sabato 17 novembre 2007

2007. Carmelo Bene, da cinque anni ci manca.


di Mauro Marino

Da cinque anni Carmelo Bene ci manca.
Manca al teatro e manca al mondo l’intensità creativa della sua “leggerezza”, il suo scatto geniale, la sua arguzia e il suo profondo senso dell’humor.
Un teatro di scosse ,il suo, di continue frammentazioni di senso in un movimento di rimandi, di sospensioni sonore, di folgoranti immagini. “Io sono già un classico perché vivo nell’eternità”, diceva “sono eternamente vivo”. Una antropologia sincretica, colta e popolare insieme, quella del Maestro. L’unicum CB, capace di tenere in sé, nell’ agire, l’essenza della rappresentazione: il fiato dell’origine nel continuo farsi della tradizione.
Macchina attorale complessa e articolata in sperimentazioni microfoniche che osavano, oh, quanto osavano con i Kilowatt, in potenze che caracollavano dalla Torre degli Asinelli per la sua “Lectura Dantis” e rimbombavano le cave salentine, vibranti del suo ancor più orfico Campana.
Genio assoluto CB, di un istrionismo lontano dalla retorica, sempre puro, profondo, umanamente popolare nel suo inseguire il volo dei santi e la materia liquida dell’esserci, nel potere della voce, ri-trovandosi in sintonie poetiche.
Carmelo Bene è la punta più alta di un Salento che profondamente sa il teatro.
La radice tarantata, che rompe schemi per far rituali e celebrare incanti al disagio, con la danza.
Già allora, nel suo greco necessario il teatro tra altalene, pampini e acqua chiamava il pubblico, tutt’intorno a celebrare. Flauti e corde di violino, e pelli tese tese facevano vibrati d’animo.
Questa la madre, la matrice che ha saputo con il barocco far quinte alla Vita, esaltando visioni, incanti, passioni. La pietra è del popolo, così morbida, amica, nel lasciarsi interpretare in diavolo, in santo, in voce di natura.
Già la Voce, la sua! Che emozione, sentirlo! Quale pregio un teatro che celebra l’opera del Tempo continuamente tradendola e negandola nel suo inesorabile fluire. Oggi, quella voce, nell’assenza del capolavoro attorale, torna a far vibrare le corde del nostro amore e della nostra passione.
Agli occhi viene il palazzo moresco di Nostra Signora dei Turchi a Santa Cesarea. Gli scogli, il mare, i teschi dei martiri nella cattedrale, scorrono sul grande schermo della nostra malinconia. E, quella appartenenza mai retoricamente portata, viene fuori, forte d’una tessitura che inesorabile dichiara radici in uno spaesamento barocco, anarchico e folgorante. Questo era ed è Carmelo Bene, questo ci manca!

(Paese Nuovo sabato 17 marzo 2007)

Nessun commento: