ha scritto: «Nella mia famiglia ci sono stati partigiani e partigiane: mia moglie Antonietta, mia cognata Carla, una zia di mia moglie, mio cognato Aldo, commissario di brigata, Medardo, fratello germano di Antonietta, trucidato dalla Ss (gli bucarono gli occhi, ma egli non parlò, non disse dove si trovavano i suoi compagni di lotta), mio fratello Andrea, capitano dell’esercito, medaglia d’argento alla memoria perché caduto alle Bocche di Cattaro in Jugoslavia. Posso affermare che la mia famiglia ha dato alla patria tutto il contributo possibile per la causa della libertà. Occorrerebbe un libro intero per narrare i fatti, gli episodi, che hanno caratterizzato le vite di questi miei familiari partigiani, ma qui mi limito solo a citarli e credo sia un dovere da parte mia dire che tutti costoro hanno creduto fermamente nella causa [comunismo] per la quale hanno lottato» (p. 97).

Un altro grande ideale di Enzo Sozzo fu l’arte. Nel catalogo “Enzo Sozzo. L’uomo, l’opera”, ha scritto: «Avevo frequentato la Scuola di disegno alla “Maccagnani”, nella Società Operaia di Lecce. La sera, tornando a casa dopo una riunione, mi sedevo davanti al cavalletto e dipingevo per ore e ore, a volte anche per tutta la notte. In quel periodo, chi mi seguiva, chi mi incoraggiava era mio padre, che di mattino presto veniva a casa mia a prendere il caffè e, guardando i miei quadri prodotti durante la notte, diceva: “ma a che servono questi lavori se la gente non li vede e non sa niente di te?” Dopo aver sentito per anni questa frase, mi decisi allora ad organizzare una prima mostra. La tenni al Caffè “Santachiara” in via Trinchese. […] Ricordo che quella sera mi assentai dalla mostra per qualche minuto in compagnia di mio cognato, dopo che c’era stata la presentazione di Rina Durante. […] Durante la mia assenza, in quei pochi minuti, Vittorio Bodini visitò la mostra. Mi lasciò un biglietto che conservo ancora in mezzo a quintali di carte, giornali, fotografie. In quel foglio Vittorio scrisse poche righe che ricordo ancora: “Bene Enzo, dipingendo la tua casa hai narrato come vivi, dove lavori. Questa è la strada su cui devi continuare: dipingere la nostra terra, la nostra gente. Ti abbraccio, Vittorio» (pp. 134-135.

È così è stato. Enzo Sozzo ha dipinto la sua Lecce, l'antico e il moderno Barocco, i palazzi con i loro balconi fioriti di rossi gerani, le chiese (un occhio particolare a Santa Croce), le corti, le campagne salentine, le marine tristi ed azzurre che ti riportano ad epoche di nostalgia, ad epoche di tenerezze d'incanto, a ricordi ancestrali.

Chi ha conosciuto bene Enzo Sozzo sa quanto egli era persona onesta, corretta, operosa e dedida interamente agli altri. Grande la sua generosità, straordinario il suo altruismo. Per questo è difficile oggi dimenticarlo. Passeranno gli anni e i decenni, di molti di noi non resterà traccia, ma di Enzo Sozzo resterà sempre viva la memoria come di un grande Leccese che visse per fare grande la sua città. Bene ha fatto Giacinto Urso, suo grande amico ed estimatore, a ricordarlo recentemente con queste parole: «Sono trascorsi quindici anni dalla morte di Enzo Sozzo, che resta in me più vivo di prima. È nei miei occhi con la sua sanguigna possanza, ornato da un folto baffo, che si univa alle lunghe "basette"per poi esplodere in una bellissima chioma di gioioso "bohemien". A tutti offriva un cuore di bimbo, divenuto adulto, ricco di generosità. Scrosciante la sua risata. Non conosceva la collera anche se sembrava irruente nelle sue richieste. Rispettoso in ogni occasione verso tutti, compresi i suoi dichiarati avversari politici. Amava immensamente Lecce con sovrabbondante spirito di leccesità, frugando ed esaltando le più minute bellezze della città, della gente e delle tradizioni. Sentiva imperiosa la rimembranza del passato, che - soprattutto in certe ricorrenze - sentiva di dovere onorare e di convincere gli altri a rendere onore dovuto. Tutto ciò e tant'altro sapeva trasferire nella vita di ogni giorno e nelle mille e mille tele, ravvivate dal suo pennello e da una artistica estrosità, rivolta a quanto lo circondava. Panorami, marine, facciate di Chiese, fiori, cavalli stecchiti, trainanti le ultime "botticelle" e tant'altro. I suoi colori venivano dal vulcano della sua anima. […] Possedeva la fede politica di comunista della prima ora senza scadere in maledizioni e invettive nel convincimento che il sangue dei vinti e dei vincitori è sempre sangue di morte, di lutti, lagrime e di comuni tragedie. Quindi, il suo ricordo non può svanire».