domenica 18 maggio 2008

Poeti alla Biennale!

Venerdì 30 maggio 2008, ore 20.30

Casa delle parole – Spazio Letterature, Fiera del Levante Bari

Fate fogli di poesia poeti!

Come chiudere se non mischiando le voci.

La Puglia della “giovane poesia”, l’onda fresca di un ritrovata energia - dopo quella del rischio, del valico dolente della provincia provato e riprovato nella mira e nel salto (del Novecento) - si fa viva.

Cerca la scena, si fa presente.

La sintonia è coi maestri, con chi già osò!

Carmelo Bene, Antonio L.Verri, Claudia Ruggeri… con loro s’allenano i canti, trovano la possibilità, l’assonanza. Ogni piccolo grido!

L’intento è quello della festa, un reading corale che naturalmente nasce dall’incontro, un occasione da consumare nel guscio-ventre della casa della parola.

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Adesioni ad ora:

Manila Benedetto,

Gioia Perrone,

Irene Leo,

Marthia Carrozzo,

Margherita Macrì,

Gianni Minerva,

Antonio Vito Conte,

Piero Rapanà,

Simone Giorgino,

Giovanni Santese,

Massimiliano Manieri,

Renato Grilli,

Tiziano Serra,

Gianpaolo Mastropasqua,

Angelo Petrelli,

Rocco Nigro,

Nadia Martina,

Guido Picchi,

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sabato 10 maggio 2008

La mia terra ha la rima alternata

di Irene Leo

Il sapore dell'alba. Credo che questo debba essere il primo sapore che va dal cuore alle labbra, di chi La guarda per la prima volta a medesima altezza di cuore, e morde feroce il bello ed il buono, con fame d'aria. E' sensazione che ti inarca la schiena, ti da il brivido di un pugno allo stomaco, e l'ebbrezza aulica di un volo senza paracadute, senza para-lume, senza para-parole. Senza mezze misure. Ecco, questo sono quei cieli che si aprono da parte a parte nello sguardo tuo oh passante che miri. Dove non c'è silenzio vuoto, ma fiaccola irta e perenne di vita e morte, che brucia. Lei è nuda di stupide cappe, non porta calzari di condizioni e ma o se. Rifugge la luce artificiale ed ogni giorno ed ogni notte riveste la sua pelle odorosa e terrosa, di blu cobalto e ceruleo antico.

La voce... oh si, la sua voce è canto sgraziato a tratti privo di equilibri, eppure ti incanta, ti sfiora, ti tocca, ti penetra, ti trapassa, ti uccide. Ma non è forse dolce morire di sentimenti e carni e passioni, e questo e quello, se chi muove la mano, ti abita la mente? Non ama apparire fatua e leggera, rimesta la sua essenza alle pietre aguzze incastonate tra mura rizzute di sole ed il rosso tamburo della terra, chè chi si infranga le ginocchia cadendo, mescoli sangue e dolore a sentore di resurrezione. Le sue chiome sono le fronde degli olivi argentei sempre ballerini tra il dove ed il quando della musica pizzicosa e bruciante, che usciva dalla bocca di mia nonna, che la raccontava a me. Sì, io me la ricordo la sabbia sollevata dal vento che ti offende gli occhi, e la bellezza pura di un cardellino macchiato che ti sfrigola nelle orecchie ridendosela. E so che Ella mi appartiene, quanto io alla tramontana che spinge via le nuvole, ed il cielo te lo sbatte in faccia, come un piatto pulito smozzicato, dove intingere le dita, contando le briciole della nostalgica umanità. E siamo dei ai suoi occhi, e santi, e assassini, e niente, eppure siamo il tutto di una brace ardente di desiderio rancoroso. Quanto rancore c'è nella fragilità della paura di non dire e non fare mai abbastanza, nella paura dell'appartenenza che ti sfianca. E c'è il sole oggi alla mia finestra, è Lei.

E C'era il sole nella mia infanzia, ed un profumo di pomodori assolati di rosso canterino, là nei giardini dei miei ricordi. Ed un gatto, c'era sempre un gatto vagabondo come quelle api che ronzano tra il grano. Ed il mare, era acceso il mare come le risa mentre correvo per le strade. Una conchiglia nel pugno chiuso era il regalo più bello a fine estate da portar via, ed era dolce il sapore del vento ed il suono della banda di S. Rocco. C'era racchiuso allora in quelle ore probabilmente il senso di una vita intera, posata sulla base solida di una antica casa, dove una lucertola sgusciava magicamente in anfratti invisibili. Ed era, ed è mio il segreto delle radici, rosse, della taranta nera e severa, del tamburello, e del vento mai stanco, io lo so perchè ogni giorno il sole si perde lontano...io lo so.

E' così letale il tuo nome mia amata... Terra, che lascia indietro chi il coraggio lo infila in tasche e fessure per dimenticarselo.

E non lo afferri, tu che guardi, il senso dell'aspro limone appeso e dondolante sul rampo ossuto, e non lo comprendi il frutto del fico d'india che cerca vita tra le spine, e non lo sai perchè un gabbiano per morire si infrange sul mare anche se pesce non è. Ma la mia terra non ha bisogno di perifrasi, e parafrasi, ti affonda nelle emozioni, e suona come una canzone.

La mia terra ha la rima alternata,(non baciata) perchè lei non bacia, ma si lascia baciare.

mercoledì 7 maggio 2008

Per Antonio L. verri

Ad Antonio L. Verri

Il 9 maggio 1993 in un tragico incidente perdeva la vita Antonio Verri
Letteratura è impegno
La militanza culturale di Antonio Leonardo Verri

di Simone Giorgino

Nel quindicesimo anniversario della scomparsa di Antonio Leonardo Verri, credo che una maniera opportuna di ricordare l’autore sia quella di soffermarsi su una sua caratteristica distintiva, ossia il suo costante impegno nella letteratura in particolare e nella cultura in generale, minimo comune denominatore del suo concetto di militanza: “il poeta ha una sua funzione sociale: mettersi o mettere continuamente in discussione dogmi, tabù, cretinerie quotidiane e grossi problemi (…). Il poeta non lavora più, o magari solamente, sul nulla o sull’assenza, temi sempre affascinanti ma un po’ vecchiotti; il poeta ha sempre di più responsabilità e problemi di linguaggio, di stile, di aderenza a una realtà abbastanza complessa, di tensione, di rivolta”.

È questa una linea programmatica che già Nicola Carducci, in un suo saggio del 1997, riconduceva al “neoimpegno”, atteggiamento tornato in auge nella letteratura italiana tra gli anni Settanta e Ottanta, finalizzato ad un intervento concreto nella realtà culturale e sociale del proprio territorio, per superarne il presunto provincialismo, l’isolamento che è storico e geografico oltre che culturale; e per tutelarne le esperienze artistiche più rilevanti, come quelle recenti di Vittorio Bodini, Carmelo Bene e Salvatore Toma, gli esponenti più autorevoli di quella che è stata definita dallo stesso Antonio Verri “linea bizantina”.

Verri si sente partecipe di una comunità letteraria definibile come “cenacolo salentino dei poeti minori”, orgogliosa di essere borderline, se per allineata si intende quella cultura ossequiosa col potere editoriale, incline al compromesso: Verri è allora, per dirla con Antonio Errico, “il padre di una generazione stupenda che non ha vinto nulla, né cattedre, né premi, né mortadelle alla cuccagna, perché non ha saputo vender parolette al mercato dell’usato, perché non ha voluto arrampicarsi al palo ingrassato”. È lo stesso autore di Caprarica a parlare di una stupenda generazione di “poeti che appartengono a una specie diversa, a volte primitiva e barbara, a volte così fine, meticolosa, spigolosa. Facile a perdersi, a divorare, a disperarsi. Non è difficile aver simpatia per loro”. E ancora: “si è parlato di una nuova generazione, di una stupenda generazione, si è anche cercato di dimostrare che il tutto non è una frase fatta, si è fatto di tutto per far intendere che il Salento degli Autori non è più il Salento scrostato che è sempre stato, si è fatto di tutto per far intendere che siamo semplicemente in marcia per cercare di allinearci a tutta quella cultura europea novecentesca che fino a mò era nei nostri libri o svolazzante sopra le nostre teste…”.

Dunque una comunità letteraria agguerrita, competente e competitiva, che non vuole essere sterile parodia delle analoghe esperienze nazionali, ma che cerca di sintonizzarsi con le tendenze più innovative della cultura europea, per uscire dal localismo, per sprovincializzarsi, “per muovere un po’ le acque in una città, Lecce, divorata dall’indifferenza, dall’incultura, dal vuoto accademico. Una città dove passa solo un certo tipo di cultura. La cultura dei putti e delle damine. Del ‘perbenismo impellicciato’”. Viene in mente, a tal proposito, un singolare aneddoto ricordato dallo stesso Verri: “certo eravamo molto fieri del nostro lavoro quando la Corti, venendo a Lecce nell’ ottantadue–ottantatrè, chiese al bar Alvino dove poteva trovare i poeti di Caffé Greco. Le risposero piuttosto seccamente. A Lecce non c’erano poeti, men che meno di Caffé Greco!”.

L’obiettivo di sprovincializzare la cultura salentina diventa una vera e propria ossessione per Antonio Verri, che se da una parte, nelle sue opere, dimostra di aver recepito e metabolizzato le contemporanee tendenze italiane ed europee, dall’altra, nelle riviste, si traduce in atteggiamenti a volte anche velleitari: per uscire dal localismo e internazionalizzarsi non basta fare affidamento a più o meno oscuri corrispondenti dai nomi esotici sparsi in varie parti del Pianeta. È proprio questo, paradossalmente, un atteggiamento da provinciali.

Ma questo toglie poco o nulla alla validità del progetto e alla buona fede di chi lo portava avanti: con l’esperienza del “Ballyhoo–Quotidiano di comunicazione”, ad esempio, Verri riuscì a vendere settecento copie del giornale a Milano, contro le appena quaranta vendute nella sua Lecce; egli è stato uno fra i primi a tenere alta la guardia contro una certa poesia rurale salentina, la già ricordata poesia “da passeggio e da paesaggio”; non aveva, inoltre, alcuna soggezione o timore reverenziale nei confronti di altre riviste omologhe: “[non ho] mai dato quattro copie di Pensionante in cambio di una copia di rivista francese o inglese”; ebbe, insomma, sempre chiara la finalità di promuovere ed inserire gli artisti salentini nei più vivaci fermenti culturali coevi.

Antonio Verri, attraverso le pagine delle sue riviste, si è fatto promotore della scoperta e della promozione di artisti che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra: primo tra tutti Salvatore Toma, il “poeta dei liburni e dei corbezzoli”, a cui dedica, in tempi non sospetti, cioè prima del drammatico suicidio e della quindi prevedibile riscoperta, diversi articoli e recensioni. Il Nostro ebbe una vera e propria venerazione per lo sfortunato poeta magliese, testimoniata non solo dai frequenti cenni disseminati in molte pagine delle sue opere (“Totò Franz” è il nome che inventa per ricordarlo), ma anche da un esplosivo e interessantissimo carteggio fra i due.

Lo stesso discorso può essere esteso, analogamente, a Edoardo De Candia, altro maudit salentino oltremodo vituperato in vita ed oltremodo osannato da morto. Inoltre Verri ha il merito di aver rispolverato la poesia di Vittorio Pagano, che da un po’ di tempo era caduta in oblio; di aver prodotto interessanti considerazioni sulla poesia di Vittorio Bodini; di aver avuto, infine, un’altissima considerazione per poetesse centrali della nostra tradizione come Rina Durante e la compianta Claudia Ruggeri.

Uno degli scritti da cui emerge in maniera più vivida l’“eroico furore” verriano, tutto concentrato sull’impegno culturale, è senz’altro il sarcastico intervento dal titolo Una diecigiorni di letteratura, reportage da un convegno letterario mai avvenuto, apparso su “Caffé Greco” nel Novembre del 1979. In questa occasione Verri si scaglia ancora una volta contro l’editoria assente o refrattaria a percepire gli stimoli provenienti dai nuovi scrittori: “da un po’ crescono grossi imprenditori, che con simpatia chiamiamo editori, a cui questo settore, il letterario appunto non interessa, se non per le poesie dialettali dell’onorevole amico o del grosso barone regionale”. Emerge, inoltre, una concezione della letteratura che chiarisce ulteriormente gli aspetti fin qui esaminati: “Letteratura non è ideologia né pianto, (…), dovrebbe essere conoscenza quindi “degradazione” e quindi rivolta, (…), l’opera letteraria non nasce e vive in difesa di o per accusa a, (…), bensì vive per se stessa”. Impegno (o neoimpegno), dunque, non come militanza politica e ideologica, ma da intendersi come sacrificio e servizio alla sola causa dell’arte, unico contenitore in cui ha senso e si è giustificati ad occuparsi dei problemi della contingenza. Non arte per arte, né vita per l’arte: semplicemente arte come vita.

venerdì 2 maggio 2008

Agostino Casciaro / Sotto la cenere

Sotto la cenere (Luca Pensa editore)

Per telefono Roberto mi anticipa che con Agostino stanno venendo a trovarmi, siamo nei primi giorni di questo anno.

-Sotto la cenere” -mi disse Agostino -si chiama questo libro di poesia- e mi consegna un faldone. -Sono 7 poeti e sono nostri amici- aggiunse. (Quel nostri amici mi fece subito pensare ad un libro, ad un libro di racconti che Verri aveva messo insieme “Luoghi di frontiera”e nella presentazione scrive “Gli autori sono miei amici, li ho invitati perché mi sono care le loro radici, care le loro scelte, e poi perché sono abili nel riempire di paradossi e di trasparenze la loro scrittura. Sono abili anche in altro ma questo, naturalmente, mi interessa meno.”)

Agostino poi ancora – tu pure sei un nostro amico e vorremo che tu facessi una prefazione - (Oh cielo pensai tra me). Dissi che non era il mio mestiere.

- Proprio per questo, abbiamo pensato a te, non vorremo che fosse la solita presentazione del solito personaggio che sembra che lo faccia come mestiere.- senza indugio disse Agostino.

Era vero io non avevo mai fatto presentazioni, e per mestiere faccio il fotografo e la cosa non è nella mia portata. Però gli dissi … (quel invito fatto in una maniera che mi sembrava di altri tempi, come quando mia madre e mio padre mi portarono per chiedere ad una persona di loro stima se poteva tenermi come padrino per la cresima), che mi lusingava.

-Ti diamo tutto il tempo che vuoi.- concluse Agostino.

Non potevo deluderli, accettai, e credetemi sono entrato in un vicolo senza uscita, ho cominciato a vivere questa cosa con apprensione, ho avuto tutti i dubbi di questo mondo - ma soprattutto - la cosa che più di tutto mi bloccava era che non mi potevo permettere di entrare nel merito dei componimenti di questa raccolta e se mi fossi permesso sarebbe stato come andare contro alla mia idea di poesia. “Poesia è libertà e poetare è vivere la libertà”.

Mi sono messo al lavoro, e sono due mesi che sto - ed è il caso di dire - scavando “Sotto la cenere” sotto la cenere del mio tempo, e tante, tantissime sono le cose che mi si sono presentate, mole di pensieri si sono susseguiti, quanti ricordi mi sono balenati nella mente e credetemi non è semplice. E’doloroso e amaro. E’malinconico e nostalgico. E’ sofferenza e piacere. E’ la memoria. E “Sotto la cenere” c’è la memoria, la poesia. “… Una memoria. Una poesia. Nessuna costruzione di pietra, nessun altare al tempo riesce a custodire e a tramandare memoria più delle parole di una poesia. Perché una poesia è l’unica cosa che un uomo riesce a portarsi dietro, può portarsi dentro, può confondere con la propria sensibilità, con le proprie emozioni, i riflessi dell’esistenza, le storie di ogni giorno, illusioni e delusioni, occasioni prese e perse, dolcezze, amarezze, stupori, furori.” Antonio Errico Apulia IV 07 pag.115.
Il nostro destino, la nostra vita tutto cenere e fra la cenere forse una scintilla, seme del fuoco. Il fuoco luminoso e purificatore. “Il fuoco che assomiglia all’uomo, quando arde mette tutte le cose in luce, ma soprattutto quando si spegne e diventa cenere che ne si apprezza tutta la sua potenza” (Verri).


PS. Mentre mi accingevo a chiudere, una telefonata inaspettata, è Alfonso Amato di Castrignano\Corigliano che da Torino dove fa l’ingegnere aeronautico sta tornando a Chieri dove vive con la famiglia, che mi dice – stavano trasmettendo per radio “The final cut”, e non ho potuto pensarti, a quando nel 1983 tornavamo dai servizi matrimoniali e lo stereo a palla suonava i Pink Floyd. Che Fai?

- Stavo proprio a scavare nella mia memoria – gli dissi - e la ragione della tua imprevista telefonata dava ancora più vitalità alla mia idea di ciò che resta del passato - e lo misi al corrente di quello che stavo facendo, invitandolo a scrivermi qualcosa pure lui.

“Quando si condivide un istante, un’ora, un giorno, un pezzo di vita con qualcuno qualcosa resta. Resta un’essenza, un’idea, una molecola che entra a far parte di te. Un qualcosa che diventa te e forma il tuo modo di pensare. Anche quando il tempo passa e sembra cancellare tutto, quando sembra che la vita vada molto oltre, in direzioni lontane e senza ritorno. Quando la memoria è stata svuotata e riempita ormai troppe volte da essere stata purificata da ogni frammento. Allora ci si accorge che c’è qualcosa nei gesti, nei pensieri, nelle scelte fatte che ti è familiare. Qualcosa che non noti subito perché è troppo sottile, non in vista, ma che senti che è presente dietro un velo che la nasconde E’ qualcosa di nascosto che continua a vivere anche dopo la fine. Fuoco che può riaccendersi, solo a scostare la cenere, solo a voler ricordare. Ciao Fernando, non puoi chiedere troppo a un povero ingegnere che ha lavorato fino alle 21 per produrre profitto e far funzionare le cose... Buonanotte Alfonso