domenica 9 marzo 2008

Il mio nome è Brian




di Mauro Marino


“…si accorse di quel pianto silenzioso e ne fu sollevato”


L’inizio è denso di mistero, le tinte di un noir; c’è il corpo d’una vecchia, uno scenario spettrale dove il vuoto e il vento regnano, un camper sgangherato, la Cadillac del tenente e la stanchezza per una routine senza più emozioni. E poi…?
Poi qualcosa si muove: “Ehi! Vieni giù! dai vieni… non ti facciamo niente, sai?”.
Uno scoiattolo bambino, una “specie” di bambino, che ci porta in un'altra suggestione: i bellissimi film che François Truffaut ha dedicato al mondo dell’infanzia, sicuramente tra i più affascinanti e complessi che si possano incontrare nella storia del cinema.
Il film con cui esordì, “I quattrocento colpi” (1959), era incentrato sulla figura di un ragazzino che, completamente abbandonato dalla famiglia e dalla società, si affacciava faticosamente e in solitudine alla vita adulta. Ma se ne “I quattrocento colpi” eravamo di fronte a un adolescente privato principalmente dell’affetto, nel “Il ragazzo selvaggio”(1969) al piccolo protagonista, Victor, manca quello strumento basilare per entrare in contatto con il mondo che è il linguaggio. La sceneggiatura è tratta da due rapporti compilati per il governo francese dal dottor Jean Itard ai primi dell’Ottocento. Victor è un essere naturale, che ha perso la sua vera madre (probabilmente è stato abbandonato all’età di tre, quattro anni nella foresta perché illegittimo) per trovarne un’altra: la natura. Il dottor Itard, dunque, si propone come figura paterna a tutti gli effetti, anche nel senso psicanalitico del termine: egli è colui che tenta di strappare definitivamente Victor al suo stato di vita simbiotica con la madre-natura.
Ecco, il Victor/“Peter Pan” che Laura La Penna ci fa incontrare è tutto dentro questo complesso di mancanza. L’affetto e la perdita della lingua. Ma, in un ‘autismo’ strategico: “Peter Pan”/Brian è presente, osserva, valuta, attende disposto a svelasi.
Pratica una rimozione (o una smemoratezza) che è in realtà un trattenimento della verità nella ricerca della fiducia, dell’affidamento, di una “normalità” interrotta.
Scopriremo che Laura La Penna ci racconta con un narrare disteso, estremamente attento al ‘dover dire’, la storia di un’iniziazione alla vita. Iniziazione come perseguimento dell’identità e identità come costruzione relazionale.
L’imprinting è prendere forma. In etologia e psicologia è la forma di apprendimento di base, che si verifica in un periodo della vita detto ‘periodo critico’ quando si è predisposti biologicamente a quel tipo di apprendimento. I primi studi sull'imprinting vennero fatti da Konrad Lorenz su delle oche: egli studiò come esse subito dopo la nascita identificano la propria madre nel primo oggetto o persona in movimento che vedono.
Già, la propria madre: nido, recinto della prima socializzazione, dei primi affetti, dell’affidamento.

Ma…, non possiamo qui svelare. E’ inopportuno toglie alla lettura il fascino, l’avventura, lo scopo! Qui c’è da dire le qualità di questa scrittura, d’un sogno ad occhi aperti che si figura luoghi e paesaggi ed ispira e muove l’autrice, d’una scrittura orfica, ‘dettata’, venuta in dono che si è trasformata in un romanzo bellissimo ed intenso nelle sue implicazioni e nei suo ragionamenti sull’educare, sul crescere, sull’amicizia, sull’innamoramento, sulla fuga.
La storia di un ragazzo ‘selvaggio’ che sa arrampicarsi in alto, come se nell’alto di un armadio o di un albero trovasse il distacco dallo sgomento, trovasse nel ‘volo’, la pace, un orientamento. “Stette due giorni nascosto nel bosco. Al freddo, arrampicato su un albero come quando era stato trovato qualche anno prima. Era la sua reazione alla paura! L’albero per lui era la casa, la sua protezione: a cavalcioni su un ramo abbracciava il tronco posandoci sopra la guancia e bevendone l’umidità che trasudava”.
Ma “Mi chiamo Brian” è anche la storia di un educatore, di un prete con i suoi timori, le sue speranze e le sue sfide. La storia di una comunità che si confronta e si misura col mistero dell’accogliere. Una storia dove il pianto è comunicazione piena, strumento d’incontro, di comunione e di profondo svelamento. Una storia dove c’è un ‘lieto fine’ non consolatorio che ‘trattiene’ il dolore d’una esperienza di perdita che matura in tutti i personaggi, come linfa necessaria dello stare a vivere: “Il dolore spesso ci è amico e consigliere. (…) Non bisogna averne paura, anzi, dobbiamo imparare ad ascoltare i nostri dolori, quelli del corpo e quelli della mente, dando loro la possibilità di agire fino in fondo. (…) Se avremo il coraggio di passarci attraverso, ogni esperienza vissuta, anche la più drammatica, ci apparirà sotto un’altra luce e guarderemo in modo diverso anche i nostri rapporti personali”. Il mondo è questo strano impasto il pianto e il sorriso. Il pianto e il sorriso!!!

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