martedì 24 febbraio 2009

Giovanni Bernardini, i bruchi e la scrittura


di Antonio Errico


Zecchini d’oro tira fuori dalle tasche di tanto in tanto, Giovanni Bernardini: quelli che ha messo da parte per anni, per decenni. Perché nulla dies sine linea: mai un giorno senza una riga di scrittura, non fosse altro che una parola sola più volte ripetuta. Però una riga di scrittura al giorno deve uscire.

Tra il settembre e il dicembre del 2008 ha pubblicato con Manni il romanzo, I bruchi ovvero il ragazzo in fondo al mare e con Argo Altri giorni, altri racconti.
Giovanni Bernardini è un narratore puro. Uno di quelli che Cesare Garboli chiamava scrittori- scrittori. Uno di quelli che lanciano le parole nello spazio, senza prestabilire dove vogliono che vadano a finire. Giovanni Bernardini è uno scrittore che ha il passo lungo. Provincia difficile è uscito nel sessantanove. Adesso sono quarant’ anni giusti.
Un libro percorso da una tensione di fuga. Nell’atmosfera soffice e dolciastra del ritorno, nell’indugiare del reduce che avverte una sensazione di immobilità del tempo e di progressivo restringimento dello spazio, in quella fissità dei luoghi che contrasta – non drammaticamente, ma tristemente – con il trasformarsi e il morire delle creature, la fuga diventa l’unica maniera per scampare all’abbandono, per evitare l’inaridimento della coscienza.
Qui c’è l’ asfissia provocata da una regione tagliata fuori dal progresso e dalla storia, paralizzata dalla fiacchezza, assediata dalla terra rossa e secca, corrosa dallo scirocco.
C’è tutta l’angoscia di una generazione che ritorna dalla seconda guerra mondiale e non sa cosa promettersi, nè cosa dirsi.
Andare via è un tentativo di costruirsi la vita. Ma anche un modo di condannarsi alla solitudine, all’estraneità, alla lontananza che sradica e deforma il sentimento. Così chi pensa di andar via cerca una mediazione: realizzare un futuro senza recidere il vincolo con l’origine: andare via portando con sé la madre. Ma la madre accarezza il muschio sul muro e si allontana lungo il viale, in una scena finale, in dissolvenza.
Allora si capisce che diventa indispensabile decidere se restare sulla propria sponda o se attraversare il fiume per cercare un’altra condizione di appartenenza.
Rimanere è la scelta generata da un’etica possente, anche se dolorosa. E’ il conto da pagare alla storia. E’ l’esito di un confronto tra progetto e coscienza maturato nella dimensione degli affetti. E’ una malinconia che si trasforma in impegno.
Rimanere è un’assunzione di responsabilità nei confronti di se stessi. E’ il rispecchiamento in una identità che si misura con la terra e con essa si conforma, in una reciprocità di esperienza e di senso.
Bernardini ha sperimentato forme di scrittura; ha seguito diverse direzioni di stile; è stato ed è amante riamato di prosa e poesia senza sceglierne mai definitivamente una. Perché è attratto dai modi con cui si mettono insieme le parole, da come se ne vanno una dietro l’altra.
Giovanni Bernardini sa perfettamente che ogni storia è una cassaforte e che ogni scrittore è un ladro funambolico che non conosce la combinazione. Così prova e riprova fino a quando non indovina la formula giusta, che può essere una soltanto, ogni volta una sola: o prosa o poesia. Per questo fa uso di versi e di prosa, secondo la combinazione che pretende la storia.
Giovanni Bernardini è uno scrittore che ha il fiato forte. Ha quel fiato che diventa indispensabile quando si vogliono crescere significati complessi e complessivi con piccole storie, geografie marginali, personaggi con la fisionomia consueta, famigliare. Con una materia così ci vuole la capacità di scartare, di trasferire su un piano concettuale metaforico – allegorico – le vicende narrate, di trasformare il microcosmo in universo sconfinato, di scagliare come pietra di fionda l’analogia senza stabilire un confronto.

(Conosco Giovanni Bernardini dall’estate che scoprii Provincia difficile e avevo quindici anni. Credo di non aver perso nessuno dei suoi libri. Poi, da quando mi è capitato di leggere il saggio di Walter Benjamin sull’opera di Nicola Leskov, tutte le volte che ne prendo in mano uno, mi viene in mente l’immagine di un signore calvo e minuto che sale e scende da una scala a pioli che affonda nelle viscere della terra e si perde tra le nuvole.
La narrazione di Giovanni Bernardini affonda le radici nella terra e si perde tra le nuvole. Con quell’ equilibrio stilistico che può venire solo da un grande mestiere. Con quella lingua materica, concreta, essenziale, che costituisce il lusso di chi non intende trasporre, trasfigurare, celarsi dietro le maschere dell’ambiguità, della finzione.)
Bernardini è uno scrittore di fatti. Anche quando attraversa territori del surreale, il riferimento ai fatti costituisce comunque il motivo o quantomeno il movente del narrare. L’osservazione del mondo, della sua superficie, la descrizione precisa delle cose viste e di quelle udite, una certa cadenza stilistica tipica del giornalismo d’inchiesta, sono condizioni che connotano la sua scrittura. Ma di tanto in tanto si avverte, nettamente, lo scatto verso la figuratività, la sfera onirica e visionaria. Accade quando ha bisogno di comprendere – e di far comprendere – ragioni ( e passioni) che il dato tangibile, la relazione di causa ed effetto non possono spiegare. Accade quando non gli basta il ragionamento, la logica, l’evidenza, la dimostrazione, quando non rispondono alle sue interrogazioni le categorie della politica, della sociologia, della religione, quando la parzialità della prospettiva falsifica inevitabilmente la visione. E’ a quel punto che ha bisogno di oltrevedere. E’ in quell’occasione che diventa onirico, visionario. Le sue scritture “ per bambini” ( Stasera a cena mangerò una balena, Edizioni del Grifo, 2000; Il vento non può spegnere quelle luci, Manni, 2001)costituiscono un pretesto di genere che nasconde una scelta poetica radicale, che gli consente la metafora più azzardata, la penetrazione nella boscaglia semantica.

Il narrare di Giovanni Bernardini è stato sempre uno scandaglio della coscienza. Anche la sua poesia è stata questa cosa. Scrivere, in ogni forma, è stato un modo per confrontarsi con tutto, con tutti: con il mondo, con i vivi e con i morti, i vicini e i lontani, con quelli che gli camminano accanto, con gli altri perduti per strada, con le storie che ha vissuto o sognato o che ha immaginato, con le ombre della sua giovinezza, con i fantasmi della sua età di adesso che lui vuole chiamare vecchiaia.
Ecco. Scrivere, forse, è stato e rimane una sua precisa maniera per tenere il conto dei giorni, per non lasciarsi sfuggire le emozioni, per alzare muri in faccia alla dimenticanza.
La dedica personale al suo libro poetico Nel mistero del tempo (Manni 2005) diceva: “ sarà questa la mia ultima caccia?”, con un riferimento al romanzo che ho scritto sull’ultima caccia di Federico II, ma soprattutto con un’allusione alla caccia del tempo sull’uomo, dell’uomo sul tempo.
Il motivo della citazione consiste nel rilevare come – al di là dell’umile riferimento - la dimensione poetica profonda e implicita di Bernardini sia la stessa di ogni grande scrittore. Perché ogni grande scrittore – e grande vuol dire colui che crede nelle parole tanto quanto crede nella vita dentro i giorni ( o di più?) – pensa sempre, sospetta, forse segretamente, che ogni libro ( anzi: ogni pagina, ogni parola) siano sempre l’ultimo libro, l’ultima pagina, l’ultima parola, limiti definitivi, invalicabili, assoluti. E allora ogni grande scrittore pensa che in ogni pagina, in ogni parola, sia indispensabile, inevitabile, metterci tutta la vita, tutta l’esperienza, tutta la possibilità e l’impossibilità dell’esistere, ogni felicità e ogni dolore, tutte le illusioni e le delusioni, le stanchezze e i vigori, tutti i sogni e le occasioni, le sconfitte e le vittorie, le conquiste e le rinunce, le coerenze e le contraddizioni. Pensa che debba mettercele così, nelle pagine, nelle parole, come sono venute, ordinate o confuse, attese o improvvise. Così fa Giovanni Bernardini, in questo libro. Fa come ogni grande scrittore, indipendentemente dall’età che conta nel tempo in cui scrive.
(Bernardini è della classe ’23. E’- anche- per questo motivo che provo per lui un grande affetto. Come provavo un grande affetto per Aldo De Jaco, che era del ’23. Mio padre era del ’23.)
In questo libro di Bernardini trovo una delle più belle poesie che abbia mai letto. S’intitola “Sulla soglia”: una lettera al padre; un tentativo innocente di cancellare la distanza tra i luoghi della precarietà e i luoghi dell’eterno; un atto di consegna fiduciosa al mistero dell’oltre, all’enigma dell’altrove.
Poi trovo una poesia dedicata al grande amico Salvatore Toma, il ricordo della neve di quel marzo dell’ottantasette.
Dice Giovanni Invitto nella bella e affettuosa postfazione, che questo libro è il canzoniere di una vita, “ uno specchio nel quale il poeta si guarda non per trarre consuntivi ma per interpretare il mistero del tempo”.
Ha fatto bene davvero Giovanni Bernardini ad affidare ad un filosofo come Invitto l’interpretazione del suo mistero del tempo: che è nella memoria, nel sogno, nella ferita del giorno che passa impietoso sul cuore, sulle ossa, sul volto; è nel rimpianto di tutto quello che è andato perduto, degli amici che a un certo punto hanno salutato; è nel disappunto di tutto quello che si sarebbe potuto fare e non si è fatto, nella nostalgia di quello che si è compiuto, nella speranza per quello che resta da compiere.
“ Si perde così/nel mistero del tempo/ l’umana esistenza”, scrive: versi che stringono le teorie di Agostino e le ultime parole di Albert Einstein, il Qohèlet e le concrete e brucianti filosofie di chiunque si soffermi un istante a pensare a se stesso.
Poi, in fondo e dentro l’umana esistenza, e forse anche dopo ( perché questa è l’inconfessata aspirazione di chiunque si ostini a martoriare fogli), c’è la scrittura: a volte nella forma di una prosa, a volte nell’andare frequentemente a capo della poesia, anche se – inevitabilmente- restano pagine bianche, anche se si affievolisce la volontà di costruire ponti sulle parole per andare incontro agli altri ( o solo a qualcuno), anche se si rimane da soli con se stessi e il rumore del mondo diventa nient’altro che uno sciabordio senza significato.
In fondo e dentro resta la scrittura, come resoconto e progetto, come specchio e cruna dell’ago, come annotazione al margine del tempo, come consolazione per se stesso, lascito di memoria, intimo testamento, come vizio incallito, come sollievo e tormento.
Anche se la scrittura è solitudine deserta. Inutile rimedio o medicamento per un malessere viscerale. Chiosa al testo del tempo che genera soltanto taedium vitae, spossatezza, mentre cresce il vento pestilente della vecchiaia.
La vecchiaia per Bernardini non è solo un segmento dell’esistenza; è soprattutto una ferita provocata dalla consapevolezza delle assenze, delle perdite continue e irrimediabili, del vuoto che si allarga e inghiotte ogni affetto, ogni antico e nuovo appassionamento. E’ la somma delle perdite e delle assenze. E’ un ritrovarsi tra la cenere di tutto.
Rimane la memoria, che però non riesce a consolare. Anzi, costringendo a stabilire paragoni, esaspera la solitudine, la rende disperata. Fa da risonanza, da pietra dentro il pozzo che coinvolge in centri concentrici tutti gli spazi del vissuto.
La scrittura si fa sempre più netta, più decisa, più lucida.
Ora per Bernardini la poesia è concretezza concettuale, che sul piano del linguaggio si traduce in una forma e in un lessico che rifiutano ogni ambiguità, ogni artificio, finanche qualsiasi condizione di polisemia. Le parole hanno significati precisi, inequivocabili, e la sintassi assume l’ andamento di un monologo lirico, sì, ma lineare e incalzante.
D’altra parte la solitudine non è né ambigua né artificiale, per cui non possono esserlo le parole che la esprimono. Se poi la poesia è tramata da simboli e metafore, è proprio perché la solitudine è simbolo e metafora. Della morte.
Questo, per Bernardini, è la scrittura, adesso; questo è diventata con lo stratificarsi degli anni: un gesto naturale come uno sguardo, un movimento delle mani, un battito di cuore, un soprassalto del pensiero, un trasalimento improvviso, un confronto sereno, un sonno quieto, l’ansia di un’insonnia, il bisbiglio di una preghiera. Una fede umana. Troppo umana. E, per questo, fragile e poderosa, innocente e assoluta.

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