venerdì 11 maggio 2007

La nenia vi canterò della terra sconosciuta


da La sposa nera

[raccolta ancora inedita di Ilaria Seclì]

corpo acquatico da sempre, becco
alla carotide a guardia di secoli e venti
scorsi, sfiorati - e sono 10 gli anni -
alla venuta. sarà padre
lo spirito fosco del buio
qui. tutto soddisfatto e bastevole
a se stesso che altri non vuole
per dirsi intero e vivo. guardate
guardate il presepe lavorato
in questi mesi - nato a mano -
in belletto ambisce a questo balconcino
come il decapitato sulla scena già lanciato
stretto all' ansia di un debutto
in strepito di nacchere e ragli
in vociare stridulo di capre e muggiti
di sordide fanfare, venire venire
nell' unico Occhio, l' applauso finale.

***

la chimica sul corso interrotto del sangue
morde l'artificio e devia ogni cosa
ogni bocca: vulnerabilità dell'onnipotente.
la melma è fatta aria, qui.
non un respiro aperto al petto.
ogni figura, buon dio, spezzata e morsa
dal vizio nero. enormi taniche d' argilla
a caccia di effrazioni, distintivi per l' onore
civico.
prodotti di laboratorio in atelier
profumatissimi cerchiano cavie dell' est e varie
manocervellanze. una fotografia e la lettera
del principio mi ritornano l' ambra meridiana.

la nenia vi canterò della terra sconosciuta.

***

dopo, la donna, accorderà ai fiori il nome
i colori ai mesi, lo sforzo, l' epigrafe su misura:
la tana sbriciolò il destino a ore
umide volte stellate e tabacco
la lingua ai piedi della lettera d' ingresso
la barca impossibile e muta,
gli spiriti invertebrati,
la porta principale, l' abbecedario
monco, lento 'schiuma alla sabbia'
volubile ermeneutica del caos
pietra spugnata rossa. la fuga,
la cerimonia senza pazienze
patafisica delle formiche.
sangue.
a capo scoperto e cosce nude
l' apocalisse dell' acqua sdegnava,
il freddo disfaceva la retta delle vie,
così lo specchio cieco seppe la profezia,
confidò. bambola rimpicciolita e non ritorna.
i respiri dei morti scatenati al davanzale.
soffio, fiera nirvanica di bosco
interdetta schiena dritta,
disse la rosa avverò l' inverno.
fu attesa di sposa nera fatta madre all?angolo
ripetute spezie e i vapori
i cortili arabi, le ginocchia alla luna,
l' alfabeto del profitto inclina l' asse e sposta
tutto qui, e non sarà più forte morte
nessun coraggio per la terra, la memoria,
il fianco rotolato stanco attorno al sole.

***

non altro avviso troverai
una carcassa, serra arroventata
arse plastiche intemperie
nessuna eletta combustione
che venne dal bosco per il solo
verso d' ape. la stanza inferma
sfama suoni lenti
tutto un succedersi di luci
chiuse prima di sera.
non altro avviso
uno sfregare di requiem:
la cornacchia riconosce
il corvo protegge allo schermo
lente dello scienziato superbo.
il destino, la memoria dei caduti fiori
secchi e anniversari senza eredi.
il gomito si alza - altre direzioni -
già approssimato alle cartine
stropicciate, ogni città occhio svelato
all' inganno, il passo scalzo di profeta
al buio del suo taccuino, solo vene
offese. ortodossia del ghiaccio
ciò che posa esatto nella scatola spinata.

***

non avresti giurato aria forestiera
o povere lenzuola, vento artificiale.
gli occhi pure fatti asciutti ancora
interrogare la materia dell' umano
andata a male, le pieghe e le voglie
storte resistenti. è il mandorlo,
brezza riccia mattutina.
la talpa di sempre succhia pistilli
non tiene petali la stessa bocca
perfetti. confini vuoti mani e lingua.
occhi alla pelle e questa nel suono
e nei sensi vegliano l' aria più bella.
perfette le rose al cornicione.
i turisti, giù, l' abbagliano opachi.
il polline sfiora e svuota.
si silenzia la materia d' oro, non
trasfigura, resta vento,
(non) diviene. l' albero è albero,
il gatto gatto. le mani
mani: ma questa è materia che confonde
a punta domanda.

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