giovedì 20 settembre 2007

Analogico o digitale, questione di DNA





















l'intervista a CM Schirinzi è pubblicata su Guide to the contemporary Art in Italy / UnDo.net ed è di

Paolo Giaffreda

C'è chi si definisce artista. Chi precisa che è un “artante”. Carlo Michele Schirinzi di professione fa l'artigiano. “Un artigiano che utilizza vari utensili per costruire degli scarti di sacralità, oppure una specie d’archeologo che scava per portare a galla il nascosto”.
Poliedrico videomaker, camaleontico interprete e autarchico fabbricatore di idee sensoriali. Questo originale artista-chirurgo si avvale della tecnica fotografica definita “dell’iconoclastia (su)al negativo”. Tecnicamente si tratta di “raschiare manualmente” (con le lamette) il negativo 35 mm, poi stampato a toni invertiti come fosse un positivo. Con Overview, Schirinzi parla del suo percorso artistico: una ricerca che trova spazio sia nella fotografia sia nel cinema d'arte.

Parliamo di metamorfosi e videoarte. Puoi dirci cosa sia propriamente, secondo te, la videoarte e quando l’arte cinematografica tout court si trasforma in cinema d’arte in senso stretto.
Metamorfosi è la parola giusta. Per me non esistono separazioni tra forme d’arte, chi le attua lo fa solo per incasellare in generi le opere in modo da controllarle meglio; se Brakhage o Gianikian e Ricci Lucchi avessero diretto i loro lavori solo nel circuito delle gallerie, oggi leggeremmo i loro nomi accanto a quelli di Viola e Barney: chi sta al limite e lavora sul filo del rasoio è spesso escluso dai dibattiti critici perché sfugge alle classificazioni. La differenza esiste invece tra pellicola e digitale, chimica la prima, matematica la seconda, una questione di dna che bisogna tener sempre presente perché è proprio da questo passaggio del cosiddetto ‘reale’ in qualcosa altro, da questa mutazione (sempre soggettiva) che parte tutto. Il cinema diventa arte nel momento in cui la dittatura del testo e della storia passa in secondo piano.

Cosa pensi della videoarte made in Italy?
Ci sono delle opere molto interessanti di nomi noti e meno noti dell’arte, ma da un po’ di tempo c’è anche un ossessivo taglio sociale che la maggior parte delle volte accantona la ricerca visiva. La forza delle immagini però, statiche o dinamiche che siano, è proprio quella di parlare senza parole, di far riflettere senza quelle furbizie da racconto che sanno quando colpire la sensibilità dello spettatore. Il sociale può essere trattato diversamente, mi vengono in mente i film senza dialoghi di De Seta o i videoarchivi di Grifi.

C’è, secondo te, una scuola, un Paese, una tradizione di videoarte che valga la pena ricordare?
Assolutamente no! Come in tutte le cose ci sono individui e ricerche, non tradizioni o scuole.

Come sai, in questo periodo a Barcellona si sta lavorando all’allestimento di Loop 07, festival ma anche fiera dedicata completamente alla videoarte ed ai suoi collezionisti. In Italia ci sono abbastanza appassionati e collezionisti da poter organizzare un evento simile? E gallerie?
Appassionati tanti, anche se ne incontro più nei festival di cinema di ricerca che non nelle fiere d’arte. Il problema è che questo tipo di collezionismo è ancora amorfo a causa anche di chi promuove la videoarte: nelle fiere i video sono sempre relegati in piccoli plasma o lcd mal regolati, con cuffiette scassate, buttati in un angolino o in meravigliosi Mac in bella presenza. Anche il video, come la scultura, ha bisogno di spazi vitali adeguati per poter essere apprezzato, e in più di una preparazione tecnica alla proiezione che non si fa quasi mai.

Qual è l’ostacolo maggiore alla diffusione di questo media tra il grande pubblico?
Il fumo che si getta negli occhi della gente: troni dell’arte occupati da tanta improvvisazione, dilettanti allo sbaraglio armati di videocamere pronti a sfornare storielle da reality, poca ricerca e molti piatti pronti a consolare un pubblico abitudinario; poi c’è chi esagera con l’effettistica nella fase di post-produzione insomma, non è solo un fatto di promozione ma anche di qualità (e professionalità): il basso costo del digitale ha portato ad un abuso di potere, altro che democrazia!

Passando a te. Come ti definiresti artisticamente parlando?
Un artigiano che utilizza vari utensili per costruire degli scarti di sacralità, oppure una specie d’archeologo che scava per portare a galla il nascosto…a te la scelta!

Nei tuoi lavori giochi spesso tutti i ruoli: autore, sceneggiatore, scenografo, costumista, montatore e naturalmente attore/attrice. Qual è il ménage che ti piace di più?
Non c’è differenza tra i ruoli, tutti sono importanti perché li ricopro in prima persona mettendomi in gioco continuamente, anche quando non sono in scena: essere dietro l’obiettivo a volte non è sufficiente, bisogna caderci dentro, totalmente, con tutto il fisico, sciogliersi in questo gioco al massacro… non sempre l’occhio basta, spesso tira brutti scherzi camuffati da illusioni estetiche.

Attingendo al tuo copioso background hai talvolta riscritto storie note usando la tua (in)discutibile immaginazione (per dirla a modo tuo). Cosa ti diverte veramente nel trasformare queste trame?
Impossessarmi di cose che mi hanno influenzato, smontarle per poi ricostruirle: nei video “Crisostomo” e “Dal Toboso” o nella serie fotografica “Gl’impalati”, Cervantes e Jarry non sono presenti con la parola scritta ma con i loro umori, in “Zittofono”, “Dé-tail” e “Otrantiade” Beckett è presente con le sue stanze vuote. Sarebbe un reato confinare questi personaggi solo al ricordo e allo studio: li mastico insieme alle mie idee e poi li vomito in una nuova vita, come i gorgoni delle miniature gotiche. Da un po’ di tempo sono attratto dalle immagini di bassa qualità, quelle scaricate da internet per intenderci, pronte ad essere nuovamente violentate: a tal proposito i videoplagi “All’erta!”, “Addestramento all’apocalisse”, “L’ultima vhs di Krapp”.

Sei un transformer nelle scene. Per realizzare i tuoi video, stravolgi la casa in cui vivi con tutta la tua famiglia e la trasformi in un set cinematografico. Non ti hanno mai cacciato da casa riducendoti, da hommelett (uomo con un letto sicuro) in homeless?
No, almeno per ora… ho anche fondato una fantomatica casa di produzione il cui nome è tutto un programma, la Untertosten Film (produktionen autarkiken) con la quale marchio a caldo quasi tutti i miei video: una presa per i fondelli di chi non vuol capire che la ricerca artistica ha bisogno di finanziamenti, ma anche un calcio alle case di produzione cinematografiche che buttano immense somme di denaro per produrre tanta merda.

A chi si ispireranno i prossimi lavori di CMS?
Contemporaneamente sto lavorando ad “Oligarchico”, un progetto video multischermo in cui un moderno eremita nel chiuso della sua abitazione gode nel vedere immagini piatte di qualsiasi natura, e al ciclo fotografico “Otrantiade” ispirato dall’iconografia musiva del pavimento della Cattedrale di Otranto. Per il resto, vedremo…


Per contattare Carlo Michele Schirinzi scrivere a: carlomicheleschirinzi@yahoo.it

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