venerdì 5 ottobre 2007

Odio il servile, l’appiattimento (…) La vita dei ribelli invece m’appassiona. Ercole Ugo D'Andrea

di Luciano Provenzano


Accostarmi alla poesia di Ercole Ugo D’Andrea è ricollocarmici vicino per rievocarne aspetti sentiti in maniera diretta, in lontani incontri con lui. Lontani per il tempo che passa e la vita che cambia: sono in debito con Ercole, un debito di visite e di doni. Spero mi perdoni. Ma anche una rilettura delle sue poesie è tornare a incontrarlo. Lo sentivo straniero, talvolta anche a se stesso: era uno sguardo dal di fuori sulle cose, quasi che poco avesse a cuore entrare in interiore contatto con qualcosa o qualcuno. Di fatto partecipava profondamente la realtà e sorprendeva per gli slanci con cui sviluppava emozioni di contatto. Sant’Isidoro, con i frutti di mare, a mangiare, mi meravigliò non poco: luoghi affollati e lui – noi, insieme - a farne parte, su sua proposta (e mi disse che ci andava spesso). Un’altra volta, a Civitella Alfedena, nel bar: era lui! nel paese d’origine del padre – ma casuale l’incontro - e ci portò nella sua casa. Un giorno venne a trovarlo Mario Luzi, nella sua casa a Galatone: ci scrisse un quaderno di quell’incontro. Sperava molto dalla poesia; ci ha investito la vita intera per rimediarne qualche briciola – non per dire che sia poca – ma rispetto a quanto ne sperava e ne parlasse anche una biblioteca intera sarebbe stata poca. Poesia entrava e poesia usciva; autori dappertutto, letture, e appunti, quadernetti. E tanta generosa produzione: Spazio domestico (Padova, 1967), Ozie e Negozi (Vallecchi, Firenze, 1973), La confettiera di Sèvres (Lacaita, Mandria, 1989), Fra grata e gelsomino (Garzanti, Milano, 1990) Il bosco di melograni (Passigli, Firenze, 1996), L’orto di ribes di corallo (Lacaita, Manduria, 1999), I colombi di Urbino (QuattroVenti, Urbino, 2001).

Il prendere posizione da seduti, questo gli dicevo, è troppo comodo! “Odio il servile, l’appiattimento (…) La vita dei ribelli invece m’appassiona”; ch’egli, Ercole Ugo D’Andrea, abbia potuto mai scrivere una tal cosa? Passione per i ribelli – quindi per la ribellione -? Se gli covava dentro l’ha risolta, di fatto, esclusivamente in poesia.
“Ho scelto la solitudine / perché il rovescio della medaglia è clamore, / rozzezza, arroganza.” Ma la verità è anche un’altra: solitudine “perché così un tempo m’avanza di puri addii alle cose”: E allora solitudine perché oltre vi è solo ‘rozzezza’ e ‘clamore’ o solitudine per coltivare quel legame interiore col mondo? “Ospite o esiliato nel pianeta / ho scelto via più breve la distanza”.
Una distanza da egli anche misurata: “che va dalle stagioni (…) fino al fiorito niente delle stelle”. Ma se quel ‘fiorito delle stelle’ è un ‘niente’, e allora potrebbe la ‘distanza’ trasformarsi eventualmente in una vicinanza? Quindi non più ‘ospite’ né ‘esiliato’, il poeta sarebbe a pieno titolo un abitante del mondo, nascendovi in esso. Ma è proprio il termine nascere, che in sé richiama il rapporto con la madre, a racchiude il senso profondo della personalità poetica di Ercole. Ed è a cogliere i tratti di tale rapporto – per come in tante poesie il poeta la nomina o la rievoca - che si comprende appieno la poesia di Ercole Ugo D’Andrea.

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