lunedì 19 novembre 2007

Trilogia del tempo ingiusto

Elisabetta Liguori

I

Sono nata quando tutto l’amore

s’era già prosciugato.

Ho preso treni già partiti

allo sfrecciare dei finestrini e al passo offeso del controllore di turno

che rientrava togliendo il berretto dalla sua calvizie.


Ho amato uomini già morti

palpato i loro romanzi pubblicati millenni prima.

e partorito figli molto più vecchi di me.


Ho gridato - e guerra sia! – quando i coscritti con lo zaino in spalla

già tornavano a casa nei loro anfibi.

Ho cenato freddo a cucine serrate e forni spenti

Ho acceso la tivù in appartamenti abusivi già abbattuti.


Per questo, quando hai composto il mio numero e io ho risposto

Pronto.

Sono io.

Io, chi?

Quello.

mi è sembrato di sentire dentro una voce

gli applausi della sera giusto al calar del sole,

ed ho riso.

II

Adesso mi pare più evidente

d’essere arrivata al nostro primo appuntamento

con un vestito troppo elegante.

Tu avevi sul cappotto avanzi di piume

come avessi tenuto a lungo a bada

un piccione ubriaco.

D’essere inopportuna coi miei tacchi a spillo

l’ho capito appena t’ho visto

nascosto a tratti dalle gente,

ma l’estate m’ha spinto a mentire.

- Non c’è assolutamente nulla che io abbia voglia

di fare –

dicevi.

Ed io ho infilato

le scarpe strette nella tua pozzanghera

a inzaccherarti.

Non avrei dovuto togliere le calze a maggio.

Questo è il punto.


III

Questa notte

sono stata al nostro funerale.

Stavamo in due bare lunghe e nere

messe vicine e verticali.

I fiori sul coperchio erano dello stesso colore della tua giacca da camera.

Un colore liso e molto più morbido di quello che dovrebbe avere una buona giacca.

Ma di quale colore fosse davvero la stoffa di qui petali lo sanno solo

i nostri vecchi giorni.

Stavamo nelle bare e pure tra gli scanni,

nella chiesa con le altre sagome

profumate d’olio.

Stavamo miti come cani da salotto,

vicini sempre,

mentre tu mi dicevi:

cara

ma

che bella cerimonia,

così emotivamente trionfante e vaga!

Tanto è lo spazio che riempivano insieme

e l’abitudine ad amarsi,

che quei due

di certo

non lo hanno capito neppure d’essere così morti.

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