venerdì 30 novembre 2007

Carlo M. Schirinzi al Torino Film Festival

Nuovi talenti. Schirinzi, un video per il festival di Moretti

di Rossano Astremo

Carlo Michele Schirinzi, artista e videomaker di Acquarica del Capo, tra i più brillanti e innovativi della sua generazione, è alla sua terza presenza al Torino Film Festival, che quest’anno si svolgerà dal 23 novembre al 1° dicembre e sarà diretto per la prima volta da Nanni Moretti. Nel 2002 partecipò con “Astrolìte”, mediometraggio realizzato con Antonello Matarazzo con la partecipazione amichevole di Enrico Ghezzi e Gabriele Perretta e nel 2003 con “Il nido”, cortometraggio che ottenne una menzione speciale. Quest’anno sarà ne “La zona”, la sezione sperimentale internazionale curata da Massimo Causo. Abbiamo sentito Schirinzi prima della sua partenza per Torino.

Il lavoro che porterai al Torino Film Festival è “Oligarchico (mosaico da camera)”, un video di 14 minuti autoprodotto…

«Sì, il tema è l’esclusione dalla Storia e l’incapacità di dialogare con essa. Il titolo riassume l’intimità della linea di condotta integralista del personaggio, da me interpretato, mentre tenta di ricucire i legami con le sue passioni mancate, illudendosi di partecipare a storie e a rapporti sessuali da videocassetta diventandone il protagonista assoluto, ma solo sul set della propria casa».

I tuoi lavori si muovono sull’esile soglia che separa la videoart dal cortometraggio vero e proprio. Nei tuoi video le storie sono lievi e lasciano spazio ad una scansione delle immagini di forte impatto lirico…

«La distinzione dei generi è sempre molto difficile e serve solo ad incasellare un prodotto per meglio gestirlo e classificarlo. Viviamo in un momento in cui la Storia si è dimostrata effimera ed è stata sconfitta dalla Geografia. Basti pensare a come le verità assolute sono quotidianamente scardinate dalle continue scoperte sull’origine della specie umana e sull’evoluzione del mondo. Questa idea di Geografia è alla base del mio linguaggio a scapito della narrazione tradizionalmente intesa, sempre più spesso utilizzata per confezionare prodotti prevedibili: un impianto sensoriale partorito dai luoghi del corpo, della mente e dell’anima, in grado di attraversare trasversalmente arte, musica, architettura, letteratura, cinema. Da Riefensthal a Lynch».

Quanto il lavoro cinematografico di Carmelo Bene, al quale tu hai dedicato la tua tesi di laurea, ha influenzato il tuo modo di creare?

«È un’influenza viscerale e non intellettuale: la riesumazione giocosa del passato, l’interferenza nel linguaggio, la disperata lotta per sostituirsi ad un dio assente mediante un sacro soliloquio votato all’impotenza, e poi l’approccio scientifico allo studio della phoné e dell’autoamplificazione, la grande tecnica dell’ “auttorialità” sdoppiata al di qua e al di la della macchina da presa».

Il Salento diviene scenario privilegiato anche delle grandi produzioni. Cosa pensa un giovane videomaker che lavora in questa terra di una simile visibilità nel nome della settima arte?

«Per il Salento è sempre una buona occasione di pubblicità a livello nazionale. Vanno bene tutte le produzioni, peccato che la maggior parte delle volte la scelta della location sia dettata solo dalla curiosità esotica generando così una stridente incompatibilità tra la storia del film e la sua ambientazione: immagina se il Salento diventasse la scenografia naturale del cinema italiano, impegnato solo a spedire cartoline da centri storici e coste!»

Dopo il Torino Film Festival, quali sono i tuoi progetti del prossimo futuro?

«Dopo “(videoverture ad otto)” e “Lapisardens (mistura per nastro dauno)”, sto montando il terzo documentario della collana Intramoenia Extrart – Castelli di Puglia” commissionatomi da Achille Bonito Oliva e Giusy Caroppo e legato alle mostre in corso a Lecce, Acaya e Muro Leccese, contemporaneamente lavoro al mio progetto fotografico “Otrantiade”, una rivisitazione dell’iconografia musiva del pavimento della Cattedrale dei Martiri, e soprattutto cercherò i finanziamenti per il prossimo film».

Articolo pubblicato il 29 novembre 2007 sul “Nuovo Quotidiano di Puglia”

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