martedì 31 luglio 2007

Una penna rosa

di Teresa Ciulli
Immagino la penna di uno scrittore come una rosa. Lui la impugna incurante del dolore incurante delle spine incurante della follia che il gesto da solo già testimonia. Sa che quella sofferenza che non è della carne ma dell’anima è la moneta con cui si scambia l’immagine dormiente; la bella addormentata nel bosco. Il non nato il non ancora esistente riesce a essere strappato via dal suo sonno millenario solo dal profumo di una rosa. Se non impugnassi questa prodigiosa misteriosa difficile penna nulla potrebbe venir via da lì. Le parole come le immagini come gli accordi di una musica che un orecchio solo ascolta, prima di tutti gli altri, seguono una voce che si perde nel momento in cui accade. Come la neve che poggia il suo piede per terra come il battito dell’ala prima che la farfalla plani sulla corolla come l’odore della mia penna che io sola riesco ad avvertire e sempre indirettamente: come traccia rimasta, negli abiti di fortuna con cui sono giunte le mie immagini, a trovarmi: queste mie amiche spettinate.
6 aprile 2006

sabato 28 luglio 2007

da La Giacca di Gabriele Montesardo

[...]


Per chiamare qualcuno bisogna entrare nel cortile da un portone di ferro, nel caso il portone si trovasse chiuso, bisogna gridare nella speranza che qualcuno non esca ad aprirti il culo. Una volta dentro bisogna solamente trovare la scala ed il cognome che interessa e rischiare la vita vicino al campanello bruciato del citofono.
Ogni volta che cambiano quei cazzo di citofoni, i bambini che convivono in quelle case, bruciano subito tutti i campanelli con l’accendino di papà... o mamma, non importa...
Quel palazzo ha un nome strano, CoRu (Cooperativa Ruperti), ed abitano tutti lì, un rappresentante per ogni tipo di persona: dal basso di un’ipotetica scala sociale, fino a metà. Una buona porzione di mondo!

[...]


La cosa più comica del CoRu è la sessualità che vaga nell’area di questo cratere. Molte volte dal cortile salgono dei rumori strani, infatti è un buon nascondiglio per imboscarsi.
Prima veniva gente a farsi le pere qui dentro, c’era meno casino ad essere sincero! Ma quando due bambini cominciarono a duellare con le siringhe, davanti agli occhi tristi di tutte le persone si delineò la figura di don Gaetano
“Qui non si può continuare così, bisognerebbe chiamare un vigilantes... potrei farlo io! con una spesa minore voi qui potrete dire di abitare nell’anticamera del paradiso!”
“Certo” rispose Valentini “Nel purgatorio!”
“Cazzo Valentini, attento...”
Ma la proposta era stata già avanzata e l’opportunità di rendere don Gaetano utile a qualcuno... beh, era già di per se una grande vittoria.
La notte infatti in via Braccio, nel cortile del CoRu, nessuno si faceva più le pere. L’ultimo fu “casualmente investito” all’interno del cortile; don Gaetano si scusò con lui mentre lo sbatteva fuori.
La notte in via Braccio tutti facevano l’amore nel cortile del CoRu, don Gaetano chiedeva solo qualche migliaio di lire. Per lireventimila offriva anche un materassino con coperta.
Don Gaetano era un sentimentale, non sapeva dimostrarlo come fanno tutti certo, aveva una predisposizione particolare al furto, sicuramente... ma da quando la notte era impegnato a riparare i ragazzi
“La mia casa è il regno del tuo amore” aveva il coraggio di sospirare mentre intascava il denaro.
Da quando la notte copriva i peccati altrui, era diventato più filosofico, più profondo...
Quando lasciò quel lavoro che gli serviva come copertura per le sue magagne, disse che lo aveva fatto per i giovani
“Io posso campare con quella miseria che voi, giustamente s’intende, mi elar... mi elargite con tanto amore...” così diceva!
Così in via Braccio tutti sono contenti, tutti sono al sicuro nel CoRu, e don Gaetano veglia sui dormienti e sugli amanti. Un cupido del duemila d.c., con i bracciali di oro ed i soldi al posto dell’arco e il coltello a serramanico al posto delle frecce!
La notte è un viaggio vero e proprio, come sui treni, non sai mai chi ti dorme accanto, in questo caso scopano, ma è la stessa cosa.

[...]

mercoledì 25 luglio 2007

"Sapientissimo galantuomo"





















Edoardo Winspeare sapientissimo, galantuomo e regista.

di Mauro Marino

Specchia è luogo del cinema, borgo fra i più belli d'Italia, nell’estremo sud del Salento, a pochi chilometri dal Finibus Terrae di Leuca. Luogo in cui potersi confrontare con se stessi e con l'immaginazione, in cui è possibile “respirare il senso del tempo” e sentire “l'odore della vita e delle sue stagioni”. Il nome del paese viene dal cumulo di pietre a secco disposte in forma conica, chiamato “specchia”, che gli antichi Messapi utilizzavano come opera di difesa: postazioni di vedetta situate in una posizione strategica a dominio della pianura sottostante.

Il centro storico del paese mantiene un integrità sorprendente tutto intorno al castello Risolo. Qui ha trovato sede per fare archivio e produzione il Consiglio Internazionale del Cinema, della Televisione e della Comunicazione dell’UNESCO e qui in luglio s’è tenuta la quarta edizione della festa di Cinema del Reale, rassegna di film documentario diretta da Paolo Pisanelli.

Il convento dei Francescani Neri ha una data certa, il 1531, anno in cui si documenta, tra le sue mura, il Capitolo generale di quell’ordine religioso. Oggi è sede operativa del fidato staff (Leo Angelini, Sabrina Balestra, Biagino Bleve, Gustavo Caputo, Marilena D’Aversa) che con Edoardo Winspeare, prepara il lavoro per la realizzazione de “I galantuomini” film scritto dal regista salentino con Andrea Piva e Alessandro Valenti. In particolare si cura il casting locale. Nodo essenziale nel lavoro di Winspeare. Capace allenatore di talenti, Edoardo, ha costruito la sua regia sulla stretta coniugazione dei caratteri umani degli ‘attori’ da lui scelti con i valori originari ed ancestrali della terra. Il disincanto e la paura della pizzicata Chiara Torelli, il ridere e la pena del cantore–contrabandiere Pino Zimba, la rabbia e lo sgomento del ribelle Lamberto Probo, il miracolo interpretativo e il virtuosismo dei giovanissimi Claudio D'Agostino e Stefania Casciaro sono ‘invenzioni’ di una sapienza educativa dell’attore propria di una scuola che re-inventa il ‘realismo’ alla luce di un necessità narrativa, di un urgenza che vuole dire da Sud ‘questo’ Sud.

I galantuomini è lo stesso titolo di una delle novelle rusticane di Verga. Ma qui il clima è diverso da quello descritto nell’epica verista, si racconta “la perdita dell'innocenza della Puglia e, più in particolare, del Salento anni '70, scosso dall'avvento della Sacra Corona Unita”.“Il nostro film è ambientato negli anni '90 – ci dice Winspeare - perché volevamo raccontare un episodio che comincia e finisce, come la Sacra Corona Unita, che oggi non ha più come in passato un'organizzazione piramidale, decapitata dall’impegno di investigatori e magistrati”.

I protagonisti del film, una storia d'amore tra un giudice una donna criminale, saranno Fabrizio Gifuni e Donatella Finocchiaro. “Persone di estrazione sociale diversa. Lui, Ignazio, appartiene all'alta borghesia, alla società dei ‘galantuomini’, mentre lei, Ada, è una figlia di contadini che diventa un capo malavitoso. Il tema è la legge: la legge scritta e quella morale. Il film pone l'interrogativo se sia lecito amare qualcuno che ha scelto di stare dalla parte del male”.

Edoardo Winspeare è uno degli artefici di quel grande movimento culturale che ha dato al Salento visibilità e notorietà. Il suo cinema, con Pizzicata (1996), Sangue vivo (2000) e Il miracolo (2003), è stato fondativo di una visione che ha costruito e scritto il Salento contemporaneo. Una particolarità stilistica e poetica interprete del canovaccio ideale del pensiero meridiano: “un Sud soggetto di pratiche e di pensiero, non più periferia dell’Impero, ma centro di un identità ricca e molteplice, autenticamente mediterranea”.

Scrive il regista di Depressa in un suo saggio sul Salento: “Negli ultimi anni, abbiamo giocato e giocando abbiamo visto la nostra terra cambiare sotto i nostri occhi. Il Salento che ho raccontato nei miei film già non esiste più. Questa penisola ha la forma di una nave con la prua a levante che da secoli traghetta fra le due sponde del mare: è la metafora di un passaggio, come sempre nella storia. Il custode spirituale del mosaico di Otranto, Don Grazio Gianfreda, mi raccontava del suo “miraggio battriano” di unire Ovest e Est nella città-martire dove sorgeva l'abbazia di Casole dove “monaci sapientissimi” diffondevano prima del 1480 il pensiero e la letteratura greca. Per l'ultimo archimandrita Otranto è il centro del mondo, per il poeta Bodini Leuca è la fine della Terra “dove i salentini dopo morti fanno ritorno con il cappello in testa”, per Carmelo Bene, invece, “tutta la Terra d'Otranto è fuori di sé. Se ne è andata chissà dove. È una terra nomade, gira su stessa. A vuoto”.

“Il cinema è vicinanza col sentimento della terra. E’ il ‘sentire’ che mi conduce alla conoscenza vera di un luogo. Molti posti si capiscono ma pochi si sentono. Con lo sguardo mi avvicino all'essenza profonda della nostra terra rischiarandone la vita, contraddittoria e bella, odiata e amata, suggerendo all'animo scatti, fotografie, movimenti d’immagini che scaturiscono dall'inconscio. Per questo tipo di esperienza non c’è bisogno di articolate esposizioni e conclusioni intelligenti, piuttosto sono benedetti e santi gli imprevisti del buon senso, i balbettii della ragione e soprattutto una serena attesa dell'emozione”.

Già, l'emozione! Perseguita ‘sul campo’, ha fornito ad Edoardo le chiavi di accesso alla complessità di quel formidabile immaginario che da senso e costrutto al Salento.

La dolcissima cantilena della lingua, il continuum straniante del paesaggio, la festa con le sue regole e le sue esatte alchimie tra sacro e profano, il sibilare della musica, la donna salentino, “la più bella del mondo”, che nella pizzica mette in scena l'essenza della femminilità mediterranea. Una miscela fatta di passionalità e di decoro, che detta le regole d’un vivere oggi sul bilico della perdita.

“Questa rinascita culturale in particolare per la musica ha molto contribuito a rendere il Salento popolare fra i giovani, diventando anche meta ambita da una raffinata élite internazionale in cerca dell'ultimo luogo autentico. Come abitante di questa piccola penisola ne sono orgoglioso e allo stesso tempo anche preoccupato perché la moda della “salentitudine” o “salentinismo” passerà e noi saremo diventati come qualsiasi altro posto in nessun posto, un “dappertutto commerciale” qualsiasi, conformista e senza vera bellezza.


Krapp#


martedì 24 luglio 2007

Atti che mischiano la naturalezza del dire

Notte della Taranta – Festival, Agosto 2007
Associazione Presidi del Libro
A.C. Fondo Verri

La poesia detta
rassegna di poeti e di poesia

Martignano, 16-17-18 agosto

http://salentopoesia.blogspot.com

direzione artistica: Mauro Marino
comunicazione: Rossano Astremo e Booksblog
direzione tecnica e logistica: Piero Rapanà

Una linea ricerca delle ultime edizioni de La Notte della Taranta è stata quella legata alla poesia e alla scrittura.
L’ edizione 2006 ha visto la publicazione de “Il Sibilo Lungo”, raccolta di versi - edita da Bigsur per l’Istituto Diego Carpitella, curata da Mauro Marino - che insieme accoglie gli esponenti della tradizione letteraria del Novecento salentino (Vittorio Bodini, Ercole Ugo D’Andrea, Salvatore Toma, Antonio Errico) e l’ultima leva di poeti e cercatori di parole che nell’edizione 2004 della Notte della Taranta si incontrarono guidati da Giovanni Lindo Ferretti per dar vita al laboratorio della parola.
Fu quella una significativa novità.
La musica e tutto il clamore intorno ad essa, si ‘ricordava’ che per sostanziare un canto, per dare senso e significato ad una melodia era necessaria la parola: la parola poetica.

Su questa linea di ricerca e di lavoro si vuole continuare ad operare con La poesia detta, rassegna di poeti e di poesia che avrà luogo a Martignano il 16, 17, 18 agosto.
Una sezione del Festival della Notte della Taranta dedicata all’oralità e alla poesia contemporanea che ospita concerti di poesia e recital.

Scrive il critico Emanuele Trevi, (redattore di Nuovi Argomenti e di Alias):
“Letture pubbliche di poesia, più o meno seguite da un vasto pubblico, ci sono sempre state e sempre ci saranno; ma accade solo in determinati ed imprevedibili momenti storici che i poeti, servendosi del crogiolo dell’oralità, siano indotti a sperimentare nuove soluzioni espressive, a saggiare la resistenza del mezzo, a verificare limiti e possibilità ”.
“La Poesia detta” si costruisce di atti che mischiano la naturalezza del dire con i suoni e la tecnologia digitale. Un teatro, essenziale ed intenso che propone voci e sollecita ascolto.
Una linea di lavoro oggi in atto in Italia che vede interpreti eccellenti.

Di questa ‘scena’ individuiamo per la nostra rassegna:
il regista Stefano Di Lauro, l’attore Rocco Capri e il gruppo vocale delle Faraualla con la loro ContrOdissea; le poetesse Annamaria Ferramosca, Giorgia Angiuli, Sara Ventroni, Ilaria Seclì con Adamo Toma, i poeti Elio Coriano, Rossano Astremo, Giuseppe Semeraro e Roberto Corradino, l’attrice Gabriella Rusticali e Patrizia Oliva, gli attori Piero Rapanà, Simone Giorgino e Renato Grilli per gli omaggi ai salentini Antonio Verri e Salvatore Toma; i videomaker Fernando Bevilacqua, Carlo Michele Schirinzi, Carlo Di Brina, Monica Petracci, Silvia Bianchi.

La cura dei suoni sarà a cura di Claudio Prima, degli Adria, delle Anime bianche e di Giorgio Viva.

Ficus

Non solo le labbra






















al cuore

(17/09/02)
...al cuore
quando mancherà
il mio
lontano...

(…) (11/09/98)
Nel cuore,
a lampi,
colano i fotogrammi
dei giorni sfuocati
dal caldo respiro
che dalle tue labbra fuggiva,
mentre l’inverno s’affretta a scavare
nelle verdi cosce della notte,
imprecando contro le inconsapevoli primavere.

(…) (2001)
…non solo le labbra
– ti prego –
sino all’apice inarcato e fustigato dal battito d’ali della tua lingua
le notti che furono rivivono
nella nebbia degli anniversari mancati.

domenica 22 luglio 2007

sabato 14 luglio 2007

Al confine delle sue foglie

Che volete,
che volete ancora
da questa terra.

Vi paga
il canto del gallo
bimestre per bimestre,
paga il sole
come se fosse argento,
paga l’erba l’origano
vi paga anche la luna nuova.
Che volete di più.
ditelo e lo farà, ma lasciatela,
lasciatela in pace.

E’ così stanca
di sentirsi ripetere
il pane l’albero
il barile dell’abbondanza,
e di aspettare,
di aspettare, aspettare…
Prendetevi
l’ultima uva
ma non tormentatela
col patto degli acquedotti.

Prendetevi
anche la madia
il setaccio
ma rispettatela almeno
nell’estrema unzione
dei suoi uliveti.
Ha veduto i suoi figli
morire di dissenteria,
partire da emigranti,
andare ammanettati.

Ha veduto contare
dal regio scrivano
tutte le sue pecore
una per una.
Ha veduto posare
casse di munizioni
nei campi di granturco
e bruciare le masserie le case.

Adesso
lasciatela,
lasciatela sola
al confine delle sue foglie.
Quanti anni di sole
ci sono voluti per capire
tanta oscurità,
tanto disordine di frane
e di vicoli,
e poi l’ordine,
l’ordine dei carabinieri.

Lasciatela. Un’amicizia
in tanti anni,
un affetto sincero
non l’ha mai avuto.
Mai nessuno
che un giorno al balcone
le abbia parlato
di un vestito
di un bel paio di scarpe,
le abbia spiegato
in confidenza
come si prepara una tavola,
qui il coltello,
qua il cucchiaio, la forchetta.
Lasciatela.
Con una brocca
o un bicchere di cristallo
berrà sempre
al pozzo del suo dolore.

Anche voi
così lontani
ma del suo stesso sangue
della sua stessa razza accanita,
smettetela con le nostalgie,
non mortificatela
con quel dollaro spaccone
in una busta,
con quel pacco di vestiti usati.
Le basta lo scialle nero
che vi coprì bambini.

Che volete,
voi, voi tutti,
che volete di più.
Ditelo, vi ha sempre detto sì,
non sapeva firmare
e vi ha messo i segni di croce
che tutti volevate.

Prendetevi
allegria e gioventù
e seppellitele in una miniera.
E’ carne, vita sua
ma forte,
cresciuta con latte e disgrazie.
Prendetevi anche il cielo
questo azzurro così antico così raro
portatevelo via.

Lasciatela
al cantuccio
della sua lucerna,
sola,
col ricordo
del nipote minatore,
Non venite a bussare
con cinque annidi pesante menzogna.

venerdì 13 luglio 2007

Il canto dei nuovi emigranti - due foto dedicate da Mario Giacomelli



































Il Canto dei Nuovi emigranti.

<< Ispirato dai versi dell'omonima poesia di Franco Costabile, Giacomelli dopo 26 anni torna nel Sud per fotografare la Calabria. Trova un mondo assai cambiato, in cui a fatica si vedono ancora mantelli neri degli uomini e i poveri vestiti dello stesso colore delle donne.
Nel 1984 i paesi, con ancora addosso le cicatrici di un passato fatto di sfruttamento, soffrono piuttosto l'abbandono, e contemporaneamente vengono raggiunti da quella che secondo l'autore è una nuova lebbra, la cementificazione che sale dalle coste, l'abusivismo edilizio.
Giacomelli sostiene che la Calabria è impossibile da fotografare, perché è un luogo che si sente, non si vede. La sua Calabria, fatta di emozioni, di sguardi, di silenzi, non sembra dunque più un mondo che è possibile rappresentare attraverso sogni esteriori.
L'incontro con i versi di Franco Costabile, poeta legato al senso profondo della propria terra, morto suicida, gli consentirà di riconoscere ed esplorare un mondo fatto di assenza, e gli permetterà infine di legare assieme gli scatti di questo periodo, come sempre modellando le immagini percepite attraverso la propria sensibilità. "Non è possibile riprendere le cose dette da Costabile: non avrebbe la stessa forza. Costabile, la sua testimonianza che grida, le sue immagini, le ha già date in forma di poesia. Perché mai coprire i suoi spazi? Io vorrei dare, più che immagini e sostanza, delle situazioni, dei terreni, in modo che coloro che con anima pulita guardano le mie fotografie dopo aver letto la sua poesia, possano aggiungervi dentro quello che sanno e sentono, secondo la propria sensibilità".
L'artista non ritrae semplicemente la realtà esterna, ma la utilizza per conoscere e analizzare se stesso, mentre procede nella sua illustrazione di un mondo astratto e concreto allo stesso tempo. Mai come in questa serie Giacomelli dimostra che la fotografia può essere un tramite per instaurare rapporti umani e trarre insegnamento dalle persone riprese. La rabbia del Canto dei nuovi emigranti viene quasi del tutto impersonata da una figura maschile ricorrente, uno dei personaggi che il fotografo ricorda più volentieri.>>
Mario Giacomelli nasce a Senigallia il 1° agosto del 1925 e vi muore il 25 novembre del 2000. Nonostante il fortissimo legame che lo ha legato alla sua terra, la sua opera ha trasceso ogni confine nazionale ed è conosciuta nel mondo come uno dei più alti traguardi raggiunti dalla fotografia e dall'arte in generale nel XX secolo.
Ha esposto nei maggiori musei del mondo e d'Italia, come il Museum of Modern Art ed il Metropolitan Museum di New York, The George Eastman House di Rochester, il Victoria and Albert Museum e The photographers' Gallery di Londra, il Centre National de la Photographie di Parigi, il Museum of Fine Art di Huston, il Metropolitan Museum di Tokyo, il Museo d'arte contemporanea, Castello di Rivoli, di Torino, il Palazzo delle Esposizioni di Roma e moltissimi altri.
Il testo, a cura di Simona Guerra e Claudio Leonardi, è tratto dal volume Mario Giacomelli, a cura di Germano Celant, editore Photology-Logos, Milano 2001; Copyright Photology, Milano.

n.b. Queste note sono state "copiate" da http://www.antoninoparaggi.it

giovedì 12 luglio 2007

Come prima dell'acqua e delle capre

[…]

Ecco

Io e te, Meridione,

dobbiamo parlarci una volta,

ragionare davvero con calma,

da soli,

senza raccontarci fantasie

sulle nostre contrade.

Noi dobbiamo deciderci

Con questo cuore troppo cantastorie.

[da Noi dobbiamo deciderci]

[…]

vanno all’acqua ridendo le ragazze

e la freccia che indica oltre il ponte

nessuno sa dove voglia portare.

[da Ridendo le ragazze]

[…]

Qui tutto

è come prima,

come prima dell’acqua

e delle capre.

[da Ce n’è di paesani]
[…]

Brutto paese, caro mio.

Amaro chi ci capita.

[da Quattro pallate]
[…]

C’è pace

vita chiara

di donne di bambini

di carri tirati dai buoi

e a sera, quando ai balconi

c’è sonno di garofani,

due stelle bizantine

s’affittano una stanza

nel cielo della piazza.

[da Sonno di garofani]
[…]

Ciò che accade

di importante nel mondo

nel tuo vicolo è un eco

sempre di crepacuore.

[da Queste le notizie ]
[…]

Sparare

è nel sangue,

si nasce;

un male di natura

com’è la peronospora

la siccità la grandine.

Basta sì

Una storia di niente…

[da Apologo]
[…]

Siamo

l’odore

di cipolla

che rinnova

le viscere d’Europa.

[da Il canto dei nuovi emigranti ]
[…]

Milioni di macchine

Escono targate Magna grecia.

Noi siamo

Le giacche appese

Nelle baracche nei pollai…

[da Il canto dei nuovi emigranti ]
[…]

Addio

terra

Salutiamoci,
è ora.

[da Il canto dei nuovi emigranti ]

Le parti sono state tratte da Franco Costabile, La rosa nel bicchiere, Qualecultura 2006

Io e te, Meridione / dobbiamo parlarci una volta ...

mercoledì 11 luglio 2007

Motus







Le bottiglie di Verso il largo


Potete leggere le poesie contenute nelle 10 bottiglie che la combriccola dei lettori libererà in mare (al largo dell'Adriatico, appunto!) il 12 luglio 2007 dalle ore 17.30, Molo del Porto di San Foca su: http://memoriedelvento.blogspot.com.

costabile VS bodini








A Specchia per Il Cinema del Reale dal 18 al 21 luglio 2007
i versi di franco Costabile incontrano e si con/fondono con quelli di Vittorio Bodini, in un lavoro di copy e poesia visuale a cura di mmmotus.

costabile VS bodini
Il verso è l'unità metrica della poesia, ma 'verso' vuol dire anche "andare a…", dare e darsi una direzione. Intonare sé al mondo, trovare assonanze, coniugazioni. Fare l'incontro! Franco Costabile e Vittorio Bodini "abitano" a Sud. Il loro sentire è pieno di Sud! Melanconia e solarità, rassegnazione ed irrequietezza, ripulsa e amore… La Calabria e la Puglia: pluralità di incanti e di dannazioni. Caratteri differenti, spirito e poetare diversi. Destini d'uomini, drammi e passioni anche questi diversi. Chè diverso è il respiro della terra, la sua natura, il mare, gli orizzonti e il "farsi" gli uomini, crescerli, in sensibilità e temperamento. "Qui non vorrei vivere dove vivere / mi tocca, mio paese, / così sgradito da doverti amare" scrive Bodini che vive ormai delle cose che i suoi occhi guardano. E diventa "ulivo e ruota di lento carro, siepe di fichi d'india, terra amara dove cresce il tabacco". Rimane lui, nell' "incantesimo / tra palazzi di tufo, / in una grande pianura. / Sulle rive del nulla". Rimane testimone, nel Sud del Sud a chiedersi: "dove si nasconde il senso delle cose che ho vissuto, / e il brividi lucenti / e i cieli d'avventura?", eccentrico e arguto critico, voce alta di un Salento in cerca di riscatto. L'altro no, è in fuga, da sé forse, dai suoi fantasmi e dal crudo d'una realtà che non lascia scampo: "Vi è un dolore di prima mattina / che il mondo non può capire / né raggiungere…" afferma Franco Costabile e scrive: "un giorno / anche tu lascerai / queste case, / dirai addio, / Calabria infame. / Solo / ma leale / servizievole, / ti cercherai / un'amicizia, / vorrai sentirti / un po' civile, / uguale a ogni altro uomo; / ma quante volte / sentirai risuonarti / bassitalia, / quante volte / vorrai tu restare solo / e ripeterti / meglio la vita / ad allevare porci."Diversi! Poeti entrambi!Franco Cassano nel suo studio su Leopardi "oltre il nulla" ci dice che il poeta di Recanati a differenza di Nietzche, "non dissocia mai il suo destino da quello dell'umanità e vede, proprio nella coscienza della comune fragilità, l'unica limitata salvezza". Di questa caratura Costabile e Bodini sono essenza, voci essenziali, voci-manifesto della "loro" umanità.

Mauro Marino

domenica 8 luglio 2007

Le parole! Se potessero...

La nostra unica imbarcazione

di Teresa Ciulli

Se delle parole potessero sollevare le onde, queste, le solleverebbero. Se potessero dare da mangiare ai pesci le parole, queste, li nutrirebbero. Se potessero aggiungere il riflesso di una stella a quelle che ogni notte si specchiano nel Mediterraneo, queste parole, l'aggiungerebbero. Se potessero accendere un faro in più, lungo la linea insidiosa e oscura della costa, queste parole l'accenderebbero. Se potessero sedere accanto a chi, la notte, tenta l'avventura di un'altra vita anche solo una virgola più generosa di quella senza di cui è partito, quella virgola queste parole ce la metterebbero, senza pretenderla mai più. Se potessero, queste parole, portare a nuoto e in salvo tutte le altre che in tutti gli idiomi sono state pronunciante in secoli di storia lungo queste rotte, esse certamente lo farebbero. Si aprirebbero come conchiglie una per una ad ospitare generazioni e secoli di storia che mettono i brividi, perché stanno tutte nei libri di storia. In quelli su cui abbiamo studiato fin da piccoli. Ci sono i fenici e i greci e i romani e poi i turchi e gli arabi e poi quelli che fecero la storia dell'età moderna e dello sviluppo ineguale: gli spagnoli i francesi gli inglesi. E poi ci sono anch'io, parola non ti dimenticare di me, di quella notte in riva al mare con tutte le costellazioni che mi cadevano addosso mentre il mare raschiava con quella voce irripetibile il confine del mio tempo e del suo. Senza fermarsi. Se le parole potessero, anche il tempo potrebbero portarsi via. E restituirci quello che ci ha tolto per sempre. Ieri, la speranza. Ma io non voglio che lei veramente vada via. Se le parole potessero esse potrebbero portare a largo anche la vita di una bambina che non si compì. Esse se volessero potrebbero fare cose in cinque minuti che noi non riusciremmo ad incrociare nemmeno in cento vite; perché esse la vita la posseggono tutta anche quella che ancora non c'è, quella che dovrà ancora aspettare l'allineamento di infinite coincidenze prima di vedere il suo filo di luce al fondo di un abbraccio da cui, se non ti sciogli, muori soffocato. Perché l'amore se non ti fa nascere alla libertà non ti fa nascere affatto. Alla libertà allora dedico questo viaggio.


E la libertà queste parole portano come desiderio e come significato. Lo portano alle onde, alle stelle, ai pesci, alle balene, alle conchiglie, alle albe, alle bandiere delle navi e ai turisti che alloggiano al decimo piano della città galleggiante. Lo portano alle coste abusate e alle donne sepolte sotto alcuni metri di tessuto ostaggi di una fazione violenta di una nobile cultura che non consente loro di prendere la parola. E lo portano anche a quelle, esposte invece da una cinica valutazione commerciale, a non poter approfittare nemmeno di un centimetro di tessuto per coprire qualcosa che poi, davanti a loro figlio, avrebbero voluto tenere segreto. Perché la parola può, togliere peso, può, slacciare la penna e la pena, può, cercare una corrente profonda e abbastanza lontana che la restituisca a ciò per cui essa esiste: essa è la barca di carta su cui viaggiamo, in alto mare.
Biblioteca Germinazioni, Lecce - Giugno 2007

La combriccola dei lettori prende il largo

"Verso il largo"
Presidio del Libro Germinazioni
Giovedì 12 luglioOre 17.30Porto di S. Foca (Lecce)

I componenti del Presidio del Libro Germinazioni vi attendono per compiere insieme un atto poetico: "Verso il largo" è il titolo dell'iniziativa che, nata all'interno del Presidio, si propone di coinvolgere il maggior numero possibile di persone. Ci incontreremo sul molo di San Foca alle 17.30 di giovedì 12 luglio per leggere poesia (Borges, Neruda, Hikmet, Kavafis, Ghalazi, Rivieccio, Gibran, De Luca, Piumini) e lanciare così un messaggio di pace e speranza sul Mediterraneo. La nostra avventura continuerà in mare aperto: prenderemo il largo a bordo di un barcone simile a quelli utilizzati dai nostri pescatori fino a non molti anni fa e, da questa imbarcazione, affideremo alle correnti dieci piccole bottiglie di vetro sigillate con la ceralacca, contenenti ciascuna i versi di autori che hanno operato e operano con un occhio sul Mediterraneo. Chissà dove e fra quanto tempo i nostri doni toccheranno terra: l'intenzione è quella di intrecciare un dialogo con l'immaginario ma probabile lettore che ci aspetta sull'altra sponda.Abbiamo scelto questi componimenti tutti insieme, noi del Presidio Germinazioni, riunendoci settimanalmente per selezionare i poeti che ci sembravano cantare la possibilità di un mondo migliore. Non è stata un'impresa facile perché tutte le poesie che leggevamo si facevano amare: ognuna aveva in sé qualcosa di speciale, una piccola magia, un sogno che sarebbe stato bello affidare al mare. Non potendo moltiplicare all'infinito il numero delle bottiglie, abbiamo deciso di leggere ad alta voce sul molo e in barca anche le poesie che non si avventureranno fra le onde. Le poesie lette sono, in ogni caso, raccolte in venticinque libri che sono venticinque pezzi unici con i quali intendiamo raccogliere fondi da destinare a un progetto di solidarietà nell'area mediterranea.Nel corso dei nostri incontri di lettura, ci siamo anche interrogati sull'opportunità di compiere un atto poetico in un mare funestato da lutti e disperazione. Per molta gente, al giorno d'oggi, le acque del Mediterraneo sono sinonimo di conflitto e morte, ma questo non deve indurre in noi, che abitiamo in solide case sicure, la tentazione di chiuderci nella nostra cameretta, sordi a tutti i richiami della speranza. La poesia è speranza, è desiderio di spezzare attraverso la potenza della parola e del sentimento la catena di sangue che, purtroppo, tiene avvinto il nostro mondo.Basta guerre, - cantano i poeti - basta fragore d'armi e di scarponi chiodati! Noi ci saremo ad accogliere il loro messaggio e a diffonderlo al di là delle onde. E voi? I Presìdi del Libro è un'Associazione Culturale, nata nel 2002 dall'idea di otto editori pugliesi (Adda, Besa, B.A. Graphis, Cacucci, Dedalo, Laterza, Manni, Progedit) per promuovere il libro "dal basso". Pochi mesi dopo sono nate le associazioni del Piemonte, della Sardegna, dell'Emilia, della Campania. Dal 2003 l'Associazione si è progressivamente aperta a tutti coloro che, interessati a vario titolo alla lettura (insegnanti, studenti, bibliotecari, librai, enti locali, associazioni, professionisti, casalinghe…) hanno dato vita ad un numero sempre crescente di Presidi locali, distinti l'uno dall'altro per ispirazione, formazione, attività, campo d'intervento…, e che oggi proprio con le loro peculiarità costituiscono la ricchezza dell'Associazione nel perseguimento dei suoi obiettivi fondativi. Socia dell'Associzione Presidi del Libro è anche la Regione Puglia. La sede centrale è a Bari, presso la Biblioteca per la Cultura e le Arti Santa Teresa dei Maschi.
Germinazioni è un Presidio del Libro locale, nato nel 2006 da un'idea di Valentina Sansò e Teresa Ciulli nell'ambito del Centro Diurno del C.S.M. (Centro di Salute Mentale) del Dipartimento di Salute Mentale della Ausl di Lecce (Area Nord). Fino ad oggi, l'attività del Presidio si è concentrata sulla promozione della lettura dentro e fuori il Centro Diurno (basti ricordare l'iniziativa "Compagine, combriccola di lettori" ospitata dalla Libreria Ergot nell'aprile dello scorso anno), mirando ad arricchire e a far conoscere al pubblico la biblioteca di Aspiranti Libronari che, sorta all'interno del Centro Diurno, intende ora aprirsi alla cittadinanza.
Info: 328 9412237

sabato 7 luglio 2007

Guardiamo a oriente...


Verso il largo

San Foca (Lecce) giovedì 12 luglio 2007 ore 17.30 (molo del porto turistico)




Ci ritroviamo davanti al mare a leggere pagine scelte dalla poesia di tutti i tempi e di tutti i luoghi… guardiamo a oriente… ci avviciniamo ai linguaggi altri dal nostro, poeti e scrittori, culture diverse dalla nostra ma con le quali viviamo e conviviamo quotidianamente... ci avviciniamo e lanciamo ponti verso il mare tutt’altro che simbolici: lasciamo in acqua bottiglie sigillate, come quelle dei naufraghi… le stesse parole lette, scritte nella nostra lingua e non solo, lasciate andare alle correnti del mare, alla ricerca di nuovi o consolidati lettori, cui chiediamo di restituirci un messaggio di ‘ricevuto’ con localizzazione e data del ritrovamento… in questo modo ci proiettiamo in un tempo senza tempo… quello dell’attesa di qualcosa che potrà accadere tra un giorno come tra un anno o due… azzeriamo il tempo come lo spazio… il bacino del mediterraneo come massa liquida che unisce… che accomuna…

venerdì 6 luglio 2007

La città


Dammi un bacio! Un bacio, un bacio!


Una storia leccese

Edoardo,

un cavaliere senza terra di Antonio Verri

Cominciamo con un falò. Due pittori ventenni - siamo a Lecce, estate 1954 - che hanno respirato quel che di buono si può trarre da una scrostata cultura di provincia, e che hanno sul volto i segni eretici di quel che sarà il loro comportamento e la loro operatività, hanno accatastato un buon numero di tele, legno, faesite o che altro, e si accingono ad appiccare il fuoco. C'è tensione, e sotto sotto anche un po' d'allegria, speciale allegria. il fuoco è acceso, man mano cresce. I due giovani sono come intontiti, e si godono il fuoco o girano intorno al fuoco. I loro nomi: Francesco Saverio Dodaro (viene dalle "stazioni" di Bari, Bologna, Parigi) ed Edoardo De Candia. Pensateli, ancora per un attimo, intorno al fuoco, con sul volto tutta quella luce, con gli occhi spalancati, i movimenti rapidi, pensate al fragore del fuoco, pensate al silenzio improvviso che scende sui due giovani artisti, pensate anche alle loro grida improvvise, a loro che forse vorrebbero esplodere... I due sono là per celebrare qualcosa: dalle ceneri, da quel fuoco una loro totale rinascita. Dal falò in poi sarebbero vissuti e avrebbero operato - come poi in effetti è stato - come purissimi cavalieri, morbidi, buffi, curiosi, rigorosi... Anzitutto.
Che bruciavano? Si purificavano da quali mostruosità? Cosa volevano affossare? Ecco: Dodaro bruciava le sue tele astratte -informali - surreali che comunque rappresentavano già una autentica violazione, per passare al versante dell'analisi e della letteratura; De Candia tutte quelle opere, fino ai vent'anni, di ispirazione, diciamo, massariana (parliamo di Michele Massari), con temi e pennellate non certo degne del De Candia successivo. Perdonate se ci attardiamo ancora su questo falò, lo facciamo per due soli buoni motivi. Uno: per dirvi che da quel fuoco sono venuti fuori due trasgressori finissimi, due innovatori credibilissimi, ognuno col suo cielo e con le sue stelle. La loro dimensione, cari signori, è europea, e a questo sono approdati solamente con la foro speciale cultura, il loro istinto, le loro intuizioni (lasciamo al tempo, a qualche grosso storico attento la scoperta di quel che è stato, di quel che è, il "Movimento Genetico" fondato da Dodaro, a Lecce, ma con diramazioni e adesioni di operatività internazionali; di quel che è stato, di quel che è, il segno drammatico del vichingo di via Montesabotino (siccome tra un po', nel nostro articolo, Dodaro e De Candia non procederanno più insieme, visto che, per il momento, continueremo a parlare di Edoardo, ci permettiamo di segnalarvi l'interessantissimo e vastissimo archivio del "Movimento Genetico" che per ragioni di stupidi soldi non può venire alla luce!). Due. Per cercare di dare, anche se brevemente, l'idea di quel che era la cultura di quegli anni a Lecce, più o meno 1953-54. Ecco, per quanto riguarda la letteratura è veramente buon periodo: ha già quattro cinque anni l'esperienza dell'"Albero" di Corni, arriva nel '54 "L'esperienza poetica" di Bodini, nel '55 sarà la volta de "Il campo" di Lala - Bernardini, poi del "Critone" di Pagano: e l'abbondanza di riviste, lo sappiamo un po' tutti, denuncia lo stato di grazia di una cultura. Sul piano artistico, esaurita un po' la vena di Geremia Re (resta sempre, a detta di Dodaro, il nostro più grande), c'era prevalente l'influenza di Michele Massari (da noi conosciuto tramite l'insistito intervento di un altro validissimo artista salentino - a Milano e nel mondo da diversi anni - Antonio Massari, figlio di Michele e grande amico di Edoardo e numero tre del "Movimento Genetico", il numero due è Franco Gelli), Michele Massari, che, a parte la sua irrequietezza esistenziale, in pittura, come ci dice Ilderosa Laudisa, "non fu né rivoluzionario né innovatore". C'era Suppressa che nel '53 dipingeva tele post-cubiste. Della Notte che "faceva una pittura moderna ma non trasgressiva, molto modesta anche" (Dodaro); Ciardo sempre ben visto; Mandorino che cominciava a pensare ai suoi blu di Prussia, ai suoi cieli rossi; Calò che in questi due anni, 1953-54, "operava nell'aria moorriana. Dopo qualche anno esplose ed è artista di grandissimo livello" (Dodaro). Antonio Massari, risulta dalla sua Autobiografia, fa i "primi studi ad olio sulla realtà alla maniera impressionista e, parallelamente, disegni lirico-simbolici", dopo sarà lo stupendo principe delle acque, profeta dei giochi con le acque, del caso.?Ecco, così andavano le cose nell'anno dei falò, con Edoardo che, vicino di casa del Massari, egregiamente riusciva a sintonizzarsi a questa forma di impressionismo lirico. E in questo contesto arriva nel '53 F.S. Dodaro, arriva con la novità dei colori "bruciati", dell'astrattismoinformale-surreale "bruciato". Nel '54 riesce ad esporre alla "Olivetti", sul corso Vittorio Emanuele, una sua opera: "Svergognato incantesimo di barca" (il quadro più avanzato prodotto in quegli anni nel meridione: è lo stesso Dodaro a dircelo---). Lecce si scosse. L'opera provocò scalpore, vivaci dibattiti, indignazione, solo si alzò il vecchio Massari a difenderlo: "Questo qua sa il fatto suo", disse (lo stesso quadro, con il titolo "La barca", ebbe, dopo, un riconoscimento al Maggio di Bari). Edoardo, che stimava il vecchio Massari, rimase turbato, quasi sbigottito dalle sue parole: si avvicinò a Dodaro e alla contemporaneità! Il passo per il falò, per la rinascita, per quella voglia di purificazione, di chiarezza, conoscendo la vivacità intellettuale di Dodaro, fu breve (tempo fa riparlandone con Edoardo mi disse che con quel falò voleva provare a fare una mostra in cielo; e la madre Margherita - una dolce e disperata donna che non faceva altro che raccomandarsi di non far bere il figlio - a proposito del tempo del falò così si espresse in una intervista sulla Gazzetta del Mezzogiorno del novembre 1979: "fu sui vent'anni che incominciò a cambiare, prima era normalissimo, poi ebbe una crisi, non abbiamo capito perché bruciò tutti i suoi quadri"). E fino a questo punto con F.S. Dodaro. Qualche mese dopo, preda di quella purissima ansia che anima i disertori, Edoardo lo troviamo a Milano. C'è arrivato con Ercole Pignatelli. Pignatelli ha le idee molto chiare e sa che deve fare e dove vuole arrivare, e arriva. Edoardo èsubito sparato - pare sia una regola dei veri artisti - in un dolce far niente, in un buffo bighellonare avendo come punto di appoggio il glorioso "Giamaica", in via Brera. Il "Giamaica", a due passi dall'Accademia di Brera, vicinissimo alla Scala e al Palazzo della Stampa, ha un fascino speciale. In quegli anni è il covo dell'intellighentia e della bohème milanese e italiana, il quartier generale delle' frequenti crisi, delle novità, delle diserzioni. Sono passati di là un po' tutti. Quei modesti tavolini, tra pareti di vecchie mattonelle di smalto, hanno incredibilmente arricchito la cultura italiana; erano tutti là, Crippa, Dova, Fontana, Arbasino, Nanni Balestrini, Piero Manzoni, Bay, Sassu, Guttuso, etc. Edoardo lega con Giorgio De Gasperi, buon pittore, illustratore della Domenica del Corriere, e vive soavemente - con la tristezza necessaria di queste esclusive esperienze - questa sua immensa avventura. Intanto scrive a casa, scrive dietro alle foto che manda ai genitori, con grafia calante che ricorda quella di Morandi (c'è molta serenità: i rapporti col padre sono buoni. Edoardo in testa allo scritto mette: "per desiderio dei miei genitori che io amo tanto". "Pippetta", come Antonio Massari chiamò il padre di Edoardo, il "terribile secondino", come lo definiva Ugo Tapparini, non aveva ancora, forse, idea di nuocere al figlio, forse sperava ancora... in fondo quel suo figlio s'era sempre comportato così bene, ragazzino già faceva statue di cartapesta, aveva fatto culturismo, per qualche anno aveva anche frequentato la Biblioteca, un bravo figlio, ecco... solo che a volte perdeva troppo tempo, tantissimo, tempo, a guardare dipingere Massari, e si sa la vita che fanno i pittori ... ). Si preoccupa, Edoardo, di mettere molti piatti dipinti sul marciapiede vicino alla sua casa, una tela appoggiata al muro, fa fare la foto; dietro la foto, tra l'altro, scrive: "ve la spedisco perché testimonia in parte ciò che io sto facendo a Milano". In realtà a Milano non sta lavorando, non ha mai lavorato, questo ce lo ha confermato molte volte, lui è là per cercare di dare volto e ragione alla sua ansia, alla sua ossessione, a chiedersi perché le cose, che pure sono interessanti, adesso non lo interessano più. E' la con tutta la sua solitudine per chiedersi da dove diavolo viene questo improvviso furore, questo lento svilimento...?Ancora. Si fa ritrarre con amici pittori davanti al "Giamaica". Spedisce a casa, scrive, tra l'altro: "non preoccupatevi dell'ambiente in cui vivo, è tutta brava gente". E' brava gente, certo, anche se morta al mondo, per un solo attimo, per un solo inesauribile breve periodo (è la bohème e l'avanguardia di tutti), è gente che facilmente si innamora delle novità più audaci, delle scoperte le più eretiche, si innamora del gioco soltanto, della solitudine, della rivolta, di buffe e picaresche palingenesi. Contemporaneamente arriva una foto-saluti di Pignatelli avvolto in una nuvola di fumo, si è fatto fotografare insieme al ritratto che ha fatto ad Edoardo. Ma Pignatelli sa giocare bene le sue carte, sa come muoversi in Milano, tra un po' incontrerà Cardazzo che ne farà un pittore quotato. Il Nostro, invece, candido fino all'inverosimile, vive le sue giornate come un Cavaliere puro e sprezzante e, a volte -come continua ad essere - anche giocoso, malinconicamente divertito. (E' inutile chiedere verso chi del due corre la nostra simpatia).?Di questo Solitario dal portamento fiero e altezzoso si accorge anche Lucio Fontana, intento in quegli anni, praticando tagli e perforazioni, al superamento di un limite geometrico ed esistenziale; Fontana gli compra un po' di disegni, glieli compra a 10.000 lire, in qualche modo cerca di aiutarlo: ne ha percepito il guizzo, la genialità; fino a che, d'accordo con De Gaspari, trova il modo per mandarlo in Inghilterra, a Londra, presso un College, una buona Accademia d'Arte. (Chiediamo oggi, a Edoardo, qualcosa su quel viaggio: le cose che ci racconto o ci vuole raccontare sono frammentarie, o meglio, ci racconta continuamente le cose che a lui sono più care 1 e per le quali si diverte: ragazze e ragazzi che cercavano di sedurlo, immensi campi sportivi, qualche disegno che aveva con sé ed è restato là, lui che faceva i cavoli suoi, la direzione - ci dice - che lo cacciò via perché non rispettava le regole dell'ospitalità. Aggiunge poi che ha cercato, subito dopo, di ritornarci a Londra, ma non l'hanno voluto... C'è stata una parentesi di qualche giorno a Parigi, accampato al caffè "Selecta", e l'incontro col suo "olandese volante"). Continuiamo a grosse linee a tracciare l'itinerario di Edoardo, faremo a questo seguire una replica più colorata registrata durante tutta la giornata del 25 giugno '87, la mattina a San Cataldo, la sera a Brindisi per quella che lui chiamava "una serata internazionale" (visto il porto, i turisti ... ), facendo anche riferimento a qualche nota captata nell'aprile '88, durante uno stupendo servizio fotografico, e un film con Edoardo, realizzato da Fernando Bevilacqua. Allora. Siamo ancora a Parigi o a Londra. Edoardo tra un po' si ritufferà nella provincia salentina. Durante la nostra intervista parla di altre esperienze fatte fuori, ci parla anche dello studio di Cassinari, a Milano. Tapparini, in una fotocopia di un articolo di giornale (ma non abbiamo né titolo né data: crediamo, però, si tratti della Tribuna del Salento), dopo Parigi parla di "una breve parentesi in casa di Casorati, a Torino, dove gli veniva servito il latte e biscotti la mattina, e dove il maestro lo tenne come allievo". F.S. Dodaro, Tapparini, Franco Gelli, De Candia, Caputo, Antonio Massari, e poi Rina Durante, Paola Re, Annamaria Massari, figlia di Michele e sorella di Antonio, e primo vero amore di Edoardo, qualche altro o qualche altra che saltuariamente a loro si univa, e dobbiamo dire tutti o quasi sotto l'occhio vigile di Vittorio Pagano (come poteva un poeta come Pagano non amare i segni sicuri e la luce delle marine e le donne dilatate di Edoardo?) (un'altra Pagano, Elena, sorella del poeta, era la stupenda "zia" alla quale andare a vendere qualche opera quando c'erano problemi di soldi), ecco, tutti, quasi tutti amici, irrequieti in un contesto che non tollerava l'irrequietezza, ognuno con una sua precisa identità culturale, con un suo speciale sogno, che negli anni CinquantaSessanta hanno vissuto in modo eccessivo una Lecce con qualche speranza, galoppando in spazi che non avevano certo confini provinciali, cercando - non sempre èandata bene, però - di dar peso e materia alle loro generose intuizioni. Ai loro guizzi. (E alla presenza di quasi tutti gli amici succitati un bel giorno esplose, su di una nerissima Balilla, una valanga di fiori e scritte e smalti: era stato Dodaro a convincere Cesare Potì da Melendugno, che spasimava per la Rina, ad infiorare l'austero veicolo paterno. Tutta Lecce fu avvolta nei giri della scanzonata Balilla. Tutti giovani. Quanto si aspettavano... Potì fu cacciato da casa!). Edoardo approda a Lecce. Il falò prima della partenza, Milano, il vecchio "Giamaica", e poi i viaggi a Parigi, a Londra, hanno in certo modo lasciato un segno, hanno corrotto quel metro e ottanta di candore di via Montesabotino. Quella che un tempo, nel ragazzo De Candia, era assoluta speranza di libertà, adesso, dopo tutto quel che è stato, diventa isterica voglia di realizzare, inquietudine, colossale bisogno di rompere le norme, la vita solita e grigia, l'avventura nei segni: pensate un po' quanto una Lecce che è stata sempre una piccola bomboniera di piccoli bottegai e altrettanto piccoli e felici pantofolai, quanto una Lecce del genere poteva contenere questo cavaliere che non ha mai toccato terra, questo purissimo imbecille sul cui faccione si leggono gli ampissimi spazi, la gioia di vivere, la disperazione. Si rimette a dipingere. Si grida al miracolo. La luce. Il cielo. Il mare. Il sogno di tutti. E tutti arrivano in tuba e pelliccia da ogni parte. Nel novembre del '59, viale Lo Re, a Lecce - là si trovava la Galleria d'Arte "La Cornice" - è affollatissimo, non si è mai vista tanta gente per strada per una mostra, non si parla d'altro che delle tele semplici e luminose di Edoardo, si civetta sulle sue giornate e sulla sua nudità a San Cataldo. Mario Proto, su di un giornale cittadino, parla di "cromia a volte aggressiva e corposa, a volte luminosa e serenante", parla di "lirismo primitivo che la luce, leggermente diffusa, evidenzia con delicatezza di tocco", parla di particolare precisione e geometria, di odio per il dettaglio, ecc. Antonio Caputo (è il nostro Tonino), dalle colonne del Pensiero Nazionale, in un "Panorama della giovane pittura italiana", quasi commosso per aver ricevuto segnalazione sul suo vecchio Edoardo, parla entusiasticamente dell'amico, ci informa che anche Ugo Moretti, lo scrittore, è sceso a Lecce per la mostra di De Candia e ne ha parlato su "Rotosei". Caputo chiude: "ed ora attendiamo l'amico ai cimenti più impegnativi di Roma e Milano". Ma Lecce è stata sempre l'instabile donna allegra e leggera che conosciamo: mentre da un lato celebrava, così all'aria aperta celebrava, dall'altro prendeva i provvedimenti necessari. Non si può tollerare uno che tutti i santi giorni raggiunge a piedi San Cataldo, e che fa il bagno completamente nudo, non si può tollerare chi ha scardinato una finestra, per avere più aria nella stanza, chi si mette nudo in terrazza, chi ha scagliato un piatto di pasta sul bianco della parete, chi per piacere del botto ha rotto un vetro che due garzoni trasportavano, non si può tollerare. E allora? Allora, servendosi di "Pippetta", del "terribile secondino" (che pure, per quanto ci riguarda, deve in qualche suo modo aver amato il figlio) (certamente non molto corrisposto stando a quanto ci disse meravigliato e un po' preoccupato Antonio Massari qualche inverno fa: "è morto "Pippetta", Edoardo manca da casa da tre giorni e tre notti". Però, chissà ... ), allora, servendosi del padre la città ha aperto e porte del suo Ospedale Psichiatrico, e lo ha curato così bene che le porte gliele ha aperte ogni volta per cinque mesi, e per dieci anni.?E il mite Edoardo in tutta questa tragedia si è difeso come ha potuto: accentuando la sua già notevole irrealtà, esponendosi alla curiosità bacchettona con fare candito e bonario (ma era facile, è facile, indovinare la ferocia ... ), vivendo per tre mesi come un primitivo in una casupola in marina di Sant'Andrea, cavalcando buffamente purissimi e segretissimi suoi folletti, facendosi adorare come pittore - molto bella questa sua vendetta: far venire a galla, contando sulla sua creatività, la cupidigia e la stupidità di quella gente che per altro lo dileggiava e che gli aveva così comodamente aperto le vie del Manicomio. Rapidamente, prima di tuffarci nella nostra giornata con Edoardo. Nel 1965 colpisce ancora, a sentire Enzo Panareo dalla Tribuna del Salento. la mostra dal 10 al 24 aprile si tiene al "Sedile" ed Edoardo espone 27 tempere ed 8 olii: si sbracciano un po' tutti, l'incantamento è completo, per altro c'è pure una stupenda presentazione in catalogo di Vittorio Pagano. Ancora Lecce. Dal 15 al 30 novembre 1969 alla Galleria "3 A", nei pressi della chiesa di Santa Croce. Lecce ancora nel 1971. Lecce che da sempre lo ama e lo odia, lo teme, teme la sua libertà. Stavolta è alla Galleria Belle Arti-Caiulo, dal 1° al 10 dicembre: in catalogo lo presenta, efficacemente, Bonea, che ci fa subito notare che la produzione alle pareti è ben diversa da quella di Edoardo "felice paesaggista", del "pittore marino". Adesso è il simbolo il nuovo oggetto di De Candia, "la realtà agli occhi e nella pittura di De Candia assume dimensioni stravaganti, grottesche, eccedenti comunque le comuni misure del piccolo e del grande". Qualcosa, dunque, s'è spezzato, o almeno si èallentato. O si è splendidamente dilatato! la città e il suo Ospedale psichiatrico sono serviti almeno a questo. De Condia comincia a respirare intensamente. Le dimensioni, nel rispetto del suo segno plastico e sicuro, sono stravolte. E' splendido. Veramente. Sono di questo periodo anche le prime "forme" di vocali con la corona e dittonghi a tutto foglio: i suoi lettori, da questo momento in poi, prima di parlare delle sue opere devono aver chiara tutta la cultura novecentesca europea. Non solo pittorica.?Soffia buon vento. Anche se sballottato da "geniali medici di follia" che Tapparini paragona agli immortali dottori di Pinocchio, Edoardo attraversa un buon periodo creativo. Siamo ad un passo dalla mostra di Ferrara. E' il 1972. Al Ristorante Mazza (national club), a Ferrara, viale Po, dal 22 aprile al 25 maggio espone una quarantina di tempere quello che in catalogo viene chiamato "il pittore del Salento": molte nuove marine e altrettanti nudi di donna "dove ritroviamo - scrive molto semplicemente Daniele Rubboli, che lo presenta in catalogo - una opulenza femminile in candida offerta nel sapore d'antiche forme d'altre civiltà mediterranee". Ferrara è ancora provincia, non è certo da paragonare alla Roma e alla Milano che gli augurava Tonino Caputo: per Edoardo non esce fuori il Cardazzo di turno, perché un Cardazzo deve arrivargli sopra ad Edoardo, impossessarsi violentemente di tutto Edoardo, lui non è tipo da andarselo a cercare un Cardazzo, a lui va bene così la vita, anche se a volte sgomento ci dice: "Un disegno oggi lo vendo a te allo stesso prezzo che trentacinque anni fa lo vendevo a Fontana". Colpito. Ferrara risponde benissimo, un entusiasmo da non credere, Edoardo, come in tutte le altre mostre, vende tutti i suoi lavori, la Gazzetta di Ferrara riprende la presentazione di Rubboli, il Resto del Carlino di venerdì 5 maggio '72 ricorda che De Candia "per l'originalità del suo tocco viene considerato dalla critica come uno degli artisti più interessanti delle nuove correnti". Altri giornali, a Ferrara, riprendono la mostra, mentre il Catalogo degli Autori, pubblicato dalla Casa Editrice Alba, sempre nel '72, dà vita, opere, giudizi e quotazioni del Nostro... E non si capisce se è durante questa mostra oppure durante la sua permanenza a Lecce che Edoardo incontra quello che lui chiama "il mio olandese volante", col quale vola fino a Catania, non certo per cercare spazio per nuova esposizione! De Candia pittore si rivede in pubblico nel maggio '81, a Lecce. Franco Gelli gli ha organizzato una mostra al Consorzio Artigiani, di fronte al Municipio. Molti nuovi lavori, il simbolo anche qua la fa da padrone. Molte nuove esplosioni. E proprio in questa occasione che la nostra conoscenza si trasforma in amicizia. Noi siamo, con la nostra prima edizione di "Al banco di Caffè Greco", al Circolo Cittadino, ad una cinquantina di metri dalla saletta del Consorzio Artigiani. Viene a trovarci insieme a Paolo Arnesano. Dopo due giorni suggelliamo il tutto con una bevuta e lui che spontaneamente ci dedica un disegno di una purezza indicibile, un abbraccio, una fusione di due corpi strapiena di grazia greca. Continuiamo a frequentarci, a bere anche, lui collabora stupendamente al secondo foglio giallo di Pensionante. Sarà protagonista della seconda edizione "al banco". E corriamo ... corriamo ... siamo ai nostri giorni. Questa seconda parte non è che la registrazione di una giornata intera con Edoardo, la mattina a San Cataldo, la sera a Brindisi per "una serata internazionale". Dei frammenti di appunti frettolosi ma che rivelano il personaggio. Edoardo non è cambiato molto da quel giorno. Qualche settimana fa sono andato a trovarlo nella sua casa di via Montesabotino. Come va? Come sempre. Verri, tu sei un poeta... Guarda come sempre in alto. Che vedi, Edoardo? E lui, continuando a guardare in alto: "mosche, mammiferi, lucertole"... Manda dieci volte al diavolo il mondo intero e poi sbuccia su qualche suo ricordo.Le pareti della stanza sono una sorta di tazebao. la solita stanza: una vecchia credenza stracolma di riviste, sigarette e pennarelli, un armadietto con sopra fogli usati e da usare, sulla sedia accanto alla sua branda bicchieri e bicchieri e bicchieri, qualche bottiglia, la "scatola diabolica" (così chiama un povero transistor), una porta che comunica con l'esterno, chiusa da un parapetto in pietra, uno specchio, il lettino dei suoi sfatti o tormentati riposi addossato ad un muro pieno di segni e scritte, una piccola tela con un sole celeste di fronte al letto, sintesi del suo cielo e del suo mare (i suoi occhi, quando è sveglio o quando parla con qualcuno, sono sempre su quella piccola tela); lo chiamano dalla strada, adesso è sulla porta-finestra, strani armeggi con una ragazza vicina di casa: "mi dà il saluto e io la riempio di sigarette e caramelle. Solo il saluto", puntualizza. Senza soldi sto meglio, dice, mi insozzano; chiedo soldi solo quando ho qualche debito (vale a dire quasi sempre): s'è ormai abituato all'idea che scrivo su di lui e allora tira fuori ricordi e sue particolarissime massime. Mi indica le sue tele, poi quasi sconfortato mi dice: "ti do le mie cacate, tu dammi la carta igienica (e si riferisce ai soldi)". E' nero, ma quando è in casa è sempre di questo umore, la sorella che lo accudisce ne sopporta di tutti i colori. Qualche tempo fa l'ho spinto a fare un omaggio a Toma poeta per un volume cartella che chi scrive sta curando insieme a Maurizio Nocera; Salvatore Toma aveva un affetto speciale per De Candia (grande amico di Edoardo è un altro Toma, Antonio Toma, un alchimista, un personaggio di una serenità sconvolgente, che abita tra il Salento e l'Olanda); quando sono arrivato stava bofonchiando contro il responsabile di una Galleria "in" leccese: mi ha fatto fare cinquanta tele per una mostra, mi ha dato un milione, ma la mostra non la farà mai! Solita storia questa per Edoardo, nessuno si spreca a dargli una mano, chi lo avvicina punta solo ad accaparrarsi delle opere in attesa di... Torniamo al giugno '87. Siamo per strada per andare a San Cataldo. Tappe obbligate qualche bettola e qualche bar. Solita, incredibilmente solita strada, piazza S. Oronzo, Piazza Mazzini, via per il mare... Eccoci arrivati. Ci si dirige verso il faro, naturalmente, è quello il suo posto, da sempre. Siamo seduti sotto una tettoia dove vendono da bere. Sa che sono lì anche per prendere appunti e, stranamente, comincia: Un pacco di disegni li ho lasciati a Milano, forse a casa di Pignatelli, quello li avrà firmati e se li sarà venduti. è proprio un idiota: pensa, ha una villa a Santa Caterina e non se la gode, io che non ho niente mi godo tanti posti... Brindiamo. Accenno a Carmelo Bene, lo so suo amico di tanto tempo fa. Carmelo Bene, ci tiene a dire, sono io che quando l'ho incontrato a Calimera non l'ho riconosciuto. Ha aperto la porta del camerino e gli ho detto: "cerco Carmelo Bene". Sono io, ha risposto. Era più basso di prima, più piccolo, prima si faceva sempre festa, sbornie, storie, a Lecce, a Roma. Era diventato più basso, non l'ho riconosciuto. Si sposta dove non c'è ombra, Edoardo vive, si nutre di sole. Poi, aprendo un pacchetto di "Gitanes Internationales", mi dice che ha intenzione di scrivere un libro. Lo guardo interessato. lo intitolerò li cielo in testa, dice ridendo. Aggiunge che Erostrato pisciava da sopra i palazzi, qualche cosa la prende anche da Pavese. La cultura di Edoardo, tutto un sentito dire, da Pagano, da Massari, da altri; appena mette mano alla penna sono solo erroracci e cattiva scrittura. Poi ci sono i pennelli... Edoardo sempre accigliato, subito sorridente. Edoardo continuamente sui bordi, trafitto da tutti, Edoardo dalla pancia di Budda, Edoardo con molti lunghi capelli bianchi e tanti ridicoli folletti. Mi vuoi parlare delle tue mostre? Alza il naso al cielo. Quattro, cinque a Lecce, dice, poi Ferrara, tira fuori Catania. A Londra ci sono andato senza una lira, a piedi, come pure a piedi ho fatto CataniaMilano. E sono tornato senza una lira dopo aver lasciato delle tempere in un College d'arte. Edoardo è pronto - a questo è sempre pronto - a far intendere questioni di sesso, ragazze, un negro, è pronto a parlare anche di rapporti diversi, lui ci gioca con queste cose, si diverte. Mi hanno cacciato via perché non rispettavo le regole del College, me ne andavo per i cavoli miei. Fontana a Milano mi prendeva disegni, mi dava i soldi però, e a volte mi ospitava. l'altro che mi ha ospitato spessissimo è De Gasperi, illustratore della Domenica del Corriere. Ho conosciuto là Munari, mi faceva ascoltare musica cinese, poi gli ho aggiustato del manichini in una vetrina, nella vetrina della "Chatillon", e mi ha dato 25.000 lire. Un paio d'anni a Milano, con molta fame e senza molto dormire, gli altri hanno ingranato, io non lavoravo. Dopo tutte le delusioni della città ho cominciato ad amare boschi e mare. Sono arrivato a Lecce. C'era una marsigliese che veniva con me alle Cesine, era bionda, alta, robusta, gambalunga; poi c'era la sedicenne di Francavilla con un seno giusto e uno piccolo, sembrava un'amazzone, con lei sono stato in Grecia. Mi lascia, vuole entrare in acqua. Maestoso, gigantesco, sprezzante, come intento ad un sacrificio, comincia a violare l'acqua, l'acqua si richiude, lui si dilata in libertà. Sto pensando a Toma che fino all'ultimo suo giorno mi ha sempre detto: non tradire Edoardo... Stanotte ho sognato un santone indiano che mi guardava; poi Carmelo Bene che stava nel mio giardino. Gli ho preso le robe. A Milano stavo con Cassinari nel suo studio: a Lecce, a quindici anni mi sono licenziato da un cartapestaio dove lavoravo, ci sono stato sei anni, facevo bambole, statue, dopo ho cominciato a fare i primi quadri. Beve di nuovo, e poi: sono andati poi tutti bruciati. Per liberarmi, dice, sotto consiglio di Saverio Dodaro. A vent'anni ho fatto la prima mostra al bar "La Torinese", poi dopo alla "Cornice", al "Sedile", a Caiulo. Ho fatto anche un periodo di cuiturismo. A Milano non facevo niente, andavo nelle librerie, nelle gallerie, l'ho girata tutta a piedi; dipingevo solo qualche ceramica, qualcosa la vendevo, un piatto se lo prese Cardazzo che aveva la Galleria del Naviglio, per mille lire! Poi in Sicilia a fare una mostra; intanto la moglie di De Gasperi, inglese (in realtà una scultrice irlandese), aveva spedito i miei disegni ad una accademia a Londra, così mi hanno invitato. Si rituffa. Continua. Lo lasciamo continuare in piena libertà, solo interrompiamo qualche volta per alzare il bicchiere. Sono tornato a Lecce, ho lavorato molto, ho incontrato un olandese, il mio olandese volante, e con la sua vecchia Ford, che serviva anche per dormire, siamo andati a Catania per fare una mostra, ma lo lasciai là con la sua francesina e me ne andai. L'ho rivisto a Parigi, io stavo andando a Londra. S'interrompe inspiegabiImente. Sta rispondendo a qualcosa che gli avevo chiesto due ore fa: non vogliono la mia morte per i miei quadri, mi vogliono morto perché mi credono felice. Idioti! Dopo Londra vado a Milano - il direttore mi aveva fatto Londra-Milano - da Milano rivado a Londra, ma non mi hanno più voluto, sono venuto via da Lille col foglio di via. Splendido Edoardo, è qui davanti a me, anche se con gli occhi in alto segue le maglie della sua vita d'allora, magari una biondissima ragazza inglese, con lentiggini! Dopo Londra, Lecce, definitivamente, Dopo Londra, Lecce, definitivamente, con Tapparini e Caputo che ogni tanto mi portavano a Roma. Poi una volta, tre quattro anni fa, decisi di andarci da solo a Roma, per lavorare; andai con sotto il braccio un rotolo di opere erotiche, le più belle che ho mai fatto. Ne ho venduto solo due, per cinquantamila lire, ad un leccese in via Veneto, gli altri fogli me li hanno rubati sul treno mentre dormivo.A Roma sono successe molte cose. Mi hanno prima cacciato dalla Cappella Sistina, poi sono andato in via Condotti dove due questurini mi' hanno chiesto i documenti, io non li avevo, mi hanno allora chiesto che cosa ero venuto a fare a Roma, io ho risposto che ero arrivato fin là per restaurare la Cappella Sistina, mi hanno portato in questura; appena saputo il mio nome hanno telefonato a Lecce e qui hanno saputo dire solo che ero stato molto tempo in manicomio, mi hanno portato allora in un manicomio a Montemario, a Santa Maria della Pietà, e lì mi hanno tenuto per quindici giorni facendomi elettroshock, iniezioni, pillole. Non è finita. Mi hanno messo su di un treno per Lecce, sono sceso a Bari, sul lungomare è passata una bella donna, io le ho accarezzato i capelli e due tipi mi hanno menato, mi hanno rotto quattro costole, quaranta giorni d'ospedale a Lecce. E mi hanno fatto anche tanti verbali!Ecco. Una ventina d'anni fa mi hanno messo per la prima volta in manicomio a Lecce perché mi stendevo nudo sulla terrazza, avevo rotto la finestra della mia camera, bevevo un po', facevo la corte a una e non la fermavo mai, innaffiavo piante contro la volontà del giardiniere; il risultato del medici fu: paranoide schizofrenico; i miei genitori erano colpevoli, ma i medici erano ancora più fessi e colpevoli. Dopo Roma, a Lecce, mi sentivo così bene, tanto bene... Mi hanno messo di nuovo in manicomio. Appena mi sentivo bene mi mettevano in manicomio. Intanto dipingevo, vendevo agli infermieri, ai medici porci, e poi, e poi... Il tempo per una nuova entrata in acqua. Un panino con dentro dei salsicciotti mangiato in un bar là vicino, un caffè, ed eccoci di ritorno a Lecce. Sono le tre del pomeriggio, Edoardo non l'ho mai visto così ben disposto. D'improvviso mi propone di andare a passare con lui una "serata internazionale" a Brindisi. Ci penso. Accetto. Due se non hanno qualcosa in comune non legano mai così bene. L'appuntamento è per le sei a casa sua. Sono le sei. Edoardo è pimpante. Vi assicuro: mai visto Edoardo così in forma. Partiamo. Durante il viaggio mi racconta che qualche volta è andato a Brindisi con i suoi quadri. Niente, dice, i turisti hanno i soldi contati; al Café de Paris le consumazioni le pagavo con un quadro... Siamo a Brindisi. Qua la "carcassa" prende vita. Cammina per tutto il molo col naso al cielo e la destra come un pendolo. Si ferma ad un pescivendolo e mangia pesce crudo, la gente comincia a guardarlo come un mostro marino. lo, che non ho la sua stessa forza, non so dove guardare. I suoi lamenti, quello di cui si lagnava a San Cataldo, qua tutto si dissolve. La figura già eretta adesso assume un portamento burbero, aristocratico. Come un cavaliere solitario sa dosare benissimo quel che di sé deve dare o mostrare. Cerchiamo un posto per sederci ... ma non può essere che il Café de Paris! La serata è splendida, sul tavolino abbiamo la prima Ceres scura, Edoardo ride a bocca larga, tanti seni intorno ballonzolano. Affiora qualche malinconia. Si ricomincia. Una volta con un chiusino dell'acquedotto ho rotto una vetrina sporca, non si vedeva niente: mi sono fatto cinque mesi. Altri cinque mesi perché ho detto ad una ragazza, che s'era già tolto il reggiseno, di togliersi anche le mutande per prendere il sole al culo. Altri cinque mesi perché distribuivo soldi ai passanti. Lecce era sempre più stronza (la birra scura fa salire di tono, dilata: "solo tu mi fai soffrir, solo tu mi fai morir" canticchia Edoardo, prima c'era stato "partirà, la nave partirà"). Passano molte belle ragazze, quelle un po' turche sono le brindisine. Qui a Brindisi sono stato schedato, una notte in camera di sicurezza perché non avevo documenti e volevo mettere del dischi verso l'una di notte. Il giorno dopo, a casa, ho sbattuto sul mura un piatto di pasta fredda, "attaccata": altri cinque mesi! La Ceres è finita. In camera a Londra avevo una modella nuda ma facevo disegnini per cavoli miei. Poi hanno fatto una festa in costume, io mi sono presentato da Adamo dipinto, mi hanno cacciato. La modella continuava a dire che ero un pazzo... Adesso comincia a dar voce, in inglese (si fa per dire: in due parole di saluto che conosce), alla gente che possa, a vecchi, un po' a tutti, invita a bere. Ride con la solita risata pastosa e sicura, canticchia, fuma con avidità le sue Gitanes. La sera, questa sera, ce la siamo ritagliata per non correre dietro alle solite ossessioni. Una serata internazionale. Con turiste e navi. E l'Appia. lo gli consiglio di non esagerare con i saluti e gli inviti alle turiste. Ricordati di Bari, gli dico: quattro costole rotte per una carezza ai capelli di una bionda. Non mi sente, naturalmente. Improvvisamente. Al Club Mediterranée sono arrivato nudo e dal mare. Denuncia e altri cinque mesi.La nave per la Grecia sta per partirei. Il corso comincia a pullulare di brutti ceffi. Non più le dolcezze bionde. Il cameriere del Café de Paris è ormai un nostro amico. Fosse per me lo chiamerei Vassily. Una ragazza la invitiamo a farci una foto. Lui già mi parla di una nuova serata internazionale a Otranto... Tornato dall'Inghilterra mi sono sistemato alle Cesine, all'isola dei conigli, ci potevo arrivare da San Cataldo mare mare. I quadri per la mostra al Sedile, uscito dal manicomio, li ho fatti in un pagliaro vicino a San Cataldo. Vassily ci porta una nuova Ceres bruna con etichetta capisotto. Edoardo va per conto suo. Ho lasciato un quadro al ristorante Colomba, a Venezia, mi davano da mangiare e c'era una turista americana che mi fotografava di continuo. Quindici giorni nella città sul mare. Sogno svanito, dice, ed è come il mio cielo in testa... Con Carmelo Bene un tempo ci siamo divertiti. Una volta stavamo andando a piedi a San Cataldo, la madre e il padre di Carmelo dietro con la macchina che gli gridavano di salire e lui li mandava continuamente al diavolo. Ci siamo visti a Roma con Carmelo, Caputo, Tapparini e gli altri. Arriva una nuova Ceres. Vassily vuole venire a trovarlo a Lecce. Edoardo gli da appuntamento alle "Dolomiti". Nuova foto. Mi riparla di poesie che ha scritto da giovane. Mi mostro interessato. Lui continua, continua... davvero un Edoardo non solito! "L'unico che ha fatto il mio bene è stato il dottor Guglielmi, gli altri che mi hanno organizzato mostre lo hanno fatto solo per rubarmi dei quadri. Si ferma un po'. Poi: questa, dice, è una mia poesia: Voglio una casa di vetro, di che cosa mi dovrei vergognare... Prego, prego, ciao, hallò, si avvicina agli ultimi turisti. Altri sorrisi. Chiede dove vanno. Atene, gli dicono. Ah! Atene, le Cicladi... Poi mi dice: manchi di cultura, non sai chi ha fatto la "scuola di Atene" 1 Incontenibile Edoardo. L'aria della sera corre nella sua camicia aperta, non è il cavaliere puro e malinconico di sempre che ho davanti. Stiamo lasciando Brindisi. Ti farò, mi dice, una grande Betissa, grandissima... La macchina va. Sta un po' senza parlare, poi: hai visto come ridono queste turiste, le nostre donne sono tristi, sempre tristi... Sono una gran cosa i guerrieri che squarciano improvvisamente la notte. Di solito nuotano nella più nera disperazione e, giganteschi, tentano il cielo.

martedì 3 luglio 2007

Quelle, quelle sole

nella collana costellazione di Besa è uscito
Asilo di mendicità di Simone Giorgino

fingere di ridere per sempre, simulare

festa e allegria nello sfacelo, così pure
può andar bene


da Promenade di due

Latet arbore opaca
aureus et foliis et lento vimine ramus

(Virgilio, Eneide, VI, 136-137)

I

Portami ovunque, nitore.
Ma che siano stelle
di buona fortuna. Quelle
quelle sole.

[...]

V

Il vialetto ci soffia le sue foglie e il ramo
- i nomi incisi con le tacche -
benedice il viaggio. Dunque andiamo.

Spii dal pertugio le risacche
dell'acqua e la sua spuma e in là le quiete
rigidità negli ombelichi e qualche

asticina o refuso tra me e te
a districare il sole che s'insinua
all'azimut distante dalla rete

da cui guardo un battito di ciglia.
E noi l'acerbo frutto che germoglia
e noi che mai cadremo alla vigilia

delle cose così come stanno - a metà
assunti e a metà

perduti per il gorgo che ci ingoia
per la corrente calda che spariglia
per la corrente calda che dà sete
nel cul de sac del sole che declina
l'arco all'ombra dei palazzi andiamo
più indietro più nel centro fa' che
- nitore - non si abbui andiamo andiamo

fa' che
fa' che sia
fa' che sia sempre

fa' che sia sempre mattina.

lunedì 2 luglio 2007

Il primo Poet/bar

Libera nos... (a Luigi Meneghello)

Si stringe il tempo
si fa piccolo piccolo
nel cantuccio

dove ogni mormorio si perde
dove non c'è più "urlo" e piacere
e desiderio, e arguto guardare, e compassione
libera noi
libera noi
possiamo avere memoria
ricordo
e occhi abbiamo ancora
densi di sguardo
capaci
nelle pieghe di scorgere meraviglia e dolore...

"Piccoli maestri" non siamo
non c'era la valle
e l'imbuto d'una tana
non c'era
che, il desiderio d'una vita eroica
solo inventata
di paure anche
di fughe
di sguardi fatti obliqui

"piccoli maestri" non siamo
per questo accolto al cuore
abbiamo
ogni sussulto,
ogni fiato,
ogni piccolo ardimento

di chi con noi è stato.

Se davvero devi...

Essenze

una poesia di Irene Leo
Avverto la positura
del vento,
quella capacità di curvare
gli animi ed ogni cosa inerte.
La sua possessività
è sulla mia pelle,
impigliata nei miei capelli.
In balia della sua volizione,
è la mia quiescente natura.
Respiro le entità che reca con sè
ritrovando esperienze
sottilmente familiari.
Ritraggo il cuore e rinchiudo
i miei pensieri lontano,
in un qualche angolo buio di me.
Un richiamo cadenzato alla memoria
m'è dato da ogni odore che s'insinua
nell'aria chiara e indolente.
E la mente vorrebbe spegnersi
vivendo di presenti e d'istinti
senza immaginario,
intrisa di concreta immediatezza.
Levigato dalle sue mani trasparenti,
il mio volto non resiste
e si lascia oltraggiare
da piccole correnti eoliche.
Ogni logica, così, naufraga lontano,
insieme a sorrisi,
pensieri, frenesie,
albagie,mutamenti.
Inutile opporsi,
l'irriverenza a poco servirebbe.
Ti imploro,
se davvero devi,
soffia forte vento,
spezza e spazza via ogni cosa,
perchè non rimanga più nulla,
più niente,
solo polvere, solo luce, solo ombre...
essenze.