mercoledì 8 agosto 2007

E' lì che sentono...

Di Gesu’ che spiega dove sta l’anima

di Vittorino Curci

A nove anni mi capitò di avere per maestro un uomo chiamato Gesù che faceva il barbiere dirimpetto al dazio.

Il primo giorno che mio padre mi lasciò al salone, Gesù disse: "Vuagliò, ti dico subito che qua ti devi imparare bene tre cose: a fare la barba, i capelli e a suonare uno strumento. Che ti piace di più, la chitarra o il mandolino?" Stava aspettando la risposta che entrò un cliente. Senza perdere altro tempo con le chiacchiere, il maestro passò ai fatti. Mi fece vedere come si insaponava il pennello e si pittavano le facce con la schiuma.
Quando il cliente se ne andò, ripigliò il discorso: "Puoi scegliere con calma." Guardò sul muro dove stavano appesi una chitarra e un mandolino. La chitarra mi sembrò troppo grande per me. Perciò dissi il mandolino, e il maestro mi sembrò contento: "Appena cominci a suonare due note ti porto appresso a me a fare pratica ai festini. E poi ricordati che questo è un mestiere difficile. Se vuoi impararti barbiere devi stare sempre dietro a me. Dove guardo io devi guardare tu."
La sua faccia era bianca come la calce del muro. Portava i capelli alla poeta, lunghi dietro. E quando parlava si prendeva tutto il tempo.

"Adesso vai a casa e chiedi a mia moglie che cosa si mangia a mezzogiorno."

Mi spiegò dove abitava e io pigliai il passo. Per strada tre ragazzi più grandi di me stavano accoccolati a giocare con le palline di vetro. Passai in mezzo a loro con l'aria di uno che non teneva tempo da perdere.

Quando non si vedeva la testa di un solo cliente e le dita non si volevano godere una bella musica, Gesù faceva la posta sulla soglia del salone per invitare qualcuno dei suoi amici a tirarsi un pett'a petto con lui a scopa. E per vincerlo bisogna chiedere l'aiuto dei santi, pure i giorni che non gli veniva un sette. Per di più all'ultima mano di ogni giocata era capace di indovinare tutte e tre le carte dell'avversario. Questo fatto a me pareva una specie di miracolo. Mai una volta che si sbagliava mezzo punto.
Come faceva me lo disse un giorno che stavamo soli. Quello, era un vecchio trucco che sapevano soltanto i giocatori come lui. Si chiamava il "quarantotto," e non appena crescevo un altro poco me lo spiegava bene bene così i miei compagni li facevo morire di invidia.
Le parole di Gesù mi lasciarono contento. Rimaneva solo un pizzico di curiosità per gli altri trucchi segreti che lui sicuramente conosceva. Esisteva per esempio un "trentuno"? Un "quarantasette"? Un "novantatré"? Soprattutto mi chiedevo se anche il pallino da bigliardo che stava nel cassetto degli attrezzi era pure lui una roba del genere. Lì dentro, in mezzo a forbici e pettini, a rasoi e tosatrici, sembrava il regalo di un bambino.

"E questo che numero porta?" gli chiesi un giorno.

Dallo sguardo sembrava che non avesse capito la domanda. Ad ogni modo mi spiegò che l'oggetto che tenevo in mano era "la palla" (si chiamava semplicemente così) e serviva per fare la barba ai vecchi che erano rimasti senza denti.
Dopo averla sciacquata sotto il rubinetto il barbiere la ficcava nella bocca del cliente per fargli arrotondare la pelle della guancia e lavorarci meglio col rasoio. Fatta mezza faccia, il vecchietto se la doveva passare dall'altra parte come una caramella e si completava il servizio.
Alla fine veniva sputata, risciacquata sotto l'acqua, asciugata e riposta nel cassetto degli attrezzi, in attesa di passare nella bocca di qualcun altro.

Con il mandolino andavo bene. Dopo appena un mese già ti facevo il ritornello di "Cuore napoletano" e il maestro diceva che come tempista non c'era proprio nulla da dire. Dovevo solo fare un po' di progressi con la diteggiatura, e per questo c'era una regola sola: lo strumento bisognava toccarlo tutti i giorni.
Ma la lezione più importante che ricevetti da Gesù è che l'uomo tiene un'anima. Non si spiega diversamente il fatto che la gente perde tanto tempo a fare chiacchiere, a godersi le belle giornate, a sentire un pezzo di musica, a stare dietro a tante altre cose inutili.
Il punto del corpo umano abitato dall'anima è esattamente dove c'è la bocca dello stomaco. E' lì che si sentono la contentezza e la sofferenza, il piacere e la paura.
Se uno si mangia qualcosa che poi gli fa male, da noi si dice che gli prendono le doglie dell'anima. Se si vuole descrivere il momento in cui nasce una sensazione piacevole, la persona che racconta si porta le dita appena sotto lo sterno e dice che la punta dell'anima sta cominciando a godere. Un pugno nella parte alta dello stomaco è nient'altro che un pugno nell'anima. E via dicendo.

Gesù mi insegnò che se ci sono tutti questi modi di dire, una ragione ci deve pur essere.

Tratto da Era notte a Sud, Besa 2007

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