mercoledì 30 maggio 2007

Ancora, non mi avevano imbiancata .

da Agata Spinelli





1 Cisternino
Dalla finestra puntata sulla piazza
saliva l’odore della carne arrosto
l’estate era lì come sempre

schiumavamo nel buio, di noi
avevamo ancora fame e le voci
e la musica, tutto ci racchiudeva
nel desiderio di quella stanza
affittata per così tanta angoscia

2
Ho il rossetto mangiato a furia di bere
e null’altro di disperante oltre lo sguardo.
Ora tu vuoi che mi tolga la camicetta
perché hai le bende e pensi
che le tette abbiano da dirti
qualcosa in più dei miei silenzi.
Ma le tue mani, questa notte,
resteranno a bocca asciutta.
Un tempo, le mie tornavano
sempre piene di meraviglie.

3
Quando infilava il dito
mi raccontava piano
ciò che vedeva
ed io, muta,
fissavo il soffitto,
le pietre in cerchi
sempre più stretti
che si sporgevano
senza caderci.
Una strana analogia, pensavo,
fra l’interno del trullo,
che ci accoglieva, fresco e ombroso,
e le pieghe della mia pancia,
calda, in quei pomeriggi
che lui abitava.
Ero bellissima, diceva;
ancora, non mi avevano imbiancata.

4
Poi, non ti ho detto di quella volta
che mi disse ci sveglieremo alle 4
per fare l’amore, ma ora
dormiamo e lasciò una mano
sui miei peli, a controllare che dormissero.
Ma io notai che alle 3 aveva già
le mutande dritte e non glielo dissi
con un grande sforzo,
aspettando che se n’accorgesse.
Quando mi venne addosso
mi raccontò il sogno che aveva fatto.

5
Ieri
ero sola sul treno.
Ho pensato, la morte
deve essere così.
Un posto largo e abbandonato
dove si vede il cielo
e non c’è più nessuno.
E il vento è l’unica cosa
uguale a prima.

6
Lasciami in questa stanza
con le foto della casa sul mare
venduta all’asta fra due settimane

Mi ricorda qualcosa
qualcosa di vicino e familiare
dove in tanti abbiamo atteso
nei pomeriggi festivi

Lasciami guardare dal davanzale
se tutto è come prima
se nulla s’è spostato
se ogni cosa nel parco continua
ad avere la mia stessa paura

7
Quando vuoi, puoi venire a dormire qui.
Ho conservato tutte le tue creme,
ripiego tutte le sere il tuo pigiama
perché la polvere, durante il giorno,
non lo molla un attimo
e io, ‘sta volta, non posso farci niente.

8
Che bello quando fuori fa caldo,
che me ne resto tutto il giorno
nell’accappatoio stinto,
come quando finivamo l’amore
e ce ne stavamo a letto
col piumone per terra
e la pioggia all’esterno
ci applaudiva.

9
Non sciacquare le lenzuola,
voglio che resti l’odore
del nostro amore sfatto
per tutta la stanza;
voglio respirare l’acre ricordo
di quando bambino, sei tornato dentro di me.



Agata Spinelli è nata nel 1979 a Putignano (Bari), dove vive. Ha scritto un romanzo, racconti, prose poetiche e poesie. Tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006 è stata tra i performer al Poetry Unplugged, del Poetry Café, a Londra. Suoi testi sono apparsi sulla rivista d’arte e cultura “PASSAGES” ( n. 2/06 e 3/06 ) e su SPECCHIO ( n. 537 ).

Sono nata con le ginocchia sbucciate

Margherita Macrì

DOVE SONO NATA IO


Io non ho fiumi
o grandi acque da cantare,
poiché sono nata
in un sole troppo forte
che non fa guardare più là.

Io sono nata con le ginocchia sbucciate
fra i gelsi neri
E le facce mature.
Io sono nata con i capelli bruciati
Appesa fra i calzoncini corti
E il tabacco a seccare.

Sono nata dove è sempre estate,
e le altre stagioni son sedute ad aspettare.
Sono nata dietro finestre
che si fanno nido di zanzare.
Dentro soffitti verdi
Di acqua che trapassa le ossa.

Dove sono nata io
Il sole si sveglia prima degli uomini
E si corica all’incontro dei mari.
io nel grembo di mia madre
mordevo papaveri rossi
E camomille sgualcite.

Dove sono nata io
È solo un ricordo,
e resta dietro di me
come passo d’anziano.
E si alzano altari alla morte
Raggirando qualunque destino.


D'ISTANTE VESTITO

Resto in questo silenzio,
malmenata come latta che non si può usare.
Mi svesto ridendo davanti allo specchio,
e isterica piango: le maglie,
ma appese al contrario
agganciate da sotto le scapole.
Quasi come se tu ti svegliassi
A testa in giù
A piedi scalzi
Sul marciapiede di fronte.
Senza voltarti,
con occhi bassi.
Guardati le scarpe, la punta,
e poi le mie, consumate
dal lastricato
approdate in una città
che scorda la pioggia.

Le calle rubate,
i cani si inseguono.
Io sono difficile,
di gusti un po’ controversi,
capricci diffusi,
cibo alternato nelle ore inattese,
senza orologio
arrivo sempre in anticipo
ad unghie mangiate,
occhi distratti,
teglie di santi
teche distanti.

Distinguo il vento
dai cuscini spostati
dai fogli macchiati,
i pantaloni riavvolti, polpacci a metà.
Io scrivo male la notte,
ma mi fa addormentare, scordare
di me. Ripiegare con te
in un sonno coi denti sporchi
i sogni già monchi
le notti di pianti
tristezze eleganti.
E tu,
addormentato
riverso.
E distante,
vestito.

A te altro ti tiene, non la parola

La sostanza magica di Claudia Ruggeri

di Fabio Pedone

Per la prima volta possiamo leggere in volume i versi di Claudia Ruggeri, poetessa pugliese su cui si è fondato un piccolo mito che dalle riviste locali rimbalza oggi tra blog e siti internet dedicati alla poesia. Mito, una volta tanto, giustificato più dal valore dell’opera che da singolari vicissitudini biografiche dell’autore. A dieci anni dalla sua tragica scomparsa, il conterraneo Mario Desiati (poeta e narratore, caporedattore di “Nuovi Argomenti”) ha pubblicato i risultati della prima esplorazione degli autografi in un volumetto edito da peQuod di Ancona, Inferno minore. A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta la giovanissima Claudia Ruggeri era considerata una delle promesse della poesia italiana: la partecipazione ai reading di Salentopoesia e a riviste come “L’Incantiere” aveva attirato l’attenzione di molti sulla sua parola onirica e immaginosa. Tra i poeti importanti aveva stretto una salda amicizia con Dario Bellezza ed era in contatto con Franco Fortini, che con il ben noto rigore la invitò a “fare piazza pulita” dei suoi tanti modelli e a sottrarsi alle lusinghe di quella che lui definiva una poesia “ingioiellata”, invasa da una sorta di “impunità della parola”. Eppure non si vede come Claudia avrebbe potuto piegare il proprio temperamento al saggio consiglio senza rinunciare all’esigenza più profonda in cui si radicava la sua scrittura. Nel libro che oggi possiamo finalmente leggere, una costellazione di testi poetici composti dai 15 ai 29 anni orbita attorno a un’esperienza centrale, un lungo poemetto in più stazioni che si intitola Inferno Minore, da lei continuamente rimaneggiato. Gli ultimi materiali, scritti da Claudia in parallelo con l’aggravarsi del suo disagio, formano la sequenza di Pagine del Travaso, dove la poesia esplode, aspirando ad occupare la quasi totalità della pagina. L’estremo di questi testi, ‘napoli l’ebbi strana ed il porto’, è un montaggio da sue poesie precedenti: a 29 anni, Claudia rifà i propri versi per tappe esemplari, ritorna su se stessa un’ultima volta prima di lanciarsi nel “folle volo” da lei stessa evocato altrove.
Nella breve storia della poesia di Claudia Ruggeri colpisce la potente involuzione studiata, assieme alla crescente necessità della deformazione lessicale vòlta ad attingere un’aura, una maschera. La tensione nettissima all’oralità si fa subito teatro, teatro della lingua che si sfrena e che attraversa incrociandoli i più vari modelli in cerca di una forte carica di senso, di un’intensità verbale massima: dai trovatori a Dante, dal severo barocco Ciro di Pers a D’Annunzio e Montale, la ricerca di una parola “aulika” si incarna sulla pagina in un flusso sottratto alla logica e al comune ordine del discorso; atteggiamento forse inviso ai professionisti di poesia che si nutrono di cronache quotidiane sotto i plumbei cieli milanesi, ma caro a chi scava tra i nomi dimenticati della poesia italiana del Sud sulle tracce di un ‘surrealismo meridionale’ dai forti connotati magici e folclorici, trattato con condiscendenza – quando trattato – nelle grandi canonizzazioni antologiche.

questa che ora interroga, t’arrovescia
l’inizio: t’avviva a questo Inverso
cui un dio non corrispose; tu sei
l’oggetto in ritardo, l’infanzia persa
su tutte le piste, l’incrocio rinviato; sei l’amnistia
dell’idioma viaggiato

La citazione, di solito richiamo echeggiante un’autorità, in Claudia Ruggeri è appropriazione prepotente e per nulla ammiccante agli smalti del letterario; goccia gettata in un pastiche di modelli violentemente rimasticati, viene usata per stravolgere gli equilibri convenzionali. Qui la lingua della poesia è ancora sermone sacro, che lo scarto dalla norma irradia con il magnetismo di una bellezza dura, tellurica; come il colore artificiato nell’espressionismo pittorico, nella poesia la lingua marca la distanza di una solitudine, di una sofferta quanto orgogliosa alienità dai comuni slanci della ‘rappresentazione’. Tutto ciò non impedisce brusche sterzate verso il parlato quotidiano o verso una sontuosità dialettale.
In Inferno Minore, centro d’attrazione del libro, si estende il respiro sintattico ma i segni si addensano con urgenza: le maglie del verso si allargano fino a estremi di prosa lirica, dove la frase è l’unità di senso, la formula di questi esorcismi di sorprendente potenza introspettiva. L’Inferno Minore, galleria dantesca di incontri signoreggiata dal Matto (la figura dei tarocchi), è un carnevale pupazzesco e crudele in cui il contrasto manifesto del poeta con l’esistenza può condannarlo a divenire da autore attore:

a te a te altro ti tiene, non la parola,
per te s’alleva una tortura dentro la bara
della Figura, una condanna alla molla
maligna, al Carnevale abominevole

L’allegoria della discesa agli inferi alimenta anche le Pagine del Travaso dove è l’ultimo confronto fra letteratura e vita, e un temperamento prepotentemente istintivo, attratto da un magma «prima della parola», lotta con una decisa volontà di controllo e continua rielaborazione:

mi tengo in limine. mi conservo l’equivoco
degli stili incrociati.

Questa sospensione avvolge di un sospetto di arbitrarietà una poesia indubbiamente difficile, ma che sotto il velo degli stili, e della loro frenetica dissoluzione, si regge su nuclei semantici ricorrenti (Claudia avverte per prima che il suo è «discorso nascosto»). Infine la tentazione di inventare un Oltre, un regno della parola, si esaurisce nella classica contro-figura di Prospero, mago della Tempesta shakespeariana, che posa il libro e spezza la bacchetta rinunciando alla creazione:

volli
la fine dell’era delle streghe volli
il chiarore di chi ha gettato gli arnesi
di memoria di chi sfilò il suo manto
poggiò per sempre il libro

***

Mario Desiati, che aveva già dedicato un saggio a Claudia Ruggeri su “Nuovi Argomenti” nel 2004 e oggi, nel decennale della scomparsa, cura questa prima edizione in volume, ha scritto nella prefazione che la sua scelta è quella di un «commosso lettore» piuttosto che di un critico: «può essere difettata la tecnica, ma vi assicuro non la passione». “Stilos” lo ha intervistato.

Vorrei che parlassi dello stato dei manoscritti; pensi che in futuro si possa recuperare dell’altro (anche registrazioni, se ne esistono) in vista di un’edizione completa?
«Per adesso ancora no, tutto il materiale ‘potabile’ è stato sondato, ed è nel Gabinetto Vieusseux di Firenze, a disposizione dei filologi e degli studiosi che vogliano approfondire, magari anche correggere il lavoro fatto sin ora. Il nucleo fondamentale è l’Inferno Minore, di cui esistono diverse versioni, da quelle manoscritte sino a quelle dattiloscritte. C’è anche una versione videoscritta probabilmente con un programma di scrittura pioniere come il WS. Può darsi che sia conservato altro materiale, non solo presso la madre, ma anche amici, conoscenti, letterati a cui Claudia mandò i suoi testi inediti. In effetti la domanda sulle registrazioni merita una risposta a parte poiché l’oralità per Claudia era molto importante, spesso improvvisava, leggeva l’Inferno Minore con alcune varianti e le varianti all’Inferno Minore sono numerosissime».
Presentando Claudia Ruggeri su “Nuovi Argomenti” hai scritto che per la sua poesia si può parlare di un ‘barocco non decadente’. Quale relazione c’è tra questa visione e i modi popolari di un Sud insieme ‘solare’ e stregonesco, come spesso viene semplicisticamente dipinto? Penso anche al Carmelo Bene più violentemente parodico.
«Claudia Ruggeri ripercorre esattamente quel tipo di barocco beniano che hai citato, un barocco parodico. Fortini definiva la poesia di Claudia “ingioiellata”. Nulla di più lontano dal vero, perché era una poesia con forti elementi postmoderni, pochi orpelli e molta sostanza, una sostanza ‘magica’, ma nell’autentico senso magista, ossia epifanico. Elementi come la taroccologia, la mistica antica, la tradizione trobadorica, la scuola di Federico II, sono la dimostrazione di un forte attaccamento ed elaborazione delle proprie radici storiche e territoriali».
Credi che nel secondo Novecento i poeti meridionali abbiano commesso un errore politico, trascurando per la gran parte di integrarsi nelle città dell’editoria, come ha scritto Flavio Santi in un articolo da te citato nella prefazione? È plausibile la rivendicazione di una ‘linea barocca e musicale’ in opposizione all’ormai arcinota linea lombarda?
«Bella definizione quella di Flavio Santi sulla sconfitta della linea “borbonica”. In realtà la sua provocazione ha soprattutto il merito di far notare come certi percorsi appartati non siano considerati dalla critica proprio perché appartati. Insomma un conto è essere appartati a Milano, un conto è esserlo – come Lorenzo Calogero – nel minuscolo villaggio di Melicuccà in Calabria».
C’è un microcosmo letterario, un canone salentino o più in generale pugliese, che partendo dalla lezione di Bodini dagli anni Ottanta in poi ha mostrato grande vitalità. Quali sono gli altri protagonisti oltre a Claudia Ruggeri? Cosa manca agli autori pugliesi per farsi conoscere e apprezzare?
«Sicuramente c’è un sentire comune tra certi poeti che partono da Girolamo Comi e arrivano a Claudia Ruggeri passando per Vittorio Bodini, Ercole Ugo d’Andrea, Oreste Macrì, Vittorio Pagano, Antonio Verri, Stefano Coppola, Michelangelo Zizzi, Sergio Rotino e i più giovani che si raccolgono nelle riviste sorte in questi anni. Un sentire comune dove l’elemento principale è la densità, ma poi c’è la passione, c’è il mito, c’è un espressionismo violento. Non credo che i poeti restino sepolti, per esempio il tempo darà ragione alla grandezza di Bodini».
Quale nuova o antica terra dell’immaginario ha esplorato Claudia Ruggeri? Chi ti senti di avvicinare alla sua linea di ricerca fra gli autori contemporanei?
«I territori esplorati da Claudia sono quelli del dissidio, un dissidio con la propria terra, la propria gente, e poi la solitudine. Una solitudine che porta a esiti di una poesia che col tempo inizia a evolversi sulla pagina come nel Travaso, dove invade tutti i campi della pagina bianca, con un senso terribile di horror vacui che mi ricorda Umberto Bellintani o il primo Antonio Porta, forse tra i grandi uno dei più vicini a Claudia: se fosse stato ancora in vita negli anni Novanta l’avrebbe sicuramente capita».

(pubblicato su “Stilos” il 20 marzo 2007 e su Nazione Indiana 28/05/2007)

Ogni tanto aprono la bocca!


di Salvatore Toma da Ancòra un anno, 1981 -2007 Capone











Ci sono poeti
che di vivere
fanno solo finta.
Si profumano
si aggraziano
si atteggiano
conoscono almeno mille
termini inglesi e francesi
i più sofisticati
e parlano solo se sanno
di non essere capiti
così di loro si dirà:
ma come parla bene!
poeti diffidenti
inaccostabili divini
che non valgono niente
convinti che ad ogni costo
che tutto è deludente.
Nei loro versi si decanta
l'invincibile infelicità
la grande incomunicabilità
ma in verità tutto questo
proprio non ce l'hanno
se lo vanno a cercare
per un triste poetare
e traggono l'arte in inganno.
Ogni tanto aprono la bocca
e ti mostrano la lingua
per farti vedere
che oltre a parlare
sanno anche leccare.
Evviva il poeta!
evviva la sua canzone
di bestia in estinzione!

25 / 7 / 1978

martedì 29 maggio 2007

Dov'è luce // il disco vitale // che più non ricordo

Due poesie di Andrea Aufieri

esausto

dal sonno riemergo
da violenta notte un violento incubo
e visioni
di morti notturne

petti squarciati in pasto al dolore
e ovunque
stagni di vomito piscio virtù
e vite nate spente
nella terra che folle risponde
dal fango
rigetta i figli
via da sé
senza senno
senza cuore
senza più angoscia

inerti

non pietà
non aiuto
non un grido
sta muto
l’orrore
non morte non vita
il nulla
assorbe i contorni
non più figura
solo un unico
viscido
sfondo


dov’è luce
il disco vitale
che più non ricordo

esausto

scorci di fiamma
riscaldano stanza lenzuola
casa
me

respiro

***

deserte e strozzate
le piazze nude
le piazze ipotesi
lasciate ai matti
che gli altri lavorano
oppure si dannano
ma sempre e soltanto
della loro solitaria
tragedia collettiva

uomo
rispetta onora
il lavoro
che ti fa mangiare
e anche sputare
che ti fa campare
cos’è l’empietà
non lo puoi sapere
perché anche oggi
hai da guadagnare
non coltivi il tuo orto
ma lo difendi
da chi lo violenta
impudico è un pericolo
uccidilo tu
uomo
che rispetti onori
il tuo orpello
uccidi il tuo
merdoso fratello

conosco la nebbia
non ne so le ore
ma qui
le sei vespertine
curano le ferite
con il calore
tutto è avvolto
assolto
dissolto

lunedì 28 maggio 2007

Antonio Massari

Aldo De Jaco

Un "provinciale insofferente"

Nicola Carducci

Le audacie
espressionistico-sperimentali
di Antonio Verri

(in Nicola Carducci, Scrittori salentini tra coscienza del passato e letteratura, 2005 Pensa editore)


"Parla del tuo paese e sii universale" è un aforisma applicabile senza enfatizzarlo, al nostro Antonio Verri (1949-1993), il "provinciale" di Caprarica di Lecce.
La "salentinità" oggi un pò troppo proclamata, non gli fa da remora, per i suoi slanci extra fines; essa non è per lui che un privilegiato "punto di vista". Ora che è possibile abbracciare d'un colpo la sua non esigua produzione letteraria, ce ne rendiamo sempre meglio conto. Anzitutto nei supporti ideologici, innervati in complesse esperienze di vita e di cultura. Dalla sua partecipazione alla sessione 1986 degli "Incontri Poetici Internazionali", svoltasi a Yverdon, in Svizzera, per citare l'evento più significativo del suo contatto con esperienze d'oltralpe, ha redatto egli stesso un vivace resoconto in dieci lettere, di alcune delle quali noi qui ci avvarremo per individuare i postulati della sua poetica.
Altro tramite di scavalcamento fra tradizione e sperimentalismo è la presenza di autori di varia nazionalità nei fascicoli della sua rivista Pensionante de' Saraceni, nell'ultimo dei quali (gennaio 1987) compaiono argentini e brasiliani, inglesi e svizzeri, islandesi e scandinavi, oltre agli italiani. Vi si affollano come in un pulman, diretto verso una "internazionale della poesia". Né va taciuto, al riguardo, un decisivo dato esistenziale: l'esperienza giovanile in una "Germania kafkiana", a Sciaffusa, "a due passi dal Reno"; e qui, da uno spagnolo, compagno di lavoro, ode parlare per la prima volta di Lope de Vega, e legge Hofmannsthal, e dalle conversazioni con alcuni conterranei scopre Antonio De Ferraris: nozioni e suggestioni che si sedimentano e già fermentano in una "voglia di letteratura".

Nicola Carducci non è più

Scrittori salentini,
tra coscienza del passato e letteratura

di Angelo Petrelli
(da Il Paese Nuovo del 20/1/06)
http://angelopetrelli.blog.dada.net

E’ intitolata “Scrittori salentini, tra coscienza del passato e letteratura”(Pensa Editore 2005, 461 pagine, 20 euro) l’ultima opera teorica di una lunga serie del professor Nicola Carducci (leccese classe 1925). Questo lungo saggio è composto da una corposa serie di monografie, in grado di costituire un tassello dopo l’altro una mappatura più o meno esaustiva della letteratura salentina ottocento novecentesca. Tra gli autori presi in esame Francesco Antonio Astore, Ignazio Ciaia, Tommaso Fiore, Francesco Stampacchia, Fabrizio Colamussi, Vittorio Bodini, Vittore Fiore, Salvatore Paolo, Giuseppe Sozzo, Bruno Lucrezi, Irene Maria Malecore, Ercole Ugo D’Andrea, Antonio Verri, Enzo Panareo, Luigi Tarricone. Da questo lavoro scaturisce un’evidente constatazione critica della ricchezza e del peso della letteratura meridionale, in un periodo storico culturale come quello che stiamo vivendo, dove la letteratura, spesso, si dice “morta”, allontanata dalla sua valenza sociale, e di conseguenza anche la critica sembra prossima al trapasso, tra genocidi culturali vari (Carla Benedetti, «L’Espresso», 7 gennaio 2005) e eutanasie (Mario Lavagetto «Eutanasia della critica» Einaudi). Rimane comunque possibile pensare che da questa condizione di pessimismo tanto diffusa sullo stato della critica, probabilmente, stia nascendo una nuova critica. Questa critica del “2000” è forte di dibattiti, di articoli giornalistici, di inchieste e reportage; insomma è ricerca di nuove soluzioni, e ragioni di emissione, ma anche di rivisitazioni del passato, riletture, e non a caso ha maggior senso, in questo contesto, il lavoro del professor Nicola Carducci. Guardando il problema specifico della critica, e proclamata con ben poco nostalgia la fine di formalismo e strutturalismo, dell’autonomia del significante, del testualismo; va centrandosi una condizione di invidiabile vantaggio acquisito nella sintesi dell’arte di scienze come la semiotica applicabile “al testo” (che intendo, anche, e non sono letterario) e la linguistica che, nel generativismo, diviene una concettuale “genetica dell’opera”, oltre che del linguaggio. Proponendo ora «un’eutanasia», non si fa altro che accendere una fenice pronta a riemergere dalle fiamme della sua morte, proprio perché educata ad una nuova “interpretazione” dell’arte e del mondo. È bene che in un clima di «genocidio culturale» emergano i discorsi sugli spazi concessi alla critica letteraria, sui tempi, sulle committenze e le loro motivazioni più materiali; discorsi che sono evidentemente politici. Dove il mercato è assunto come dogma, e diviene l’unico metro della società, la crisi non è più quella della critica letteraria, bensì del pensiero critico in generale, costretto dall’avvilimento a ritirarsi di fronte al suo “essere merce”, e al suo status di pura etichetta di un prodotto da vendere. Ritornando al locale, e alla cultura meridionale, possiamo senza ombra di dubbio affermare che la presenza di spazi di incontro, per esempio, nella nostra Lecce come Il Fondo Verri di Mauro Marino e Piero Rapanà in particolar modo per la letteratura, e l’associazione culturale Il Raggio Verde per le arti visive: stanno facendo un ottimo lavoro, per quanto precario e difficoltoso, nella loro opera di “promozione” ove sta nascendo una nuova genia di critici e scrittori, e artisti in generale; si vuole dare a questi una collocazione, quanto meno spaziale per serate e dibattiti, una possibile emersione, dove appunto la critica militante “non può esistere”, se non, appunto, come quella di questo volume “Scrittori salentini” che prende in esame, che raccoglie le prove di una critica militante attuata nel passato e che ora è storicizzata, acquisita, assimilata. Così in questo contesto come si propone il lavoro del professor Carducci, che per certo può essere uno dei padri, dei maestri, per le nuove leve, quali scelte sono state fatte da questo critico, quale ragioni ha espresso nel suo giudizio? In “Scrittori salentini” gli autori verso i quali Carducci rivolge la propria attenzione sono, ovviamente, tra i più rappresentativi del fermento culturale “storico” del Mezzogiorno salentino, ma non solo, poiché per le defezioni illustri e le riscoperte, possiamo considerare questo un libro ricco di sorprese, “luogo di concetti” dove non ci si annoia. Il testo è diviso in tre parti: “L’ottimismo della volontà”, nel segno della repubblica partenopea del 1799. Del dissenso antifascista , spesso clandestino, la seconda parte dal titolo: “Tra le due guerre: “Non mollare”. La terza sezione dell’opera, peraltro la più cospicua, è intitolata: “Tra realtà ed idealità”, della riscossa e della rinascita, e della liberazione avvenuta. E quella conclusiva, la quarta, “Temi e problemi”: dove si stracciano alcuni profili dell’intellettuale salentino e delle sue vocazioni. Così autore per autore l’analisi si apre all’opera di Francesco Antonio Astore, sempre teso verso una produzione in grado di ben rappresentare letteratura e spirito rivoluzionario; poi la poesia del “giacobino del Sud” Ignazio Ciaia. In successione Carducci si è cimentato in una lettura sinottica di “Un popolo di formiche” di Tommaso Fiore, e nel ricordo di un’importante testimonianza tra letteratura e pittura come quella di Giuseppe Sozzo, la centralità della retorica del dolore nell’opera di un’artista sopravvissuto alla deportazione nei campi di sterminio nazisti. E’ presente, inoltre, una riflessione sull’importante tema della “cospirazione provinciale” nella poco nota produzione narrativa di Vittorio Bodini. Continuando il percorso critico intrapreso da Carducci, possiamo soffermarci ancora, leggendo il testo, sull’impegno meridionalista nella poesia di Vittore Fiore, sulla narrativa di Salvatore Paolo, sulla poesia di Ercole Ugo D’Andrea e di Irene Maria Malecore. Una delle ultime trattazioni è la monografia su Antonio Verri dal titolo: “Le audacie espressionistico-sperimentali di A.V.”, nella quale si delineano i connotati artistici di uno dei più grandi, e appassionati, scrittori del novecento salentino, autore di pregevoli operazioni culturali quanto di affascinanti opere letterarie. Per concludere la sezione, Carducci propone una capitolo dedicato ai versi del poeta Enzo Panareo, con il suo “male di vivere”, e in sequenza un’analisi della poesia militante di Luigi Tarricone. Un percorso critico “abbondante”, e personalissimo; molto significativa è così l’esclusione di nomi eccellenti della letteratura meridionale, a scapito d’altri ben meno noti, ed in particolare di alcuni poeti quali Girolamo Comi, Salvatore Toma e la prematuramente scomparsa Claudia Ruggeri, poetessa ricordata negli ultimi tempi da diversi articoli e interventi su importanti riviste letterarie, a carattere nazionale, tra cui il trimestrale Nuovi Argomenti (edito da Mondadori). Nel testo è assente anche Vittorio Pagano, ma a cui Carducci ha dedicato un ampio studio in passato “Vittorio Pagano: L’intellettuale e il poeta” (Luca Pensa editore, 2004). “Scrittori salentini” è un testo audace per le scelte che compie, e che può dare un’interessante panoramica, per quanto “accademica” nei toni e nella trattazione per tematiche, delle maggiori voci che hanno caratterizzato la storia della cultura meridionale ed in particolar modo del nostro Salento letterario.

sabato 26 maggio 2007

Non essere sul mare...

da Le fiamme di Supersex di Raffaele Polo, 2007 Lupo Ed.


II.


Devo subito spiegare dove vivevo. E' importante, è fondamentale, soprattutto per ambientare questa storia che, in realtà, è un pezzo, molto consistente, della mia vita.

C'è, nel Salento, un bellissimo tratto di campagna fra Lecce e Porto Cesareo, verso il mar Jonio. E, in questo spazio, sorge Leverano, un paesino come tanti, dove sono nato io.

Ma la cosa che mi ha sempre fatto meditare sul destino e la casualità, è che io sono nato ed ho abitato per tutti gli anni della mia infanzia e della mia adolescenza in una cantina vinicola, ovvero in un grande stabilimento dove si produceva il vino, il famoso Leverano D.O.C.

[...] E' stato questo il mio mondo, il panorama, l'affresco, lo sfondo della mia gioventù.

Ho considerato, sin dall'età più tenera il vino come un elemento imprescindibile del mio essere. Ma, attenzione, solo il vino di Leverano, prodotto proprio in quella Cantina. Un vino che io ho imparato a conoscere sin da quando arrivavano i pesanti carri dei contadini, carichi d'uva all'inverosimile. E venivano pesati, poi scaricati...

E mi è sempre sembrato un vero miracolo che quei grappoli polverosi, ricchi di pampini, foglie e rametti, finissero poi per essere la scura bevanda che in bottiglia, superava, per gusto e gradazione, qualsiasi altro concorrente...

Leverano, allora.

Che per me aveva solo un difetto: non essere sul mare...

venerdì 25 maggio 2007

Festa!


















La foto è di Luca Bolognese
in Salento antiche suggestioni, Congedo editore

Omaggio al Vino

Omaggio al Vino

Sei aurora o sei fame?

RISALITA (o del sorriso di Euridice)
di Marthia Carrozzo


IL CERVELLO si PERDE la PELLE. IL CERVELLO SI PERDE, si SVESTE DI TUTTA LA PELLE.
Ti rivedo oltre il vetro, davanti. Ti conosco? È probabile,certo. Ma anche INUTILE, tanto, non trovi?
La memoria non c’è. NON S’IMPARA. SOLO un GIOCO a TORNARE E DI NUOVO e DI NUOVO a tornare e DACCAPO.
RICOMINCIAMI AMORE, DAI PRIMI RIMORSI. Dagli strappi, dai morsi. STRATTONAMI al PRIMA. RICOMINCIA LA CONTA di ossa e di sangue, E DI TERRA da sotto le unghie, in più piccoli piccoli GRUMI.
Sono uscita col vento contrario, stanotte e restata negli angoli stretti di striduli odori di urina e di graffi rappresi di pelo. Sono stata con gli occhi, svuotata. TUTTA D’OCCHI, SVUOTATA, stanotte. Col vestito più bello ad attendere il fischio stridente dell’ultimo treno in arrivo. Sono stata, così, tutta larga e convessa. Senza mani, né d' altro frugare. Ho picchiato, ho bussato, ma senza le mani. Troppo larga la pelle, i suoi pori. Ho picchiato alle porte serrate di troppo pensare.
CHE NON DURA, mi dico. DI CERTO, NON DURA.
Ho tirato di fuori una vecchia coperta, e stampelle di pelle fittizia. Ticchettio arrugginito che fungesse da cuore. CHE METALLICO E FREDDO facesse da cuore da sotto, a SEGNARE la linea sottile che si tira a orizzonte la vita.
CHE STA FERMA, lei, dolce e SLABBRATA DI BAVA Che è distesa in un grumo accucciato di pelo e cartone. FERMA ferma su un fianco a rifare nitore, a spartire tra umori e placente minute.
E LECCARE, LECCARE SOLTANTO.
RICOMINCIAMI AMORE, dai primi vagiti. MECCANISMO INCEPPATO, PURISSIMO E CHIODO SBILENCO. Ti ritrovo contando i miei anni, e cantando cantando, da prima, in capricci di camere asettiche tinte di bianco; Ti dipingo la faccia e le dita sottili. Le più lunghe che il corpo ricordi. Ti sottraggo all’ALBUME DEGLI OCCHI che insolente ti appanna il cercare, ed ingordo si ingoia il rigore imperfetto dei giorni, tutto il PESO IMPERFETTO DEL MONDO CHE SCORTICO E SQUAMO, che trattengo tra i denti e riconto le ore come i grani spaiati di un vecchio rosario. CHE NON DURA, mi dico. DI CERTO, NON DURA.
TU, RICUCIMI, AMORE E RIMPASTA di nuovo, i miei passi di pioggia sugli occhi; tu rattoppami gli occhi, per bene e ricuci la pelle, la pancia, le braccia, le papille di un certo vedere tutto quanto lasciato alla bocca; tu rattoppa la sete di occhi che cerco e che perdo, la mia fame di morsi voraci, oltre l’orlo degli ATOMI SFATTI ed in conta perenne. RICOMINCIAMI, SBRANAMI, senza contarmi, di ossicine e capelli e brandelli di pelle sbrinata, di bocconi di carne salata d’intorno dagli occhi.
RICOMINCIAMI, mangiami solo con gli occhi, e davvero davvero ritorna. Tu ritorna a trovarmi ogni sera, e rimani, rimani in silenzio a vagliare il respiro che sciolgo e di nuovo ti mostro oltre il vetro di giochi avariati.
NON HAI FIORI PER ME?, NON LI IMPARI, da sempre, da prima.
Solo il suono sguaiato del doppler che teme il tuo arrivo.
Mi conosci? È probabile, certo. Anche un poco RIDICOLO, adesso, non trovi?
NON HAI FIORI PER ME?, NON LI IMPARI, da sempre, da prima.
Solo il suono sguaiato del doppler che prega il tuo arrivo.
Quando tutto fini, c'era solo silenzio
a gocciare
e gocciare
più lento
MICIDIALE
d'incanto,
di senza parole
e dottori dai calici bianchi inodori, chiusi in sacchi di cellophane netti a stordire l'amaro residuo dell'acqua di sale, mi servivano avanzi di braccia stremate, echi intatti di terra, dal fondo del tempo, DA
PRIMA.
SEI AURORA o SEI FAME?, mi chiedo, ed intanto la testa mi gira più forte, i miei polsi non reggono antiche preghiere e la spina dorsale mi cade in ginocchio davanti.
SEI AURORA o SEI FAME?, mi chiedo, ed intanto non basti neppure a bagnarmi le labbra.
SEI DAVANTI o soltanto TRASCORSO?
CHE IL CERVELLO SI PERDE LA PELLE, la muta. E si sgretola in pianto e singhiozza più forte. Che vanesio si specchia ogni graffio negli occhi soltanto e si guarda avvizzire già stanco ed inetto in vertigini marce e bellissime in piedi su un filo.
CHE NON DURA, mi dice. DI CERTO, NON DURA.
CHE IL CERVELLO SI PERDE LA PELLE, la sveste.Fatto pelle che nuda si mostra.
E si sguscia dagli ultimi attriti sciogliendo, sciogliendo e stracciando l’involucro unto e impastato di squame e rigetta le lische sdentate dei giorni d’avanzo, consumati dall’aria che corre e che sbatte al contrario.
CHE IL CERVELLO SI PERDE LA PELLE, la scioglie, fatto cavo dal troppo cercare. Che si smargina in sonno abusato e di nuovo si lecca le costole sfatte di viaggio, LA FERITA CHE STRIDE INCERATA.
POI si
ELENCA
si CONTA
DI GHIACCIO
E
DI SECCO.
Si RICONTA
DI NUOVO
RITORNA
E SI MESCOLA IN PIEGHE DI PELLE E LAMIERE RITORTE DI TRENI MANCATI
FINEMENTE MANDATI AL DERAGLIO.
CHE IL CERVELLO, lui solo, SI PERDE LA PELLE e si spiuma si spiuma di tutto.
SOLAMENTE L'ODORE NON CAMBIA. RIMANE. CHE L'ODORE DEI BACI non cambia, non cambia. Come tonfo degli occhi caduti, mi pare, ma ovattato, da prima, a misura.
SEI AURORA o SEI FAME?, mi chiedo, ed intanto la testa mi gira più forte, i miei polsi non reggono antiche preghiere e la spina dorsale mi cade in ginocchio davanti.
SEI AURORA o SEI FAME?, mi chiedo, ed intanto non basti neppure a sbucciarmi le labbra.
SEI DAVANTI o soltanto TRASCORSO?
Ma non reggo, perdonami, AMORE. RICOMINCIAMI ancora, ma ALTROVE. SENZA SGUARDO CHE POSSA SCIUPARTI. Ricominciami, SENTIMI, SOLO DAVANTI. RIDISEGNAMI senza voltarti.
Che non reggo, perdonami, AMORE. RICOMINCIAMI IL SENSO DEL SANGUE, SENZA SGUARDO CHE POSSA INVECCHIARTI.
CHIUDI GLI OCCHI E IL CERVELLO IMBUSTATO nella TREGUA DEL SONNO CHE SVELA E RISANA. RICOMINCIATI pure, ma senza i miei occhi. Tu ricuciti, SENZA VOLTARTI.
CHE IL CERVELLO, lui solo, SI PERDE LA PELLE e si svecchia si svecchia di tutto.
SOLAMENTE L'ODORE NON CAMBIA. RIMANE. CHE L'ODORE DEI BACI non cambia, SOLTANTO si SCIOGLIE. Come tonfo degli occhi caduti, mi pare, ma svuotato, da prima, a misura.
Se non reggo, ti prego, perdonami, AMORE. RICOMINCIAMI ancora, ma ALTROVE. SENZA SGUARDO CHE POSSA VIOLARTI. Ricominciami, SENTIMI, SEMPRE DAVANTI. RIDISEGNAMI senza voltarti.
Che non reggo, perdonami, AMORE. RICOMINCIAMI IL GUSTO DEL SANGUE, SENZA SGUARDO CHE POSSA AMMALARTI.
CHIUDI GLI OCCHI E IL CERVELLO INCANTATO nella TREGUA DEL SONNO CHE SVELA E RISANA. RICOMINCIATI PURE, ma senza i miei occhi. Tu ricuciti, SENZA VOLTARTI.
SOLAMENTE L’ODORE NON CAMBIA, RIMANE. CHE L'ODORE DEI BACI non cambia,
soltanto Si SCIOGLIE.
TU CONSERVAMI, LASCIAMI
INTATTA ED INERTE,
PURA LUCE, SIPARIO, SILENZIO.

giovedì 24 maggio 2007

Il fresco di parole. Rimani, provo il racconto

E se

Mauro Marino, dicembre 2005

Così doveva essere
quando silenzio era
quando luce era
senza suoni
e il volvere d’asfalto
scricchiava

allora

la ruota e il passo
stompavano pietrisco.

Luce d’umido brilla, schiara
viene incontro col farsi del giorno
odori e piccoli fumi
fanno l’ulivo al cogliere
e secca la vite.

Domani sarà festa.
Respira largo!
Domani avremo mani libere
già a gustare in un sorso
quel che della vita serve

solo quello
solo quello

ci sono parole
fresche… sai?

Soltanto! Il fresco di parole.
Rimani
provo il racconto, la tessitura di me,

e quel clima intorno che se sfuochi strugge
perde il tempo, il carico.
Luce soltanto…
Soltanto di luce, quella magnifica, di qui
col suo mutare…





Diventa vecchia
mia madre
addolcisce
smemorata
insegue i nomi e si ‘danna’
se guarda s’addormenta

diventa vecchia
la madre
e io con lei continuo a crescere
invecchio pure io
accompagno il tempo
mi riparo dal dolore
poi, poi

ci sarà un poi
che ci chiederà forza


E se
mi viene
voglio farlo lento questo gioco
un po’ celebrare.
Un po’ far doni allo sguardo
al mio e di chi viene

E se
è l’enigma, il non so
il disatteso.

E se
mi domando, continuamente interrogo il non so
il desiderio
la conferma delle mani
lo sguardo perso e la ferita


Mi sembra sempre
d’avere intorno
la vanità
che non coltiva
e disperde
senza economia
ogni fare
-
Sciatta è la scelta
provvisoria
sempre
nel bilico del nulla.
Non la regalità della leggerezza
che accoglie al dare.
Ma, “il tanto per”d’un fare
senza progetto
senza obiettivo
senza il calibro della bellezza.
Senza attenzione!
-
L’arte non è l’uno
il chi fa!
E’ il suo annullamento,
il suo non esserci,
il suo accompagnare ogni atto.
-
E se invece…
tutto si filtrasse in umiltà,
in gioco di scambio
in ardito osare
senza tema d’apparire e se…
rifuggissimo dalla banalità, dall’ammiccamento,
dal “guardate qui…”


Io guardo i millimetri del mondo!





Guardo la città
colgo immagini con lo sguardo
e i suoi riverberi di senso
le nostalgie mischiate alla consuetudine
ai ‘soliti’ ritmi.
E le stravaganze, i silenzi lunghi, dedicati ai morti
e quelli maturi che custodiscono le parole.
E, l’amore, poi
entra ed esce dai versi
nascosto, inquieto lo stupore per la bellezza
con gli incanti del sapersi vivi.

lunedì 21 maggio 2007

Tu non conosci il Sud!















Andrea Aufieri

VITTORIO BODINI(1914-1970)

(la foto è di Luca Bolognese in
Salento antiche suggestioni, Congedo)


Qui non vorrei morire dove vivere/mi tocca, mio paese,/così sgradito da doverti amare;…(Qui non vorrei morire, Foglie di Tabacco, in Poesie*)Il 6 gennaio 1914 nasceva colui che può essere chiamato come tipico prodotto del Salento, un figlio di questa terra che se ne distacca arrivando ad odiarla e amarla senza soluzione di discontinuità. Si tratta, in fondo, di una terra dalle due facce, dove il tempo sembra essersi fermato all'epoca dei Borboni, anzi si potrebbe dire che la Storia abbia derubato questa terra di quel tempo : La Luna dei Borboni/ col suo viso sfregiato tornerà/sulle case di tufo, sui balconi ./Sbigottiranno il gufo delle Scalze/ e i gerani- la pianta dei cornuti -, /e noi, quieti fantasmi, discorreremo/ dell'unità d'Itala. /Un cavallo sorcigno /camminerà a ritroso sulla pianura. (La Luna dei Borboni, raccolta omonima, in Poesie, cit..)In questa terra regna un silenzio immobile, che potrebbe essere turbato solo dal baccano che un anacronistico attacco saraceno potrebbe provocare( Barocco del Sud, raccolta di prose dal titolo omonimo) e può capitare che i politici idruntini, invece di chiedersi dove siano finiti i soldi della Cassa per il Mezzogiorno, s'impuntino perché i famosi Martiri compaiano sui libri di storia ( La Puglia contro Pietro Micca, cit. Barocco…), o, allo stesso modo, i rappresentanti portatori di una civiltà chiusa, gli uomini, criticano i modi arcaici e superficiali del corteggiamento ( L'amore in Puglia ha il muso storto, Barocco…): tutto normale, se si accettano i modelli e gli standard dello Ppòppetu, stereotipo chiave dell'anima e del costume salentino, la cui caratteristica notevole è la capacità di sminuire tutto ciò che, anche se meraviglioso, lo circonda ( Vita e passione dello Ppòppetu, Barocco…).In questa apparente desolazione nasce la poetica di Bodini che, se rimeditata, contribuirebbe in modo originale alla grande poesia novecentesca, tanto più che l'artista si è reso attore delle principali avanguardie del suo secolo, dal futurismo, visto come rinnovamento- chimera dal Salento e poi abbandonato per i suoi risvolti violentemente drammatici, passando per l'ermetismo, la forma poetica da lui meno utilizzata in modo puro ed alla quale rimprovererà l'estraneità al tema della guerra così penetrata nella vita e negli animi da non poterne trascendere. Ma l'ermetismo resta, in fondo, vera matrice depositaria del suo stile. E poi le poesie neorealiste, quelle del concreto e dell'impegno e le insofferenti poesie dell'era industriale.La sua è una poetica intelligente, mai banale, che rifiuta la rima tradizionale preferendo il gioco di rime interne e omofonie, con nomi e aggettivi i cui significati e sistemazioni sono quelli reali. I componimenti dei suoi primi quarant'anni presentano versi ruvidi e spigolosi, mentre in seguito si fanno più discorsivi, struggenti e meno accessibili. La marca identitaria del suo stile è però l'uso di contrasti statici (morte/vita, luce/ombra,…) senza i quali non avrebbe potuto rendere l'ambiguità del vivere salentino e l'ambivalenza dei suoi sentimenti nei confronti della sua terra.Capitale, per la sua esperienza, è il viaggio in Spagna, dove studia da vicino lo stile, tra gli altri, di Machado, Alberti e, soprattutto, Lorca. Qui, inoltre, vi trova la stessa identità culturale del suo Sud, anche riconoscendo nel Flamenco e nella Taranta le esperienze fondanti del Sole e del Dolore ( non è lo stesso anche per il blues dei neri americani delle piantagioni sudiste?).Anche se malvoluto dall'artista, il ritorno a Lecce del '44 chiude doverosamente il cerchio della sua esperienza di vita: da qui comincia il suo impegno nella letteratura, dopo quello concreto per Giustizia e Libertà, per il Partito d'Azione e per Democrazia del Lavoro che gli era valso persecuzioni ed imprigionamento. Il Sud vorrebbe essere in primo piano in un'Italia che dovrebbe cambiare, supportato da intellettuali quali Carlo Levi, Vittorini e Scotellaro, ma con la vittoria "controllata" di De Gasperi si spera almeno in una boccata d'aria e di benessere, ma i soldi della Cassa per il Mezzogiorno prendono strane strade, e le ovvie proteste di lavoratori e contadini si scontrano con i metodi del min. Scelba. E' in questo contesto che Bodini, scrivendo per "Omnibus", tenta di garantire al Salento la sua nemesi, anche storica, rendendo finalmente il tempo presente, quello vissuto dalla nazione, come il tempo che anche questa regione dovrebbe vivere: è questa la storia della rivolta dell'Arneo, che l'autore ci racconta con due suoi pezzi ( L'aeroplano fa la guerra ai contadini e L'Arneide, ultimo atto, Barocco…), in un misto ironico tra giornalismo e letteratura realista.Il fatto è drammatico, e l'amaro epilogo insegna come i nostri contadini fossero del tutto privi di organizzazione ed ignari di quanto accadeva nel resto della penisola, confermano le tesi sull'immobilismo avvertito e sofferto dall'autore.E' possibile anche immaginare come egli fosse scettico e pessimista sul boom dei'60, assurgendo persino al ruolo di profeta inascoltato nell'individuarne velleità e flop economico- sociali, soprattutto nella società arcaica e chiusa di Lecce e provincia, esposte ora anche al rischio di deturpazione ( Rapporto del consumo industriale, Poesie).Il Bodini più appassionato e di più forte impatto è sicuramente quello della serie delle foglie di tabacco, secchi prodotti di un'arida terra, con una delle quali concludo questo testo:
Tu non conosci il Sud, le case di calceDa cui uscivamo al sole come numeriDalla faccia d'un dado.
*Tutte le opere citate sono edite da BESA EDITRICE

giovedì 17 maggio 2007

Salento












Vittore Fiore
da
Io non avevo la tua fresca guancia - poesie 1952 - 1996


E quì, se mai verrai, l'estate
quietamente si sfanno obelischi
e cattedrali come sortilegi
consumano in esilii avventurosi.
Prossimi alle scogliere noi
parleremo del Sud, dell'Europa,
dell'uggia e del campo di tabacco
che avanza in bilico tra noi e il mondo.

mercoledì 16 maggio 2007

Di una trilogia atipica. Giovanni Santese su Livio Romano


NIENTE DA RIDERE
Marsilio Editore

Altro che ridere. A un certo punto mi veniva da piangere. E più andavo avanti e maggiormente cresceva quel senso di soffocamento che ti attanaglia la gola quando capisci che le cose non miglioreranno affatto. Maledivo il giorno che mi era venuto in mente di proporre NIENTE DA RIDERE per il prossimo laboratorio con i ragazzi, solo perchè dopo Mistandivò con quella sperimentazione al limite del pastiche letterario, e Porto di Mare dove calmati gli spiriti che lo possedevano, l’autore si lanciava in quello che sapeva fare meglio, e cioè il reportage accendendo un faro e munito di lente scandagliava gli ambienti politici, sociali , ambientalisti, osservando come sua consuetudine da un’angolazione sempre scomoda e sovente tenuta nascosta dai più. Che è la sfera privata, con le motivazioni vere che spingono a fare scelte che poi interesseranno tutti noi e che non sempre sono quelle prospettate pubblicamente e degne di onore e rispetto, ma il più delle volte dettate appunto, da interessi personali o alla peggio di qualche buon amico, solo perchè dicevo dopo questi due “ esperimenti” di scrittura immaginavo che l’autore avesse raggiunto un livello di maturità letteraria e di furbizia anche ( che ci vuole per non cadere nelle facili trappole dello schema del romanzo; tempi morti, ripetizione di periodi o periodi troppo lunghi per tenere alta la tensione del lettore, mancanza di tensione, mancanza di un doppio binario che serve a tenere costantemente in gioco il lettore con altre possibilità di sviluppo del romanzo, ecc...) che gli avrebbero permesso di scrivere qualcosa di immortale o al limite che avesse permesso a me di trovare degli spunti utili a parlarne e discuterne con i ragazzi, durante il laboratorio.

Ho smesso di leggerlo. Non avrei potuto. Ero già in difficoltà dopo la prima lettura, e non per le 350 pagine e più, ma perchè dopo averlo letto la seconda volta ho trovato che gli spunti su cui discutere erano aumentati notevolmente, sia come numero che come priorità a parlarne.

Insomma, dovevo dire ai ragazzi che tutto quanto detto sino a quel momento, si, valeva ancora nella sua interezza, ma che però lo avremmo messo da parte perchè c’era del materiale nuovo sul quale discutere. Poi dovevo, per correttezza aggiungere, che si, era nuovo, ma tratto sempre dallo stesso libro. Tenendo presente che a una terza lettura il materiale sarebbe ancora aumentato e naturalmente cambiato, non me la sono sentita, ne di dire loro la prima e neppure la seconda novità.

Ecco, questo è stato il mio approccio con NIENTE DA RIDERE. Questo è il pensiero costante che mi ha accompagnato ( oltre a quelli soliti con cui ormai sono abituato a convivere da tempo e che non dico per pudore e per non allarmarvi inutilmente ) nell’ultimo mese: “ Che faccio ricomincio con il materiale nuovo o sviluppo quello già individuato? – E con le letture mi fermo o continuo all’infinito finché il libro stanco non mi darà più niente di niente?

Ho continuato con quello che avevo, che era gia troppo.

In effetti la storia, al di la del motivetto usato come proemio, che ci indica in effetti quale sarà il filo conduttore della storia, o senz’altro una delle certezze, e cioè l’Alprazolam (ansiolitico ) sin da subito, quando Gregorio Parigino protagonista-narratore della storia, ricoverato mezzo rotto in ospedale dopo un incidente terribile, vede fra tutte le bontà fisiche e intellettuali della moglie Delia, quella che recandosi in ospedale si è ricordata di mettere nella borsetta una stecca di pastiglie per lui, l’Alprazolam, appunto.

Queste sono le prime pagine di NIENTE DA RIDERE e già si sente il ritmo imposto dall’autore che è alto ma non sincopato, veloce ma descrittivo fin nei particolari, e questo dura, per fortuna sua e del lettore, per tutta la stesura del testo.

Quando, dopo la seconda lettura, cercavo l’accendino che si era infilato nelle pile di carteggi che si andavano costituendo man mano sulla mia scrivania, mi si è accesa quella lampadina che per uno scrittore dovrebbe significare: “ho trovato la chiave, la strada giusta!”, in pratica, dopo aver acceso la sigaretta molto lentamente, con la calma di chi sa come procedere d’ora in avanti, pensavo che NIENTE DA RIDERE altro non era che la fine di una TRILOGIA iniziata con MISTANDIVO’, seguita con PORTO DI MARE che raggiungeva l’epilogo con NIENTE DA RIDERE, appunto.

Una trilogia atipica, ma coraggiosa, dove vengono sperimentati tre tipi di linguaggio diversi tra loro, ma che nel risultato (quello cioè, che rimane al lettore alla fine del libro, quel filo prima sottile poi sempre più spesso che lega gli eventi raccontati con quelli immaginati e riportati a se dal lettore, fino a farli propri, e quella sequela infinita di domande a cui il lettore è sottoposto e alle quali sente di dover dare una risposta, anche per conoscere meglio se stesso) diventano un unicum, che comprende (a volerlo dire) il meglio dei primi due.

Sembra cresciuto Livio Romano nella stesura di questo testo (nonostante ne attribuisca il merito, o una buona parte di esso, all’editor, che credo sia Errico Buonanno, o che per lui, insomma), sempre in equilibrio fra tensione e riflessione “passiva”, fra racconto e reportage.

Ecco una delle chiavi altre, di cui bisogna tenere conto; l’amore mai nascosto dell’autore per i reportage, e leggendo i tre testi di quella che io ostinatamente definisco una TRILOGIA cosa colpisce nelle caratteristiche “tecniche” della stesura? Che tutti e tre sono scritti secondo i canoni di un reportage,appunto.

Come si spiegherebbe altrimenti questo vagare incessante attraverso i confini delle miserie umane, delle debolezze, delle nefandezze della periferia dell’anima, quel luogo così scomodo che neanche chi ci abita vuole mai vedere, solo così, con l’impegno civile e sociale, che l’autore a differenza dei suoi reportage “veri” ha voluto, abilmente direi, strutturare sotto forma di romanzo.

Potrei dire anche, a supporto di questa mia tesi, che non è dettata solo dalla musica psichedelica che accompagna la mia scrittura o dal vino buono che la buona amica mia mi ha gentilmente fatto assaggiare, che i personaggi che animavano sia MISTANDIVO’ che PORTO DI MARE a ben guardare tornano a colorare anche la vita di NIENTE DA RIDERE. (una per tutti Teresa, che in Mistandivò era studentessa di legge nel Veneto, in Niente da Ridere è l’Avvocato che cura le innumerevoli vicende giudiziarie di Gregorio Parigino, il protagonista – narratore)

Immagino si sia capito qual è il passo o il tenore del testo, che per profondità di analisi (e farò una pratica che odio, quella cioè del paragone) associo alle Conversazioni in Sicilia di Elio Vittorini, mentre per la tensione che il testo riesce a produrre sul lettore a quel capolavoro che Giuseppe Berto scrisse sul Male Oscuro, anche se in quel caso per i “tecnici” la vera innovazione era la punteggiatura, pressoché assente, dando così al testo un ritmo da crisi di panico, appunto.

Potrei inoltre dirvi, di come leggendo il libro mi sia scoperto a ridere, perchè la vena ironica con cui Livio Romano farcisce anche i drammi o le cose maledettamente serie, fa si che tutto appaia risolvibile o di poco conto,e questo nelle persone che si perdono per un nonnulla o per quelle che davvero non sanno come uscirne, può significare rinverdire quel vecchio detto: “prendila con filosofia”

Anche se Gregorio Parigino più che con filosofia la prende per bocca (la pastiglia), per noi va bene lo stesso.

Per via dei particolari così ben definiti, fin nei dettagli, ho il sospetto che l’autore abbia contattato (e non mi è dato sapere se prima o dopo la stesura del testo) un regista. Uno di quelli che da una sceneggiatura tirano fuori un film, insomma.

Avete visto com’è facile scrivere di parole quando le stesse sono ordinate in modo che le puoi far diventare quello che vuoi?

Io sono già arrivato “che ne farei un film”, immaginate voi cosa potreste farci, con queste parole.

Intanto cominciate a procurarvi il libro e leggetelo.

Il resto verrà da se, se dovrà venire.

O aspettavate che vi raccontassi io la storia. Magari per sommi capi.

Per poi dire d’averlo letto, il libro. Magari farci anche la critica, quella vera, seria.

Ma daiiii.

Giovanni Santese

lunedì 14 maggio 2007

Sulla poesia di Manila Benedetto





Manila Benedetto

Un erotismo surreale, ironico, dunque crudele!

di Lello Voce


Nei paesi anglosassoni si parla da qualche tempo di una extraordinary tide, di una straordinaria ondata di scrittura poetica femminile.
La cosa sarebbe sostenibile anche in Italia, e facile sarebbe snocciolare qui un elenco di autrici di elevatissima qualità, tra i 30 e i 40 anni. E che si tratti di un’onda lunga è testimoniato da una serie di autrici ancora più giovani, che pubblicano le loro prime raccolte in questi mesi.
Un esordio di rilevante interesse è, infatti, anche questo Pelle Sporca di Manila Benedetto, autrice poco più che ventenne, ma già con una rilevante esperienza di scrittura (soprattutto digitale) alle spalle.
Quella della Benedetto è certamente scrittura fondamentalmente erotica, ma di un erotismo che sa farsi surreale, ironico, dunque crudele all’ennesima potenza, nell’allegorizzare verso il basso, il quotidiano, ciò che altri, meno accorti e certo più ubriachi di retorica, non esiterebbero a pompare verso l’alto: «Come si fa a desiderare / un uomo sottile, / da tener in tasca / - ma con la testa fuori - / per usarlo un giorno / all'occorrenza, / scioglierlo in acqua come / un'aspirina, / e sciolto berlo / e digerirlo / e poi pisciarlo via / in un qualche cesso di periferia.»Dal magma di una vocazione stilistica ancora variabile, turbinosa, schizzano lapilli poetici assolutamente compiuti e che ciò accada anche e soprattutto quando l’autrice riflette sul suo fare è segno certamente ottimo. Né trovo parole migliori delle sue, per descrivere l’impressione immediata che i suoi versi trasmettono al lettore attento: «ferma orgogliosa intimamente inespressa, / è così che scrivo contorta su me stessa / ripiegata agli affanni distanti, fugaci, / perché altro io non so fare se non scrivere / ossessioni e parole, parole e ossessioni.». Quasi che scrivere non sia una scelta, ma innanzitutto una necessità, un meccanismo biologico che permette l’equilibrio olistico di una personalità (poetica e materialmente umana) che altrimenti esploderebbe in mille frammenti, come bomba pestata sull’innesco. Non a caso, poco più avanti, si legge: «Fogli e corpo, / unico universo.».
La pelle sporca è, dunque, sì, quella della scrittura, ma anche quella del mondo (Life is a bitch, than my blog, porta in esergo il weblog della Benedetto, alias Princess Proserpina), delle relazioni esistenziali, della comunicazione tout court, in un mondo inquinato tanto quanto l’immaginario degli umani che lo abitano: «Non c'è strada migliore, / non esiste il suono del confine, / quel che vedo è vero disastro / di vite frantumate in insulsi / sorrisi come insulti e sassaiole».
Sorta di cronaca di una caccia (all’amore, al senso, al sesso) in cui i ruoli di preda e cacciatore si invertono vorticosamente, a seconda degli accadimenti, o delle situazioni relazionali e/o erotiche, Pelle sporca alterna poesie dai versi brevi, quasi tarpati, a tre inserti in prosa, una prosa di flusso, ricca, a volte addirittura tracimante, prose che narrano di potere e di amore, di amore del potere e di potere dell’amore, tema che si accompagna bene agli esiti più felici di versi spesso erotizzati sino ai limiti del possibile, ma che poi, con repentina inversione di marcia, si quietano nel day after verbale di post-orgasmi travolgenti: «sono liquido profumato riverso nel letto delle tue mani.».
Ma l’erotismo sembra – in ultima analisi - l’unica via di fuga (come la poesia, eccola, infine, l’equazione risolutiva!) da un reale asfittico, economico, sordo, sovente inutile, e allora il sesso si tramuta in speranza, sorta di utopia dei lombi, delle cosce, dei sudori, che apre squarci, varchi nella rete che imprigiona: «quando tutto / pare ancora / un anelito di cielo / in un centro commerciale / di menti.»
E quando tutto questo conquista l’equilibrio del funambolo che sente il ritmo e lo fa risuonare sulla corda dello stile che percorre, allora il dolore si fa leggerezza, il singhiozzo sonaglio che porta il tempo di una scommessa da rinnovare ogni giorno, come nella efficacissima Supina, giaccio: «Sembra che abbia bevuto / l'aria / perché non tocco sapore / eppure ubriaca vago / io / ripeto io / che vivo senza cognizione / di cosa significa vivere. / Io, vivo / - ripeto vivo - / leggera in una posizione supina / (che in quella posizione lì si sta meglio a far l'amore) / e mi sento / facile / - ripeto facile - / come certe / domeniche mattina.».
Cosa si può chiedere di più ad un esordio?

Stasera sono io a porgerti il collo.

Manila Benedetto

da Pelle sporca, Besa - Poet/Bar

Clandestina

Capitano sono qui
nella stiva carica di merci,
sono qui nel mio rifugio
dietro il baule
tra le mappe
le lampade
i tesori.

Capitano io t’aspetto
in questa nave mercantile,
tra una sponda e un approdo
respiro i sali,

odori di spezie e alchimie.

E tu altrove, al tuo timone
dritta la direzione
spiegate le vele
alzata l’ancora,

ricordi la mia presenza

e non vieni a curarmi,

clandestina senza nome

anonimo biglietto d’imbarco.

Capitano, t’osservo questa notte
da una sponda di mondo
vedo la tua nave sparire.

Capitano, sono scesa di notte
per farmi bella,

bella per il tuo ritorno.


L’uomo sottile

Come si fa a desiderare
un uomo sottile,
da tener in tasca
- ma con la testa fuori -
per usarlo un giorno
all'occorrenza,
scioglierlo in acqua come un'aspirina,
e sciolto berlo
e digerirlo
e poi pisciarlo via
in un qualche cesso di periferia.
Un uomo così
che lo incontri per strada
e non sai nemmeno
che nome può avere.

E tu,
non sei un uomo sottile
sei un uomo
consistente,
esistente
con mente,
corpo,

sesso
e sangue
da non diluire.
Non entri in una tasca
fai spazio in borsa
- la mia borsa -
e ti nascondi per vedermi;
ed io divento piccola
e tu un uomo grande
che quelli sottili
- pisciati qua e là -
si girano dall'altra parte.


Meretrice

È notte senza senso
una come mille altre
confusa
dispersa
straniera.

È notte dalle gambe aperte
aspetta il prossimo cliente
gode
urla
ride.

È notte sguaiata e nuda
colma di lacrime e preghiere
atea
femmina
inconsistente.

Giungerà il giorno della trasformazione
spalmato sulle lenti scure
da cui osservo silenziosa e
assente
quel mondo in cui mi hanno piazzato
impreparata.

Come dietro un finestrino sporco
da cui scorre l'andare morbido
ed esasperato
di questo viaggio senza meta
di cui sono rimasta
prigioniera.


Supina, giaccio

Sembra che abbia bevuto
l'aria
perché non tocco sapore
eppure ubriaca vago
io
ripeto io
che vivo senza cognizione
di cosa significa vivere.
Io, vivo
- ripeto vivo -
leggera in una posizione supina
(che in quella posizione lì si sta meglio a far l'amore)
e mi sento
facile
- ripeto facile -
come certe

domeniche mattina.


Estasi

Quest'estasi sconosciuta
di cose belle
attese
che ti cadono addosso
tra verde e grigio
di città e di campi
in ordine inverso
come inverso è questo fosso
dove cado e mi rialzo

da dove un giorno
qualcuno mi rialzò

e m'innalzo
come fuoco
dove brucio l'essenza dei
sogni
il suo odore, acre
di cose belle
perverse
desiderate

non ho più anima
lasciata in un vicolo
come pegno di vita
ed ecco che il promesso
premio arriva
inaspettato

quando tutto
pare ancora
un anelito di cielo
in un centro commerciale
di menti.

domenica 13 maggio 2007

Vi racconto il Salento (5)

La giovane letteratura salentina, dall'underground all'overground
di Stefano Donno

Dall'ottobre 2003 porto avanti sulla pagina salentina nella sezione Cultura e Spettacoli della Gazzetta del Mezzogiorno, una rubrica dal titolo "Gli scrittori invisibili" che mi permette di tastare il polso dei diversi codici utilizzati sia nell'ambito della prosa che della poesia dagli autori under 35 del nostro territorio. Un'operazione dal punto di vista giornalistico e per il taglio dato alle piccole monografie, veramente innovativo. Occorre effettuare, prima di darci ai nomi e ai contesti della giovane letteratura, una piccola scansione di psico-socio-metrìa di carattere antropologico, o di costume se lo si preferisce, giusto per dare delle coordinate mentali a quanti vogliano avventurasi in questo mare in tempesta. Come ho sottolineato in un intervento pubblicato sul numero V-VI (2001-2002) di Yip (la rivista del Dipartimento di Italianistica della Yale University diretto da Paolo Valesio, Amerigo Fabbri, Alessandro Polcri) nell'ambito dell'Inchiesta Internazionale sulla Prosa Poetica, il linguaggio assume, oggi come oggi, sempre più contaminazioni che gli consentono di assorbire immagini provenienti dal cinema, dalla musica, dal fumetto, dall'arte. Il problema principale, quindi è quello delle sue evoluzioni, del suo continuo modificarsi. La generazione di cui mi sono occupato nelle pagine della mia rubrica, ha vissuto accanto ad un bombardamento di immagini, suoni e status symbol, che giungevano dai più svariati campi. Innanzitutto la generazione che va dal 1971 al 1975, è stata la protagonista di un evento epocale dal punto di vista televisivo e commerciale: l'ingresso dirompente del mondo animato giapponese, sulla Tv di Stato. Cominciano le prime puntate di robot giganti, dall'alto contenuto di violenza e dall'incredibile - per l'epoca - risoluzione grafica, come Goldrake, Mazinga Z su Rai 1, poi man mano anche le tv private si sono allineate al trend. Ad esempio ricordiamo che Telelecce Barbano, mandava in onda le prime puntate del Gundam, poi TeleNorba cominciò ad avere una programmazione sempre più specializzata con il primo cartone animato horror come Bem, e ancora Devilman del grande maestro giapponese Go Nagai. Questo è l'humus di cui si è nutrita quella generazione. Anni splendidi dei primi episodi al cinema di Guerre Stellari. E' l'epoca dell'Ovomaltina con i primi gadgets (i protagonisti di Goldrake, Actarus e co. - ndc), poi arrivano i paninari con un proprio slang da tribù metropolitana, e gli accessori come le Timberland, i MontClair e i fast food, il punk, i dark. Quindi l'era del rampantismo anni'80 con i suoi films come Wall Street con Michael Douglas, e il mitico Spielberg con Ritorno al Futuro e Gremlins. In musica ce n'è per tutti i gusti: da Billy Idol, agli Iron Maiden, agli AC/DC ai Righieira, ai Queen, ma anche Nomadi, Francesco Guccini e Franco Battiato per i più impegnati. A partire poi dagli anni '90 sino ad oggi tutto questo tessuto di informazioni, ha fatto sviluppare, quasi come necessità genetica, agli scrittori under 35, una certa capacità di mischiare le carte in tavola, giocando con i propri mezzi e la propria cultura, anche sulla spinta di nuove correnti letterarie a partire da Gioventù cannibale nel '96 per i tipi di Einaudi Stile Libero ( Ammaniti, Caredda, Nove) e Isabella Santacroce con i suoi Luminal, Fluo, Destroy e oggi Revolver crash-test hardcore per chi ha pelo sullo stomaco, per arrivare ad altre dimensioni letterarie come l' "Avant Pop" con Don De Lillo, che si affidano a icone della musica, del mercato, dei fumetti, dei serial televisivi. Non c'è più limite alla possibilità di creare nuovi linguaggi, tutto si può mischiare a tutto, dal lirismo, alla dimensione delle psicopatolgie dell'odierno mercato spettacolare a poligoni cromati, ai pruriginosi desideri da sexhardcoreoralanalnon stop! Cambiano i contesti sociali, culturali, commerciali, antropologici, cambia ovviamente il linguaggio, il suo modo di interpretarlo e le sue categorie. Lo slang, inteso come gergo usato in cerchie ristrette a scopo di maggiore espressività e immediatezza, è una zona d'ombra del linguaggio contemporaneo, dal quale può nascere qualsiasi cosa, anche una nuova lingua. Al fine di comprendere il salto generazionale dei nuovi scrittori under 35, salentini e non, occorrerebbe farsi un giro tra le bancarelle dei fumetti, o nelle librerie specializzate, o in negozi di musica... una sorta di indagine di mercato retrospettiva. Ma scendiamo ora su quello che propriamente ci riguarda da vicino.

Dal '98 sino al 2001, nel Salento si è verificata un'inversione di tendenza che ha toccato sia l'ambito stilistico proprio del fare scrittura, sia i luoghi in cui il fare poetico-performativo trovava allocativamente la sua estrinsecazione (readings in pubs come l'Old Crown di Copertino, Il Sirtaki di Porto Cesareo, il Tam Tam a Lecce e librerie come la Icaro sempre nel capoluogo salentino). Ebbene... La cosiddetta presunzione di quanti hanno ritenuto di costruire l'universo, comodamente seduti dietro a delle scrivanie, ha trovato una difficoltà notevole nell'avvicinare un pubblico attento, determinata soprattutto dalla presenza di un'incontrovertibile esigenza, di una nuova classe di scrittori, intellettuali e attori di operare sul piano scritturale e non solo, un piccolo salto di paradigma sul sociale, sull'ibridazione del linguaggio, che fa i conti con un costante bombardamento iconografico ad alta definizione propria del mercato spettacolare offerto dai media, e con le spinte guardonistiche proprie di questo inizio millennio ... penso al Grande Fratello! Si è potuto notare in quest'arco di tempo di poco più di quattro anni, la morte di quelle squallidissime declamazioni poetiche, tutte rose e fiori, negli ammuffiti "salotti letterari" ( ne sopravvive qualcuno di questi, agonizzante, nella provincia salentina) che tutt'altro hanno fatto che produrre senso, anzi ... hanno contribuito a museificare qualsivoglia slancio poetico e intellettuale, rifiutando, o semplicemente non riuscendo a scovare i codici per svillupare una sana dilaettica, il dialogo verso realtà altre e nuove. Nella prima metà degli anni '90, alcuni giovani studenti del Liceo Classico Palmieri di Lecce decidono di immettersi sui tracciati della storia della letteratura salentina, facendo uscire un foglio di recensioni per i tipi della Argo editrice di Lecce, dal titolo Riflessi, che prenderà poi dopo solo cinque numeri il titolo L'Altro nome. Foglio distribuito in maniera militante, che on the road, è stato più volte "avvistato" tra gli scaffali della Libreria Europa a Roma. Parliamo dei leccesi Domenico Zinnari, Francesca Turrisi, Sandro Ciurlia (che dirige la rivista di filosofia Archè, per i tipi di Quaderni di Archè di Trepuzzi), Mino Degli Atti, attualmente impegnato nel periodico di cultura e politica Frame, la cui redazione si trova a Bologna, Tommaso De Lorenzis, Dottorando di Ricerca presso il Dipartimento di Filosofia dell'Università di Bologna, che ha collaborato oltre che con Frame, anche per Zero in Condotta e Banlieues, curando inoltre l'ultimo lavoro di Wu Ming dal titolo "Giap", per i tipi di Einaudi nella collana Stile Libero. Tra il 1997 e il 1998 parte dei redattori del foglio citato, passano nella redazione di LiberArs (oggi LiberArs, LiberArsi, a cura di Gabriele Arnesano, Aldo Cormio, Piero Fumarola, Eugenio Imbriani, Silverio Mazzarella -ndc) ai tempi in cui il responsabile editoriale era Roberto Antonucci, il quale fonderà la casa editrice LiberArs edizioni. Per i tipi di LiberArs edizioni esce nel 1998, una piccola antologia dal titolo "Scripta - Nuove voci della letteratura salentina, che ha raccolto numerosi interventi di giovani autori salentini come Angelo Rollo, Rosanna Gesualdo, Giuseppe Olivari, e tanti altri. La svolta circa un'attenzione più specifica alla letteratura salentina under 35, l'abbiamo tra il 1997 e il 1998 con le pubblicazioni per i tipi della casa editrice Argo di Lecce, con il logo Oistros, di Fernando Cezzi e Gianni Schilardi, di due antologie per esordienti nell'ambito della letteratura del nostro territorio, dal titolo Argonauti, che hanno visto coinvolti autori come Cinzia Madaghiele, Gabriele Montesardo, Paolo Perrone, Alessandra Sestito, ed altri ancora. Nel marzo 2001 Mauro Marino del Fondo Verri di Lecce, crea una svolta nell'ambito editoriale come focalizzazione di un proprio percorso di attenzione alla letteratura salentina under 35, facendo uscire per i tipi di Besa di Nardò, il primo numero di Poet Bar, dal titolo "Giovane Poesia Salentina", che ha visto i contributi di Giuseppe Semeraro, Aldo Augieri, Stefania De Dominicis, Gabriele Montesardo, Emiliana Della Stella, Tiziana Capodieci. Tra il 2001 e il 2002, un gruppo poetico underground, gli Ariosto 219, ovvero oggi Paolo Antonucci, Vito Lubelli, Roberto Lucchi, e Rossano Astremo (oggi in campo da solista con la sua rivista Vertigine e la sua raccolta di versi Corpo Poetico Irrisolto) sondano il tessuto connettivo della post-decadenza mai creata sul territorio salentino. Nel febbraio 2004, on-line esce la rivista di letteratura e poesia a cura di chi vi scrive e di Luciano Pagano (autore di due psico-monologhi Opuscriptu e Celle, nonchè fondatore del Progetto Signum) www . musicaos . it. Ci sarebbero altri nomi di giovani autori che operano sul nostro territorio e che bisognerebbe portare ad una dimensione overground, come Angelo Petrelli, Giulia Santi, Francesca Leo di Copertino, Laura Sergio, Daniela Pispico, Veronica Amato, Luca Nicolì ... ma questo forse lo si potrà fare fra qualche anno, in maniera più teoreticamente approfondita ... E molti ancora dicono che i mari della nostra letteratura sono poco agitati!

venerdì 11 maggio 2007

C’è qualcosa nelle parole che non ci perdona mai


Parole per l’infinito presente
di Giuseppe Semeraro

da La cantica del lupo, 2004 Besa - Poet/bar

Abito in questa pelle d’uomo straniero
abito con i miei settantatre chili di polvere escluso gli abiti
abito nella mia solitudine familiare
abito nell’ansia con una certa abitudine
abito questo lamento non molto moderno
abito a poche ore di cammino
abito fuori dalla portata delle favole
lontano da un lieto fine
abito nell’abbandono più totale
lontano dagli ultimi ormeggi
abito con le mie purtroppo troppo umane passioni
non lontano dalla notte che non smette di avvicinarsi
se c’è qualcosa che mi spinge fuori a uscire
è una vocazione senza governo
esco di casa per vocazione al tema dell’incoscienza
esco di casa per dedizione all’inquietudine
esco di casa con la pettinatura migliore
esco incontro al destino con l’abito più chiaro
esco di casa senz’ombra sulle spalle
esco di casa senza moderazione
esco di casa per un moderato cantabile
che non smette d’invocare l’infinito
esco di casa coi fulmini in testa
a cavallo di nuvole selvagge
esco solamente per perdermi al centro di me stesso
esco di casa senza accorgimenti adatti a questo lamento
esco di casa senza chiedere alla mia pena di farsi bella
esco di casa senza guarire la mia grammatica delle ferite
esco di casa senza informarmi dell’andamento della terra promessa
non mi rassegno a questa infelicità senza portafoglio
mi difendo e prego con un rosario da funambolo
do retta ai lupi che cantano e non cadono nelle parole
ho un lamento che continua il suo allenamento
non inciampo in nessun romanticismo
non sono il contabile di nessun genere
ho un lamento che rischia di farmi muto
rischio di retrocedere in un inferno più crudele
che questa lenta passione in valzer
rischio di perdermi l’ultima chiamata alle armi
rischio di perdermi la rivoluzione
rischio di perdermi così facilmente
che è meglio concedere ad altri questa pena
rischio di non vedere più la bellezza di una cantica che zoppica
mi tocco il cuore in punta di piedi
rischio di restare senza esercizi né preghiere
rischio di soffocare e di non vederci chiaro
in questo piccolo esilio che mi sono organizzato purtroppo troppo bene
la mia guerra l’ho gia dichiarata senza prediche né benedizioni
quel che desideravo dire è uscito dalla finestra
lascio fare al vento la sua parte di tristezza
lascio consegnare al vento il mio comizio urgente
lascio consumare dal vento questa immobilità da spaventapasseri
lascio che sia il vento a invitare i lupi al mio matrimonio
cerco parole che non facciano troppe domande alla mia cantica da lupo
cerco parole che si lascino predire
cerco parole che si lascino fare di tutto
cerco parole da buttare nel cielo
cerco parole per distrarre i distratti
cerco parole che si lascino abitare
cerco parole che facciano tremare la mia parte più debole
cerco parole senza museruola
cerco parole mai passate da queste parti
cerco parole sempre per l’infinito presente
cerco un rifugio nel rompersi della sera
un’aratura capace di piegarmi le mani
ho solo un pianto nella bocca
come un buco nella terra
una bestia che ha scavato la tana nel mio cuore
nessuna parola mi scalda le ore
nessuna parola mi perdona
nessuna parola canta da sola
nessuna parola abbocca all’amo
nessuna parola si butta dalla finestra
posso solo fermare le lacrime vicino al mistero delle cose
posso tremare senza tenermi a nessun ramo
non so quale geometria riesce a tenermi dentro
non so qual è la scienza del disincanto
non so qual è il destino che ci consegna a noi stessi
qual è l’amore che ci salva dalle leggi dell’amore
qual è la canzone che fa le parole semplici come un respiro
non so chi ha inventato questa solitudine
né questo giorno di rincorse inutili
non so chi ha inventato questa adolescenza che dispera
ho delle briciole indicibili intorno a questa vita che mi tocca
non chiedo a Dio nessun avamposto e nessuna stampella d’avanguardia
la nostra solitudine è come un ombra che mai toccheremo
c’è qualcosa nella durata che non ci tiene mai quieti
c è qualcosa negli occhi che parla bene di Dio
c’è qualcosa nelle parole che non ci perdona mai
c’è qualcosa nel cuore che non potremo mai educare
c’è qualcosa nella solitudine che stranamente non ci lascia mai soli
del cielo salverei la distanza che fa esistere il volo
dell’amore salverei l’infinito presente
del mio corpo salverei il tremore chiuso nella carne
salverei questi centimetri umani cuciti addosso
centimetri che mi fanno rondine o falchetto
corpo che mi fa corsa nel grano di giugno
corpo di pantaloni infilati dal vento
corpo d’infinita voglia di maggio
corpo di moltitudini invisibili