sabato 21 febbraio 2009

Vittore Fiore: meridionalismo e poesia










(Nell'immagine Graziano Fiore, fratello di Vittore)

Il mezzogiorno di Vittore Fiore
è in un percorso limpido, sempre in trincea,
lontano dall’
oscuro gioco dei notabili,
rigoroso e spesso duro nei confronti delle distorsioni
e degli alibi che hanno giustificato per lungo tempo
l'emarginazione della questione meridionale.





Una vita, una militanza
Aldo D'Antico

Vittore Fiore ha svolto un’opera insostituibile non solo nel dibattito sul Mezzogiorno, ma anche nel panorama culturale italiano ed europeo.
Già dopo la seconda guerra mondiale prendeva corpo l’impegno a largo spettro di Vittore Fiore; nel recensire il Nuovo Risorgimento (da Fiore fondato e diretto) nel 1946, Elio Vittorini scriveva sul Politecnico: “Fiore ed altri sono riusciti a darci il primo numero di questo periodico a cui va tutta la nostra simpatia per la sua sobria e leale coerenza sulla realtà del Mezzogiorno. Bisognerebbe che questa pubblicazione, che oltre tutto è chiara e facile come linguaggio e presentazione tipografica, fosse diffusa nel Centro e specialmente nel Nord dell’Italia. Sembra infatti che a Milano e Torino, dopo la presenza di Gramsci nella redazione dell’“Ordine Nuovo”, difficilmente si sia riusciti ad evitare, parlando del Sud e del rinnovamento delle regioni meridionali, di farlo attraverso i pezzi più o meno di colore dei corrispondenti e, negli ultimi mesi, le corrispondenze scandalistiche degli inviati specie sui moti separatisti o sui disordini delle Puglie”. E Manlio Rossi-Doria in una lettera a Guido Dorso nel 1945 scriveva: “Bisogna quindi aiutarlo. Il “Nuovo Risorgimento” non è un aiuto ma un peso, che sarà bene che egli continui a sostenere (e anche in questo bisognerà aiutarlo), ma che per vivere non serve. Altra via che non sia di dispersione per lui non vedo se non nell’attività giornalistica”. Questi due giudizi, al di là dell’interesse documentale, testimoniano come in quel periodo la viva culturale pugliese aveva saputo travalicare gli angusti limiti del provincialismo in una dimensione nazionale ed europea dalla quale oggi molto dovremmo imparare in questi tempi di localismi sfacciati e di regionalismi camuffati.
Del resto l’attività del Fiore, dopo l’esperienza del “Nuovo Risorgimento”, continua in maniera ancora più incisiva. Si pensi al contributo da lui dato all’Ufficio stampa della Fiera del Levante e a quella straordinaria esperienza editoriale che fu Civiltà degli scambi i cui quaderni oggi rappresentano ancora una lucida e non superata analisi dei fattori che hanno condizionato lo sviluppo ordinato e produttivo del Mezzogiorno. In essi, egli, dalla pianificazione delle campagne, spaziava ai problemi (già allora - anni 58/68), del rapporto fra Mezzogiorno ed energia nucleare, fra piani regionali e sviluppo economico, fra integrazione economica Puglia Lombardia e questione dei trasporti fra Nord e Sud.
Una sventagliata di problemi, posti all’attenzione del mondo politico, degli operatori economici, delle forze sociali e sindacali, che probabilmente hanno deliberatamente ignorato, occupati tutti come erano ad aumentare il dualismo Nord/Sud e a concentrare nelle aree ricche del paese ricchezza e investimenti. Del resto suoi corrispondenti e collaboratori furono Bauer, Capitini, Calogero, Carano, Donvito, Cifarelli, De Martino, Dorso, T. Fiore, Flora, Gabrieli, Garosci, Levi, Lucarelli, Muscetta, Omodeo, Pierri, Rossi-Doria, Salvatorelli, Salvemini, Sereni, Vittorini, per citare solo alcuni nomi del lungo elenco di personaggi legati alla Puglia e al Mezzogiorno, grazie all’azione di collante svolta da Fiore in quegli anni. Né è da sottotacere l’impegno più generale svolto a favore della promozione culturale mediante l’organizzazione di mostre, convegni, dibattiti, interventi, pubblicazioni, ecc.
La nascita del “Gruppo dei Meridionalisti pugliesi”, nel 1965, segna un’altra pietra miliare nella sua attività e la presenza in organismi come l’ANIMI, lo IASM, la Cassa del Mezzogiorno, rappresenta un altro momento di dibattito e di approfondimento dei problemi connessi al Mezzogiorno.
L’ultima esperienza, in ordine di tempo, quella della direzione di Delta, la rivista edita dalla Cassa di Risparmio di Puglia, evidenzia quanto sia stata progressiva la sua concezione del meridionalismo, sempre proteso a capire le nuove trasformazioni, i processi di mutamento nei rapporti produttivi, l’emergere delle nuove classi di potere, lo slittamento inevitabile verso un altro medioevo del Mezzogiorno se non si fosse considerata la Questione Meridionale, quale problema nazionale ed europeo. I suoi scritti più significativi, raccolti nel volume Dal cemento al cervello, esprimono ancora una volta l’acuta analisi delle nuove situazioni e il bisogno del suo sviluppo. E ancora una volta collaboratori di primo piano intervengono nel dibattito da lui provocato: Ciampi, Talamona, De Rita, Cafiero, Gattei, Ciranna, Savona, Treu, Fazio, Reviglio, Sylos Labini, Novacco, solo per restringere la rosa dei nomi.
Un percorso limpido, sempre in trincea, lontano dall’oscuro gioco dei notabili, rigoroso e spesso duro nei confronti delle distorsioni e degli alibi che hanno giustificato la nuova emarginazione della questione meridionale.

Ma se il suo impegno civile e politico è ormai conosciuto e acclarato, un altro aspetto va approfondito e riconosciuto per ricostruire una completa storia della letteratura pugliese ed italiana: la produzione poetica di Vittore Fiore.
Ero nato sui mari del tonno, nel 1953, lo impone all’attenzione della cultura italiana, anche se in
epoca giovanile aveva pubblicato una silloge, Paesaggi, ormai introvabile.
E fin da allora si capì che impegno civile, espressione poetica ed esperienza umana per lui erano la medesima cosa, in quanto “la voce esala senza impedimenti, in un fluire senza sosta, con un senso metrico di cantafavola, che non distingue tra natura ed uomo, tra antico e nuovo, e tutto serra in un abbraccio di promessa e speranza”. (Oreste Macrì). Si delinea così quel carattere inconfondibile e peculiare della sua poesia che, insieme a quella di Scotellaro e Bodini, rappresenterà la stagione pugliese della letteratura italiana. Ci vorranno altri vent’anni per far tornare Fiore alla scrittura poetica se il successivo poemetto viene composto nel 1973 e successivamente pubblicato nell’Almanacco dello “Specchio” (Mondatori): Il male è dentro di noi. Un meraviglioso viaggio nella storia civile della Puglia, un impietoso scavo di fatti, personaggi e fenomeni che hanno determinato lo sviluppo della nostra regione, l’analisi dei mali che ci affliggono da sempre, l’incapacità di emergere verso orizzonti aperti e sconfinati. Un legame con la Puglia che è insieme duro e dolce, amaro e sofferto, ma mai di rinuncia o di pavida contemplazione. Questo poemetto riapre in maniera definitiva lo scrigno della scrittura poetica di Fiore, reiniziata dopo un’esaltante esperienza condotta a Parabita in seguito al coinvolgimento operato dallo scrivente per attività culturali. E’ da questa occasione che la poesia lo riprende totalmente e dalla “mia Parabita” riprende altre grandi avventure letterarie Ti scrivo da Strasburgo o da Bruxelles (L’Espresso, 1979) e Qualcosa di nuovo intorno del 1989 (Il Laboratorio, 1993) e con una serie di poesie pubblicate in riviste e giornali e altre inedite. Così, fra i “cieli di Puglia”, il “vuoto che ci nutre”, “qualcosa di nuovo intorno”, si dipana un discorso poetico che supera i limiti di una poesia da etichettare, di una espressione da catalogare, di una formula da riconoscere. Non a caso qualcuno si è chiesto se quella del Fiore fosse vera poesia, quasicchè ci fosse una definizione di poesia cui adattare le varie esperienze poetiche. E’ certo una poesia non contemplativa, né dichiaratamente esistenziale in senso filosofeggiante. “Certo – scrive Luigi Scorrano – il combattente di ieri non demorde. E’ rimasto sulla breccia, ha continuato a coltivare la sua fede, a combattere la propria battaglia studiando in quali modi si potesse farlo una volta mutate così profondamente le situazioni. E Michele Dell’Aquila intuisce che “nello scoramento che prende, non resta se non la poesia, la sua forza utopica, il suo rasoio mortale”.
Così, di fronte agli sperimentalismi intellettuali, alle elaborazioni teoretiche della nuova poesia, alle fascinose opinioni sulla non-poesia, la voce robusta di un poeta ci riporta con i piedi per terra, nella speranza ateologale che qualcosa può ancora cambiare, deve cambiare. Anche se “le speranze coltivate, accarezzate, sembrano aver fatto naufragio tra le sirti di una società che, rinunciando al meglio da realizzare, ha imboccato la via di un nuovo conformismo; un ritorno all’obbedienza vile e servile sotto l’intonacatura libertaria…E, nel sapore di tradimento che ha ogni cosa nella società d’oggi, deve pesare l’orgogliosa e fiduciosa affermazione, ch’era speranza e volontà di imporre alle cose una direzione e una qualità diverse”. (Luigi Scorrano)
Nelle poesie dedicate a Parabita, a Gallipoli, a Castro, emerge un poeta dell’amore e della speranza che al paesaggio, al territorio e alla storia che spesso danno un senso di caducità della realtà, restituiscono dignità storica e letteraria.

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