lunedì 25 giugno 2007

Nella cellula del verso...



Poesie inedite di Francesco Rizzo


in attesa di Poet Bar













[ Mario Luzi con Ercole Ugo D'Andrea ]

IL NIDO

Ercole Ugo D'Andrea mi chiese un giorno
perché scrivessi poesie
io risposi che un demone
aveva fatto un nido nel mio cuore.

AD ERCOLE UGO D'ANDREA

Un gelsomino rarefatto nella cellula del verso
e il ritratto del poeta appeso al muro,
una carezza data a Silvana ed il caffè della mattina.

Sapessi Ercole quanta armonia ci accomuna
quando il foglio bianco partorisce la scrittura
e un ardente desiderio ci cattura

Passo interi secoli a leggere i tuoi versi
cerco il perché della tua notte
quando scrivevi della bruna sorella,
dei nipoti, della madre attenta ad ogni lutto
e ad ogni angolo di Storia,
cerco il recondito nel tuo catechismo
la bava sottile della lumaca
la tormenta di neve nella rosa autunnale.


NELLA CASA DI CAMPAGNA

Ci vengo spesso, da solo,
con qualche provvista e il quaderno dei versi
per sentirmi l'ultimo uomo rimasto sulla terra

raccolgo un pò di legna per accendere il fuoco
e togliere dalle stanze l'umido letargo
di questa casa di campagna

fra i ceppi
cresce una tenera lingua biforcuta.

Da qui dentro i rami sono fessure di tenebra,
graffi gelati tra la nebbia e il tramonto,
tutto quello che rimane di un meriggio
la luce se lo porta come in un paniere.

sabato 23 giugno 2007

Al fare confondo il "doppio" dei pensieri


mauro marino
non c’è
poesie
1
Non cè
più nessuna scoperta,
oscuro lo stupore.

Oggi piove
grandi gocce pesanti
odorano la terra
e l’estate confonde
il cielo
nella sua tenuta
d’umido

sabbie sahariane
e
condense nordiche
in scontro,
nell’opera del cielo.

Gli occhi - in fondo
non portano meraviglia

tutto è cresciuto
a scordare radici

e ho soltanto solitudini
da contemplare

i luoghi del mio vagare
hanno smalto di calce
pietre levigate
luci incastrate,

mondani ora sono

presi, nella deriva del tempo.

Slancio d’oggi
che di sapori e suggestioni - soltanto
vive.

2
Non c’è verso
sospensione
estasi o incanto
nessuna rivolta.

Oggi che non ho
mani al fare

nascosto all’ombra
di un addio
scruto il mondo
sempre più distante – altro
di nuovo sconosciuto.

Lo nego
lo nego

oh…

viene leggero
un vento
nascosto un sorriso.

3
Odori di pioggia
rombi di tuono

ho male alla testa
confusa d’umori
mi taglio il respiro
rimango ai pensieri

non c’è quiete che io conosca

desiderio soltanto di altro guardare

non è mio questo tempo -
oscura il cuore
non so dove vorrei essere

qual è il mio luogo?

Bellissime tue spalle e seno

3
Non so che farmene
della poesia mia

delle parole
che si fermano in gola
a sorprendermi

mi trovano muto
a divagare
tensioni, non detti o sogni
e il tempo lo inseguo
dentro atti, attimi – sensi
che colgono vento e passioni

soltanto sguardi bastano a calmarmi

la sete e i suoni, ai respiri

non altro che sappia d’orgoglio



Oh!

sospeso ai paesaggi
Stupisciti
della possibilità
di dire
guarda e inoltre
ti siano parole – sorelle.

4
Al fare confondo
il "doppio" dei pensieri
le fughe o le verità
di un sentire che trova respiri
e orizzonti e cammini


le scarpe
non hanno lacci
posso venire lieve
ad imbiancarti i sogni.

-

Quello che penso
vive sussulti
cosa ho di fronte
inoltre me
- all’ intenzione del dire –
ascoltano?
sanno?
guardano?
ritornano - riposano?

Ho paura, paura a volte
trovo silenzio incapace di respiri
annega nell’impossibilità
di darsi mani, corpi nuovi
o nuove parole
invenzioni di stile, confronti.

_

Ma…
non voglio rinunciare

a me
alla tensione
al sentire

Ho voglia di cicale
e di poter dire

sss… silenzio
adesso!

Mi grido.

-

Ci sono luoghi dei filosofi
dove guardare la vita
trova parole
soffi
che muovono, l’animo
il sentire degli altri.

5
vorrei di te una traccia
che riporti il colore della tua veste

e guardo e odo
dentro me
un respiro
che sospesi porta
ardori clamori
scoppi di sensi
lucidi occhi

ti vorrei per me
scoprire la linea del tuo viso
e l’odore che porti nelle pieghe
perdermi rapito
col tuo nettare
ubriacare il desiderio

sentirti gridare vorrei

alla tua carne molle
fare un canto.

6
a Ron Kubati e alle fughe

Svegliato il vento, hanno
col loro canto

volto dalla linea del mare

vengono mute
punte di roccia a fermare il cammino
zinzuli di giacca
strappi di lana
cumuli che segnano i passi
duri di sale

e di quell’altra luce.

Sudore di giorni fatti con l’animo in gola
fino ai balzi violenti dello scafo
ai clamori del mare
a quel tenersi nell’ abbraccio catena
della fuga.

C’eri tu
anche tu?
col tuo quaderno chiuso ancora nell’animo?

che avventura la tua!

Sapevi già la fuga
che ti tirava con presa forte
agli occhi
la necessità di altri luoghi
d’altro sentire

non soltanto d’Albania.

Un'altra lingua forse
un altro ritmo
e pelle da guardare
da innamorare
in libero slancio
senza freno di regime
senza temere i ferri
che quelli di tuo padre eran bastati
a farti rivolta

e ogni tradizione mira scontento
se non rigenera esperienza

teso d’orecchie
col corpo nel sospetto
come un cane
che dorme nell’allerta
del dormire.

Avrei voluto per te
scarpe con le ali

sempre in viaggio
senza domeniche
o pause
che ricordassero necessità
il lavoro

-

Al margine nell’attesa
aspetto parole
che non verranno.

Ascolto. sss…silenzio

Accompagnano galoppo d’onde
trepidi sogni imbarcano acqua

quasi non ti vedo!

Ogni istante sospeso
ritesse il tempo del mio tempo
trattengo fiato e poesia
che non ti merito
non ti merito!
così come sono

imbiancato dagli anni, nel silenzio

mi viene l’abbraccio
il rosa che portavi
ti presi la mano
di là della porta

odore d’estate alla collina
la festa nelle strade
lenzuola bianche avevo preparato
che candida venivi
alla tua pelle scura

7
questo non
questo non
che ormai assedia

8
a Karol Wojtila e ai giorni di guerra

Le parole tue risuonano la stanza

trafiggono necessità

come quell’urlo che sopra si leva
a dire …attenzione
è colmo ogni limite
ogni sopportazione

ma un atto tuo? inoltre le parole?

ancora necessario
a scuotere gli animi
nello sprofondo di questo tempo
che paura ha, di non avere voce

s’ acquietano ardori
consoli soltanto, con l’ammonire

che orecchie non hanno
alle parole dei santi

eroici sempre e inascoltati
traditi dall’amore
che non ha proposito di fare.

Come cortina le tue parole
di nebbia fina
non urto
non muro
non sfracello

li sento cantare l’inno alla guerra
li senti anche tu?

Scomunica
scomunica!
Al dio della guerra.
Al nero petrolio.
Ai fumi, ai laser, ai bum, agli spaventi.

E il tuo Dio?

Se urla di natura
si fanno solidali
rifanno l’abbraccio
ai fratelli, al martirio delle carni.

Ti trema la mano,
col dito alla bocca giri la pagina
sorprende la forza, l’umano tuo ragionare,
la semplice fede

non basta, mi dico

ti voglio bene
ti sono vicino
solidale ti sono
e cerco di portare tue parole
con me in questa fuga d’ incontri.

9
Sempre gloria canta la musica

sospesa alla trappola di Bach

all’incedere della parola
stasera mi donate incanti e trovo inopportuno ogni pensiero
lasciami lì
lasciami
a ciò che fugge e strazia
frulla, frolla e irrompe

Soltanto a questo serve
nessun ammonimento,

soltanto a coprire il misfatto
di chi senza vergogna
sterminio fa di pietre ed ossa.

Sempre alla guerra
sempre alla guerra

e manco neve è venuta
o un freddo
a fare capanna
necessario focolare o nido.

10
Amore
amore io chiamo

sei ferma tu all’attesa del tuo darti

verrà il buio e i suoni
e quiete d’immagini
a segnare l’orizzonte della tua memoria
del tempo tuo.

Cosa lasciarti di stasera?



E’ una domenica
vestita di grigio
da tana
da colori forti.

Chiedo a me
il bosco
la linea che porta il mare a noi.

Soffondo suoni
ai pensieri
faccio suggestioni
e sottile canto.

Verrà un abbandono generante.
Vibrare, vibrare
la carne al desiderio
e non la poesia!

Soltanto un mormorare
che fa voce e pausa
fa risuono, il senso.

Come teatro
tenuto a se, trattenuto nell’ immaginare
un vezzo
un intonazione
un canto, un sussurro
un grido.

La poesia nasce detta
detta a se
silenziosamente svelata.

La poesia nasce
mormorando passioni
all’incanto degli occhi.

Mai quiete trovo
vago senza più coraggio
perdo la strada…

E che non c’è odore qui, il sottile
che suda il tempo
lo scalda, lo incanta…
e irrita poi, irrita…

E che sei venuta e non ho trovato parole
ero in ginocchio
ti dicevo ti ho amata
e mi nascondevo che avevi cambiato il mio tempo
l’ardore proprio, del sentirlo.

E come se quelle parole avessero aperto un varco
pur rimanendo in silenzio.
Svilivo energia cancellando ogni osare.

Se ti incontrassi davvero forse poi mi stancherei.

Non ho mai retto le repliche!

Mi piace che sappia di miracolo
di avvento
di cosa sacra
che prendi tutto
e rimani a contemplare
per giorni.
Poi, quell’odore,
che cerchi invano
sulle mani

11
Sono pigro
un senza lavoro
uno che non ferma il pensiero
e galoppa, invano galoppa
alla conquista del nulla.

Fermo alla forma
non so dire di me l’ultimo risuono

ne sfogo.

Ho fatto coltre
e non c’è vento che muti l’azzurro.

Non ho canto
e le parole non sanno
rinascita
giro nel vuoto di me

solo attento a maschere.
_

Sfuggire
l’incauto che pervade
che non guarda
e soltanto piange
dispera

e che, per come s’è fatto
non lo riconosco il mondo

-

Esisto io
metto un passo dietro l’altro

con scarpe di gomma

con passo felpato
vado
nell’ascolto
nel fragore del mondo.

Esisto io
in quest’attenzione che vuole cambiamenti,
quel necessario
portare respiri.

Marzo è venuto
assapora
mi soffia in faccia
il suo volubile mistero

Un giorno t’ho vista
non aveva tavole la tua scena
la gloria, sì
d’una forza che scatena
rompe argini
muta l’udire
il desiderio.

Ho atteso, scordato,
scelto non vedre
il risolto d’un fare che scordava vicende
senza auspicio…

La parola t’ammutolisce.
_

12
alle ragazze del Centro DCA

Come in una scatola

Un incanto qui
potersi dedicare al gioco di noi
presi a guardarci dentro
a cercare di capire cosa di noi non và.

… o è che và troppo?

Troppa sensibilità dico,
nella nostra materia.

Il nostro sentire,
che ci spinge a cercare
tane rifugi
nuove dimore
dove poter mettere in gioco
il nostro voler essere
altro, diverso, nuovo.

Come in una scatola questo luogo
di porte colorate
che si aprono su mondi di possibilità.

Tanti mondi per quanti noi siamo
nel gioco dell’incontro
che apre fughe
possibili vite
che sempre saranno nel segno della bellezza
di un pensiero scoperto, fragile che ha provato
a mutare il mondo
con il sacrificio del dolore.

Ma questo non può essere per sempre
ogni consapevolezza
deve mutarsi in energia
in fare

e la scatola può divenire stretta
e non si può rimanere fermi… nella prova di noi.

_

Non dire
stare nel niente
stare inoltre alla sostanza di me parola

CHIUSO - CHIUSO

Ho soltanto silenzio
non lo nego
non ho apparizione di fulmine
o incanto da donare

Se dico è per l’urgenza delle cose
un allarme!

O di uno schianto
o una preghiera
dico
per invocare chi il silenzio
comprende e accoglie.

Se non dico, lo sai
è che non capisco
mi sento stupido
o inopportuno
mai efficace nella sostanza
e preferisco allora
negarti di me il senso
e il segreto rimane
come rocca impenetrabile.

No te la lascerò mai espugnare

io, soltanto per me
io e quel mormorio che m’annega.

_

Fermare il respiro
niente più canto

rifondare energia e ascolto
un nuovo sguardo
cerco

un possibile sorriso
un auspicio
o un porto

una cosa nuova venga al mondo
irrompa col suo pianto
a liberare dall’incanto
un soffio d’amore.

13
Riposerei adesso
con te adesso riposerei
con il colore della tua pelle

ti amo sai
lo posso dire ogni tanto?

Corro adesso
con il pensiero di te
e invento l’amore
l’amore con te
che mi accogli
nonostante distanze e timori.

Mi innamoro dell’idea dell’amore
e vorrei perdermi
nell’abbandono con te
lasciare l’ormeggio
e fare carezza di vento
vibrare d’emozione e di sensi.
Fare silenzio vorrei
agli occhi soltanto lasciarmi
e all’osare delle mani.

15
Volavo ieri dall’altra parte del pensiero mio
dove stacco i legami
quando fanno dolore o sconcerto
e non sai dove volgere la passione
e il fare, gli incontri, le relazioni, il lavoro
prendono il posto
inondandomi, lasciandomi esausto, senza parole per altro.

Gioco a sfinirmi
nell’intenzione di fare l’amore largo
senza nome
senza destino

Ma poi vederti
mi confonde
e ancora urta il sentire
al tuo nome



Esplora, guarda, dove rimane lo sguardo.

Esplora, guarda, scortico le parole.

Guarda, esplora
e slaccia le scarpe
non c’è fuga nel tuo stare.

Respira, esplora
da sola non puoi
il cuore freme, da sola non puoi.

Ridi, respira, esplora!

Magnifico correre tuo senza lacci
senza cuore, senza fremere, senza parole.

Mormora questa passione.

Mormora, spegne l’incanto del non
mormora, di un non che splende

non, oggi
che impossibile è guardare

non , non, non ragione

non, luci di città accesa
non, freccia d’aereo nel rombo
non, l’esplodere d’un corpo che esplodere vuole
non, parole di comando

non, non, non

tu non, non sei

che sei
luce di città che brilla
sibilo di freccia che viene
corpo che esplode volendo esplodere

senza sapere comando
se non il desiderio

non, non, non
tu non, che non, non sei

16
A Valentina

Mi sto, che non mi voglio più nulla
e questo solo m’annega e infrange ogni fare

mi sto confuso e vagabondo
senza meta
che la giornata è di festa e non senti intorno quell’animato
andare di cose in impegno, in scadere d’ora

mi sto che vorrei e non vorrei
col dolore alle dita
e l’inizio di pensieri
senza mani

mi sto nell’ascolto di altri
lontani al loro soliloquio come io
illuso di poter…

mi sto adesso incantato alle mani
nella speranza di te
nello sciogliersi del nodo
nel desiderio dell’odore

mi sto nell’attesa d’una intesa

nel respiro
nell’ascolto del battito

nel perdersi
nell’abbandono

mi sto con te accanto!

giovedì 21 giugno 2007

Le cave di pietra di Cursi

Lombrik story

Luigi Lezzi teatro Infantile di Lecce

28 luglio 1998

in occasione delle Visite ai giardini di pietra

Cave di Cursi


… E così siamo scesi a quest’ora nelle Cave!

Se lo sanno a casa vostra fate meglio a non tornare più.

Non lo sapete che non si fa?

E’ rischioso. E’ proibito. Non è bella cosa. Non si fa.

Nessuno va a spasso nelle Cave.

Di quelli che scendono molti non ritornano più.

Altri ne restano spaventati per tutta la vita.

Altri affascinati e trasportati in avventure che non sanno più raccontare.

Altri non ricordano più niente di quello che hanno visto.

E nonostante tutto voi siete scesi, ma allora volete sfidare la sorte !

Allora siete pronti a trovarvi faccia a faccia con qualcuno degli esseri che abitano qua sotto?

Stanno in ogni buco delle Pietre. Grandi e Piccoli. Si muovono tra le foglie.

Sono pronti ad uscire da sotto la terra che stiamo calpestando.

Sono Uri, Fate, Orsi e Orchi.

Salamandre, Scolopendre, Draghi e Fracetane.

Macare, Sirene, Gnomi e Mau-Mau.

Tarante, Scorpioni, Ragni e Surgecuerri (che non sono vampiri: quelli stanno in Moldavia).

Qua sotto stanno pietrificati i fulmini del cielo. Quelli già scoppiati e quelli pronti a esplodere. Lingue di fuoco. Saette di Luce. Turbini di Vento. Tramontane taglienti e Scirocchi grassi e prepotenti che è meglio non svegliare.

Attenti alle piante che calpestate: potete rimanere pietrificati se calpestate una Mandragora di quelle che crescono con la piscia dei cani rabbiosi.

Poi ci sono le Canne che parlano con i venti sotterranei.

Lo Stramonio terribile e il Convolvolo del Sonno.

Fiori di Loto e Papaveri Carnivori. Belladonna e Datura. Peyote e Mescal.

Le Pannocchie e le Spighe della Birra dei Faraoni.

L’Uva Piccolissima del Vino di Polifemo.

I Funghi Carnosi e le Patate dell’Amnesia.

Ma vi sono anche Farfalle dalle ali come lenzuoli a due piazze, Grilli Incantatori e Cicale Concertine. Formiche che vi portano i bagagli e Gazze che vi scacazzano sulle spalle.

Quella è crema di Bellezza.

… Quando ritornerete sopra avrete anche voi qualcosa da raccontare. Ma vi raccomando: fatelo bene. Arricchite quello che succede con quello che vedete solo voi. Il Reale non deve prendere il sopravvento. E il Fantastico troverà alimento dal vostro esercizio.

Questi luoghi sono sempre deserti. O almeno così appaiono.

Ma ogni ventisette anni alla fine di Luglio, il primo quarto di luna brillando fra le chiome degli ulivi sveglia gli esseri dolcissimi e terribili e li rende visibili a chi li sa vedere.

Il primo a svegliarsi e il Sole, poi la Luna, le Stelle, i Pesci, gli Uccelli, gli Uomini delle Caverne, mostri orrendi… .

Solo uno sguardo e via, senza essere visti



















L' estate è alle porte, il vento malgrado la pioggia soffia tiepido, latore di più calde promesse, l’annuncio tanto atteso di un prossimo pienone turistico non c’è, non è mai arrivato. Le località balneari sono vuote o quasi, nessun temerario ha provato a fare il classico bagno fuori stagione, gli alberghi di lusso sono chiusi, hanno serrato le loro luminarie. Le strade sono vuote, nonostante sulle nostre coste si registri un pienone

“ balcanico ” che sfida la notte, il maltempo, le mareggiate… devono farlo! Il “tutto esaurito” dell’anno scorso è solo un ricordo sbiadito, così tutti i gran signori della s.p.a. alberghiera si ritrovano soli fra loro. Manca un politico in vacanza, la Puglia quindi sarà spopolata, avranno avuto paura a causa di quella faccenda del Kosovo ?

E visto che siamo uomini di questo tempo e che si ritiene che l’autodeterminazione dei popoli va avanti per la sua strada, anche da sé, qualcuno che forse ha voglia di tornare a sogni più semplici, mi chiede cosa c’è da vedere a Badisco.

La domanda mi fa viaggiare al di là dei limiti cronologici tra i sottili fili che compongono la spessa trama della memoria.

Arrivo a Badisco, nella quiete del suo azzurro, quasi non vorrei calpestare il silenzio del verde che tenta di occultare alla vista le rocce che appena ricopre. E sulle volte di un mondo sommerso cammino con passi che mi sembrano troppo pesanti. Bisogna aver rispetto del silenzio di questi luoghi, far in modo che la nostra intrusione sia lieve, uno sguardo e via, senza essere visti. Siamo all’interno della Grotta del Cervo dove decine di millenni A. C. gli uomini che vivevano di caccia e raccolta occasionale di frutta selvatica già conoscevano il valore dell’ immagine.

Sono immagini ( circa tremila ) di animali selvatici dipinte sulle pareti e sulle volte della grotta ritenuta sacra, tracciate con le dita o con strumenti rudimentali, con i pochi colori a disposizione ( terre, carbone… ).

Sono visioni rapide come rapido fu il gesto del cacciatore che fermò la corsa del cervo nella radura, immediate come l’apparizione improvvisa dell’animale al di fuori della macchia.

Questo è il fascino magico della grotta.

L’uomo era talmente involuto da considerare l’animale per quello che era, una vita sacra di per sé.

L’ uomo della Grotta del Cervo in battaglia si identificava con l’animale, entrambi prede, entrambi cacciatori, la vita di entrambi dipendeva dall’esito dell’ incontro nella radura.

Tramite la magia del segno il cacciatore, prefigurava sulle pareti della grotta santuario, l’evento auspicato per sottrarlo al caso, così la sua speranza si trasformava in un progetto d’ azione.

“ Si, ma cosa c’è da vedere a Badisco “? Mi chiede il mio interlocutore.

“ Niente, niente “ Rispondo.

Cosa vuoi vedere con gli occhi nel regno dell’oblio, perché questo è Badisco, puoi vederlo solo con gli occhi dell’anima, perché Badisco non è più qui, non sta più in Puglia,ha preso il treno per Firenze con le sue memorie.

C’è l’ hanno sottratto per sezionarlo con cinico accademismo.

Forse il popolo dei Balcani cercherà lì il suo rifugio dalla guerra, come decine di millenni

A. C., in quelle grotte, nelle grotte della dimenticanza.

... Ricorda, solo uno sguardo e via senza essere visti.



Rosanna Gesualdo 25 aprile 2005

Ricordo di Edoardo De Candia







Un tratto di Sole di Stefano Donno

Lecce – San Cataldo…11 Km che tantissimi Salentini percorrono con un senso di soffocante asfissia nei mesi estivi, ma con un incredibile senso di piacere ( almeno credo), perché è una meta…anzi la Meta per eccellenza dove i poeti a volte sulla spiaggia , frequentemente di notte, declamano i loro versi, o più semplicemente diviene uno sconfinato deserto dove i corpi degli indigeni cittadini leccesi, cercano di dare alle loro “carrozzerie” una cromatura dalle tonalità più intense. La strada è infuocata, incandescente e i ricordi si fanno un’unica poltiglia con il tuo cervello. E allora cerchi di afferrare al volo una piccola “oasi” di riflessione…o meglio, di riflessioni nella vita se ne fanno fin troppe, e di tempo ce n’è poco, a volte sai di non aver fatto il pieno di spensieratezza, e così la tua “macchina” non arriverà di certo a destinazione. Sto tergiversando…lo so …ma non importa…! Ore 11,35 …Incontro un mio amico…il nome non conta,forse è un fantasma anche lui,come me, come i miei pensieri e il mezzo con cui ci stiamo movendo è un improbabile galeone infernale, che avrà un’unica fermata…la mia coscienza sporca!

“ Hai una sigaretta?”

“No, dobbiamo comprarle… me lo avresti potuto dire prima, saremmo andati alla IP, dopo l’Industriale!”

“Non fa niente…Appena arriviamo ci prendiamo una birra, ghiacciata però!”

“ Dove…da Prete non mi va, andiamo al Faro!”

“Va bene, tanto basta che sia birra e fredda!”

BIRRA E SAI COSA BEVI, recitava uno spot di qualche tempo fa con Renzo Arbore, ma non era la Dreher! 1500 Lire, italiana d.o.c, salentina d’adozione, orfana dell’unico padre che la amava così tanto da volerla tenere con se per sempre, vendendosi la sua anima di cartone acquerellato, per 1500 lire!

VOCE FUORI CAMPO

- “ Damme 1000 lire cu me pigghiu na birra… te dau QUISTU-“

Re Odoacre , camminava su e giù, dal Faro a Lido Mancarella, a piedi nudi, sulla sabbia bollente…

-“ Guarda, guarda,lu Edoardo…pericciu..tecianu ca facia cose meravigliose, ca sapia cu pitta…te tae pe na birra, nu quatru sou…!”

Re Odoacre, non aveva una sua corte, dove poter riposare, non aveva una lettiga con dei servi che sorreggessero le sue mastodontiche membra…A piedi …a piedi …sempre la stessa storia…Era il santo bevitore di Dreher, era il santo camminatore dell’asfalto, era …

EDOARDO NON C’E’ PIU’

EDOARDO NON C’E’ PIU’

FORSE!

La voglia di birra, con sottofondo queste considerazioni poi, passa in secondo piano! Scendiamo dalla macchina, stuoie e asciugamani inseriti nel Kit “sottobraccio”! Ci guardiamo attorno,niente di cui sparlare…vorrei poter dire l’ultima, vorrei poter dire che una volta ho dato un passaggio a Edoardo, che si è messo a ripetere e a ridere ad alta voce- “ Che cos’è per te la cultura…è CUL-TURA?”-

-“ Lassame futtere, Edoardo, t’aggiu datu lu passaggiu…e cittu!”

Spero insistentemente,anzi cerco di creare l’impossibile…le mie pupille si stanno consumando a furia di volerlo vedere ancora lì, che passeggia sulla spiaggia…ma …no…non è possibile…

-“ Ehi – scossone al mio compagno di sventura- quello non è…Edoardo…( GRIDO) EDOARDO…”

Niente…passano i minuti, due ore abbondanti sotto il Sole indemoniato di San Cataldo, e il mio amico, deve tornare a casa! Un ultimo sguardo alla spiaggia…

VOCE FUORI CAMPO

-“ COCCO FRESCO,COCCO?”

Siamo già en volture, e mi aspetta ancora una giornata di”FUOCO” tanto per rimanere in tema!

Un tempo andavo a Lido Verde con mia zia, e LUI veniva a Lido Verde; poi con una mia ex andavo da Mancarella, e LUI rompeva le scatole “ ai critici, personaggi austeri, militanti severi”, poi…

Dovevo fare un pezzo su un tratto di strada, l’unico tratto di strada che tutti i leccesi per più volte nella loro vita hanno percorso, ho cominciato dando un titolo emblematico, si sarebbe potuto fare della critica sociale, usi e costumi dei leccesi nei periodi estivi a San Cataldo, magari mettendo più carne a cuocere…alla fine vi ho raccontato un piccolo, troppo piccolo tratto di sole della mia coscienza.

sabato 16 giugno 2007

Philip Glass nel Salento

Due conchiglie per l'ascolto

Sino al 30 giugno la quarta edizione di Sound Res
Sound Res: “pregio” al Tempo
di Mauro Marino

Vivere e condividere il tempo del lavoro e la “santa” pausa del convivio, dove l’esperienza mescola e nella leggerezza sedimenta, fortifica ciò che crea, col disincanto, nel pieno esserci che allenta difese e pregiudizi. Questa la formula ispirativa e fondativa di Sound Res festival di musica contemporanea organizzato da Loop House e Coolclub con la direzione artistica di David Cossin, Luigi Negro e Alessandra Pomarico.

L’humus che lo nutre sta nell’incontro, in una “filosofia” meridiana capace di spostare le sue radici oltreoceano, scovando lì i nessi di una possibile integrazione di conoscenze e di sperimentazioni a nutrimento di una scena musicale salentina decisa a ‘stare’ sulla linea di limite tra tradizione e ricerca.

All’inizio era la casa di Alessandra Pomarico a San Cesario l’approdo di inventori di suoni e di strumenti poi, via via, i luoghi hanno ampliato l’opportunità dell’accoglienza crescendo le spalle alla ricerca di ‘nuovi arrivi’, di partner e sponsor. Affianco alla Provincia di Lecce - che ospita Sound Res nella sua rassegna delle culture migranti Negroamaro - in questa quarta edizione la Regione Puglia, l’Università del Salento e una galassia di altri, grandi e piccoli, garanti di una macchina organizzativa ed operativa che grazie al concorso di competenze e di servizi rende realtà un articolato progetto di lavoro. La residenza internazionale, il festival e la scuola intensiva per la nuova musica di Sound Res sono realizzati in collaborazione con il settore Patrimonio Culturale: Conoscenza e Valorizzazione della Scuola Superiore ISUFI, l'Azienda di Promozione Turistica di Lecce, le Manifatture Knos, la condotta leccese di Slow Food, la Fondazione Semeraro e la Coop. Solidarietà Salento, il Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce, l'associazione Borgo Ostuni, con il patrocinio del Comune di Lecce, del Comune di Ostuni e della Camera di Commercio di Lecce e grazie al sostegno dell’ Azienda Vitivinicola Leone De Castris, del Monte dei Paschi di Siena, del Gruppo Italgest, di 300mila Lounge e della Pizzeria Lussy di Lecce.

Un economia che intreccia competenze e concreto fare, dando corpo a quel Salento sempre di più luogo di sperimentazione creativa.

Sound Res non è un festival come gli altri: l'articolato programma, che si svilupperà sino al 30 giugno, prevede concerti, eventi, workshop, lezioni magistrali, masterclass e laboratori per ragazzi, frutto del lavoro di musicisti riconosciuti internazionalmente invitati a risiedere e lavorare nel Salento e a collaborare con artisti e musicisti locali, in un densa esperienza di full immersion e poi… il paesaggio, le cose e i luoghi, tutt’intorno.

David Cossin ci dice che il mare sarà l’elemento attivo di questa edizione.

La bellezza dei luoghi e il loro suonare con l’intenzione di rendere un particolare omaggio all’ospite Philp Glass (in concerto il 28 giugno dalle ore 21 nel Palazzo dei Celestini) padre, con Steve Reich, La Monte Young e Terry Riley, del minimalismo musicale, quella “importante sorgente espressiva della musica della seconda metà del ’900”, che dagli Stati Uniti inaugurò un percorso di estrema semplificazione della struttura e delle modalità esecutive aprendo fronti nuovi alla ricerca musicale e soprattutto ad un educazione diversa e altra all’ascolto.

Esaltare l’elemento costruttivo meditativo e gradualista del minimalismo, è parte essenziale di quella economia dell’immateriale oggi utile ad una comprensione del mondo e al suo bisogno di de-crescita.

Tramontate le vezzeggiature new-age, l’arte torna a farsi politica, strategica, provocatoria e non più seducente. E allora il mare, l’Adriatico. La notte e l’attesa dell’alba. Una jam-session - con la Sound Res House Band e i musicisti locali, dalle ore 21 del 23 giugno, presso il Mediterraneo, sulla litoranea San Cataldo - San Foca - sui tracciati di “In C”, brano scritto da Terry Riley nel 1964 considerato la pietra miliare del movimento espressivo minimalista, serve a scandire la qualità del tempo: il finire di una notte e il venire del giorno. Rendendo pregio a ciò cha la consuetudine usura, svilisce e dissipa. Un tempo della lentezza che ascolta e guarda, diviene, è, semplicemente! Il minimalismo cresce la fine di una notte che impercettibilmente apre al cambiamento.

L’architettura aperta di “In C” si presta all’integrazione di sensibilità musicali diverse tra loro, sviluppa cellule melodiche brevi e semplici e figure ritmiche immediate, dipanando il discorso creativo sulla ripetizione di tali moduli, il castello armonico e timbrico si evolve formando la chiave espressiva dell’opera, integrando strumenti inventati e di raro utilizzo, sonorità inusuali, voci con la complicità dell’elettronica e della musica popolare.

Già, il minimalismo! Ma è come una trance: sibila, fa la ronda, ripete suoni e canti, lieve aggiunge, cresce frenesia e acquieta. Già il minimalismo, sa di Salento!

In residenza nelle masserie Lobello e Ospitale ci saranno: Haleh Abghari (soprano); David Cossin (percussioni); Davide Faggiano (videomaker); Felix Fan (violoncello); Emilio Fantin (artista); Silvie Jensen (cantante); Erika Harrsch (artista visuale); Ira Glass (produttore radio /TV); Phillip Glass (compositore); Bodhan Hilash (clarinettista); Brian Mohr (sound engeneer); Roberto Pellegrini (percussioni); Steve Piccolo (bassista/artista); Cesare Pietroiusti (artista); Paola Prestini (compositore); Luigi Negro (artista); Giancarlo Norese (artista); Mark Stewart (chitarra); Wendy Sutter (violoncello); Jeffrey Zeigler (violoncello). Reportage di Mattia Epifani

Nell’ ex Ospedale Santo Spirito sarà ospitato il progetto di arte contemporanea “La casa dei suoni” - a cura di Cherin ArteContemporanea con gli artisti: Angela Beccarisi; Lorenzo Buffo; Sara De Carlo; Lucia Leuci; Sandro Marasco; Antonia Giuse Sanasi; Giuseppe Scarciglia; Remo Spada; Giuseppe Teofilo.

Il programma su www.soundres.org . Info Cool Club tel. 0832 303707






martedì 12 giugno 2007

Alli balli, alli balli è sciuta!

Ilaria Seclì


Il prodigio della parola lo affondo agli occhi. E alle mani. Bocche.

Ci sono 100 copie di "Chiuderanno gli occhi"
lavoro a quattro mani di Ilaria Seclì e Antonio Diavoli
per le Edizioni di Cantarena (Genova 2007)

lunedì 11 giugno 2007

memo


Cosa avete da invidiare agli insegnanti?

La voce grossa
di Livio Romano

Ok ok. Anche se non pubblico mai gli articoli che scrivo per i giornali, incollo su questo blog il pezzo che ho dato al Quotidiano domenica. M'hanno chiamato un sacco di insegnanti esprimendomi gratitudine. In molte scuole l'articolo è stato fotocopiato e appeso in bacheca o distribuito al corpo docente. Della serie "Era ora che qualcuno cominciasse a fare la voce grossa". I miei amici stranieri si chiedono come mai in Italia non succeda la Rivoluzione con una classe docente così vilipesa. Ora, oltre che vilipesi, siamo anche oggetto di richieste di risarcimento danni, oltre che di inchieste penali. Roba da matti davvero. Lo chiamano Berlusconismo. Ha vinto, non c'è più dubbio.
Cosa avete da invidiare agli insegnanti? Quale sentimento anima questa rappresaglia collettiva verso il corpo docente italiano al completo? È solo una moda mediatica che passerà oppure nasconde qualcosa di intimamente radicato nella mentalità italica? Cosa spinge i 35-45enni a trovare che i propri rampolli siano esseri di fatta talmente superiore da non essere sottoponibile ad alcun intervento che possa turbare il loro appeal sublime? Cuoche e ingegneri, dirigenti e netturbine, impiegate delle poste e proprietarie di boutique d’alta moda: davanti alle scuole è sempre tutto un brulicare di femmine che pontificano sull’operato degli insegnanti, che pettegolano, criticano, puntualizzano su ogni singolo comportamento e ogni singola scelta didattica e metodologica dei docenti, siano essi maestri d’asilo o professori di greco. Al centro del loro mondo c’è solo lui o lei: l’ottenne grassottello vestito da Fred Perry o la quindicenne carina per quale è già scritto un futuro da figurante in un reality show dapprima, medico oncologo famoso in tutto il mondo poi. Non sto dicendo che al centro dell’attenzione ci siano i ragazzi. Sto dicendo che ci sono solo e soltanto i “loro” ragazzi. Son capannelli in cui ognuno monologa senza stare a sentire le ragioni dell’altro, come in qualsiasi orrorifico talk show pomeridiano. Ma li accomuna questo astio sfrenato nei confronti degli insegnanti. Ho visto con i miei occhi decine di genitori di istruzione medio-alta bofonchiare perché nel recital che le maestre avevano messo erano previste parti troppo brevi per la loro libido filmandi. Ci convocate per vederli recitare due minuti? E le nostre Sony da duemila euro comprate per l’occasione? E giù a lamentarsi ad alta voce annientando il lavoro faticosissimo di cinque mesi delle insegnanti per preparare i mammoli a cantare e far scena. Cosa ci invidiate? L’entrare in una classe di quinto ginnasio e trovare venti implumi teenagers con i piedi sul banco, l’i-Pod nelle orecchie e il cellulare fra le mani? Provare a leggere Pascoli e sorbirsi le loro risate sarcastiche? Ci invidiate i due mesi estivi di vacanze? Ci invidiate gli stipendi da fame dopo decenni di studio? Io mi autodenuncio. Voi fate il tiro al bersaglio, e io mi denuncio da me. Confesso che, dopo quattro spossanti ore in quattro classi diverse, un giorno sono entrato in una Terza e, continuando a parlare in inglese e a coinvolgere gli alunni facendo loro utilizzare tutti e cinque i sensi al fine di meglio imprimere nella memoria le sciagurate strutture grammaticali (facendo il pagliaccio e, in sostanza, trasformando la classe in un musical di Broadway), ho scritto con i gessi colorati sulla fronte di una bambina le parole che non riusciva a memorizzare. Il numero è stato così gradito che qualcuno pianse perché non avevo scritto anche lui. Mi dichiaro colpevole di farli restare a piedi nudi in pieno inverno. Di fargliele toccare a vicenda, le estremità. Di costruire torri di carne bambinesca con lo scopo di legare per sempre le percezioni tattili a certe espressioni inglesi ostiche. Di riempire un bicchiere d’acqua e svuotarlo sulla testa dei dormiglioni. A voi non deve importare che in quel modo tutti ridono e imparano, che l’acqua addosso è più affettuosa di una carezza. Vi deve importare solo che si sia osato attentare alla salute del ghiro: è perciò che mi dovete denunciare. Appena entro in classe per prima cosa mi preparo un mucchio di “bullets”, proiettili di gesso che lancio in testa a chi non sta attento. Anche lì si fa a gara per esser colpiti, ma fate finta di non aver letto questo passaggio. Costruisco cappelli di ghiaccio sintetico da applicare alle teste troppo bollenti affinché si intiepidiscano. I compagni hanno travasi di bile per il fortunato cappelluto. La pletora di denunciatori e postulanti succosi risarcimenti dei danni provi a passare solo tre giorni in una classe media. Scapperà a gambe levate, e la smetterà di umiliare l’autorevolezza della classe docente che è davvero l’ultimo baluardo contro la barbarie culturale che sta calando sull’intero Occidente.

Negramaro




venerdì 8 giugno 2007

...Noè noi vi sappiamo che siete un uomo famoso














Vischio Spaziale

(Reportage del free dancer Orodè Deoro alla casa-museo di Ezechiele Leandro)

Figure dei pinocchietti. Luride figure degli invidiosi pinocchietti. Di repellenti uccelletti che non si sa se prenderanno mai il volo - ma se succederà, saranno uccelletti della morte…Sembra un carnevale! Tutti sono truccati da mostri, tra coriandoli e nastrini. Le mappe dei disegni - vere e proprie mappe del tesoro: passate da qui, dici, dalla groppa di questo scarabocchio con quattro lunghe zampette. Pezzettino che dipingerò di giallo. E disegnare tanti cerchietti fermerà la chioma della madonna? E disegnare tutte queste palline ci farà giocare a bocce, in questo deserto? Vai Leandro, cavalca il maiale, cavalca il porco. Verme zanzaro solleva le mani storte, alza le braccia di spaventapasseri. Andiamo avanti! Anche se per farmi piangere rimani! Questo sarà un sole celeste! Questa sarà un’aurora rossa! Questo sarà un continente pieno di vermi, di vescichette.

E le vescichette continuano, incontrano pianeti a cui non danno mai la luce - la rubano anzi così come ne bevono tutta l’acqua. Questo sarà un profondo toccare di baci la mano onesta. E gli altri festanti si affacciano oltre la cinta per buttarci rifiuti, sputi. Queste creature hanno la testa che non sarà mai una testa, ma una gabbietta con l’uccelletto morto o di gomma pane.

“… vai a fare un po di te per me e per te la ragazza andò fece il te e ritornò li disse insieme pronto il te bene mettiti a sedere di fronte a me e prendi e bevi insieme a me e poi una risata insieme a me…”
(Leandro)

Oh! Sì! Leandro! Col cazzo che sei pazzo! Gli insetti li dobbiamo schiacciare per forza. E li dobbiamo disegnare così come sono, con le zampettine schifose. Togliamo le virgole e i punti. Sassolino sopra sassolino ti ci sono voluti venti anni. Resiste ancora all’attacco del tempo e dell’ignoranza ma nessuno scaverà un giorno per trovare il tuo tesoro. Perché il tuo tesoro è all’aperto. Il Santuario della Pazienza sta crollando. Le tue creature di pietre e cemento vanno giù! Gli spiritelli che si affacciavano dal muro che hai fatto alzare, “i porci” che volevano che tu buttassi giù tutta l’opera sono ancora vivi. Sono Carne di porco, sì! Nonostante il tuo Santuario dedicato a Maria fatto di spazzatura. Che creatura sublime! Altro che oro e marmi: “traspormazione”. Il povero rottame, che non vendevi a nessuno, portato in braccio, sulla bicicletta, diventava trombetta, diventava corona della regina. Tutta questa folla che aspetta di essere ritratta prima che questo viaggio finisca. Tutta questa parata di maschere bisogna proprio ritrarla. Abbiamo in comune questa passione!

“la banda suona e la gente guarda ma che sente? Il rimbolso nelle orecchie ma nello spazio? Si perde a te cosa rimane? Il pensiero della melodia”
(Leandro)

Già!
“Per fare il mosaico metti pietra avanti pietra invece io o pensato di mettere pietra su pietra” (Leandro)

Anche questo è vero… Sono trascorsi tre anni. Niente macchina fotografica quel giorno. Era di domenica. Mi allontanai dalla casa-museo di Vincent Brunetti per prendere aria. Ci vivevo da un anno - da tre mesi buoni non uscivo nemmeno per la spesa. Furono dei mesi tutti dedicati all’arte e alla decorazione di Vincent City. Ripercorsi la storia del mosaico senza alcun maestro. La stampai col solo aiuto delle tenaglie. Senza il ringraziamento di nessuno. Nemmeno dello zoppo Vincent. Geloso, arraffone, creatore di Vincent City, al quale dedicherò un libro di 2000 pagine. Presi la sua sgangherata y10 e volai fuori dall’eremo. Le sue dannate parole furono:
“Ma che vai a fare fuori? Fuori non è sicuro! Qui sì… che sei al sicuro! Te lo garantisco! Fuori non garantisco più!”
Doors a palla. A spiarlo con la coda dell’occhio. Polverone…

“…Noè noi vi sappiamo che siete un uomo famoso vediamo tutto ma questo Dio dov’è? Sono tutte parole sprecate parlate d’altro non parlate di quello che non si vede e non conosciamo noi possiamo dire a un altro punto della terra c’è una casa meravigliosa è un fenomeno come si può dire se prima non l’abbiamo vista possiamo dire sulle stelle esistono perle se non ci siamo stati (?) perciò questo che tu dici è tutto inutile ci dobbiamo privare delle nostre opere belle e cattive e nessuno ci dice nulla credendo che c’è Dio ci potrà dire questo è bene e questo e male stiamo così bene quello che si fa rimane tra di noi…”
(Leandro)

Sembra che l’arte sia questione per dotti. Questo solo perché mentre l’artista fa-crea la massa non può che sciacquarsi la bocca - tra un lavoro e un altro - e sputare veleno: poca roba! Sono passati tre anni, come dicevo, ed ora è necessario dare dei numeri… per intendere l’incredibile storia di Ezechiele Leandro.

Nato a Lequile (Le) nel 1905, fu trovato in una cesta da una donna di nome Adamo Crocefissa. Il nome gli viene imposto dall’anagrafe e viene affidato ad una coppia di contadini. Frequenta alcune delle classi elementari e fa il pastore. Il cementista. A 26 anni comincia la sua prima opera, “La montagna forata”, una scultura di 153 kg che fa spedire a Mussolini - il quale gli risponde curioso delle sue “inspirazioni” e gli manda 80 lire. Si sposa e si trasferisce a San Cesario. Fa il minatore in Africa dove apprende dagli indigeni la tecnica di produrre i colori con terre e materie naturali. Fa il minatore in Germania. È chiamato alle armi. Fa il rottamaio ed apre un’officina di riparazione e vendita di biciclette. A 50 anni espone il gruppo scultoreo “La banda di Pinocchio” nella piazza di San Cesario. Comincia a dipingere a 52 anni. Comincia a realizzare mostre e a ricevere premi. A 57 anni comincia la costruzione del “Santuario della pazienza”, che lo impegnerà per quasi il resto della vita. Appare per la prima volta alla tv italiana e compare un primo articolo su di lui in una testata locale. A 61 anni riceve la benedizione di papa Paolo VI che vede nella sua opera “l’affermazione della fede”. Pare che abbia rapporti epistolari con Picasso ed altre personalità dell’epoca ma le lettere sono state trafugate dal museo. Muore la moglie ed entra in crisi e deve occuparsi di un figlio affetto da sindrome di down. Realizza in questi ultimi 20 anni oltre 90 esposizioni in Italia e all’estero. Vince premi e riceve molti riconoscimenti. Tuttavia i compaesani - che non gradiscono i suoi “mostri, pupi”- fanno petizione per demolire la sua casa-museo. Leandro reagisce scrivendo lettere denuncia e affiggendo un Manifesto alla Cittadinanza. A 72 anni scrive il suo primo libro: “La creazione degli angeli ed il peccato di Adamo e di Eva”, nella prima pagina si legge: “Nota al lettore: per espresso desiderio dell’Autore non sono state apportate le dovute correzioni”. Nei due anni successivi pubblica altri due libri: “Pensieri e cunti” e “Sentite questo”. Nel 1979 è invitato da Cesare Zavattini alla rassegna “Naifs”. Nel 1980 è nominato “Accademico d’onore a vita” per “Sentite questo” dall’Accademia Internazionale di Lettere Arti e Scienze di Bologna. Muore il 17 Febbraio 1981, in seguito ad un ictus cerebrale, alla vigilia di una grande mostra a San Cesario.

Considerando l’ignoranza, la strafottenza e l’incuria della terra e del comune dove Leandro è vissuto, presto della sua opera non resterà nulla - in quanto le opere sono costantemente trafugate. Il Santuario della pazienza è sepolto dall’erba e non regge da solo all’assalto del tempo. Ed ora c’è da registrare l’ultima notizia, uscita sul Corriere del Mezzogiorno il 15 Settembre 2006:

“SAN CESARIO: DANNEGGIATA LA CASA-MUSEO DI LEANDRO. DETURPATA LA FACCIATA DEL BENE.” Sarebbe da ricopiare l’intera pagina del quotidiano perché è più letteratura che cronaca. Riporto solo questi due passaggi:

“La decorazione artistica che corre lungo il perimetro esterno della ca­sa-museo di Ezechiele Lean­dro a San Cesario di Lecce, fatta con i materiali (cemen­to a presa rapida e materiale di risulta, uniti ai colori e a tanta creatività) più utilizza­ti dal pittore e scultore sa­lentino, è stata deturpata nei giorni scorsi, anche se la notizia è stata resa nota da uno degli eredi solo ieri: al­meno una ventina di metri della decorazione esterna che corre lungo la facciata della casa esposta su via Ter­ragno (la facciata principale è su via Cerundolo) è stata letteralmente staccata dal muro esterno della casa, sud­divisa fra gli eredi alla morte di Leandro avvenuta nel 1981.”

LA DENUNCIA - E, a quan­to pare, in maniera anche violenta, come spiega Anto­nio Benegiamo, 47 anni, ni­pote materno di Ezechiele Leandro: «Sono stato avvisa­to dell'accaduto giovedì scorso, da alcuni vicini, che hanno notato due operai in­tenti a sbriciolare, a colpi di martello pneumatico una parte dei pannelli in pietra che mio nonno ha realizzato lungo la facciata esterna del­la casa. Purtroppo, quando sono giunto sul luogo, l'ope­ra di distruzione era già avve­nuta». I pannelli in questio­ne si trovano sulla facciata laterale della casa, che è sta­ta ereditata da due cugini di Antonio Benegiamo, Anna­maria e Claudio Bruno, an­che loro nipoti di Leandro. Ma proprio le dichiarazioni di quest'ultimo, abitante nel­la casa che ha subito la deturpazione, non contribuiscono di certo a chiarire la vicenda: «Io non ne so niente, e non ho alcuna intenzione di commentare alcunché- dice Claudio Bruno- Per me si trattava solo di pezzi di pietra e scarabocchi».”


“…gli scarti che l’umanità butta, io li prendo, li bacio e costruisco”

(Leandro)


Caro Leandro, la fantasia del popolo in cui siamo nati è molto vicina alla cicoria e al belare delle pecore. Parlano di miracoli ma non ci credono più! Danno per scontato il potere riconosciuto, facendosi battere, mangiare e tosare con magnifica accettazione. Andare a parlare di arte a gente del genere è solo una perdita di tempo: è preferibile assaggiare il loro vino e dire ch’è buono, che non ce n’è di migliori. E poi fuggir il più lontano possibile e fare arte. Fare arte e tenersela per sé!

La loro pietà è in una carogna, una di quelle bestie che aspetta finché non c’è più forma di vita ma solo carne morta. Tuttavia in branco attaccano- ma mai il vero nemico piuttosto il diverso, l’originale, il giusto. Gli ingranaggi di creta, di terra dura o pietra leccese non si dissolvono ma vivono intorno a noi. Diventano bestie assassine se il colore della casa del vicino non è un anonimo bianco. Tutta la loro pace diventa attesa della liberazione per l’onta. Anziché pensare a non farsi sfruttare, a non farsi rubare il tempo, anziché affrancarsi e mandare a cacare il destino e la storia, giacciono inermi sul posto di lavoro e aspettano- come cecchini- che l’artista crepi- perché si rovinano la salute a guardarlo. Coloro che hanno accettato il loro destino di bestie da soma aspettano la morte dell’uomo libero! Se l’aver creato la tua casa-museo su questo pianeta era inevitabile altrettanto inevitabili furono le conseguenze. M’immagino i contadini di San Cesario affacciarsi e spiare nella tua proprietà per inorridire alla vista dei “pupi, mostri”. Ma io- come te - inorridisco alla vista della loro inutile vita lavorativa. Certo, se era inevitabile la reazione dei contadini e degli operai un po’ meno era quello della classe dirigente e dei critici. Ma il sindaco e gli assessori dei nostri piccoli comuni sono ignoranza pura- non c’è luce in alto e non ce n’è quaggiù! Accettano inginocchiandosi il qualsiasi idiota arrivato al successo e non perdonano in alcun modo lo spirito puro. Questo vale per il mondo contadino, per la classe operaia, per la classe dirigente e per le scuole, indifferentemente! Tuttavia uno spirito libero non può mettersi a lavorare per far contenta l’intera massa d’incatramati. Così come l’intera massa d’incatramati non sarà in pace con sé stessa finché gli uomini liberi- i migliori- non crepano. E allora è guerriglia! Tu continui a scrivere la storia di un amore tra una principessa e un uomo del popolo. Amore che non può essere coronato se non dopo che l’uomo, per accedere alla mano della principessa Maria, abbia superato una prova straordinaria consistente nella creazione di “estrana” carrozza, la carrozza per l’accesso verso il cielo.

Ti hanno cucinato ben bene Leandro. Ti hanno bollato come contadino e analfabeta e così t’han fatto morire. Altro che carrozza, altro che “traspormazione”. L’arte dalle nostre parti toglie braccia e tempo all’agricoltura, non fanno che ripetercelo. Non c’è tempo né modo di farla franca!

Da parte mia, vedo in te il miracolo dell’arte e mi riconosco tuo simile. Il Santuario della Pazienza, già dal nome, è un’opera unica. Opera di un uomo che, nato in un deserto culturale, a differenza dei suoi paesani, cerca e vuole il riscatto. E si dispone, pietra su pietra, avanzo dopo avanzo, ritrovamento dopo ritrovamento, alla creazione. Di cosa? Del tuo Eden? Del mondo come lo vedi tu? Tutti questi mostriciattoli stanno morendo! Tutti ben disposti e colorati da cocci, stanno morendo. Tutta la tua tecnica di scultore cementista sta andando a pezzi. Io t’ho studiato e so l’amore che ci voleva per far reggere tutto l’ambaradan di tubi, pietre, scarti d’ogni tipo, alla base delle tue statue di cemento. E ho riso fino alle lacrime alla vista delle migliaia di noci di cemento fresco con cui modellavi le tue creature. Ma la gente è carogna e all’apparenza ci tiene. Il ritratto non deve essere mai fedele, caro Leandro, alla gente non interessa la verità. La gente, per quanto brutta, necessita l’estetica. Vedi l’esercito di Xi’an, i famosi soldati di terracotta del Primo imperatore cinese, un’armata composta di guerrieri, cavalli, carri da combattimento, a grandezza naturale. Sono stati ritrovati nei pressi del mausoleo di Lintong a Xi’an e ora ne hanno fatto una mostra a Roma, con tanto di allestimento curato dal regista Luca Ronconi. I tuoi pupi invece non li vuole nessuno e vanno giù. Conviene salvare l’indirizzo del sito creato da tuo nipote - www.museoleandro.it - perché presto tutto apparterrà al ricordo. È negativo un popolo che non ha cultura e che crede di averne! È assassino! È falso un popolo che non apre gli occhi all’evidenza e non accetta ciò che si da, colui che si da. Come ci si comporta davanti alla tua creazione, Leandro?

Non comprendendo la tua irruenza e le tue necessità il popolo non capisce nemmeno che la tua opera si rivolge a Maria e che è piena di riferimenti ai testi sacri e alla divina commedia. La pia gente del popolo non fa caso al fatto che proprio i frati erano tuoi grandi amici. Tutto il Santuario della Pazienza è strutturato come in cantiche.


“…io ho costruito su la vita di cristo ficure della apocalisse come Giuseppe venduto dai fratelli patre giacobe Giuditta con oloferne sanzone la divina commedia altre ficure sono centinaia e miliaia di ogni specia e di vari colori esiste la sofferenza e la lecria la pazienza la prechiera e tutta la morte passi(o)ne di gesu con i popolo e i sommi sagerdoti esistono tutti al primo uomo fino a lultimo luomo e la luna luomo e le stelle luomo e il sole la fine dell’uomo e di tutta la terra a dove esce cristo come l’uomo la prescritto le fatice fatte tutto a scoltura uomi regolari con grande gorgota a dove cee la scena più grande e la più dolorosa a dove raccoglie tutta la tragedia in quel giorno triste che fù condannato cristo a dove viene flagellato e caccia(to) fuori alla logia a dove ce le pie donne le cadute e la tomba cee tutto la nascita il pozzo con la samaritana il pozzo del bene e del male a dove il popolo va attingere acqua a dove cee la schiavitù di un tempo l’invidia che uccite il serpente che inganna…”

(Leandro)


Le sculture aspettano e vegliano.

Ieri sera in un autobus di Roma c’era un pazzo che ti assomigliava, Leandro. Ripeteva all’infinito: “Ti fa male! Se mi guardi male, ti fai male tu! Sei tu che ti avveleni il sangue! Sei tu che ti fai male! E muori! Sei tu che muori! Non io! Tu!”.

Le sculture aspettano e vegliano! Il corteo di questa società. La nostra storia. Viste dall’alto le tue sculture sembrano una folla festante in una piazza. Con un sottovaso rotto come cappello alcune signore. Piene di porri e di pus di cemento. Eleganti nasoni con ciondoli e bottoni al posto degli occhi. La bocca aperta. Noce su noce di cemento schiacciate da sassi, da sassolini e da cocci per abbellire le noci di cemento. Che imperatori, che regine, che ladri potenti. Che massa festante! Che via crucis!

Perso nel Santuario della Pazienza, aspettai che facesse notte e arrivasse la luna quel giorno. Affinché tutto avesse un altro colore e un altro senso. Restai lì a tremare di freddo, aspettando il verdetto. Le tue creature si lamentavano e cominciarono a muoversi. Mi avrebbero buttato in uno dei pozzi barocchi fatti di sassi, cemento e cocci. Per cercare l’acqua immagino, tra le cosce di Mirò, di Baj, di Picasso e degli altri artisti famosi. A chiedere, proprio a me, perché tutta questa strafottenza nei loro confronti. Ed io a rispondere, quando mi tenevano per una gamba, sull’orlo di un pozzo:

“Io imparo l’arte e la metto da parte, Leandro… che non è cosa per i porci… l’arte! Non è cosa per i porci!”

Solo così mi salvai quella notte e tutte le statue a ridere e a festeggiare perché le avevo capite ed ero come loro. E non ci fu più orrore quella notte… così come avevo sperato ma sano amore: A M O R E. E la tua comunità, il tuo mondo presero vita. Nonostante le erbacce. E mi lasciarono salire sul terrazzo, tra le terribili vedette, per declamare. Un discorso breve, senza mimare alcun grande fabulatore. Per non sfruttare alcuna deficienza di massa. Non ricorsi ad alcun simbolo. Non feci leva su alcun sentimento. Dissi soltanto: con la voce ma… immobile, mani dietro la schiena, penzolante sul tetto:

“A tutti voi che siete nati per essere va il mio abbraccio più grande! La storia fa il suo corso e noi dobbiamo essere quello per cui siamo nati! La stragrande maggioranza della gente se ne fotte e non capirà nemmeno le nostre facce!”

“Sì!” Cominciarono a gridare tutti “i pupi, i mostri”, i vari Giano bifronti. “Sì! Sì!”, gridava quello col trombone ricoperto di erbacce.

“E noi, umana umanità- lasciatemi finire- siamo travolti dall’ignoranza. Ci vorrebbero conquistati e annichiliti, quei lombrichi là fuori, ma per questa vita non se ne parla, vero? Per questa vita non ce la fanno! Noi siamo così lontani… e la povertà ci fa persino più belli! Tutte le chiacchiere della storia- che ha lobotomizzato quelli là fuori- noi le cachiamo e ci puliamo coi grappoli!”

Solo allora, tu, Leandro, saltasti fuori cavalcando un porco di sassi e cemento e cominciasti a correre ed io mi divincolai, salutai quella folla festante, il tuo popolo in festa.

“e l’invidia che a macinato lolzo e pretente grano già questa e linvidia quanto e fina che non si scopre ne anche ai ragi a lora come bisogna fare per conoscerla una spina alla lingua e un’altra nel cervello cosi la lingua non può parlare e il cervello non può pensare se di bene o di male perciò l’invidia è la peggiore malattia che possiede l’uomo su la terra dopo il tramonto ci pensa dio”
(Leandro)

Bibliografia:

L’Opera di Leandro- tre approcci alla sua conoscenza. Edizioni “Il Raggio Verde”, Lecce, 2000.

Corriere del Mezzogiorno, 15 Settembre 2006

giovedì 7 giugno 2007

martedì 5 giugno 2007

Queste cose brevi che fanno un malessere

Carla Saracino

da “ I milioni di luoghi “
2007Lieto Colle

Com’è vero alla fine delle stagioni

Il timore umiliante della brevità


La solitudine che prende l’odore

Di due mani fatte nel buio

Al limite dell’oblungo vetro di pioggia


Sull’adiacenza dei vetri è l’acqua

L’umano

*

- Il neon dei vagoni e la notte diaccia sul vetro

Anche se luci fuori ancora raggiano… -

Lo strano moto moro del motore

L’inconsistenza della potenza

Quando è l’ultima la volta che siedi

A stimare fuori le temperature

Le inabilità delle coincidenze…


Ripensi a quello che ne è venuto fuori

A quanti sarebbero i passi, i metri, le oscillazioni


Il passaggio delle vite che non vivemmo

I milioni di luoghi, i ghiaccioli dell’ora pomeridiana

Ma inavvertitamente nelle camere d’aria

Improvviso come un insoluto sollevamento


Il clima porta un’idea, la soluzione

L’erba alta e un’impressione poco chiara

Di massima ambizione


Come sono le cose, come fanno a scomparire?

*

L’insegna del motel è verde

L’intermittenza ha un odore di stanze non

Completamente riempite

E dei banconi su cui versano aromi caldi

Etichette dei primi secoli

Fuori la stagione decresce

Meglio in questo rissoso embrione di arredamento

Da mercato, da precipizio di feste e nostalgia di

turismo


Tutto ha l’aria del trasporto invisibile e ritmico

Fuma una particella dal ruscello del tabacco

E sembra che questo sia irripetibile

*
Così facevamo le scale

Quell’applicazione di panno rosso polveroso

L’idea della festa nelle salviette di limone

La sonnolenza dell’umano quando passa

Nella discrezione formale

Ogni porta semi aperta è un esordio o un amore

*
Strana la vicinanza con la terra

L’elemento animale vigile e diffidente

L’intatta crescita e la povera morte insieme

Sulla linea dell’inverno e alla prima necessità.


L’esterno, i viali di sera, i finestrini a metà

Queste cose brevi che fanno un malessere

- anche lontanamente lungo, nel letto, da soli –

O la percezione mentale di un’alta coincidenza

L’unione segreta per cui le cose nascono finite

E trasmigrano in parole basse o anche bellissime

L’aria che è dentro le case usurate, un odore

Che fa l’odore del mondo fuori o ricostruisce

I volti repressi dall’ insufficienza delle cause

Il domani inibito dal primo albore fra le cieche

Sonde artigianali delle porte

L’assenza sì di ogni tragicità colpevole,

Ma insieme la memoria residua, la coda a due punte

Di un sovrano inizio.

*

L'invecchiamento difforme delle cose

Su cui lasciano un distintivo gli uomini

Vinto e delebile…

L'impressione della durata e poi

L'immersione in uno stato nuovo

Ancora la fatica infinita della cognizione

Lo sforzo non si conclude con l'umano

Reagisce nella finzione di una formula

La risalita è silenziosamente opaca

Ma già in qualche luogo

Compiuta.



Carla Saracino,
Maruggio ( Ta ); si è laureata in lettere moderne a Lecce.

Ezechiele Leandro

Al risveglio era tutto più luce, più chiaro

Marthia Carrozzo

Pellegrinaggio

Se Saffo sapesse...
E la vidi contarmi le ossa, ogni snodo, ogni spigolo, uno per uno. Poi i grovigli al collasso di fumo impastato, incrostato alle ossa, come macchie sui muri di calce e di carne sgualcita e sul nervi, sui limite esatto di un salto oltre il bordo di un vecchio balcone in disuso.
E la vidi vagliare il biancore del viso, l'incarnato rosato e la bocca più rossa.
Poi il mio ventre e le anche e più sotto a cercare il rosario. Niente grani alle dita, ma pelle e rossori sgranati. Niente pagine vecchie e sdrucite, ma scenari di occhi e di braccia polpose a serrarmi più stretta dai fianchi.
Al risveglio era tutto più luce, più chiaro. Al risveglio mi apparve l'alone dei sogni sul risvolto inzuppato di bianco, ingiallito dagli anni di troppe parole e di trappole e troppe preghiere a ubriacare le labbra.
La mia Grassa Signora era lì, sul lenzuolo bagnato. Mi teneva le mani alle sue, ricontando le dita, le leccava con docile cura e dovizia ripulendo per bene, per bene. Mi umettava la bocca e imboccava di piccoli morsi saturando il digiuno dei giorni sprecati a evitare il suo sguardo.
Al risveglio era lì, non partiva, restava,
ingombrante dì carne e bellezza.
Mi soffiava all'orecchio il suo nome,mi laccava le unghie di rosso corallo.
Poi mi apriva le vesti e giaceva vicina, accucciata più piccola intorno ai miei seni,
ripetendo copioni d'antica memoria, in ginocchio a specchiarmi la pancia.
Al risveglio l'alone dei sogni era odore umidiccio di sale e sudore e dì ostriche molli di seta da mangiare più piano, più piano e tenere fin sotto la lingua, aspettando la notte a venire.
Al risveglio la strinsi più forte con gli occhi soltanto. Mi vestì del suo odore di rosse ciliegie, per confondermi e averla per sempre nel sangue. La mia Grassa signora era appena davanti, e applaudiva e rideva sguaiata. Mi inarcai per riceverla tutta, spalancando il mio ventre e il respiro.
Il santuario dei sensi era un tavolo esatto trabocco di brodo dì pollo e di scorze odorose di arance mature, con i calici colmi ma senza posate. lo aprì la sua borsa, vi riposi il breviario telato di verde. Ci sdraiammo vicine, la bocca serrata, attendendo l'inchino che cala il sipario.