martedì 29 aprile 2008

Danio Manfredini. Lo spettacolo? Non serve!



Considerazione a margine della visione de
“Il sacro segno dei mostri” di Danio Manfredini

di Mauro Marino

La parola del teatro, è parola ferma, netta. Unica: ciò che è detto, è detto!
Nell’ “infilata” si scrive il senso, frase dopo frase lo si chiarifica. Si dispiega la necessità.
Se tutto nasce da un’interrogazione, una volta giunti sulle “tavole”, si costruisce la risposta, la verità. Quella degli attori col loro agire e quella “ideologica” del testo.
Una sola interrogazione, un solo dubbio, è destinato al pubblico ne “Il sacro segno dei mostri”, la domanda, che con grande peso viene posta sul finire: “ a cosa serve fare gli spettacoli?”. La risposta, subito dopo, in scena è: “a niente!”.
Un’interrogazione da epilogo! Epitaffio per un mondo che sembra vivere solo di questo. Sedotto, compromesso, simbiotico, esso stesso solo spettacolo.
Rappresentarsi è il dettato.
Rimbomba quel punto di domanda, t’insegue, torna a sipario chiuso. Un leggero velatino, scende come una palpebra, si ri-chiude su una vicenda densamente autobiografica popolata dalla follia con tutti i suoi climi psichiatrici. Dalla “pax” di una ilarità sontuosamente sboccata, al deliro del tutto in malora, delle urla, del pianto, del “non ne posso più”.
Ma qual è il senso di quel chiedersi? Detto da dove è detto, lanciato da un palcoscenico? E’ il teatro che chiede, solo, sperduto col suo “denudamento”. A cosa serve lo spettacolo se non c’è condivisione, amore, comprensione?
La scena che Danio Manfredini costruisce è chiara: un interno con molte aperture di luce. Il giorno, con le sue temperature mostra la sala di una comunità psichiatrica. Ogni apertura porta dentro un anima. Una “anima tragica” che viene al cospetto a dire il suo male, inascoltata.
“Ho bisogno di protezione” dice una.
Tutti noi abbiamo bisogno di protezione. La follia è condizione comune. Tutto appare nel suo limite. Solo li, dove la follia è manifesta, nominata, domata: “E’ tutto un pompaggio e poi esci di cotenna”. Soli li, trovi il sublime, s’invera la purezza drammatica del dolore.
L’ “operatore” è l’ogetto d’amore, il mediatore, il neutro servitore che accudisce, prepara, accoglie. C’è lui tra il dentro e il fuori. Presente, nell’impossibilità, senza alcun potere se non quello del dono creativo. Sul limine della medicalizzazione.
C’è uno che dice, chiamando al telefono: “Pronto Vaticano? Ho una certa urgenza di parlare con il Papa!”. Ma il Papa non c’è, non risponde. Non parla il potere, non corrisponde! Parla lui soltanto, fa il dettato delle regole, del si può e il non si può. Il resto è “la famiglia umana”.
“Germogliavamo” dice qualcuno in scena ma “siamo come dei fiori spenti”.
“Ho amore e speranza” è che “manco di carità, è un pianto, un pianto”. Ecco, manchiamo di carità, di com-passione.
Questo è tutto. Tutto qui! Lo spettacolo non serve.

sabato 26 aprile 2008

La mente si sbrana da se...

(illustrazione di Lucio Conversano)

Molti predatori e una sola preda!
C’è Taranto al centro della narrazione di Cosimo Argentina
Uomini e cose e luoghi orrendamente nudi
ed è come se coi denti li masticasse lentamente:
questa la forza della sua nuova letteratura

Homo Homini Lupus
di Elisabetta Liguori

La realtà descritta da Cosimo Argentina nel suo ultimo romanzo, “ Maschio adulto solitario” edito da Manni giusto in questo aprile 2008, è sapientemente lavorata con la carta vetro dei falegnami.
Una storia dura, questa, penetrante come un proiettile, capace nell’impatto di divellere totalmente la patina superiore delle cose toccate, per arrivare alla carne, ai nervi, al sangue. A quello che sta dietro le storie degli uomini. Dietro un uomo in particolare: Dànilo Colombia, uomo comune che nel tempo del romanzo diventa mostruoso, e la cui vita si sovrappone alle sorti della sua stessa città: Taranto. Argentina, infatti, sceglie di mettere le mani non solo sull’anima, il corpo e gli istinti umani, ma anche sulle strade, i vicoli, il porto, le piazze, il mare che, come culle dentate, accolgono gli uomini, per poi ingoiarli. Argentina tratta di uomini e cose e luoghi orrendamente nudi, ed è come se coi denti li masticasse lentamente: questa è la forza della sua nuova letteratura.
Lo ammetto: sono colpita da questo nuovo Argentina. Molto colpita. Ferita, schiaffeggiata, persino offesa, ma non di certo delusa. Perché questo autore, giunto ormai alla sua piena maturità artistica, creativa, letteraria, non si limita ad osservare un uomo nudo sulla sua terra, ma compie preliminarmente un lavoro articolato e meticoloso di svestimento, trituramento e digestione dello stesso, per poi restituirlo al lettore sotto forma di allucinata cronaca. Si tratta di una rivelazione letteraria di cui la critica non potrà non tener conto.
Due parole sulla trama.
Dànilo è un ragazzo insicuro, instabile, fragile, che, come tutti, vorrebbe stare in mezzo alla gente, ma non sa farsene toccare concretamente, poiché ne ha una paura folle. È profondamente solo. È spaventato. E’ certo che un destino spaventoso lo aspetti al varco. Quello che Argentina sceglie di narrare, dunque, non è la crescita, la maturazione, la formazione del suo protagonista, ma il suo precipitare a ritroso verso quel destino temuto. Dànilo è uomo pieno di ossessioni e, per reagire alle stesse, immagina di identificarsi con Kuma, cane lupo selvatico, soggetto da documentario o videocassetta, maschio adulto solitario a pelo grigio, in lotta sfrenata con gli altri lupi, perso tra crepacci di ghiaccio e nebbia, vittima della forza cieca degli elementi naturali. Un mito minore.
Questa sua vicenda si articola in cinque parti: il servizio militare presso la caserma di Bari, l’esperienza lavorativa in una fabbrica del nord, gli anni degli studi giuridici, la pratica legale presso un studio già avviato, la professione e l’ingresso nel mondo del lavoro secondo i dettami della malavita tarantina.
Proprio come per una bestia braccata, tutti i tiranni che si alternano nelle diverse fasi della vita di Dànilo hanno più o meno lo stesso nome: Carve, Corva, Carva, Corvo. Molti predatori e una sola preda.
Anche l’amore ha un nome: Sara, una ninfetta triste che ricorda la Lolita di Humbert Humbert, donna bambina che, proprio come nel romanzo di Nabokov, morendo diventa ossessione pura. Dal momento in cui lo incontra e poi subito lo perde, l’unica cosa che desidera Dànilo è ritrovare nelle altre donne il viso pulito di Sara, il suo corpo sodo e il piacere acerbo che sapeva regalare. L’idea assoluta di irraggiungibile purezza, l’unica capace di spingerlo oltre gli orrori quotidiani. Sara sarebbe dovuta essere la sua donna, invece una serie infinita di erinni mostruose continuano a piovere addosso a Dànilo come grandine per tutta la durata del romanzo: madri, sorelle, baldracche, clienti, rivali. L’immagine di Sara che muore apre il romanzo e coincide, quindi, con il trauma del protagonista da cui tutto discende. Prima di Sara ben altra storia sarebbe stata possibile; dopo la sua morte Dànilo non può che impazzire. E rimestare tra valanghe sconclusionate di donne orrende e laide. Ciascuna tra queste, unite agli altri tiranni, genera per lui tempeste ormonali incontrollabili, finendo per liberare l’incubo degli Invisibili: l’ennesima ossessione. Si tratta di immagini fantastiche di persone care, ormai defunte, che il cervello esplosivo di Dànilo produce come un mitragliatore sera dopo sera, al momento di abbandonarsi su un divano o un letto qualunque. Un’artiglieria di tormenti multipli, senso di disfatta, impulso alla violenza e desiderio represso.
Questa è la vita di Dànilo.
Niente di più di questi sogni tumultuosi e poche altre azioni ripetitive. Gli amici, quelli veri, in carne ed ossa, sembrano svaniti nel nulla. Ogni volta che li cerca, questi sono impegnati altrove. Sono molto più invisibili loro degli altri fantasmi che lo ossessionano, e che nel tempo gli restano schierati di fronte come un fedele plotone pronto all’esecuzione.
Ma se non ci sono uomini veri nella vita di Dànilo, di certo non si può dire lo stesso della sua città. Taranto c’è. Taranto è vera. La città lo bracca e man mano che la storia avanza e l’anima di Dànilo si fa sempre più lurida, anche la città s’ammorba, precipita nel fango, fino a diventare un bubbone di crudeltà, malaffare e delirio putrescente. C’è la Taranto dei derelitti, delle donne sfatte, dei trafficanti, della pioggia battente, dei sorci malati, del sole acceso, della spazzatura che annega, delle armi, della forza bruta, dei tramonti, dei condomini che cadono giù in croste. Ogni strada ha il suo diverso volto, le sue particolarità, ed Argentina ci tiene ad essere preciso nelle sue migrazioni narrative, quasi come avesse in mano le pagine gialle. In qualche modo questa sua città, il suo dettaglio, finisce per essere concausa del dolore al protagonista, se non responsabile unica, pur restando fonte di desiderio. Dell’unico desiderio possibile.
Ma allora tutto è davvero orrore? No, non lo è. Per fortuna c’è la tigre a sollevare le sorti estetiche dell’ esistenza di Dànilo. Una tigre bellissima e rabbiosa, chiusa in una gabbia rudimentale negli scantinati di un condominio. La tigre è il suo specchio magico. Anche lei è bestia adulta solitaria, la cui vita presuppone il branco, ma dallo stesso è allontanata. Dànilo e la tigre sono vittime delle stesse circostanze avverse, fregati dal destino entrambi, costretti a diventare invisibili per limitare i danni, ridotti all’impotenza, ma ancora vivi.
Solo la tigre e la piccola Sara, dunque, si oppongono all’orrore. Lo tengono a bada. Sara è Beatrice e la tigre è Virgilio nel personale inferno dantesco che Dànilo ha costruito solo per sé. Il suo è, infatti, un viaggio circolare nel tempo, circoscritto ad uno spazio claustrofobico, narrato in un unico vertiginoso lamento.
Un lamento che ricorda quello del quale aveva scritto a suo tempo il grande Roth. Un giro sull’ottovolante di un progressivo impazzimento. Proprio come in Roth, il punto di vista è soggettivo, allucinato, senza freni. A volte euforico, a volte depresso, ma sempre estremo. È proprio questa originalissima prospettiva a rendere la scrittura di Argentina così densa e compatta, mentre forma e sostanza si arrotolano come filo di lana intorno ad un rocchetto, intorno ad un’unica idea centrale: homo homini lupus. Conrad diceva: “si vive come si sogna, da soli”. Sacrosanto. Tale assunto mi par che si presti splendidamente all’analisi antropologica di questo nuovo Argentina. I suoi uomini vivono in guerra, infatti, l’uno contro l’altro, l’uno per distruggere l’altro. E chi non ce la fa, o si nasconde o da di matto. Ma allora perché scrivere un romanzo come questo? Come spiegare una simile costruzione narrativa? Perché annunciare certe catastrofi? Non avrebbe forse alcun senso fare una domanda come questa all’autore, dal momento che, come Argentina stesso ha confermato in alcune recenti interviste, uno scrittore che spieghi il suo romanzo fa un po’ l’effetto di un prestigiatore che spieghi un trucco con un altro trucco. Non ha senso. Ma i lettori, si sa, sono brava gente, inoffensiva: si fanno di frequente domande come queste e se da soli se le fanno, solitamente da soli si rispondono. È solo chi scrive, è solo che legge. Un’equazione di scambio tutto sommato bilanciata. Per quanto i luoghi narrati, liberati dalle ordinarie sovrastrutture e inseriti nella giusta contingenza storica, appaiono come strumentali ad un’ inviperita denuncia sociale, non credo che questo sia l’unico intento dell’autore. Non è il nostro sudicio sud la spinta principale. Non solo quello. Ci deve essere molto di più. Penso piuttosto che la genialità di questa storia e del suo modus, sia conseguenza diretta del bisogno di liberarsi del proprio romanzo interiore, del proprio demone, di lasciar libera la bestia che sempre, e ora più che mai, abbaia nella pancia degli uomini. La buona letteratura lascia che quella bestia, qualunque essa sia, nella sua esclusività diventi voce. L’inferno sintattico di Argentina, in particolare, mescola umori diversi: dialetto da strada, diritto nobile, sogni, la musica degli indimenticabili Queen e la poesia classica. Riesce a toccare punte d’umorismo tragicamente lieve, per poi dall’alto precipitare nella melma, ricavandone una sorta di godimento perverso. Una voce propriamente maschia, questa, i cui toni baritonali crescono con l’estrinsecarsi di una graduale, sconvolgente scoperta: siamo soli, e l’unica forma di amore possibile è quella verso noi stessi. L’effetto finale è devastante: un ultimo bestiale ululato che straccia la notte, altera ogni forma, incenerisce il significante ed illumina il significato, elide le differenze e ci conduce nel cuore del tempo che viviamo.

venerdì 25 aprile 2008

Di uno nato per caso a Piacenza

di Vito Antonio Conte

Cos’è e/o chi è l’ultimo menhir? Raffaele Polo ha una sua risposta a questa domanda. Il menhir è una cosa soltanto. E tante altre. E’, invece, se riferito a chi, l’identificazione con Qualcuno molto caro all’Autore: l’Ultimo menhir, con la U iniziale maiuscola. Ma è, anche, il titolo dell’ultimo racconto di Raffaele Polo, pubblicato (nel marzo scorso) per i tipi di Lupo Editore. Buona veste grafica, ma non la migliore per il contenuto del libro, secondo (non solo) chi scrive. Qualche refuso di troppo, alcune “vedove” e… si può far meglio (l’amico Mimmo –meritorio per tutto quel che fa come editore in questa terra- non me ne vorrà). Specialmente per un testo di 92 pagine (tutto compreso). Scandite in 24 brevissimi capitoli. Il più corto di appena mezza pagina. Ma decisivo per capire il senso del racconto, perché di racconto (lungo) si tratta: genere col quale l’Autore ha maggiore dimestichezza. Raffaele Polo è giornalista, scrittore, critico d’arte e letterario, co-conduttore di programmi radiofonici e divulgatore culturale. E’ nato, per caso, a Piacenza, ma da sempre vive e lavora a Lecce. Ha pubblicato romanzi e racconti che citare ha (vi dirò poi perché) un senso: Gite nell’irreale (1985), Lo stemma di Lecce. Storia e documenti (1987), Guida per il benevolo viandante che s’imbatte nel frontespizio e si chiede cosa diavolo (1989), Titolo: Vessazione col ciglio inarcato (e la faccia furbetta) (1990), Una breve storia (continuamente interrotta) (1991), Una storia leccese (1992), 0832 per chi chiama da fuori distretto (1995), Poesia in bianco e nero (in viaggio tra le rime e i segni di mio padre Giovanni) (1996), Diariu de nnù uài (un curioso accidente) (1997), Natali (1998), Il silenzio del pesciolino rosso (un giallo leccese) (1999), Un nome scritto sull’acqua (2001), Un nome scritto nel cielo (2003), Storie segnate (2004), Libreria Antica Roma (2006), L’isola delle pazze (2007), Le fiamme di Supersex (2007). Ma ha pubblicato anche fiabe e altro ancora. Mi interessava citare i racconti e i romanzi (gran parte dei quali introvabili, ormai) perché Polo, in tutta la sua produzione, ha sempre contenuto i suoi libri ben entro le duecento pagine. Quel numero, cioè, sotto il quale molte case editrici neppure considerano un libro degno di essere pubblicato. Poco importa il contenuto. Questione di leggi di mercato. Che uno si chiede: ma chi cazzo le ha inventate? Risposta: quegli editori, appunto. Che se fottono di tutto il resto e di chi legge. I lettori, per loro, sono tutti uguali… mercato da spremere. Meno pensano, meglio è. Poco importa la sostanza. Il gioco è sempre più sulla quantità, a scapito della qualità. Mi sembra una tendenza priva di qualsivoglia ragionevole motivo (a parte quello citato) e dico ciò senza voler generalizzare. Vorrei soltanto che fosse chiaro che (per me) poco importano le dimensioni (non di quello che state pensando!?!), ma un buon libro è tale indipendentemente dal numero di pagine che lo compongono. Un libro (ma anche quello cui stavate pensando prima) per essere un buon libro deve trasmettere, dare, evocare, far toccare e/o toccare, porre, lasciare, rendere qualcosa. Una bellezza, un interrogativo, un’emozione, una sensazione, una risposta, una realtà fantastica, una fantasia concreta: qualsiasi cosa. Ma deve farlo come nient’altro mai prima. Sì da poter dire, dopo la lettura: cazzo, valeva la pena leggerlo. Ora l’ultimo menhir ha questa qualità. Con un pregio: si legge in un paio di comode ore e non devi consultare il Novissimo Dizionario della Lingua Italiana. Voglio dire che si tratta di un racconto che, pur affrontando temi complessi, quali l’esoterismo, l’amore, l’età ultima, la follia e il contrario di tutto ciò, è reso in una lingua colloquiale e senza concessioni a certi inutili barocchismi e/o altre trovate letterarie o pseudo tali. C’è, in questo racconto velato di mistero, tutta l’energia che non ti aspetti, giocata nel paradosso tra i piccoli gesti quotidiani e i grandi temi esistenziali, accentuato dall’età senile del protagonista (e dalla completa assenza di ricordare qualunque passato) e da quel che gli capita. E dalla consapevolezza di ciò: “nella vita, capitano le cose migliori quando uno… non è più in grado di accettarle”. E però, paradossalmente, le vive appieno. Chè la nostalgia quando strugge va bene, ma quando t’inchioda a quel che non può tornare annichilisce. Chè, forse, quando si riesce a comprendere un fatto così, non si ha più nulla da perdere e si va fino in fondo. Raffaele Polo (omaggiando una senilità) ha dipinto con le parole uno spaccato della senilità per niente melanconico, traendo dalla tipicità di quella fase dell’umano vivere, convenzionalmente fatta di impotenza, emarginazione e tristezza, l’affermazione di una quotidianità carica di forza e desiderio che dovrebbe far riflettere sulla possibilità e sulla capacità di dare dei nostri padri (e, ovviamente, delle nostre madri) e sul loro diritto a spendere come meglio credono la fine. La loro. E sul rispetto dovuto da parte di tutti a chi può, magari solo alla fine, vivere un momento come quello vissuto dall’Ultimo menhir e che Polo sintetizza in un rigo: “Quella scena, quelle parole, quegli occhi li stavo aspettando. Da un’eternità.”, che –da solo- vale la lettura del libro. Perché Polo possiede il segreto del sottrarre. Quel segreto che, piuttosto che aggiungere parole a parole, fa sì che, togliendo l’inutile e il superfluo, eliminando il di più, lavorando di sottrazioni, rimanga il lemma migliore: quello necessario e sufficiente per raccontare una storia. Una storia di cui volutamente non vi ho detto quasi nulla, ma che, come tutte le storie interessanti, finisce… come in un film. Tra un vecchio rebus e il nuovo numero della Settimana Enigmistica. Tra amori improbabili e persone reali. Tra vie visibili e campagne elettorali occulte. Tra la consapevolezza di essere tutti, in un modo qualunque, un po’ pazzi e non volerlo ammettere. Tra chi lo è davvero e ne soffre e diventarlo per finta e finalmente ch’è l’unica salvezza. Tra correnti sotterranee invisibili ma vere e un omicidio inesistente e sognato. Proprio come in un film.

venerdì 18 aprile 2008

Storie



(Perdonate l'invasione, ma questa petizione ha una sua "poesia". MM)









Petizione ai vertici provinciali del PD:

Al segretario provinciale dell'ex partito dei Democratici di SinistraSergio Blasi

All'on. Teresa Bellanova
All'on. Cristina Conchiglia-Calasso
Ai compagni di Copertino

Oggetto: sezione PCI di Copertino.

Le scrivo per esprimere il personale disappunto sull’ occupazione della storica sezione del PCI da parte del nuovo Partito Democratico.

La sezione di Copertino, come Lei ben sa, rappresenta il più importante pezzo di storia del PCI della provincia di Lecce. Nella storia del PCI, la sezione di Copertino ha sempre avuto il peso di una federazione parallela per il suo prestigio ed il numero degli iscritti.
Nelle discussioni più animate, quelle più difficili, nelle scelte storiche, il peso della sezione di Copertino è sempre stato rilevante proprio per la sua storia di esercizio di democrazia e civiltà. Frequente era la domanda dei vecchi dirigenti politici nei momenti più cruciali: ''E Copertino che ne pensa?''. Riteniamo che quella sezione dovrebbe essere utilizzata come centro studi o centro di ricerca politica da intitolare a Giuseppe Calasso, quanto meno. Ma se nessuno ha avuto la sensibilità di aprire almeno un minimo di dibattito su questa storia, in preda a dimenticanza o voglia di voltare pagina, è con un certo sconcerto che vediamo spuntare l'insegna ''Partito Democratico'' dove un tempo vi era un simbolo cui, piaccia o non piaccia a qualcuno, almeno chi Le scrive è ancora molto legato e mal si riconosce nel ''nuovo'' soggetto politico.
Siamo d'accordo per la necessaria fusione tra le due componenti, ma a Copertino chiediamo che il PD, se quella deve essere la sezione, paghi un congruo affitto alla proprietà del PCI.
Non si può non evidenziare come con sconcerto apprendiamo che in quella palestra di democrazia e civiltà, alcuni esponenti dell’ex Margherita abbiano aperto le danze della fusione con schiaffi e pugni. Di questo è al corrente l'intero paese. Allora mi sia consentito domandare: oltre al carico di rozzezza ed inciviltà di alcuni suoi esponenti (inedite nella storica sezione dell'ex PCI) quale è l'apporto materiale della Margherita al PD?
Quella sezione è stata acquistata con i contributi volontari di braccianti e contadini poveri (alcuni di loro si privarono di un pezzo di terra che misero in vendita per l’ acquisto della gloriosa sezione) in nome di un’idea che non può essere consentito a nessuno calpestare!! Alcuni di questi ''nuovi'' esponenti del PD per una vita hanno sputato veleno e calunnie su quella storia. Oggi deambulano indifferenti tra quelle mura. Hanno soldi a sufficienza per pagare un affitto. Basti pensare alle ricche indennità di carica che intascano (immeritatamente) gli attuali amministratori della città che al ''nuovo'' PD fanno capo. Propongo che con quell?affitto si dia vita ad una fondazione intitolata a Giuseppe Calasso, per promuovere studi sul mezzogiorno e promuovere le pratiche di buona amministrazione. Di cui a Copertino vi è immenso bisogno, soprattutto all?interno del ''nuovo'' PD.

Luigi del Prete

martedì 15 aprile 2008

Pippa Bacca



di Mauro Marino

D’arte si muore.

Dobbiamo ricordarla Pippa Bacca. E’ nostro profondo dovere, ricordare la leggerezza, l’incanto che portava, la carica e l’energia del suo progettare. L’ironia con la quale nutriva la sua maieutica.

Che idea, viaggiare vestita da sposa sino in Palestina. Sposa di pace! Il suo corpo testimone, insegna, “convertitore” di senso. Santo il suo corpo! Santo! Non fu Francesco a fare il cammino per portare il messaggio della Pace? Quanti altri come Lui, come Lei?

L’hanno trovata sotto un leggero strato di terra, Giuseppina Pasqualina di Marineo, violentata e strangolata. Un terribile fatto di cronaca. Un consueto fatto di cronaca. La madre di Pippa, Elena Manzoni, ha detto che una cosa così poteva capitare anche a Milano.

Cose così capitano a Milano, a Roma…

Anche a Lecce, possono capitare cose così. Ne sono capitate!

Proprio per reagire a questo orrore che Pippa Bacca aveva immaginato il suo impegno di artista.

C’è un arte che va alle relazioni, atto e contatto. Non c’è più quel senso provocatorio di tante cose del passato. L’artista si propone non più come elemento di scock estetico e segnico. L’artista non è più eccentrico, separato. L’artista oggi constata e testimonia con la sua presenza la possibilità di altri termini relazionali.

Life art, quella di Pippa, arte relazionale, arte dello scambio simbolico. Arte vita, come una sociologia co-agente. Non separazione scientifica ma coinvolgimento pieno: ascolto, accolgo, traccio l’atto del cambiamento.

Questo era il suo viaggio, era il suo sorriso, il suo viso tracciato dalla fatica.

Questo tentativo, questa necessità di agire per l’altro. Per un cambiamento da nutrire.

Il suo sacrificio speriamo serva a questo.

domenica 13 aprile 2008

sabato 12 aprile 2008

Sotto la cenere, antologia di poeti del Mediterraneo di Luca Pensa ed.

Non amo le antologie.
Non amo le antologie quando non “antologgizzano” proprio un bel niente.
Quando piuttosto che dare corpo a una ricerca capillare e precisa su ciò che si ritiene valido in letteratura, macinando chilometri di libri pubblicati (e talvolta ingiustamente dimenticati), mettendo insieme l’immenso materiale (immenso dev’essere il corpus nonchè il valore) che poi si renderà alle fauci volitive di chi la letteratura la mastica e non la sputa (perchè indigesta), piuttosto dicevo, si pubblicano accozzaglie di “giovani", di “under 35", di “quarantenni" di “50 e più” di “giovani pensionati" di “ospiti di VILLA MARIA" spesso alla loro prima pubblicazione, e così capita pure di sentire durante una presentazione: “non ho ancora pubblicato nulla DI MIO, però sono presente nell’antologia...”......ma per favore, vi prego (sopratutto gli strateghi dei vari editori).
Quando nasceva l’idea di dare un contributo al movimento culturale salentino, attraverso la poesia individuale nella sintesi, ma corale nella sua complessità di stili e afflati, ho aderito con la passione che sono solito usare soltanto nei rapporti sessuali (quando scrissi su Amore Lavati... quella poesia del tale che si addormentava DURANTE un amplesso, mica scherzavo ! ), e quando poi leggo sul risvolto di copertina che VITO ANTONIO CONTE definisce la raccolta non antologia ma COLLETTANEA (mi piace ma che cazzo significherà poi...), capivo che la strada era stata scelta, non da noi, ma da chi ci aveva preceduti e l’aveva tracciata perchè noi la seguissimo, e così forse non è così banale neanche la scelta del posto a LUI dedicato (parlo di Antonio Verri, naturalmente, ma anche di Toma, della Claudia e di chi come loro hanno non solo respirato poesia dagli occhi, ma hanno tracciato talmente tante strade da seguire, per trovare delle risposte, che i poeti a venire per molto tempo ancora avranno un bel da fare a percorrerle tutte !) Bene, io ho detto. Diranno con me AGOSTINO CASCIARO – VITO ANTONIO CONTE – ROBERTO MOLLE – FRANCESCO PICCINNO – TINA RIZZO – AGOSINO VACCARINI.
Sarà la PRIMA perciò saremo tutti un po’ bevuti e le cose dette varranno sino alla fine della sbornia, il resto verrà da solo e l’indomani ringrazieremo con un inchino. Applauso prego. GRAZIE P.E. P.S. Ho comprato la macchina!!!!!!
posso trombareeeeeeeeeee!!!!!!!!!!!

Lu papa Ricky

di Mauro Marino

Se non stai su Wikipedia non esisti. Non basta più internet! Li ci trovi tutto e tutti, Wiki è lo scrigno, la libera enciclopedia, dove si implementa la storia contemporanea, dove trova ordine anche l’ideterminato. Se vai su Wikipedia lo trovi Papa Ricky, il nativo salentino Riccardo Povero, con una nutrita notizia della sua storia artistica: “cantante italiano; artista della scena hip hop, reggae e raggamuffin. Notevole è stato il suo contributo alla diffusione di tali generi attraverso altri canali come il teatro e la televisione”.

Le sue insegne riportavano un coltello e una forchetta. La grafica quella secca ed essenziale tipica delle segnalazioni di utilità. Di coltelli ne aveva una “collezione”, conservati in una sacca molto professionale da chef. Aveva studiato da cuoco all’istituto alberghiero di Brindisi e gli insegnamenti li metteva a disposizione dell’onda nascente di quella che è stata per Bologna forse l’ultima primavera. Riccardo, nel 1990, all’Isola nel Kantiere, in pieno centro, nei locali che erano e che oggi sono L’Arena del Sole, aveva messo su una particolarissima “famiglia”: cucinava e suonava.
Si condivano le prime pietanze della scena hip-hop e raga muffin italiana. I dialetti entravano nelle culture giovanili e aiutavano uno stile “dichiarativo” secco ed essenziale, utile a ritrovare la parola e il senso perduto dell’impegno e della militanza politica.
Lu Papa Ricky sarebbe presto diventato un personaggio mitico, tenace nel difendere la sua autonomia di interprete e capace di modulare un suo personalissimo sentire melodico.
Il “bel canto” gli apparteneva per origini e tradizioni famigliari.
L’ Isola Posse All Star è la “magia” musical-sociologica dove trovano dimora le “neoante” stelle di un segmento della musica italiana tutt’ora vitale e “necessario”.
All stars: tutte stelle d’altronde! Sapevano già di esserlo!
Il futuro non più quello negativo del punk, la parola, le danze erano di nuovo possibili, Stop al panico è il manifesto di una mescla musicale libera di traversare i generi e di coniugarli attraverso i piatti di una consolle oppure dal vivo, lasciandosi aperta la possibilità del fare “cilecca”.
Che grande intuizione: sbagliare, poter sbagliare e ricominciare.
Un concetto che disarticola l’idea di uno spettacolo lindo, confezionato, senza bordi, senza vertigine.
E poi? Poi venne “Lu sole miu” (remake della celebre O sole mio) e Comu ta cumbenatu, poi un movie con Renato De Maria, avventure di tournèe, altri dischi, con sempre la cucina nel cuore. L’arte mai si abbandona!
E oggi, a quarantadue anni Papa Ricky, veteran artist, che fa?
Tesse le fila della sua carriera e porta a compimento una nuova produzione, di imminente uscita, tutta interamente leccese, lo dice con orgoglio, a sottolineare il suo ruolo e quello “ca li vagnuni te la provincia” hanno avuto nella diffusione della cultura ragga.
Canta in italiano e in dialetto, accompagnato da una “gruppita” d’eccezionale capacità esecutiva le migliori e belle voci della scena hanno risposto all’invito, tra tutte quella sorprendente di MissMykela della BleiZone Family, crew che firma anche l’autoproduzione del “disco”.
Ricky canta la sua maturità, la consapevolezza di oggi. Saggio e cinico declina la sua visione del mondo dove l’ironia fa riverberi e sottili tessiture.
Iti tu, raccoglie dei brani in stile “lovers” e un rap in italiano (“l’ho voluto fare in italiano, perché tutti capissero”) duro e graffiante: E cce sacciu ieu.
Una nuova “semplice ricetta” di un pioniere della “black music italiana” che tornato salentino cresce sensibilità ed energie.
Che cosa è se no un veteran artist?

venerdì 11 aprile 2008

“Questo buio feroce” ultima opera di Pippo Delbono


Il teatro della verità

di Mauro Marino

C’è un teatro di verità, dove gli attori portano la grazia di se stessi. Soltanto se stessi, nell’estrema cura e finitura della scena. Questo ha dimostrato l’“eccezionale esclusiva regionale” di “Questo buio feroce” ultima opera di Pippo Delbono, portata in scena lo scorso martedì 8 al Teatro Politeama Greco.
Tutto è bianco. Anche il pavimento.
Una voce dal fuori della scena racconta il pretesto di un piccolo libro trovato per caso e, il viaggio comincia. La morte è la meta.
Comprenderla, accoglierla. Custodirla anche! Che è luce. Pura luce! Tutto bianco, asettico.
Tutto bianco, come un attesa. Due ‘servi’ anche loro in bianco accolgono, accudiscono, protetti da maschere, guanti, scarpe di gomma: sono altro, loro, distanti, non umani.
Siamo in un passaggio. In fondo, si apre il sipario e sfonda nell’ingoio del nero. E’ lì la fine? Non lo sappiamo, c’è un andare e venire. Non c’è fine allora, c’è la molteplicità dei numeri. I tanti noi che ripetono la Storia. Quella piccola che scrive quella grande. Levità e tragicità insieme, sontuosità e perdimento, insieme. Una Butterfly in rosso ha le gambe mozzate siede in carrozzina.
Un uomo magro mostra il suo corpo, si muove piano, ogni cosa ed ognuno è estremamente attento. Lei mostra il suo respirare, soltanto quello, lui, con sorprendente voce e grazia recita e canta “My way”. Non c’è nudità, non c’è ostentazione è il pudore che muove ogni cosa. Con il silenzio che accoglie il venire delle “figure” dove trovi la corporarietà di Caravaggio, di Frida Kahlo, di Francis Bacon, di George Grosz. La macchina scenica serve piccoli oggetti il resto lo fanno i costumi. Non travestimenti ma respiri d’uomini e di donne e con loro epoche, comportamenti, abbissi. Ogni cosa è attenta, attenta, attenta.
Calibrata in una disarmante naturalità. Son proprio quello, non fingono. Semplicemente sono lì.
E un respiro, siamo noi, nello strazio del “non”, nelle stanze bianche della mente, dei sogni dove aspettiamo la “stanza della risonanza”. Il teatro ci fa guardare dove non vogliamo guardare. Il nome! Qual è il nome di ognuno di noi?! Il nome è una danza essenziale che accoglie il suono, lo traduce. Atto del respiro. Il nome è ciò che noi siamo, nella danza della vita! La nostra terra “è una specie di orrore”. “Pietà per la debolezza”, “per chi è sapientemente ridicolizzato, abbandonato”. Tutto scompare guardate. Guardate! Guardatelo! Guardatemi!
Tutto scompare. Non siete ancora stanchi degli “intrattenimenti gradevoli”? Non siete ancora stanchi di voi stessi, della parola, della poesia, della preghiera”?
E’ tutto buio, “un buio sconosciuto, dove non puoi entrare come te stesso” è il nostro Mondo. “L’identità” è “un gioco”. Un gioco e ogni giorno guardiamo la morte, e la morte guarda noi.
Due arlecchini, portano pace e curiosità, sguardi. Pace non ce n’è mai stata! Il dopo della morte è la pace! “Mi sento invadere, e la pace è tutto intorno a me”! Delbono danza, danza, danza, il suo respiro.

domenica 6 aprile 2008

Livio Romano su Fahrenheit

Da lunedì 7 aprile a giovedì 19 aprile compresi, alle 17.30
Livio Romano terrà una striscia su Fahrenheit, Radio Rai Tre per


Fahre Blog



(in seguito scaricabile in podcast)

farà un diario di scuola elementare


La redazione di Fahrenheit:

Antonio Audino,
Giosue' Calaciura,
Carlo D'Amicis,
Felice Liperi,

Clementina Palladini,
Daniela Pirastu,
Rosa Polacco
a cura di Susanna Tartaro
conduce Marino Sinibaldi

giovedì 3 aprile 2008

Visioni del Salento


Pubblica post
"La fabbrica dell'armoni" di Carlo Bevilacqua
sul sito www.farm37.it

mercoledì 2 aprile 2008

I volti, le storie per Milena Magnani

di Antonio Errico

Spesso le storie vengono da lontano, portate dall’esperienza di creature che passano frontiere, che di tanto in tanto escono dalla profondità abissale di un silenzio di generazioni e di secoli, e sussurrano, quasi che raccontassero a se stesse, leggende che sembrano verità o verità che sembrano leggende. Milena Magnani ne Il circo capovolto (Feltrinelli, 2008), racconta storie che vengono da lontano, che rappresentano moltitudini, che dicono di destini, lingue, culture, progetti, fallimenti. Che maturano dentro inverni terribili, inferni quotidiani, nel grande sogno di un circo. Per raccontare storie che vengono da lontano, che nello spazio e nel tempo hanno strascicato dolori, inquietudini, assenze, ci vuole un linguaggio leggero: parole che sanno coinvolgere e avvolgere come se la storia fosse una fiaba, che sanno scrostare la realtà, liberarla dalla sua natura greve, simulare una distanza dai fatti, celare gli appassionamenti, individuare e confondere le differenze per trasformarle in diversità che agisce come valore, come condizione che accomuna gli uomini e le loro esistenze. Per raccontare storie che vengono da lontano bisogna saper andare a cercarle. Perché le storie si rivelano a qualcuno che sa andare incontro. Vogliono che poi si abbia l’umiltà e la pazienza e il tempo di comprenderle nella loro profondità, nella loro essenza. Ma soprattutto: vogliono che si riconosca il volto di colui che racconta. In questa storia si riconoscono i volti. Identità delineate, marcate nelle loro fisionomie individuali e culturali, individuate ( sorprese) negli istanti in cui è azzerato – o almeno molto ridotto – lo schermo di difesa nei confronti del mondo che è fuori, che è oltre, che è altro rispetto al proprio universo di ricordi e di ferite, di parole essenziali e di silenzi. Milena Magnani ha tutta la sapienza del narratore che sa far comprendere senza descrivere: le basta l’accenno ad un trasalimento, ad un improvviso farsi muto, ad un volgere lo sguardo verso lontananze indecifrate. Sa bene che i mondi interiori dei suoi personaggi possono essere compresi soltanto attraverso un processo – graduale o immediato – di compenetrazione, di rivelazione, di assimilazione del senso che si attribuisce ai pensieri e alle azioni, alle rare felicità e alla perdurante memoria dell’orrore. I dialoghi scarni, essenziali, rapidi, rappresentano un metodo di esplorazione del sé dei personaggi. Ma ogni sé è un mondo di significati. La cifra che caratterizza il procedimento narrativo del Circo capovolto è la capacità dei personaggi di rivelare quel mondo di significati non attraverso nuclei tematici e semantici ma con allusioni, elementi secondari, riferimenti marginali. Probabilmente per capire da dove proviene questa connotazione della Magnani si deve ripensare a quel passo del famoso saggio sull’opera di Nicola Leskov in cui Walter Benjamin dice che la fonte a cui hanno attinto tutti i narratori e l’esperienza che passa di bocca in bocca. Poi aggiungeva che fra quelli che hanno messo per iscritto le loro storie, “ i più grandi sono proprio quelli la cui scrittura si distingue meno dalla voce degli infiniti narratori anonimi”. Ecco. L’esperienza. La voce. Milena Magnani dà voce all’esperienza. E l’esperienza dei suoi personaggi ha la voce dell’emozione e dell’esperienza della memoria che scava nel tempo, che cerca di comporre – o ricomporre – i particolari delle storie di ciascuno in una storia complessiva, ogni identità esistenziale in una identità culturale. Questo racconto dimostra – o ribadisce- che la narrazione può anche modificare il passato: può rendere in qualche modo giustizia, oppure giustificare, oppure riuscire a dimostrare colpe e ragioni, le verità e le menzogne, la banalità del bene e anche quella del male. Spesso, in questo libro, il racconto è un resoconto, un modo di dare senso ( e forse di cercare il consenso) per quello che si è fatto o non si è fatto, si è detto o si è taciuto, si è osato o si è trattenuto. Lo stile di Milena Magnani si caratterizza anche per la capacità di trasformare in ordinario, in consueto quotidiano, tutte quelle situazioni che hanno, in realtà, le caratteristiche della straordinarietà, che scardinano i codici dell’opinione comune e del comune senso della storia. Il reale e l’immaginario, e soprattutto quella condizione che consiste nella combinazione sapiente dei due elementi, danno a Milena Magnani i testi, ma anche i pretesti, per un giudizio indiretto sulla storia e per una pietà nei confronti dei destini individuali e collettivi. Così le vicende dei suoi personaggi si intrecciano, si sovrappongono, a volte si confondono, si ripetono, ritornano, seguendo una struttura circolare che rappresenta i percorsi dell’esistenza e i ricorsi della storia che non si ripropongono mai in maniera identica ma con il cumulo delle varianti provocate dal tempo e dall’esperienza che brucia.

martedì 1 aprile 2008

Dialogo sulla scrittura con Livio Romano

di Elisabetta Liguori

In un lento avvio di primavera mi trovo a parlare di scrittura con il mio amico Livio Romano, scrittore notissimo e di grande verve, nell’ultimo periodo alle prese anche con scuole di scrittura creativa principalmente rivolte al territorio salentino. Inerzia, impegno, follia? Non è la prima volta che ci ritroviamo a ragionare su questo. Siamo gente nata nel 1968, noi, gente che non riesce a dimenticare gli anni ottanta, gente che adora parlarsi addosso, che si racconta le cose per non dimenticarle e avere così l’impressione di vivere più a lungo. Gente da sempre ferma sulla soglia della Camera della propria Infanzia, come qualcuno la chiama: un piede fuori ed uno dentro.

Sei mai riuscito a capire davvero perché continuiamo a scrivere? Perché scegliamo una storia invece di un’altra, ugualmente possibile, ugualmente memorabile? C’entrano davvero qualcosa i lettori, l’età, la solitudine, il vuoto di verità, il bisogno di salvarsi la vita?

Si può dire e si è detto tutto e il contrario di tutto, sulla scrittura, ma sostanzialmente io credo che scrittori si nasca, tutto qua. Se scavi nella biografia di ogni autore scopri che componeva poesie, articoli, storielle già a otto anni. È la necessità di esprimere un fatto, un episodio, una sensazione attraverso una particolare, originale, esclusiva voce. La quale si affina crescendo ma che davvero non può fare a meno di “parlare”. Sì, c’entra il bisogno di salvarsi la vita, ce lo diciamo sempre, c’entra eccome! È il bisogno anzitutto di raccontarsela in un certo modo, di raddrizzare la realtà a nostro piacimento. Lo scrittore vero poi scrive sempre. Non è una facile tautologia. Colui che vorrei-ma-non-posso-perché-mi-blocco semplicemente non è uno scrittore. Nei corsi di scrittura consigliamo di non fermarsi mai a pag. 3 ma di andare avanti almeno fino a pag. 10. E gli allievi son sbigottiti. “Ma se io a stento arrivo a metà pagina”, dicono. Scrivere si nutre anzitutto di tutto quello che hai letto, ma anche di quello che hai già scritto. Di come s’è modificata quella voce che a tutti i costi chiede di prendere la parola. La scelta della storia da raccontare, poi, è La Questione. Tu sai bene che son le storie che scelgono noi per essere raccontate. Intorno ai vent’anni la tua poetica è già bell’e fatta. Quell’insieme di stile e materia che trasformi in narrativa: è là che attende solo la restante parte della vita per essere modellato a pieno. C’è chi è attratto dai rapporti familiari, chi dalle storie di impegno sociale, chi dall’amore e dall’odio. Ma quello che decidiamo di raccontare è sempre una sfumatura, una zona d’ombra di queste circostanze esistenziali. Se dovessi riassumere la “mia” storia standard, direi che c’è sempre un forte conflitto fra moderno e arcaico, fra quello che avremmo voluto e quello che è stato, fra miseria e nobiltà (spesso, queste ultime, messe in scena in senso assolutamente non metaforico). Oh, quanto ci sente meno soli quando si plasmano questi personaggi di carta e li si installa sul palcoscenico verbale. Quante volte sono venute a farti compagnia anche nei sogni le tue donne, quelle alle quali hai dedicato gli ultimi due anni della tua vita, Elisabetta? Quanto le hai amate e detestate? Se lo scrittore non prova sentimenti fortissimi nei confronti dei suoi stessi personaggi difficilmente il lettore vi si immedesimerà…

Credi che la scrittura sia una buona compagnia? Per quel che mi riguarda, mi rendo conto che, da quando tutta questa storia è cominciata, mi ritrovo sempre più spesso a trascorrere le mie serate sul divano: io e i libri da leggere, quelli già letti, quelli scritti, quelli da scrivere. La scrittura ci può bastare, cosa esclude, cosa aggiunge?

La scrittura è una/un amante nel senso letterale del termine. Antonio Errico una volta ha scritto che nasce sempre da un furto di tempo, ed è vero. Togliamo tempo ai figli, a nostri amori, al piacere, all’aria aperta, al lavoro. È un continuo sentirsi in colpa, inadeguati. Scrivi, e ti senti in colpa per aver sottratto tre ore al rapporto coniugale. Non scrivi e ti viene l’angoscia per quel passaggio che devi concludere e che –mentre provi a vivere- continui a riscriverti in testa nelle forme più svariate. Però se è vero, ed È Vero, che leggere moltiplica esponenzialmente la quantità di vita che ci è concessa, anche scrivere arricchisce la nostra esperienza. Perché puoi provare a piacimento tutte le combinazioni che nella vita reale non ti è stato dato di verificare.

Per quel che mi riguarda, è la gente conosciuta attraverso i libri quella che mi ha fatto crescere davvero e questa circostanza casuale mi sembra la parte più bella del gioco. Che rapporto hai tu con i tuoi lettori? Ci sono quelli fissi? Quelli occasionali? Quelli preferiti?

Sì, è la parte più bella: son d’accordo con te. Se non fosse così non si spiegherebbero le decine di manoscritti che ogni santissimo giorno arrivano in ciascuna casa editrice italiana. Sentirsi uno scrittore è uno dei tanti modi di “sentirsi” tout court. Giorni fa Marco Candida ha raccontato di un anziano che gli ha consegnato un manoscritto (di nessun valore letterario). Commentava che quel gesto, quella consegna per quell’uomo aveva il sigillo della consacrazione ontologica. “Ti do questo scritto, dunque sono”. Figurarsi poi se si arriva alla pubblicazione. Ma al di là di questi aspetti pittoreschi, la vera legittimazione a continuare viene soltanto dai lettori. Dal feedback che ne ricevi, se mi permetti di usare questa parola immonda. Sono un uomo fortunato. Ho molti lettori affezionati e devoti. Gente che si è riconosciuta, che addirittura ha fatto delle scelte esistenziali fondamentali dopo aver letto un mio racconto. Giovani donne e giovani uomini che mi scrivono da ogni parte d’Italia (a volte anche da posti molo lontani come la Francia o gli Stati Uniti) perché hanno riso (e a volte pianto). Ecco, il mio lettore preferito è quello che ha riso insieme a me delle vicissitudini dei personaggi. Ché è chiaro che sono io il primo a sganasciarmi quando metto in scena una situazione grottesca.

Dall’esperienza della scrittura è nata la nostra amicizia. Guardati, guardami. Le nostre voci letterarie in questi ultimi anni, come spesso mi dici anche tu, si sono avvicinate, scontrate, confuse, poi allontanate, confrontandosi di continuo con i tempi e i luoghi che viviamo separatamente. Ridendo come pazzi: così abbiamo scritto entrambi. Tanto. Sempre. Come cambia secondo te la voce di chi scrive, cosa la condiziona? Saranno mai davvero utili le nostre risate da bambini?

Com’è noto, Palazzeschi invocava “lasciatemi divertire!” “Queste piccole corbellerie / sono il suo diletto […] non è la vostra una posa,/ di voler con così poco / tenere alimentato / un sì gran foco? […] Il divertimento gli costerà caro,/ gli daranno del somaro”. Niente di più tragicamente vero, mia cara. Tu e io siamo amici, ci raccontiamo un sacco di storielle, le trasfiguriamo e ci balocchiamo con queste “correzioni” della realtà (per dirla con Franzen). Ma il dato di fondo, nei racconti che ci scambiamo –siano essi racconti realmente funesti oppure comici- è la necessità quotidiana di avere un pubblico che ascolti le storielle filtrate dalla nostra peculiare vocina narrativa. È chiaro che la narrazione si nutra, oltre che dei racconti scritti, anche e soprattutto di quelli orali. Io ascolto te, leggo te e mi metto al pc ed è inevitabile che uno stilema tuo vada a finire fra i miei polpastrelli. Ed è chiaro anche che, mentre scrivo queste cose, mi scappa da ridere perché mi pare che mi stia prendendo dannatamente sul serio e non è da me. Lo dici tu, poi, no? Che scrivere, bazzicare questo circo è un modo di prolungare (o di vivere ex novo) un’adolescenza infinita. La moglie dell’amico di Mickey, in Philip Roth, gli dice a un certo punto: “Hai una mente da bambino di tre anni imprigionata in un corpo da vecchio”. La pagheremo, come dice il Poeta? Sempre nel “Teatro di Sabbath”, Roth non “concede” neppure la morte bramata al funambolo (somaro) empio. Rimane lì, nudo, a rabbrividire del Vuoto dopo aver sogghignato per tutta la vita…