domenica 3 giugno 2007

Ti piace la mia gonna a fiorini marron?


Gioia Perrone

La chanson de poete

Come i sommergibilisti
che si muovono coi suoni
il ghiaccio giallo dei cuori
o i capodogli-giganti
mi aggiro per la stanza dei fiori
ancor nei vasi dalla primavera 68
porcellana pura da spaccare in testa al poeta.
(Io e la porcellana aspettiamo che entri il poeta
dall’unica porta che vedoperché se vedessi altre porte il poeta sarei io.)

canticchio “la Chansòn de poete”:
<>

Di pomeriggio aspetto il poeta
gli occhi aperti mi chiudono in un sogno di quando mi accendevi il candelabro per fare l’atmosfera primo novecento
allungati indietro gli occhi e poi …rivoltate
come lupe le labbra alla luna
Nei lucidi vasi
nessuno ha cambiato l’acqua per i fiori
e i fiori sono morti come dovevano e…quando muoiono i fiori chi gli porta i fiori?
Tu? Io?
La comunità che si stringe? mi soffoca il dolore della comunità
mi stringe, la comunità che si stringe
che andasse a zonzo!A ripescare i miei pezzia zonzo!
Che le braccia ad abbraccio non sono bastate a tenere.

Ho pronta la porcellana pura per quando arriverà il poeta
la porcellana dura
delle tazze da the
pasta frolla e luce di tenda quando arriverà il poeta
entrerà dalla porta che vedo e non busserà
ma il passo di tacco è sonoro schiocca di gia dalle scale.

Canto aspettando “la Chanson de poete”:
<>

***

C’era qualcuno dietro le persiane verdi?
Punte di coda di corridoi con odori di legni,
ai lati altre stanze di ombre, di frescure
mi viene di fare l’amore sui letti nascosti dietro a zanzariere
di pomeriggio
oh mi viene, a pancia sotto
sentire all’ombelico le lenzuola
E sulle guance strofinarmi un odore disteso,
che nessuno vede all’orecchio il meccanismo onirico di molle.

Oh che mi viene, zitto zitto di siesta,
allora son viva (!)
Una cosa così,
me la faccio la felicità
una cosa ragazzina, nascondina
una cosa di gioco, di ammattire a un tratto.
Lungo cammino di altri luoghi, un giorno indietro,
incalcolabile ormai

Ormai ormai ormai, mai ormai,
che detestavi “or-mai”
lo detesto! Lo detesto! Tu dicevi tu, tu, tu, tu,
che non hai gia tratto,
un colorito ancora una pittura di pelle, e un... calore,
ancora sei, un poco vago come ombra e frescura e zanzara,
come molla cricchiante all’orecchio.
Torna a ogni ora la cicala e la vecchina nera
girotondo di vecchina nera calma e quieta mi passa sulla pancia
per sparire nel piccolo bosco di mirto rosa
Dove io ho trovato il nascondiglio del coniglio e dove lo chiamo
di tanto in tanto coniglio razzo
più di fulmine in cielo più del bacio paventato,
del trambusto dell’amorino nato
Del graffio di corsa alla caviglia
quando si vola sul grano e si ride
e si suda
ti avessi avuto e incantato così come si gioca…
La sera mi sopravvive. Geometrica nella sua nebbiolina
nel suo richiamo cadenzato, di ninnaò ninnaò
e gatti rasenti il tufo e le soglie scure
funambolate tra un crocicchio e l’altro che è sempre strada.
Mi appariva qualcosa, la linea della testa,
di uomo non di coniglio o lepre o animale di bosco
ancora dietro alla persiana inarrivabile in fondo,
troppo infondo al corridoio, troppo che si dica – chi è?
Serve qualcosa?- solo a indugiare sull’ombra a disegnarsi un nome
solo a dire, trapassa, appari se sei lo spettro viola
delle lenzuola fresche avanti, trapassa, che non ho gambe
che le ho perse nelle stanze al lato, le stanze scure del pomeriggio
dove si fanno le battaglie e dove giacciono
morticine come orgasmi le ore consumate così
vieni, se sei lo spettro, trasfigura, fluisci attraverso
mostrami il raggio lucente di questo prodigio che immagino
da questa fessura dietro cui spalanca l’estate
come una donna dei brutti costumi e come una musica
che mi drizza in piedi, su nuove gambe in affitto per l’occasione.
E nessuno venne, attraverso, nessuno apparve e nessuno
andò ad aprire e nessuno venne a chiamarmi
e nessuno, nessuno, nessuno scovò il coniglio.

Nessun commento: