mercoledì 24 ottobre 2007

Sulla messa in latino.

Terraterra

di Teresa Ciulli

Una volta tanti anni fa. In Umbria. Entrai in una chiesa dove era in corso una messa: in latino. Una atmosfera da cenacolo; un raccoglimento insolito; tutto intorno a quella chiesetta di pietra una intera regione dell’Italia che somiglia a una foresta medioevale tutto intorno città e paesi dove le tue scarpe risuonano sugli stessi ciottoli sulle stesse pietre che hanno sorretto il piede di Chiara, e Francesco, e Domenico. Una messa che era più una esperienza estetica che qualunque altro tipo di esperienza. Ora io che amo l’arte potrei anche arrivare a dire, embè? Che male c’è in una esperienza estetica, la bellezza non avvicina forse a dio? Però veramente a questa domanda mi verrebbe da rispondere sovvertendo le aspettative perché una domanda che ha già in sé la risposta non è proprio una domanda ma forse una civetteria. Prima di tutto che cos’è una messa e se lo chiede una donna che ci va tanto di rado; una messa è un tempo della settimana, un’ora se ci pensi, un’ora sulle centosessantotto che sono il bottino di sette giorni, in cui stai insieme ad altre persone che come te si sono date appuntamento, stesso posto stessa ora, intorno a una speranza intorno a una idea intorno a un uomo che non c’è perché sta da millenovencentosettantaquattro anni in un mondo che chiamano regno dei cieli. Nessuno di noi che si riunisce quell’ora sulle centosessantotto lo ha mai conosciuto, perché nessuno è così vecchio, ma è questa condizione di fede che fa quell’ora della nostra vita rivoluzionaria: perché in nessun altro luogo della terra che non siano le Chiese si trovano e si riuniscono persone in nome di un uomo che non c’è e che ha predicato cose veramente ridicole e assai fesse: porgi l’altra guancia; rispondi al male con il bene; accetta il dolore. Non rubare non uccidere pratica la giustizia. Tutto un altro mondo; davvero il cielo. Perché noi invece costantemente rubiamo. Le risorse di questo mondo che appartengono a tutti senza distinzione. E non solo a noi adesso ma agli animali alle piante alle nuvole alle stelle alla via lattea e a quelli che, cosa che punge se potesse più ancora, a coloro che ancora non godono di quella montagna delle nuvole in secondo piano sull’orizzonte, e non sanno dell’acqua che si beve dalla fontana perché non ancora nati uomini, non ancora nati animali e piante, stelle, talpe. C’è poco da parlare in latino qui c’è invece da spiegare, e terraterra, in modo che si capisca bene bene, e quindi manco in italiano ma in dialetto perchè è necessario che la chiesa affronti, con un coraggio che non ha mai dimostrato in duemila anni di potere, i necessari cambiamenti nell’ordinamento e nella istituzione che possano finalmente liberarla dalla sua inquietante sessuofobia: come se dio non fosse veramente il dio dell’amore: della intimità all’uomo della condivisione. E poi, se anche dio non fosse e Gesù è stato solo un uomo un profeta straordinario che come una meteora ha attraversato la terra lasciando l’impronta divina del suo piede in noi a me va bene lo stesso, perché quello che quell’uomo ha predicato è talmente potente e talmente fuori dalla mia portata e talmente astronomicamente lontano anni luce da me che basterebbe già solo essere attaccata a una di quelle profonde liane di parole che legano la vita di un uomo a questo pianeta e al mistero immensissimo che lo circonda a far diventare questa mia esistenza come la punta acuminata di un compasso. Tutto il resto non sarà che un cerchio. Che io vorrei sempre più ampio tanto da imparare a includere qualcuno fra i magistrali paradossi della vita di un dio: un re nato con i pidocchi.

Nessun commento: