giovedì 2 ottobre 2008

Come affresco di un bestiario



Su “l’ordine anilame delle cose” di Antonio Prete
di Antonio Errico

Descrivere a volte vuol dire narrare. Quando la descrizione riesce a perforare il visibile, a raggiungere il punto che genera i fenomeni e le cose, che costituisce l’origine degli esseri, allora tra descrizione e narrazione non c’è più differenza. Quando si riesce a svelare il senso delle ombre, a percepire la voce che si cela in uno stormire, a sentire il tremolare dell’aria come se fosse il fremito di un corpo, allora non si fa altro che raccontare un ordine dell’universo o almeno di una sua parte.
E’ questa la connotazione de “ L’ordine animale delle cose”, il libro che Antonio Prete pubblica con le edizioni Nottetempo.
Con difficoltà si riesce ad individuare il genere, per quel che può importare il genere della scrittura. Non è un saggio. Non è pura narrazione. Non è nemmeno quello stile di saggio raccontato che Prete predilige. Forse si potrebbe ricondurre alla forma dei bestiari. Però ha venature filosofiche, velature di autobiografia, riverberi di memoria.

Che libro è,allora.
Forse questo libro non doveva essere un libro. Ma un grande affresco. Con scene di animali, lame di luce, ipotesi di un fischio di vento invernale, una grande V rovesciata, disegnata da oche o anatre o gru o cicogne o aironi che migrano, colori di albe e tramonti, trascoloranze di mare.
Forse questo libro doveva raffigurare le scene di una genesi personale, interiore; doveva rigenerare con i colori immagini custodite nella memoria.
Questo è un libro scritto con lo sguardo e che pretende una capacità, o una disponibilità, a guardare. Antonio prete a volte scruta, altre volte trasvola paesaggi, altre volte si insinua negli anfratti, o segue un’onda di mare, un passaggio di tempo, un movimento di nuvola, le movenze di un cavallo baio e di un cavallo sauro. Guarda le creature come sono, come si trasformano, come diventano. Guarda oltre quello che si vede; oltrepassa il visibile attraverso l’immaginazione; rintraccia quegli elementi essenziali che accomunano la vita di un uomo a quella di un animale.
La plasticità dei particolari resuscita esistenze. La scrittura e il pensiero vagabondano negli occhi grigiocelesti di un gatto, con riflessi che variano dall’ocra al violetto.
La scrittura accarezza le pieghe dei corpi, sprofonda nelle tane, scava nelle veglie notturne, ripercorre i luoghi nebbiosi delle percezioni, oltrepassa o abolisce i confini dei generi, le differenze tra di essi. Dà agli animali una voce d’uomo. Ma dietro la voce ci sono pensieri, sensazioni, emozioni, trasalimenti, ricordi, passioni.
Lo stile è quello che caratterizza da sempre ogni scrittura di Antonio Prete, narrativa o saggistica che sia: traslucido, soffice, armonioso. In questo libro – particolare - ha cercato la sfida con una materia alla quale in altri luoghi delle sue opere aveva accennato – scrivendo di un cane o un ramarro o delle cicale – e che ora riprende e sviluppa in modo organico, approfondito, tessuto con particolari che si compongono in maniera coesa e coerente, che rappresentano l’ordine animale delle cose, nella sua apparenza e nella sua sostanza, nelle sue metamorfosi e nei suoi misteri. Ma soprattutto nelle forme con cui si presenta a noi. Come in un affresco che si anima.

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