sabato 12 aprile 2008

Lu papa Ricky

di Mauro Marino

Se non stai su Wikipedia non esisti. Non basta più internet! Li ci trovi tutto e tutti, Wiki è lo scrigno, la libera enciclopedia, dove si implementa la storia contemporanea, dove trova ordine anche l’ideterminato. Se vai su Wikipedia lo trovi Papa Ricky, il nativo salentino Riccardo Povero, con una nutrita notizia della sua storia artistica: “cantante italiano; artista della scena hip hop, reggae e raggamuffin. Notevole è stato il suo contributo alla diffusione di tali generi attraverso altri canali come il teatro e la televisione”.

Le sue insegne riportavano un coltello e una forchetta. La grafica quella secca ed essenziale tipica delle segnalazioni di utilità. Di coltelli ne aveva una “collezione”, conservati in una sacca molto professionale da chef. Aveva studiato da cuoco all’istituto alberghiero di Brindisi e gli insegnamenti li metteva a disposizione dell’onda nascente di quella che è stata per Bologna forse l’ultima primavera. Riccardo, nel 1990, all’Isola nel Kantiere, in pieno centro, nei locali che erano e che oggi sono L’Arena del Sole, aveva messo su una particolarissima “famiglia”: cucinava e suonava.
Si condivano le prime pietanze della scena hip-hop e raga muffin italiana. I dialetti entravano nelle culture giovanili e aiutavano uno stile “dichiarativo” secco ed essenziale, utile a ritrovare la parola e il senso perduto dell’impegno e della militanza politica.
Lu Papa Ricky sarebbe presto diventato un personaggio mitico, tenace nel difendere la sua autonomia di interprete e capace di modulare un suo personalissimo sentire melodico.
Il “bel canto” gli apparteneva per origini e tradizioni famigliari.
L’ Isola Posse All Star è la “magia” musical-sociologica dove trovano dimora le “neoante” stelle di un segmento della musica italiana tutt’ora vitale e “necessario”.
All stars: tutte stelle d’altronde! Sapevano già di esserlo!
Il futuro non più quello negativo del punk, la parola, le danze erano di nuovo possibili, Stop al panico è il manifesto di una mescla musicale libera di traversare i generi e di coniugarli attraverso i piatti di una consolle oppure dal vivo, lasciandosi aperta la possibilità del fare “cilecca”.
Che grande intuizione: sbagliare, poter sbagliare e ricominciare.
Un concetto che disarticola l’idea di uno spettacolo lindo, confezionato, senza bordi, senza vertigine.
E poi? Poi venne “Lu sole miu” (remake della celebre O sole mio) e Comu ta cumbenatu, poi un movie con Renato De Maria, avventure di tournèe, altri dischi, con sempre la cucina nel cuore. L’arte mai si abbandona!
E oggi, a quarantadue anni Papa Ricky, veteran artist, che fa?
Tesse le fila della sua carriera e porta a compimento una nuova produzione, di imminente uscita, tutta interamente leccese, lo dice con orgoglio, a sottolineare il suo ruolo e quello “ca li vagnuni te la provincia” hanno avuto nella diffusione della cultura ragga.
Canta in italiano e in dialetto, accompagnato da una “gruppita” d’eccezionale capacità esecutiva le migliori e belle voci della scena hanno risposto all’invito, tra tutte quella sorprendente di MissMykela della BleiZone Family, crew che firma anche l’autoproduzione del “disco”.
Ricky canta la sua maturità, la consapevolezza di oggi. Saggio e cinico declina la sua visione del mondo dove l’ironia fa riverberi e sottili tessiture.
Iti tu, raccoglie dei brani in stile “lovers” e un rap in italiano (“l’ho voluto fare in italiano, perché tutti capissero”) duro e graffiante: E cce sacciu ieu.
Una nuova “semplice ricetta” di un pioniere della “black music italiana” che tornato salentino cresce sensibilità ed energie.
Che cosa è se no un veteran artist?

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