mercoledì 30 gennaio 2008

Il gioco dell'uva nera


di Antonio Verri

(A Rina e Aldo il mattino dopo)

Ecco, guardo il niente stamattina
dal vetro di un treno spargo neve
col fresco che fruscia nel silenzio...
mi chiedo, caro Aldo, come concertare
lo strazio, le multicolori occasioni
le ossessioni legate alla scrittura
i giochi della mente, lo stupore...
ma il mattino riempie gli occhi
la bocca indica come non mai
complicità
voracità tessute in uno specchio...
questa solita serenità scomposta
cola in rivali dalla tettoia per Sciaffusa
di carbone.
Proprio un'armorica?
Si.
E non è perdita del gioco, cara Rina
se la parola non tiene più col cuore?

Eppure sarebbe bastato ieri sera
scostare per un attimo i velluti del teatrino,
il tempo di regolare coi segni
(che già sono un assurdo)
lo scompiglio di un caldo predatore
che dispensava boccacce, a noi boati
ritto sulla dignità di un praticabile
irritato dal nostro ruolo nella vita...


Lecce. 19 dicembre 1984

lunedì 28 gennaio 2008

Di parole capriola


E' in uscita
Il Ritorno dell'Ofisauro
prima raccolta di versi di Gioia Perrone
per la collana di poesia I voli de I Libri di Icaro


Di parole capriola
di Mauro Marino

E’ poesia che rotola questa, di parole capriola.
Presa dal fantastico racconto che sfonda il giorno, la lingua, ogni ordinario.
Parola gioco e vertigine: accolta, presa da un flusso visionario mischia luoghi e spostamenti e fughe.
Senti voci che strillano rauchi ‘tanghi’ al non so. A ciò che manca!
Trovi il taxi di De Niro lungo la strada dei guaglioni e Sakamoto, con un play, fa bolla, nella folla! Sotto sotto puoi sentire l’Enzo Jannacci e squillanti d-e-j-a-v-u, nei non sense, nei paradossi, nei voli. Ma confusi confusi, solo un infastuazione come di nuvola… lei è più sottile, perspicace, furbetta nella svolta, nel tagliare l’angolo per fare piroette, capitomboli, salti e larghe risate con la lingua.
Poesia femmina! Stropiccio di lenzuola con i voglio e i vorrei, gli “oh!” d’ogni stupore e quelli del venire.Quelli del correr via e dell’affronto.
Quelli che il tempo non lo sanno intero, lo fanno, nella rincorsa mischiando respiri con gli affanni.
Gambe velate di rosso e un gonnino tagliano la città dentro rincorse che sempre trovano “senso”! Ed è motivo di gloria nell’epoca del “non”, del mai trovare un senso! Cosa non da poco in questo incivile senza verso, fare parola, dire leggerezza!
Li la chiave per amare il poetare di questa poeta! Il suo indeterminato, il volo.
“Camminavo come un esercizio di equilibrio, / una ricerca lessicale in un calderone di sera / che era il profumo dei cappotti / e il riflesso di sguincio sulla vetrina. / Nulla che fosse umido, sanguigno, ma di opalescente vaghezza / un grigio passo di bacinella.” Scrive.
“…Un grigio passo di bacinella. Ma cos’è? Che significa, che vuole dire?”
Chiede, accanto, il correttore! Cosa rispondere? “Ma nulla, nulla o chissà cosa!”
Rimani nello stupore, nel ritmo, nel piacere, nel paradosso. Sei certo che la significazione, debba essere della poesia? E se far chanson è puro abbandono? Lasciarsi, inseguirsi sino al punto, all’esclamativo, al punto di domanda?
Così è questo scrivere: un perdimento! Un tempo fermato e fugace! L’impressione d’un bianco e nero. Della nostalgia che brucia e scalda e smuove… “E’ da giorni che te lo dico (....). Ho fatto sogni. Ho preso a trascrivere i sogni, ma spesso non rimane che un senso di caos, un arruffarsi e nient’altro. Se potessi fotografare anche quelli... Tu mi dici di questa malattia di scattare le foto, mi dici che scatto e scatto, ma quand’è che vivo lo scatto, quand’è che mi faccio scattare? Ho bisogno di fermare tutto. Ho bisogno di fermare, fermare. Anche Brunel si è fermato, non vuole fare nulla senza un mio accenno, senza un destino e un progetto. Ma io non tesso progetti, non sono progettuale, io butto, io spargo, al massimo, per rimediare, fermo. E Brunel mi dice tutto ma senza l’audio. Con le Malboro e il bavero alzato. (...) con quale gelido distacco il passante alla mia destra noterà il mio corpo muoversi, sparire dietro la pupilla?”.

venerdì 25 gennaio 2008

Giornata della Memoria 2008

Qualche anno addietro, per un’altra giornata della memoria, ho preso a prestito la memoria di alcune persone a me care per capire quel che non ho vissuto e ricordare, con chi portava segni indelebili di quei giorni, a chi non voleva vedere, che l’olocausto è stato ma non è uno solo. E ho scritto

NONOBLIO

…non ero ancora nato (…) Mio padre era poco più di un bambino,

ma già sapeva di fame e di guerra e di altere atrocità.

Ringrazio mia madre che, per prima, me ne ha parlato.

E un uomo di una certa età che, un giorno,

con le dita della mano sinistra ingiallite, mi offrì un’alfa senza filtro,

prima di dirmi di altre bestie, circondate da camici bianchi,

divise meno immacolate e filo spinato.

Stava cercando ancora l’uomo ch’era stato…

Non so se ci è riuscito, però mi ha insegnato che non dimenticare

significa continuare a scandalizzarsi, anche per molto meno.

Non dimenticare significa indignarsi ogni volta che qualcosa non va.

Non dimenticare significa, soprattutto, ribellarsi,

anche se la forza sembra mancare.

Quell’uomo mi ha insegnato che per non dimenticare

si deve riuscire a comprendere…

Non puoi fuggire l’orrore, mi diceva; non puoi ignorarlo…

Perché non scivoli nell’oblio, devi conoscerlo fino in fondo;

se vuoi renderlo visibile, mi diceva, devi capirlo.

Devi capirlo, per denunciarlo.

Dev’essere un orrore tuo, mi diceva, se vuoi mostrarlo e dirlo.

Ricordati di me per vedere gli orrori di sempre, mi disse l’ultima volta,

mentre consumavamo un caffè; ti basterà alzare lo sguardo,

mi disse a bassa voce,

perché le strade sono piene di gente che sta male…

Nonoblio è finito in una raccolta poetica pubblicata tre anni fa… Perché il titolo di questi versi continui ad avere un senso mi sembra giusto ripeterla a me stesso e riproporla a quanti vorranno leggerla, ma soprattutto ricordare Nino, che quei versi ha ispirato e che ora… (ve lo dirò un’altra volta), nel GIORNO DELLA MEMORIA.

giovedì 24 gennaio 2008

Una palestra per la salute mentale

da un gruppo di utenti del Centro Diurno del C.S.M. di Lecce


Siamo un gruppo di utenti del Centro Diurno del Centro di Salute Mentale di Lecce.
Sappiamo che da gennaio i nostri operatori dei Centri Diurni hanno i contratti scaduti, che forse per pochi mesi, come succede da anni, gli prorogheranno la convenzione, ma sappiamo anche che il vero ostacolo è la difficoltà nel riconoscere il loro ruolo. Loro sono creativi, artisti, organizzatori di eventi culturali come mostre e incontri di lettura fuori di qui, loro non sono operatori sanitari!
Noi oggi ci siamo riuniti a scrivere perché vogliamo restare così, perché vogliamo informare la cittadinanza riguardo il nostro modo di fare “riabilitazione psichiatrica”.
Noi non la chiamiamo riabilitazione, ma “palestra di vita”, perché se la vita con i suoi insegnamenti e le sue esperienze è un’università per tutti, anche noi ci esercitiamo a farne parte.
La nostra “malattia” (che a volte inizia con un episodio di depressione) non è una malattia irreversibile o contagiosa, ma un momento, forse, di disperazione, legata ad alcuni inconvenienti della vita e ad una eccessiva sensibilità.
La malattia mentale non sarebbe irreversibile se la gente non avesse paura di noi, se la gente non smettesse di credere nelle nostre capacità, se non ignorasse che persino i momenti più terribili oggi possono essere prevenuti o fermati da numerosi modi di cura, come anche il farmaco.
Ma il farmaco non è tutto. Perché anche quando i sintomi si sono alleviati i veri problemi, la vera malattia, il tunnel senza fine, continuano nel momento in cui la gente inizia a giudicare e a isolarci, spingendoci a restare al riparo nelle nostre quattro mura, o peggio nel nostro letto! Strano! visto che i dottori dopo che ci hanno prescritto i farmaci ci consigliano di uscire, di non lasciare da parte i nostri impegni, stare insieme agli altri. Socializzare appunto.
I referenti della socializzazione però non possono essere i nostri medici o le figure degli ospedali che incontriamo per appuntamento per curare la malattia... ma quegli operatori che sanno fare altro, che riescono a stimolare le cose belle che la malattia ha interrotto, quei pensieri che ci danno emozioni positive, come per esempio la fantasia e la creatività, che tutti usano quando vogliono rilassarsi.
Sono ormai tanti anni che questi Centri Diurni ci offrono la possibilità di riabituarci alla vita con ottimi risultati attraverso l’attivazione di laboratori espressivi. Le nostre operatrici non sono personale sanitario, ma sono i nostri collaboratori della fantasia, della creatività, della costruzione di tanti momenti di vita nuovi.
Noi l’abbiamo già detto: ignoriamo le leggi del lavoro ma conosciamo quelle del cuore e dell’anima e sappiamo di non essere soltanto persone da curare (a questo ci pensano già i nostri medici), ma persone che hanno bisogno di emozioni, esperienze belle, partecipazione ad eventi che possono arricchire il nostro presente di tutto quello che il passato ci ha tolto.
Forse noi che abbiamo conosciuto la sofferenza siamo più aperti a sviluppare emozioni di chi non ha mai sofferto.
Così oggi, dopo gli ultimi avvenimenti che riguardano la scadenza del contratto delle operatrici dei nostri Centri, abbiamo deciso di scrivere perché anche noi vogliamo dire la nostra. Perché quello che noi pensiamo non ce lo sta chiedendo nessuno.
Noi rivolgiamo il nostro messaggio a tutti (medici, organizzatori di eventi culturali-artistici, operatori, politici, ecc…) ma anche a chi non conosce veramente il nostro problema e il motivo della nostra proposta: la persona della porta accanto. Proprio quelli che hanno paura di noi! Quelli che con l’arte e la psichiatria non c’entrano niente. Quelli che non ci conoscono ma ci osservano, quelli che non sanno neanche che cosa facciamo nei nostri laboratori, quelli che non hanno voglia né tempo di visitare le cose che organizziamo. quelli che qualche anno fa erano per la riapertura dei manicomi.

mercoledì 23 gennaio 2008

Su "Fiabe come rondini" di Eliana Forcignanò (Lupo editore)

Chi ha bisogno di Harry Potter?

di Elisabetta Liguori

I nostri figli hanno bisogno delle fiabe oggi?

Da donna moderna quale aspiro ad essere, da donna che vuol sentirsi al passo coi tempi, da donna che spesso arranca e questo passo sincopato ancora non lo ha compreso del tutto, io me lo chiedo di frequente. E poi si fa presto a dire fiabe. Quali fiabe? Non tutte le fiabe sono uguali, questo è evidente, sebbene qualcosa le accomuni. E se è vero che certe narrazioni di genere antico sono e restano espressione del Senso dei popoli; se è vero che, come lo stesso Freud sosteneva a proposito dell’Interpretazione dei sogni, esiste un nesso forte tra la psiche degli uomini e le fiabe che l’affollano; se è vero che l’immaginazione fantastica è indotta, frustata o esaltata dal quotidiano, allora la risposta non può che essere positiva.

I nostri figli ne hanno bisogno.

Questa necessità è estendibile a tutte le fiabe del mondo? Vediamo di capirlo.

Io cerco il fantastico. Perché è poi questa la chiave per distinguere ancora oggi la Favola (quella che si limita a raccontare una storia più o meno bene, con una morale più o meno efficace), dalla Fiaba in senso stretto. Il fantastico appunto. Una dimensione dell’altrove impossibile, eppure verosimile. Vicina. E’ di quello stupore convincente che i nostri figli hanno bisogno. Ed io con loro. E tanti come noi. Questo spiegherebbe, almeno in parte, il fascino suggestivo ed il grande successo editoriale della letteratura fantasy, dalla scopa fumante di Harry Potter, all’armadio bidimensionale di Narnia, fino ai draghi sentimentali di Eragon.

Per questa stessa ragione sono lieta che Eliana Forcignanò, giovane giornalista leccese, abbia scelto di esordire in questi giorni con il suo “Fiabe come rondini” per Lupo editore e il Fondo Verri: una scelta che oggi mi appare coraggiosa, quanto necessaria. La scelta della via fantastica, appunto.

La vita delle madri (e dei padri) è spesso costellata di storie di tutti i tipi. Anch’io ne ho cercate e trovate a valanghe in questi ultimi anni, così che ora sono ovunque nella mia casa, aleggiano come spiriti, fuori e dentro i miei farfugliamenti materni, dimorano tutte insieme nella stanza nella quale io continuo a rifugiarmi coi miei bimbi al buio della sera per tentare di avvicinare, con più leggerezza, idee comuni e vaste come quella del futuro, della morte, del dubbio, dell’imperfezione. Ogni volta che al mattino mi avvicino ai letti dei miei cuccioli c’è sempre un sorcio parlante che mi dà il buongiorno, mentre un cavallo alato protesta perché è troppo presto. E persino i quaderni sbuffano nelle cartelle.

Forse anche Eliana vive in una stanza come la nostra. Anche lei, nelle sue storie, racconta di un sé, disperso e fluttuante in universi fantastici, unici e personali.

E lo fa come se avesse un occhio da vecchio e uno da bambino.

Ecco, secondo me, sono proprio così gli occhi dei veri narratori di fiabe. Due occhi opposti. Atemporali. Mi pare che questo abbiano fatto, e continuino a fare ancora oggi, tutti i raccontatori di fiabe: cogliere il mondo attraverso una specie di strabismo onirico e terrestre, così da descrivere le cose che sono state e che saranno, interpretandole secondo le regole di un universo che mai sarà. Non una capacità comune. Forse un difetto di percezione.

Eliana ha questo splendido difetto.

Otto fiabe per diventare adulti, le sue.

Tanti modi sono offerti agli uomini per crescere, la fiabe da sempre sono uno di questi. Una strada semplice ed incantevole in cui ogni piccolo eroe senza risposte può cimentarsi coi giganti e uscirne sorprendentemente vivo. Quasi una fede da costruire. Cosa altro c’è, a pensarci bene infatti, al fondo di tutte le religioni del mondo, se non un’ idea come questa? Cosa alla base di ogni forma di spiritualità? Cosa se non il fascino rassicurante di una fiaba per sopravvivere e cambiare? Uno stupore finalmente rassicurante? Il desiderio di soluzione, futuro, pacificazione, meraviglia? La terra di Non so, abilmente raccontata in una delle fiabe di Eliana dal titolo “Le tre bottiglie”, è espressione perfetta della dimensione ambientale e spirituale del Dubbio con la quale tutti, adulti e bambini, siamo oggi chiamati a confrontarci. In questa storia la maturità arriva non da un padre, da un maestro, da un codice, ma dal mare. La verità qui non è imposizione, violenza, guerra di potere o indottrinamento; è invece riconoscimento dei propri limiti, esercizio di modestia, lunga arrampicata solitaria.

Sono tutti così gli eroi di Eliana: imperfetti.

Il re che non ha risposte per i suoi sudditi, la bambina allergica alla virgola che non può andare a scuola, la fata brutta a cui nessuno dà credito, la donna esageratamente bella che ha paura di perdere la libertà, il sovrano che non sa amare, lo scienziato che non vuole uscire dal suo laboratorio per paura di vivere, l’inquieta Linda che vive in un mondo igienicamente protetto ma fa la pipì nel letto. E molti altri: imperfetti, ma instancabili.

In una società che vuole costruire uomini futuri assoluti, con un Io meravigliosamente gigantesco e cieco, all’interno di famiglie che nutrono i propri figli a pane e perfezione, prepararsi per tempo al fallimento, all’incertezza, accettarla in anticipo come possibilità potrebbe significare assicurarsi una dignitosa sopravvivenza futura, garantirsi un risparmio certo domani sul costo dello psichiatra.

Un risultato importante, io credo.

Ma allora torno a chiedermi: abbiamo bisogno di tutte le fiabe allo stesso modo?

A mio parere, quello che rende una fiaba diversa dalle altre è il fine. La capacità di creare un mondo per un fine. Se un racconto mira al potere, al successo personale, alla suggestione, non può che essere fonte di violenza o artificio, se invece punta alla Felicità, alla trasformazione e alle sue rondini strane, allora, è di certo una buona fiaba. In una delle storie di Eliana la Felicità è una donna malata, che se ne sta, sdraiata ed esanime, ai bordi della città in attesa di essere accolta e riconosciuta da qualcuno. Come tutte le donne, non è una matassa facile da sbrogliare. Una caso interessante ma complicato. Quella donna per guarire cerca l’autenticità dell’Essere. Un’autenticità senza altri fini, quella dimensione cioè concessa a volte solo alla poesia.

È quella Felicità il fine delle fiabe di Eliana. Il loro vanto fuori dal tempo.

E’ sorprendente, ma le fiabe di Eliana, pur non provenendo da antiche tradizioni popolari, raccontano quella ricerca lenta ed affannosa con la levità delle rondini migranti e il fardello dei secoli. Tra le sue pagine il futuro incontra il passato e si riempie di meraviglia e potenziali trasformazioni. Non si deve fare altro che restare ad ascoltare.

Santeria



di Giuseppe Fontefrancesco

lunedì 21 gennaio 2008

Frammenti per Vittorio Bodini


di Antonio Errico


Come un grande amore. Così come accade per ogni grande amore; così come sempre ogni grande amore si confronta col dissidio, con l’incomprensione, tra Vittorio Bodini e il Sud c’è stata la tensione lacerante di ogni grande amore.
C’è stata la passione ebbra, l’illusione dell’eternità di quell’amore, c’è stato il desiderio prorompente, l’ansia, la frenesia, la sensualità spossante, poi l’intenzione dell’addio, la separazione. Poi il ritorno malinconico. Poi l’allontanamento. Un altro. L’ultimo: nostalgico, pietoso, soffocato dal rimpianto.
Mai, però, ci fu l’indifferenza. Mai ci fu l’estraneità, il sentirsi slegato da ogni vincolo, affrancato da una sentimentale soggezione, spiantato dalla terra, abbandonato dal sogno e dall’ idea di una nuova vita per una terra e per i destini che dentro quella (questa) terra si generano e si dipanano, si annodano e si aggrovigliano, si ritrovano o si disperdono, si differenziano o si rassomigliano.
Così come accade per ogni grande amore, Vittorio Bodini ha vissuto il Sud con una contraddizione carica di energia inquieta, con un alternarsi di attrazione e di rifiuto, tra l’istinto di fuggire e il desiderio di tornare, fino a raggiungere l’esasperata e al tempo stesso lucida coscienza di un’assoluta, irreversibile, drammatica volontà di morte nella lontananza.
“Qui non vorrei morire dove vivere/ mi tocca, mio paese/ così sgradito da doverti amare”.
E’ in questo disperato desiderio di un altrove ultimo, di una morte inappartenente e sradicata dal “qui” dove l’esistenza è costretta per destino, o per necessità, o forse per quell’amore così prepotente e sfrenato da restare sempre e irrimediabilmente inappagato, che esplode l’espressione del rifiuto della terra com’è nel suo presente.
Ma c’è quel “ doverti amare”: come una costrizione all’amore determinata da un senso di legame filiale impossibile da disconoscere, irrinunciabile, un nodo al cuore che non si può slegare e che fa sempre più male perché sempre più si fa disperato affetto.
Non dice, Vittorio Bodini, quale sia l’altro luogo; non c’è, per Vittorio Bodini, un altro amore per un’altra terra. C’è soltanto lo straziante sentimento di una insofferenza del “qui”; c’è soltanto l’aspirazione ad una fuga che coincida con una dissolvenza anche del possibile ricordo che si può lasciare negli altri che rimangono lì dove un giornale loda la guardia campestre che spara sui ladri di chiocciole.
Il ritorno si rende sopportabile soltanto se contempla la possibilità di una trasformazione, di un diventare “altro” dall’essere, per riappropriarsi di un senso originario che è stato perduto o rifiutato.
Ogni partenza di Bodini è sempre impregnata del senso di un addio anche quando questo senso racchiude la prefigurazione di un ritorno.
Partire svanendo, dunque, e poi fare ritorno, ma con un altro cuore, con un altro pensiero “ duro e sofistico”, disposto - o costretto –al confronto serrato e impietoso con se stesso e con quello che intorno appare in superficie o si nasconde nel passato profondo.
L’esperienza poetica del ritorno, per Bodini, è un’esperienza della morte: di una morte che coinvolge tutte gli esseri e le cose, ogni dimensione del tempo; è un nostos che annichilisce, che provoca uno stordimento esistenziale, che stringe in una condizione di abissale vuoto interiore.
Il luogo verso cui tende e si conclude il viaggio di ritorno è quel paese nel Sud, “dove ogni cosa, ogni attimo del passato somiglia a quei terribili polsi di morti/ che ogni volta rispuntano dalle zolle/ e stancano le pale eternamente implacati”.
E’ nel luogo e nel tempo del ritorno che matura la comprensione della ineluttabilità di una perdita: “qui” – dice Bodini- “ s’era fatto il mio volto”, in quel luogo destinato dall’origine, in quell’incessante riaffiorare di un passato che il tempo e la morte non riescono a placare, nella lontananza assoluta e definitiva da altri luoghi e altre esistenze.
Il volto dell’altro, di chi si è costretti a perdere, quel volto che ha il profilo di un amore forestiero, si è fatto, invece, in altri paesi “ a cui non posso pensare”.
Cosa c’è dietro – dentro- il verso “ a cui non posso pensare”?
Se si può anche leggervi una nostalgia di altri paesi ai quali non si appartiene per origine, allora Bodini scardina l’assioma della nostalgia del proprio paese, o soltanto del proprio paese.
Il solo paese in cui sia possibile ritornare senza farsi sommergere dal senso dilagante di morte, è quello della memoria. Ma il paese della memoria è un luogo inesistente. E’ soltanto proiezione dell’immaginazione. E’ una pura invenzione della parola. Però è questo paese che per Bodini diventa l’orizzonte di uno struggente desiderio. E’ il paese dell’infanzia che è , anch’essa, un’invenzione, una fiaba consolatoria, il possibile rifugio quando il presente è la furia di una bufera. E’ il paese dello stupore per la scoperta di se stesso e degli altri che abitano quel paese: creature che proteggono da ogni insidia del mondo e soprattutto dall’agguato che tende il futuro. E’ il paese edificato giorno per giorno con le parole di una poesia.
Solo in quel paese, Vittorio Bodini si riconosce, riesce cioè a riconoscere se stesso, il proprio essere autentico.
Ma allora: se l’essere autentico è una possibilità concessa solo alla poesia, se il riconoscimento di se stesso avviene solo dentro il luogo della poesia, si può ipotizzare che sia soltanto la poesia il vero e unico paese che Bodini abita o che può abitare, in cui non si sente mai straniero, dal quale non deve mai partire, al quale non deve mai ritornare.
Come un grande amore, dunque, la storia tra Bodini e il Sud ha dentro il suo sviluppo tutta l’impossibilità di una ordinaria situazione e tutta l’incomparabile poeticità della straordinarietà di una condizione.




2

Ci sono eventi che accadono per caso, nella poesia di Vittorio Bodini, come, talvolta, accadono per caso gli eventi, in ogni vita: per disegni imponderabili, ragioni ingovernabili, cause senza un’origine che si renda manifesta, impreviste deviazioni lungo il transito dei giorni, occasioni inaspettate, insospettate, cattive o buone.
Per caso accade in Bodini, innanzitutto, quell’evento dal quale ogni altro deriva ed al quale è subordinato, quello che una creatura si porta dentro con felicità in certe stagioni, in altre con disperazione, o con felicità e disperazione mescolate, in altre ancora.
Esistere. E’ questo il caso originario, per Vittorio Bodini: un caso che poi si carica di una connotazione umana radicale, di un destino dal significato inequivocabile: esistere al Sud. Pensarsi e rappresentarsi come l’esito di un colpo di dadi, come numero deciso dalla sorte che realizza innumerevoli combinazioni.
Tutto il resto, ogni altro evento, discende e dipende da questa espressione del caso. Tutto il resto non è che una variante, una rifrazione, una scaglia, una specularità, una rassomiglianza.
La casualità di esistere al Sud determina la condizione del rapporto con la terra e con il cielo, con la vita e con la morte, con il dolore, con l’amore, con il tempo, con la Storia, con il silenzio e con la parola, con l’ immanente e il trascendente, con la luce e con il buio, con l’attesa e il rimpianto, la fuga e il ritorno, la realtà e l’immaginario.
Esistere al Sud è un continuo corpo a corpo con le figure concrete di un passato che affiora, come dentature di cavalli uccisi, dalle profondità dell’appartenenza alla terra, o con quelle fantasmatiche che prendono perfino i nomi di un bestiario, la forma degli ulivi, i colori di un tramonto, le voci di una leggenda, e, più malinconicamente, i volti, i pensieri, i trasognamenti di un’infanzia, le malinconiche euforie di un’adolescenza.
Ma il sentimento del caso di esistere al Sud si fa tanto più forte, più pesante, più pregnante, quanto più con il Sud Bodini stabilisce, psicologicamente e fisicamente, una distanza.
E’ nella dimensione della lontananza, nella nostalgia dell’irrecuperabile, nella mancanza delle cose che sono state il lievito del modo di essere, di pensare, di agire, di amare, di sognare, che il vincolo con la terra si trasforma in rimpianto lacerante, in un groppo di emozione che genera l’ansioso desiderio di un ritorno: di un ritorno impossibile. Perché il ritorno di Vittorio Bodini non è verso un luogo – da cui è sempre in frenetica fuga – ma è dentro l’universo di una memoria che ha elaborato la trasmutazione del luogo reale in luogo esclusivamente interiore, che ha introdotto nella trama della storia personale e generazionale luoghi e personaggi che hanno la conformazione e la fisionomia del mito.
La relazione poetica che Vittorio Bodini vive con il Sud è essenzialmente un’esperienza amorosa con una creatura che non è più com’è stata un’altra volta, oppure come si pensa che possa essere stata, o come viene figurata nel ricordo. Allora questa relazione si incaglia nelle secche di una delusione derivante dall’esperienza del presente, si immalinconisce nella convinzione di una fine inevitabile, subisce la frattura, l’asincronia, la discordanza tra il tempo del soggetto che ama e quello del soggetto che è amato, si rifugia ( o si esilia?) nel tempo passato che il pensiero può selezionare, modificare, ricostruire, rigenerare e, quindi, rivivere scegliendo i luoghi, i volti, le storie con cui prolungare un rapporto d’affetto, anche se quasi esclusivamente in una dimensione di autoriflessione, forse anche di autoreferenzialità, anche se tutto sempre in dissolvenza.
Bodini avverte che il presente lo accerchia ad ogni passo, lo costringe a fare i conti con miti sgretolati, idoli caduti.
Ha ragione Donato Valli quando dice che il poeta “ non riesce a portarsi fuori dal presente che preme da ogni parte” e che gli oggetti dell’infanzia e dell’adolescenza che spesso tramano la sua poesia “ fanno da contrappunto a un canto ora nostalgico ora disperato, ma sempre ridotto oramai alla misura dell’io”.
In fondo è sempre la misura dell’ io che per Bodini costituisce la categoria e la metodologia per la comprensione del mondo e dell’essere al mondo, del Sud e dell’esistere al Sud.
Il mondo si mostra con i paesaggi del Sud: gli orizzonti, le ombre, le lune, le crune dei campanili e i deliri, i racconti da narrare e da narrarsi, la vita che splende come un raggio o che scivola come un rigagnolo in Via De Angelis,strada sbilenca, traballante, dove sembra che possano compiersi tutti i destini, dove –dice- ho abitato in ogni numero civico, “ con tutti/ con le rondini/ coi vecchi che muoiono all’alba/ in una verde luce d’acquario/ con quelli che sloggiano/ portandosi coi mobili sul carretto/ i vetri della finestra/ e l’albero di limone del cortile”.
Il mondo per Vittorio Bodini è una grande pianura che a una cert’ora vede cadere un tramonto da bestia macellata, è un’esule provincia, un’amara contea, una periferia infinita dove accade qualcosa che “ il mondo” – un’altra realtà , dunque, diversa ed estranea al Sud- “ non può volere”.
Il mondo è quel luogo dove un tempo c’erano accademie e monaci sapientissimi, dove un eremita può rivelare il modo per tamponare “ lo sgocciolio suicida” del paesaggio.
Il mondo è quella realtà dove ogni cosa – la nascita, la morte, l’avventura di vivere- accade senza un progetto, talvolta anche senza una consapevolezza, come se fosse fine a se stessa, indifferente al tempo e alla natura.
Tutto accade per caso, allora. Solo qualcosa sembra sottrarsi alla casualità senza rimedio, forse perché è il risultato di un puro processo del pensiero: il sogno e la speranza del futuro. Cioè quelle cose più casuali, in assoluto: il sogno e il futuro.

3



Quando Vittorio Bodini lasciò questi cieli per andare a vedere se poi davvero Dio è come lo immagina un uomo del sud , al secolo passato e a quello che ora corre, consegnò in eredità un patrimonio di poesia con il quale in qualche modo ha dovuto fare i conti non solo chiunque da queste parti si sia ritrovato ( per una vita intera o per una volta sola) a scrivere parole fatte in versi sopra i fogli ma anche chiunque si sia confrontato con le rappresentazioni della terra, le immagini che scolpiscono un aspetto del paesaggio, le espressioni dell’esistere e le forme di pensiero di chi abita questi luoghi del sud.
Inevitabilmente i paesaggi cambiano. Spesso e altrettanto inevitabilmente, cambiando si insozzano.
Talvolta si avverte la sensazione che tutt’intorno la sozzura ci assedi, ci insidi sui marciapiedi, ci apposti agli angoli per risucchiarci nella realtà e nella metafora della spazzatura. Sono oggetti che derivano dall’ uomo ma che dall’uomo, dalla sua realtà e dalla sua natura, si distaccano, che l’uomo a un certo punto rifiuta con un gesto di rigetto, in una condizione di reiezione, forse inconsapevole, e scarica in un contesto di natura al quale non appartengono, in cui si collocano con un’intromissione, come corpi estranei, segni di un processo negativo , esiti di un’eccedenza, di un’esuberanza materiale, di un conato culturale.
Si subisce come un’ offesa iniqua, come la violazione della dignità, quasi che le carcasse di elettrodomestici, i materassi sventrati, i water abbandonati ai cigli delle strade fossero i totem di una civiltà irreversibilmente e orribilmente degradata, sepolta sotto il suo nuovo letame che non è biodegradabile, che non concima e quindi non rigenera, ma che avvelena la terra, la condanna ad una atroce agonia.
Vittorio Bodini lo aveva detto; ci aveva avvertiti. Che questa terra, questo paesaggio vivesse – e morisse - in uno “sgocciolio suicida”, lo aveva intuito, osservato, affermato con una capacità di analisi e una potenza visionaria riconducibile poeticamente e psicologicamente alla fisionomia del “ voyant”, del veggente rimbaudiano.
I bulloni schiodati e l’odore della nafta bruciata sono simboli – solo alcuni simboli – della tetraggine che dilaga sulla pianura industriale, dell’angoscia e dell’abbandono, del vuoto di senso, della perdita di ogni riferimento.
La salvezza è affidata ad una profezia, al vaticinio di un eremita: di un altro eremita “ più vecchio di me”.
Allora, il soggetto che parla rivela la propria identità di eremita; l’io poetico rappresenta ed esprime la condizione di una solitudine – più esattamente – di una separatezza – sapiente, di una saggezza del tempo, di una coscienza del futuro.
L’io poetico bodiniano vede oltre, sa, conosce il possibile, il probabile, l’inevitabile.
Quella dell’eremita, del poeta veggente, è una figura letterariamente, semanticamente e cronologicamente stratificata, un archetipo, un’esperienza figurale che stabilisce interrelazioni con il solipsismo, con la verità, con il mistero, con il mito e la storia, il silenzio e la parola, la ragione e l’emozione.
Nell’identità archetipica dell’eremita c’è il tempo passato e il tempo a venire, c’è la vita e la morte, il principio di qualcosa e la fine di un’altra, c’è tutta l’atemporalità della poesia, il suo oltrepassare la storia e la geografia.
L’eremita di Bodini è il simbolo della lontananza dal sistema simbolico-culturale della civiltà contadina; è il rifiuto di un paesaggio che ha appiattito le forme e i significanti di una condizione dell’esistere connotata da una reciprocità, da un interscambio con gli elementi della natura.
La rassomiglianza con l’eremita della “ Ballata del vecchio marinaio” di Samuel Coleridge è straordinaria, soprattutto nella connotazione suggestiva ed evocativa, nella figurazione plastica e nella valenza simbolica.
Il paesaggio della pianura industriale è straformato, deformato, un luogo asfissiante, chiuso, attraversato da spettri di giovinezza e di bellezza, butterato di nidi di plastica e cemento, cosparso di mine che fanno saltare in aria ogni passo che tenti di opporsi all’invasione del nulla e del numero “ nemico dell’uomo”, dei consumatori che si autoriproducono, del turismo di massa che trasforma le spiagge in millepiedi.
Vittorio Bodini scrive “ Rapporto del consumo industriale” nel giugno del 1970, sei mesi prima di morire.
Dopo alcuni anni tutto è diventato esattamente come aveva prefigurato. Perché per Vittorio Bodini comprendere il paesaggio significava anche – o soprattutto - intuirne la trasformazione e quindi l’inarrestabile corrosione, l’incombente sfacelo; significava anche vivere con passione – con sofferenza- il tempo della terra, auscultarne e interpretarne il respiro, ricercare un equilibrio tra l’essere della terra e il proprio esistere.
Quel suo verso che dice “ qui s’era fatto il mio volto” non è solo l’esplicitazione di un’origine e di una appartenenza; è anche l’espressione di una reciprocità di sentimenti e sensazioni, di condizioni e connotazioni antropologiche e delle conseguenti mutazioni, di visioni del mondo e di destini.

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Il Sud di Vittorio Bodini è una terra sconvolta da una maledizione assoluta: mostra orizzonti spettrali, vertiginose stratificazioni di assenze, fantasmi di creature decapitate, case e paesaggi, stagioni, notti, mattini, attraversati da una misteriosa – spaventosa – inquietudine, ombre che crescono e si allungano a dismisura dilatando ogni spazio, alterando ogni percezione della realtà, deformando l’immaginario, generando storie stralunate, pensieri che bruciano tutti i nessi logici, le sistematizzazioni concettuali, le categorie di presente, passato, futuro, i riferimenti al prima e al dopo, all’ ora e all’ allora.
Tutto appartiene al passato e il passato è una botola senza fondo in cui inabissarsi inevitabilmente, dolorosamente, disperatamente. Per fare i conti con la storia, con le sue costanti, precise, aggressive operazioni di sottrazione. Ma anche per salvarsi dal presente agonizzante, per risparmiarsi la sofferenza di assistere allo sgocciolio suicida del paesaggio.
Per Vittorio Bodini il presente del Sud è un deserto, un buco nero, una devastazione prodotta dal tempo,una privazione di esistenza, una negazione di senso. Il presente del sud è un inganno, un tradimento, un abisso di buio, talvolta un insulto che spinge all’addio triste e rabbioso per l’accadimento marginale che però si carica della valenza di una metafora dell’incomprensibile, come quando un giornale loda la guardia campestre che spara sui ladri di chiocciole nel bosco incolto o dà la caccia “ a bimbe con le labbra viola/ per qualche oliva selvatica nella macchia”.
Allora il presente del Sud è una sventura, il presagio della catastrofe antropologica di un prossimo futuro.
La vita non ha mai oltrepassato la condizione dell’origine. La vita è ancora – sempre – lì, in via De Angelis: microcosmo, sineddoche del mondo, antro di memoria, universo di senso, dimensione di spazio e condizione di tempo in cui la coscienza di sé, la percezione e l’emozione del perdurare della propria appartenenza all’origine, si ravvivano e si rinnovano attraverso un movimento della memoria che annulla la distanza dal passato. Allora tutto quello che ritorna nel pensiero emana una luce dalla profondità della sua sostanza: i grappoli diventano d’oro; è tutto d’oro il canto che arriva dal convento delle Scalze, è gaia la tristezza, il cielo è sonoro; anche la morte accade “in una verde luce d’acquario”.
In via De Angelis si verifica il miracolo della scoperta della realtà e della sua esperienza. Lo sguardo assorbe tutte le forme e tutti i colori dell’esistenza; la ragione si confronta con le cose e i loro riflessi; il cuore di “ molle cera” trattiene i segni di una straordinaria avventura di nascere e di vivere in quel luogo.
L’ istinto di fuga dalla terra e di ritorno ad essa, che attraversa tutta la vita e tutta la poesia di Vittorio Bodini, si ritrova costantemente davanti l’ostacolo gigantesco della dolcezza della memoria.
A Bodini sarebbe bastato vivere anche un solo istante in via De Angelis per avere materia di poesia da impastare ogni giorno. Lì ha trovato il lievito di tutte le storie, il movente di tutte le passioni, l’incipit e l’explicit, la trama e l’intreccio, l’alfa e l’omega di tutti i racconti. Ha imparato a fare i conti con l’idea dell’assenza, con la lucidità della ragione e la vertigine dell’emozione, con l’ansia delle attese, con la felicità e il dolore, con la luce e con le tenebre di tutte le stagioni.
Forse lì è diventato il poeta dallo sguardo profondo che è stato, ha imparato a scavare nelle immagini, nelle figurazioni, fino a scoprirne l’essenza; è arrivato alla radice della luce, alla fonte delle voci, al fondo del buio.
Lì, in quell’origine, ha imparato a narrare ed a narrarsi, ad allontanarsi e a ritornare, a lasciarsi sedurre dal richiamo degli affetti ed a rifiutarlo, ad immaginare Dio come lo immagina ogni altro uomo del sud: uno storto ulivo, una perenne rovina.
Diceva: “ vi sono anime fatte per domandare, ed altre per rispondere”.
La sua era un’anima fatta per domandare, a volte ragioni, significati, pietà, compagnie, direzioni; altre volte soltanto un silenzio, una pace, la consolazione di un respiro profondo a occhi chiusi di fronte all’infinito del mare.

domenica 20 gennaio 2008

La poesia del fare!




Riabilitazione psichiatrica:

le sfumature che fanno la differenza
Funzione e determinazione degli operatori dei Centri Diurni

di Valentina Sansò


Venerdì (18 gennaio 2008) abbiamo incontrato Nichi Vendola.
Lui all’Ospedale Vito Fazzi e al polo oncologico, per visitare reparti e inaugurare nuovi spazi, noi per raccontargli di noi, trenta operatori che lavorano nella psichiatria da non sanitari, ormai da diversi anni, e che negli ultimi anni vanno avanti di battaglia in battaglia di proroga in proroga. Dal 31 dicembre, siamo senza contratto.
La Regione non rinnoverà convenzioni con nessuno, per mancanza di fondi. La stabilizzazione dei lavoratori precari è stata una scelta politica che ha comportato un dispendio incredibile, tanto grande e tale da impedire qualunque altra iniziativa. Sicuramente su questo preme anche l’ultima finanziaria del governo. Allora, se da un lato questo porterà la Regione ad entrare nel merito di ogni singola questione, a sindacare su ogni rapporto con l’esterno e quindi a riattivare solo lo stretto necessario - e questa è cosa senz’altro utile ed encomiabile visto che l’autonomia delle singole Ausl pugliesi sarà ‘costata’ tantissimo e tanti ne avranno approfittato - dall’altro noi siamo fuori.
Fuori dalla stabilizzazione perché siamo personale non sanitario, fuori dalle convenzioni perché ormai è una modalità non più perseguibile. Il personale non sanitario, come noi, non può rientrare in nessun profilo sanitario esistente. Nessun contratto disponibile nelle normative sanitarie regionali è adatto alla nostra posizione. Per questo motivo lunedì prossimo torneremo nei nostri centri dai nostri ‘ragazzi’ di nuovo senza contratto e senza neanche la prospettiva di averne uno. O forse, come ieri si ventilava tra i vertici, una piccolissima ennesima proroga che però non risolve il problema.
Non sappiamo che fare.
Non vorremmo soltanto aspettare in silenzio. Questo è un problema sociale, che non riguarda solo noi trenta. Ogni centro ha intorno a sé una rete di cittadini coinvolti. Abbiamo pensato ad una forma di sciopero al contrario: siamo fuori, ma andremo a lavorare ugualmente, ‘occuperemo’ i nostri posti di lavoro e continueremo quello che abbiamo iniziato. Se ci fermassimo perderemmo qualunque contatto con quel nostro mondo. Si perderebbero i gruppi di persone che si ritrovano ogni giorno in quei luoghi. Alcune persone tra queste avrebbero delle ripercussioni nella loro quotidianità.
Noi siamo un punto di riferimento quotidiano.
Psichiatri, dottori e dottoresse, psicologi e assistenti sociali ricevono come in tutti gli ambulatori su appuntamento. Sono lì presenti ma costruiscono rapporti all’interno di un setting ben preciso.
Noi, siamo il rapporto quotidiano, le sentinelle, l’‘iniezione’ di energia per non perdere di vista l’aggancio alla realtà, il percorso evolutivo e sano verso il recupero, il sostegno concreto.
Un po’ amici, un po’ confidenti, un po’ artisti, un po’ operatori culturali, un po’ figure terapeutiche (perché no, se questo può voler dire essere figure di indirizzo verso la salute), un po’ traduttori del ‘medichese’, un po’ bussole per orientarsi nel caos del quotidiano e delle trafile burocratiche. Un po’ tutto questo ma allo stesso tempo niente di tutto questo, se ancora oggi la nostra funzione non è riconosciuta. Né prevista.
Esiste invece un corso di laurea in tecnico della riabilitazione psichiatrica che tra un annetto sfornerà i suoi primi operatori. Operatori paramedici appunto. Saranno coloro che prenderanno il nostro posto non solo nei servizi ma anche nei protocolli dei Centri Diurni dei CSM? È molto probabile, se non si avvia una riflessione più ampia sulla funzione delle strutture psichiatriche territoriali. Perché qui si apre uno spartiacque politico sul modo di intendere questa disciplina e le sue applicazioni.
È qui che si determina la differenza tra la piena applicazione del pensiero basagliano e tutto il resto.
Essere operatori non sanitari per noi è una risorsa, non un deficit.
Rapportarsi alla parte sana della persona che si rivolge al servizio psichiatrico è elemento fondamentale per garantire a quella persona un recupero del terreno perduto a causa dell’incontro con la malattia. Chi si ammala di una malattia mentale molto facilmente finirà con l’identificarsi con quella malattia. Perché il contesto lo ‘aiuterà’ a leggersi in quella direzione. Ma anche perché la malattia mentale nella fase acuta occuperà tutto lo spazio del pensiero e della vita di quella persona.
Siamo importanti perché sovvertiamo questo assunto fin nel profondo.
Perché remiamo contro anche il comune pensiero dello psichiatra della stanza accanto. Suo malgrado, perché lui è un medico, e pensa solo al sintomo e alla cura di quel sintomo. La malattia dell’anima passa un po’ in secondo piano. I pensieri, le relazioni e il carattere dell’individuo prima d’ammalarsi si sono livellati intorno al suo male.
Sono stati quasi spazzati via.
Quasi. Noi lavoriamo su quel quasi. Cerchiamo tracce… le valorizziamo e le ‘utilizziamo’ come leva per ricominciare. Personalissima, unica, preziosissima leva per ricominciare. Niente di imposto dall’alto. Non esiste un “così si deve essere, così si deve fare, così si deve vivere”. Ogni individuo può e deve partire da sé, noi siamo stimolo e supporto.
La funzione di operatori non sanitari nel sanitario garantisce al cittadino anche un controllo sulle pratiche della psichiatria perché il nostro può essere uno sguardo scevro da condizionamenti formativi e accademici, vigile e critico perché ‘laico’, se così si può dire. È molto importante lavorare nell’istituzione e non essere solo un controcanto esterno: fare antipsichiatria da fuori è molto molto più semplice, ma sono i servizi che devono funzionare, sono i servizi che si riempiono di emergenze quotidiane da affrontare, è nei servizi che si può fare, costruire, applicare la differenza.
È un lavoro microscopico e gigantesco. Lavoriamo sulle sfumature e stimoliamo grandi cambiamenti. Questo è quanto.
Naturalmente la produzione di salute non fa notizia. Un ricovero evitato o prevenuto non fa cronaca. Un servizio sanitario non sanitario è difficile da misurare.
Eppure sono tentata di scoprire facendo un calcolo semplice e bieco, quanti danari facciamo risparmiare all’azienda con il nostro esserci quotidiano. Quanto costano i nostri contratti, quanto costano farmaci e degenze ogni giorno. Tirare le somme. Ma credo che non sia possibile un confronto se in mezzo si sostanziano delle abissali differenze biografiche. Sì perché ciò che sfugge ai burocrati sono le singole biografie. E che un mese con l’altro può cambiare un destino. E che l’incontro giusto in certi delicati momenti modifica radicalmente il corso di un’intera esistenza.

venerdì 18 gennaio 2008

Una forma di ospitalità

DIALOGO

diAngela Serafino

L’itinerario di DIALOGO nasce non per caso, tirandosi dentro la sorpresa; nasce da una temporalità che ha la pazienza di aspettare, di dilatarsi, coinvolgendo gli ospiti intorno al tavolo.
Il tavolo, luogo tangibile e concreto, presenza nota e d’uso per ciascuno, diventa punto di partenza di una relazione creativa, discorsiva; mette alla prova l’io nel passaggio verso il noi. Il perimetro limpido del quadrato (del tavolo) si riplasma all’interno, generando un brulichio di forme. Le parole, anch’esse forme e materie di lavoro, attraversano la scena del quotidiano, del desiderio, della sorpresa… All’inizio (differito e attuale) intorno al tavolo ci si presenta in silenzio e nel caos, nel dubbio e nella disponibilità.
Poi man mano confluiscono, sul tavolo, le tracce, e diventano progetto, direzione. Questo è il gioco. Produrre non un oggetto/opera che fermi il dialogo, ma un oggetto DIALOGANTE, come conferma che i linguaggi si creano non A PRIORI, ma nell’esperienza condivisa , offerta fuori dalla scatola!
La dimensione di Dialogo è una forma di ospitalità dove ciascuno degli invitati riconosce d’essere ascoltato e ascoltatore, tenendo aperta la porta!

Rosari


di Elisabetta Liguori



Vicino ai palmizi gialli,
decapitati giri d’africa in fioriere di pietra,
tra gli altri nani asciutti della stazione,
seduta ad una panchina per incuria
lei sgranava rosari.
Con le scatarrate di saliva sotto le scarpe
faceva cik ciak
in cadenze ferroviarie.
Un seme per il progetto
due per il ritorno
tre per il fagotto
quattro per il faggiano stecchito dentro
cinque per il freddo viaggiatore
sei per la telefonia mobile.
Il traffico s’acquietava se lei pregava fervida
la novena della sera assuefatta al battito
dei treni.
Lento sì, lento, sì, lento, sì.
“Se ritorna, smetto”
si ripeteva in ogni AveMaria,
piena di grazia.
Poi ricominciava,
sul dodicesimo Gloriaalpadre
faceva smorfie e inchini.
Lento sì, lento, sì, lento, sì.
Con le dita in groviglio,
glielo aveva insegnato lui prima di partire,
tu aspetta lì,
la vita verrà da te, se tu ti astieni.
Aveva detto.
Ma ora che i capostazione sono in sciopero,
le par più adatto
uno di quei cinque misteri dolorosi
di sua nonna.
scomposto in onde di desiderio.

giovedì 10 gennaio 2008

In cerca di tracce



Hanno scritto di Silvio Nocera

«[Nelle formelle ispirate al mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto] Nocera sminuzza il grandioso miracolo dell’universo biblico e stranamente precristiano, riportandolo con efficace resa pittorica al dopo Cristo, per gustosi capitoletti, a sua volta facendo meravigliare chi guarda i suoi quadri sotto il profilo tecnico: non c’è la pennellata piena e distesa della tradizione, ma un disegno che pare bulinato non sulla superficie uniforme del legno o del metallo, ma scabra, costruita con la polvere di tufo che egli appiccica distendendola sulla tela (o anche sul legno) quasi a significare, in una occulta simbologia antropologica, la essenza tufacea, pietrosa ma dolce del Salento» (Enno Bonea, in Silvio Nocera, Caro Silvio Caro Pantaleone, Grafiche Panico, Galatina 1998, p. 20).

«Quel mio paese – e non è anche il tuo? – abita in una astratta pianura, fra sassi e un reticolo di muretti, fra alberi d’ulivo come disperate grida e braccia levate fra i rossi solchi di terra rigonfia e improvvise ferite, mura squadrate di tufo a perpendicolo sotto i piedi e lucertole e rospi dalla gola palpitante e infiniti fili d’erba che ci avvolgono le caviglie, che finiranno con l’avvolgerci come un rugiadoso sudario, noi che ormai da tempo abbiamo dimenticato il senso delle parole scolpite come un ricamo all’interno delle tombe dei nostri padri messapi, noi che parliamo ancora, e non lo sappiamo, il greco e il latino e passiamo per le nostre strade (anzi per le vie che attraversano le nostre strade e corrono avanti, verso il mare e il nulla) col passo rumoroso del viandante che passa per la terra degli altri, che furono prima di lui e non dopo, giacché non se ne andrà ormai più da quelle immaginifiche strade» (Aldo De Jaco, in S. Nocera, Caro Silvio Caro Pantaleone, cit., p. 28).

«Egli [Silvio Nocera] va alla ricerca di tracce, di elementi, di significati che l’uomo, fin dall’origine ha lasciato nel corso del tempo. La cultura popolare, quella legata alla terra, è la fonte più ricca dalla quale partire. I racconti degli Avi, carichi di significati emblematici e simbolismi, partendo dal popolare trovano riscontro nella mitologia antica. Così l’artista propone il trinomio Storia-Natura-Mitologia della propria terra in un modo poetico e fantastico che solo la forma ed il colore possono dare. Il tufo, la calce, il legno d’ulivo e persino il coccio smaltato sono il materiale ricorrente nelle sue opere, sono gli stessi materiali che l’uomo suo conterraneo ha sempre usato» (Luciano Greco, in S. Nocera, cit., p. 24).

«Ognuno ha un luogo speciale dove rifugiarsi fisicamente e spiritualmente, per riannodare, ricordare, rivisitare i fili della propria esistenza.
Per Silvio è la Contrada Monaci, fra il mare di Gallipoli e l’altura fra Parabita e Tuglie.

[…] Silvio nella sua vita non ha mai dimenticato il “suo” luogo.» (Luigi Chiriatti, in S. Nocera, Le sacre pietre di Contrada Monaci, Kurumuny-edizioni, Calimera 2005, p. 7).

«Nocera s’è liberato dalla preoccupazione d’una obbedienza prospettica tradizionale; tratta forme e colori con la piena libertà che il gioco dell’immaginazione concede. Pur tra qualche suggestione alla Chagall, conserva un impianto e una disposizione di forme e colori che scaturisce da un sentire istintivo, ma di una istintività controllata dalla meditazione» (Luigi Scorrano, in Silvio Nocera / Personale di pittura, Tuglie, Biblioteca Comunale, 27 dice. 1999 – 6 gennaio 2000, a c. del Gruppo “Incontri” - Scheda di presentazione).

Silvio Nocera esiste; oggi è pennellata di luce tra terra e cielo; oggi è simbolo di una storia che va da tela a tela; da acquarello ad acquarello; da immagine ad immagine; da luna a luna perché, come vuole che si creda e si dica, è lei a dirigere semine, potature e raccolti; lei è Selene ed è Proserpina, lei è danza e vita che squarcia tenebre e mistero, mistero anch'essa. E non esiste più il buio, non esistono più i confini ed è così breve il viaggio d'un seme che si disfa a riappare e ridiventa fiore ed erba tra sassi dall'anima lieve. Ecco, oggi Silvio è preghiera racchiusa in un soffio di colore, in un sospiro di-verso. Ed è ancora canto di Sofia al calar della sera.
(Giuliana)

mercoledì 9 gennaio 2008

Viaggio a Finibusterrae


L’utopia del Salento raccontata da Antonio Errico

di Eliana Forcignanò


Non si può scegliere il luogo in cui si nasce, forse, si può scegliere quello in cui si vivrà una volta diventati adulti – si diventa mai adulti o si resta perennemente bambini sulla soglia dello stupore? –, ma quante volte rimani vittima della malia dei luoghi che t’induce a non partire, a guardare il mare con nostalgia, rabbia, rimorso. Sei adirato con te stesso perché non riesci a prendere il largo – la terra nella quale sei nato non ti offre pane né gratificazioni, ma tu continui ad abitarla nella speranza, ogni giorno più fievole, che qualcosa cambi –, però non riesci a liberarti dalle catene dolci della “saudade” che ti tengono avvinto a Finibusterrae come lo chiamava Luigi Corvaglia – senza il dittongo finale – e come lo chiama Antonio Errico, narratore e poeta, maestro della parola capace di forgiare melodie costruite sui ritmi dell’anima.
Un altro libro sul territorio salentino? Sì, si può se a scriverlo è proprio Errico che ci ha donato con la sua penna momenti di puro incanto, da “Angeli Irregolari” pubblicato nel 2002 al bellissimo lavoro “L’ultima caccia di Federico Re” edito nel 2005. Ora, con “Viaggio a Finibusterrae. Il Salento fra passioni e confini” (Manni edizioni, 2007) giunge a noi una summa della passione che unisce l’autore alla sua terra d’origine, una passione che, come ogni autentica passione, non è esente da critica, dalla dichiarazione che si poteva e si può far molto per Finibusterrae, per le persone che vi hanno vissuto e che ancora vi abitano, per la memoria dei poeti, dei letterati, degli intellettuali nati qui e troppo spesso dimenticati dai loro stessi conterranei.
L’oblio – scrive Antonio Errico – non è sempre cattiva cosa: a volte, si può obliare se stessi guardando il mare di Santa Cesarea e pensando a quel tempo mai venuto in cui la principessa Shaharazad raccontava, filava la conocchia e raccontava, scrutando dal suo balcone quella vela che doveva tornare e non ritornò più. Non si possono né si devono tuttavia obliare individui come Luigi Corvaglia, Antonio Verri, Salvatore Toma, Rina Durante che, lottando e scrivendo, aggregando giovani spiriti intorno a loro e scoprendo talenti, hanno fatto la Storia di Finibusterrae. No, non bisogna dimenticare queste persone e, fortunato, chi, come Antonio Errico, le ha conosciute direttamente, ha fatto loro domande, ottenendo ora risposte, ora silenzi che sono tanto più eloquenti delle parole. “Anime accese di poesia, luci senza fonte e senza direzione” chiama l’autore questi personaggi e ha ragione: basti pensare a Rina Durante, quella donna piccola di statura, riccioluta, capace di svegliarsi ogni notte con l’assillo che altri, al suo posto, si accingessero a scrivere il capolavoro, invece – ricorda Antonio Errico – il capolavoro lo scrisse lei, “La Malapianta”, in venti giorni, mentre sua madre moriva in ospedale. O un uomo dello spessore morale di Vittore Fiore: tutta la vita trascorsa a credere in alcune certezze che sembravano “fortezze inviolabili e che a un certo punto lo hanno tradito lasciandogli solo una trama di affetti e memorie”. Il tradimento, la disillusione erano frequenti a Finibusterrae, ma non era la terra a illudere, non erano i contadini, gente semplice e spesso diffidente verso gli uomini di lettere, non era l’architettura barocca, così affascinante e densa di fantastiche irregolarità. Erano la Storia, la Politica – entità macroscopiche e oscure – a ingannare chi ancora vi credeva, chi sperava nella redenzione fino a restarne ogni volta deluso. In alto loco non si curavano di Finibusterrae, dei suoi poeti, dei suoi intellettuali: Rina Durante raccontava a Giovanni Invitto come il Salento l’avesse più volte umiliata e lasciata sola nei suoi progetti di riscatto. Ancora una volta, non il Salento della povera gente, ma quello delle istituzioni cui mancava sempre il denaro per supportare l’ingegno e la creatività.

A questo proposito, non è da trascurare l’intervento di Giovanni Pellegrino, presidente della Provincia di Lecce, alla presentazione del libro organizzata lo scorso lunedì nell’Auditorium del Museo “Sigismondo Castromediano”. Al tavolo della discussione anche Giovanni Invitto, docente dell’Università del Salento e Mario Pastore, dirigente dell’Ufficio Scuola della Provincia. “Rispetto al passato – ha detto il presidente – ho ragione di pensare che la situazione sia cambiata: oggi, noi c’impegniamo in ogni modo per venire incontro alle esigenze della creatività e della cultura. Proprio questa mattina, rispondevo a una lettera del professor Donato Valli che mi chiedeva il consenso per avviare un progetto di ricerca sui poeti del Salento finalizzato alle scuole medie superiori. È giusto e opportuno che i ragazzi conoscano il patrimonio letterario salentino e, per questo, ci affidiamo a esperti come il professor Valli e la sua assistente, professoressa Occhinegro”. Poi il presidente Pellegrino propone di distribuire il libro di Antonio Errico a chi arriva in visita dalle nostre parti: “Questo libro è una lettera d’amore al Salento. L’autore ha voluto scrivere in una nota che le novantanove pagine contenute nel testo sono il risultato di un insieme di articoli apparsi in diverse raccolte e riviste, ma io ritengo che il libro fosse già tutto intero nella mente di Errico e che questi ne abbia tratto, su richiesta degli amici, stralci da pubblicare separatamente”. Antonio Errico annuisce: è andata davvero così, ma lui è un uomo riservato, preferisce scrivere piuttosto che parlare. “Viaggio a Finibusterrae – continua il presidente della Provincia – è un romanzo sul nostro territorio, su uomini e donne che lo hanno abitato nel tempo e hanno contribuito a renderlo così come noi oggi lo conosciamo. È straordinaria la capacità di Errico di tramutare i luoghi fisici che rappresentano la realtà fenomenica in luoghi dell’anima i quali, attraverso il medium della scrittura, svelano il loro lato segreto”.
Quale sia questo lato segreto è dato di saperlo solo a chi decide di avventurarsi nella meravigliosa Finibusterrae, dove non esiste un punto di arrivo né di partenza. Emblema di questa situazione utopica – come la definisce Giovanni Invitto – è Castro, poiché a Castro “non c’è partenza né ritorno. Si sale e si scende. Si risale. Si scende ancora. Si ristà davanti al mare: metafora dell’incognita del vivere”.

domenica 6 gennaio 2008

Nedim


Caro Mauro,
finalmente ho sistemato queste poesie. Quasi tutte sono frutto di una suggestione cairota, anche se Nedim era un poeta ottomano che cantava la philya per i giovani cristiani d'Istanbul in modi melodiosi e leggeri, da cui traggo ispirazione. Un caro saluto,
Nicola Verderame

Il Cairo, 2007
Nedim, poeta ottomano, e Nedim, poeta ottomano
di Nicola Verderame
A Mahmud “Huda” Farag.

I.
Acqua…
fu come l’acqua.
A Istanbul quel mattino
lucìva di nuvole sparse.
Poi fu l’acqua, e ancora e ancora.
Apparve da una Bisanzio
sotterranea
il mio tormento.

Ricordi, Nedim?
Era bello, ma infedele…
e non perché si facesse
facilmente circondare dei tuoi pari.
No…era bello e aveva grandi
mani, ma infedele
di padre e madre.
Realizzasti, dopo
notti e digiuni…beh, che non si può avere tutto.


II.
Non sei più dolce, no:
è tristezza nelle tue
labbra; ma Nedim
vòle un amato altero che lo strappi
dalle mani guantate
del tempo nostro
labile…
un amato vuole, Nedim,
che spiri come soffio
sulle lampade del buio,
le faccia vive…
Quando anche il nome,
Huda,
sarà scordato…che farai allora?


III.
Ricordi, Nedim?
Ti dicevano: non scriverai mai
buona poesia
nella lingua dell’infedele, per quanto
bello possa essere…
bella possa essere, la lingua, e tu
abile.

Ma la sua assenza
la sua assenza parla
per me, è nella lingua,
nei polmoni, nelle
mani…
la sua assenza
parla per me.


IV.
Buon Nedim, diceva
d’attenderti sotto il vecchio ponte.
T’aveva inviato due sole parole.
Ed il giardino
l’attendeva con te.
Hai vegliato, Nedim maledetto,
finchè
le belle di notte
si son richiuse, e s’è schiuso
il fiore dell’ibisco.

V.
Nedim, sei arrivato a pregare
il dio dei nemici
per il tuo bell’infedele.

Quale sarà la prossima mossa?

Gl’immolerai
trilli di gioia
per solo rivederlo?

VI. (poco ispirata)
Se ha grandi mani, Nedim,
temi per lui.
Temi per le sue mani,
proteggilesue
grandi mani,
trattienilesue
grandi mani.

Tanti lo circuiranno,
fedeli e infedeli
chè non cambia.
Tu temi.
Trema,
poi cadi
asciutto al sole.
Trema, cadi sfinito.

VII.
Si dimenticano le facce
la sua espressione
di rabbia,
il riso.
Hai dimenticato, Nedim.
Ed è il primo strato,
la scorza sottile.

Il frutto del nisiān
ha vesti leggere.
Nedim,
parole sospese vivono d’afa
in fretta si sfanno.
Ti lasciava, Nedim,
sulla porta
si voltava ancora
e ancora.
Hai dimenticato la buccia,
dimenticherai
polpa
torsolo
semi.

sabato 5 gennaio 2008

I linguaggi della misura


un colloquio sul teatro di poesia con l'attore e regista Alessandro Berti

a cura di Azzurra D’Agostino

[ da Lieto Colle Ott-2007 - http://www.lietocolle.it]

Che cosa chiede la parola poetica al corpo, alla voce e allo spazio, quando entra in teatro?
Dal mio punto di vista dipende molto da che tipo di parola poetica viene usata. La maggior parte della poesia è meglio leggerla, in silenzio. Poi c'è una parte che si può leggere a voce alta, non solo senza tradire quella parola ma esaltandola (se si sa come leggerla, ovviamente). Solo una piccolissima parte della parola poetica che io ho incontrato negli anni mi ha fatto dire: ecco qualcosa che potrebbe essere portato in scena. Ovviamente questo è un giudizio molto personale, dipende dalla mia educazione teatrale, del tutto occidentale, shakespeariana e stanislavskijana, una formazione che mi ha insegnato a mettere in scena solo i testi che, tra le righe, contengono una azione, o almeno una relazione. Spesso il fatto che un testo sia teatrale non significa che abbia una scrittura viva, che corrisponda a quello che ho appena detto. È per questo che è cominciata la mia curiosità per la poesia.

Non sono pochi a sostenere che il teatro in Italia stia vivendo un periodo di grande difficoltà. I poeti lamentano la codardia del sistema editoriale. Potrebbe il teatro di poesia essere un modo di accogliere e dunque superare queste due diverse crisi?
Non saprei. Posso parlare del teatro, che conosco meglio. Il teatro ha perso quasi tutto lo spazio di attenzione che ancora aveva quando io ho cominciato, quindici anni fa. Qualche grande spettacolo e una schiera di narratori non possono prendere il posto di qualcosa che non c'è più: una continuità, un'abitudine, una cultura condivisa, una ritualità. Il problema di un rapporto con i poeti mi sembra che sarebbe un problema di 'saperi'. Mi pare che ci siano pochi teatranti in grado di mettere in scena una lingua poetica vera. E anche di poeti veri e con una scrittura adatta alla scena non me ne vengono in mente molti. Poi è chiaro che io sono contento se succedono cose anche caotiche ma vive, appassionate, perché siamo in un momento di tale aridità che bisogna prima di tutto inseguire la vitalità delle cose, non il proprio gusto.

Rendere un volume di poesia uno spettacolo, con solo poche aggiunte drammaturgiche e senza che sia un reading o una performance: questo il progetto che stai curando, sui versi di Claudio Damiani. Come procedi a svilupparlo?
Senza nessuna aggiunta testuale, questa è la sfida. Le poesie di Damiani sono brevi, dunque apparentemente costruire una drammaturgia coerente è difficile. Ma, soprattutto in EROI, il suo secondo libro, i rimandi da una poesia all'altra sono tantissimi e possono dar vita a un minimo di coerenza drammaturgica, fondamentale per una messa in scena. Il grosso del lavoro è con gli attori, che ho scelto piuttosto digiuni di poesia, e di teatro di parola in generale, per provare a partire con loro da zero, dai legami che la poesia di Damiani ha con la vita, con i sentimenti umani, che poi dobbiamo tradurre in qualcosa di tecnico, di pratico, com'è il teatro. Ci sarà un bambino piccolo, di cinque anni, in scena con noi, un cane, degli alberi e lo spettacolo sarà fatto al tramonto, su una collina, si spaccherà la legna, si farà il bucato. Sarà uno spettacolo fortemente aristocratico in questo momento, un angolo di pace che proviamo a prenderci, un gesto di leggerezza e di rivolta sorridente.

In cosa ti colpisce, un poeta?
Mi colpisce sempre, invariabilmente, l'unione tra la sua umanità, evidente, trasudante, e la capacità di dare voce a questa umanità.

La lettura di una poesia è un momento privato, un grande movimento interiore; sembra essere però addirittura rivoluzione quando viene vissuto collettivamente, non solo attraverso un corpo e una voce che sporcano e segnano di vita la pagina, ma anche attraverso il silenzio concentrato di una sala di ascoltanti davvero rapiti dal momento. È un atto di creazione, che ricrea il mondo, che ipotizza una diversa possibilità di comunione e di vita corale. Sono cose che non capitano spesso, ma incredibilmente potenti, quando si manifestano. Il teatro di poesia secondo me può questo. Tu cosa ne pensi?
Penso che sarebbe bello che capitassero più spesso. E penso che perché ci siano tutti gli ingredienti che dici tu ci vuole il concorso di molte forze, perché si crei un circolo virtuoso. Il teatro è un'arte collettiva. Il ruolo di un organizzatore o di un produttore è tanto importante quanto quello dell'artista, perché di persone che amano esperienze come quelle che descrivi tu ce ne sono ma non arrivano quasi mai a varcare la soglia dei pochi luoghi e momenti dove cose del genere accadono. È questo che intendo quando parlo di smantellamento del teatro come insieme di saperi. Ci sono pochi organizzatori capaci e coraggiosi, ad esempio. Oppure, per fare un esempio che mi riguarda: io potrei fare benissimo il piano luci per i miei spettacoli, senza bisogno di un tecnico. Ma voglio avere un tecnico luci, capisci? Perché lui quella cosa la sa fare comunque meglio di me, e se avessi il denaro vorrei uno scenografo, un costumista ecc. Io ho scelto il teatro anche per questa idea di lavoro d'equipe, che però, per motivi economici, e anche culturali, sta scomparendo. Così siamo invasi da dilettanti, da gente che si improvvisa a fare quello che fa, e si vede. In questa fase magari non si vede ancora tanto perché anche il pubblico ormai è abituato ai reality show e alla mancanza di professionalità data per scontata ma tra qualche tempo, quando passerà la moda di tutto questo, si riapriranno scuole in cui di nuovo si imparerà a fare qualcosa come si deve. Forse ti aspettavi una risposta diversa ma io non so affiancare alla tua immagine altro che un gruppo di persone capaci di fare quello che stanno facendo e motivate a farlo. Qualcosa che oggi succede raramente.

Secondo te gli artisti hanno un compito? E che responsabilità comporta?
Ti confesserò che non ci ho mai pensato tanto. Forse perché l'ho sempre vissuto molto praticamente tutto questo: insegnando teatro, incontrando il pubblico, scrivendo spettacoli che facessero ragionare, arrabbiare anche. Non saprei, penso che ognuno la veda a suo modo. In questo momento, se dovessi dire quale è il compito degli artisti, direi che è quello di stare calmi. Cioè di non farsi prendere da questa foga, da questa fretta di farcela, di essere famosi, di godere dei privilegi di casta ecc. Perché se esisterà ancora qualcosa che potremo chiamare arte, sarà qualcosa che nascerà dalla quiete, anche nel mezzo della storia, anche nell'occhio del ciclone, ma comunque in uno spazio da cui lo sguardo di qualcuno, indisturbato e forte, riesca a guardare ciò che accade, e a parlarne. In questo senso mi sembra che, mai come oggi, per essere artisti veri bisogna essere anche persone forti.

Un poeta ha detto che la carta è stanca. Secondo te è così?
Sì, è così, ma è in buona compagnia.

E a te cosa stanca?, in teatro, nella letteratura…
La fretta, come ti dicevo, poi anche il non comprendere l'umanità di chi sta scrivendo, parlando, anche il gioco delle opinioni mi stanca molto, perché il mondo ci sta cambiando sotto i piedi mentre noi ne discutiamo al bar...

Ha senso secondo te fare queste distinzioni “poesia”, “teatro di poesia”, “teatro”…? Cosa hanno in comune? E cosa li separa?
Il teatro è azione, parola che minaccia una azione, che parla a qualcuno di preciso, qualcuno che si ha davanti, è corpo che fa, e qualche volta fa mentre parla, o parla per non fare, e usa una parola carica di qualcos'altro, che sprizza vita, violenza, tenerezza, una parola colloquiale ma fortemente allusiva, come era la lingua fino a pochi anni fa, quando bastava uno sguardo, un modo di accentare una parola perché chi avevi davanti capisse...Oggi servono tante parole per tutto questo, e forse è per questo che il teatro è in crisi, mentre, per dire, il romanzo no. La poesia condivide col teatro questa cosa importante: la necessità, l'amore direi, per l'economia di parole, per l'evocatività dei vocaboli e dei versi. Ma deve ottenere questo effetto senza la presenza reale di un corpo, solo attraverso le parole sulla pagina. Poi, in alcuni casi, come in Damiani, poesia e teatro si avvicinano, perché Claudio scrive sempre in prima persona, usa una lingua colloquiale, sono brandelli di discorso quelli che emergono alla sua coscienza e che diventano poesie. Però, sì, direi che poesia e teatro sono entrambi linguaggi sintetici, che richiedono misura. In questo senso sono due linguaggi aristocratici, monastici, da artigiani intrattabili.

Nella tua vita hai vissuto facendo teatro. Il teatro, come la poesia, come l’arte in genere, sono a tuo avviso necessari? C’è chi dice che sia un bisogno, chi un dovere, chi un privilegio. Sono privilegiati i poeti che conosci? Sono necessari, gli artisti?
Anche a questo ti confesso di non pensare mai. Per me è necessario che l'essere umano stia sul sentiero della propria umanità, un sentiero tutto curve e paesaggi diversi. La bellezza è un bisogno dell'essere umano, uno dei panorami di cui ha bisogno. Come l'amore, la libertà, il riposo. A partire da questi bisogni gli uomini, secondo me smarrendosi dal loro sentiero, costruiscono istituzioni, corporazioni, poteri, privilegi. Non amo la corporazione degli artisti come non amo nessun'altra corporazione. Io non ho mai avuto problemi a vivere di teatro, problemi con me stesso intendo. Ora ci sono scenari economici che rendono molto difficile continuare a vivere del teatro per come lo interpreto io, e forse c'è anche una certa stanchezza in me nel momento in cui sempre di più un regista teatrale deve essere promotore di se stesso e sempre meno artista. In questi anni sto scrivendo, molto di più di quanto faccia teatro, perché la scrittura mi sembra che mi metta più alle strette, dia pane ai denti della mia intransigenza. E poi a dir la verità io scrivo da quando ho dodici anni, quindi la scrittura mi ha sempre accompagnato e ora si sta facendo più vicina, come se finalmente, nell'isolamento degli ultimi anni, nella diminuzione dei ritmi di lavoro, riuscisse a trovare uno spazio per parlarmi, insomma qualcosa di intimo e bello, anche se faticoso, perché per uno che per quindici anni è saltato sulle assi del palco come un matto trovarsi ore al tavolo a scrivere è dura...Comunque vedremo, come non ho avuto problemi a vivere di teatro, non ne avrei a vivere di scrittura. Il problema vero è che qua, oggi, se si vuole lavorare con serietà e pazienza, si rischia di non vivere più né dell'uno né dell'altra.

La poesia dice eternamente il suo tempo. Secondo te, cosa ci dice quella del nostro tempo?
Non la conosco abbastanza per esprimere un giudizio. In generale mi piace la poesia più semplice, in ogni tempo. Semplice, economica, essenziale. Questo tipo di poesia mi parla. Non mi piace la poesia troppo ellittica, come certe volte è la poesia contemporanea, perché non ho bisogno di ulteriore confusione, ho bisogno di qualcosa di forte e semplice. Ho bisogno di una voce oltre che un cervello.

Un poeta su cui ti piacerebbe lavorare
Claudio Damiani è davvero l'unico poeta contemporaneo che conosca la cui scrittura io possa trasporre in teatro.

Scrivi poesia?
In questo momento no. Negli anni scorsi, sì, ho scritto poesia, e anche tre cose che poi sono andate in scena, a Santarcangelo, a Volterra e a Milano. Quasi dieci anni fa già. Ma era una specie di poesia usa-e-getta, per così dire, cioè erano esperimenti folli, in cui per un mese si provava con la compagnia e io ogni mattina scrivevo qualcosa, pensando all'attore che poi doveva interpretarlo. Ho ricordi bellissimi di quegli anni, che sono stati un apprendistato eccezionale, una bottega drammaturgica unica. Anche la scrittura che usciva da questo stato di pressione non era cattiva, con alcuni difetti tipici della fretta ma direi onesta. Ora sto scrivendo prosa, una prosa che però mi sembra contenga tutto il lavoro di questi anni tra teatro e poesia.

mercoledì 2 gennaio 2008

1 gennaio 2008 - Alla parola che qui non c'è

di Teresa Ciulli
perde perde velocità
si fa pesante inutile istituzionale
finta
Troppe volte l'abbiamo pronunciata
questa parola scatola
questa parola pancia
questa parola scrigno.
Eppure è chiusa a chiave
o è lei stessa una chiave
per aprire il desiderio che io ho
che qualcuno che mi è caro
sia felice nel tempo a venire
stia bene nel tempo chiuso ancora
nel suo gomitolo;
e che quel gomitolo riesca a svolgere
unendo il capo che oggi penzola
che chioma d'oro!
a quello che ancora penzola
coda d'argento di cometa sgualcita
Stamattina faccio il nodo
lo stesso che mi stringe la gola
in un grumo di paura di pianto
di spaesamento
di fine
stringo fra le mani
questo inizio
che ha già dimenticato di essere un inizio
e lo lego
ai vostri:
un nodo tutto d'oro
intrecciato con decine di code sgualcite
di comete
e la parola la parola che non pronuncio
per non sciuparla nell'uso
sta qui
con noi
trattiene ancora qualcosa chi
non lasciato andare
a mezzanotte
e neanche adesso
Non è la scarpetta di Cenerentola
non è il desiderio volato via
come un palloncino ad elio
non è il bacio dato sulla frontiera del tempo
che è anche il suo lasciapassare
non è il pensiero di chi non sta sbarcando
con me
nel territorio nuovo
E' una parola
una che se ne sta zitta
e che lancio a voi
chiusa nel suo guscio di noce.
Dentro non c'è il gheriglio
ma una vela bianca
da issare.
E' grande
molto vento deve trattenere
per spingersi tanto più lontano.


Segnalibro del FV: Antonio Errico




segnalibro del FondoVerri



Se venite da queste parti
prendendo qualsiasi strada,
partendo da qualsiasi posto,
in qualunque ora e in qualunque stagione,
sarebbe sempre lo stesso: vi toccherebbe
spogliarvi dei sensi e della ragione

Thomas S. Eliot

Antonio Errico con il Viaggio a Finibusterrae
Lunedì 7 gennaio, alle ore 18, al Museo S. Castromediano
Intervengono con l'autore
Giovanni Invitto, Mario Pastore e Giovanni Pellegrino.



La prima pagina del
Viaggio a Finibusterrae Il Salento fra passioni e confini
Manni (2007)

Del silenzio. Della luce. Della malinconia

Non bisogna esserci nato in questi luoghi. Non bi­sogna sentire il mito nell'aria che respiri. Non bisogna avere i destini impastati con la storia. Non bisogna ave­re rimpianti, né memoria, né passioni vecchie e nuove.
Non bisogna conoscere strade e direzioni, né sapersi muovere tra i vichi ad occhi chiusi, né avere occhi abi­tuati al vorticare della luce, né un pensiero capace di confrontarsi con le ombre, con le visioni che partorisce la controra.
Non bisogna aver appreso a sentirsi parte d'infinito guardando il mare dallo strapiombo di una torre, né pen­sare a se stesso come a una delle innumerevoli voci di un racconto, di uno di quei racconti che frastornano la luna. Bisogna essere passante forestiero per capire questi luo­ghi, per riuscire a riconoscere la mistura di falso e di ve­ro, a discernere la realtà dall'invenzione, la concretezza dall'apparenza, per sprofondarci dentro e scandagliare il senso ,che si nasconde sotto una pietra, nel vuoto su­perbo di un rosone, nelle leggende custodite dalle grot­te, in un linguaggio che strascica le parole a cantilena.
Non bisogna aver udito i canti dei carrettieri, né rosari bisbigliati nella penombra delle chiese, non bisogna aver visto le anatre stramazzare sulle scogliere, né caval­li e uomini schiumare dentro i solchi, né tarantate che cercano un sollievo all'ossessione nello specchio d'ac­qua di un pozzo di scorpioni.

Non bisogna tutto questo, molto altro che questo, per capire Finibusterrae.