sabato 29 dicembre 2007

Un caffè con R. M. Rilke ( Reve )


di ERCOLE UGO D’ANDREA
Raccolta inedita curata da Francesco Rizzo

1.

Io una volta mi spaventai, sognavo
di prendere un caffè con Rilke,
sotto una cascata di gelsomini

Rainer mi disse che doveva
rientrare, a Valmont

ma avevo capito:
quelle mani appena cominciate
e forse i morti sono coloro
che si sono così isolati
per meditare sulla vita

2.

Meglio che me ne stia
in queste stanze d’universo

Anche qui pulsa la vita
e non manca un fiore,
un libro, un cioccolatino
Ora ho anche la tristezza
d’un cane, in giardino

A tutto pensa Silvana
la piccola Silvana. Quando
il cucciolo guaisce, lei gli parla come a un bambino.

Come stira le camicie,
i fazzoletti,
come cuoce le verdure
e passa l’aspirapolvere,
finchè le dura la lena

E la notte! La notte!
Ora che il tempo sa già di primavere,
lenzuola immacolate, carezze inaudite,
confetto e cotogna

siamo due vite,
una vite
che rampica il celeste

3.

Un massello di noce dipinto,
Giuseppe più alto, con una
lanterna in mano,
con l’altra mano poggia
sulla spalla di Maria,
il Bimbo, l’Uno
un poco spaventato
per il fiato
animico-salivale del bove,
un po’ diffidente, gli orecchi
drizzati, l’asino,
questo Marco Aurelio dei prati.

4.

Chi è in una vigna
non tocca grappolo d’oro,
chi è bibliofilo
non legge un solo libro
e non perché abbia letto
tous les livres
et la chair est triste
ma perchè un libro
è un oggetto, un colore,
una suppellettile.

5.

Questi giorni tenui d’aprile!
Da una serranda appena sollevata
filtra luce
sui marroni, sui celesti, sui gialli
dei quadri appesi alle pareti

E ritrovo gli occhi cerulei di Rilke,
Machado al Caffè,
le violette di Emily,
lo sguardo dolce e severo di Luzi.

6.

T'ho rivisto la Città

Quando
da indaco
divenne viola
la luce della sera
metà della Città
si spostò verso il centro storico
dal Castello fino a una Porta

Mia così, alla spicciolata,
ovviamente,
chè non a tutti piacciono
le performances

7.

Fenomeno Celeste!

Sacertà della materia

Piccola Silvana,
porcellana di Sèvres

nel Poitou

8.

Il sottovaso che ci hanno regalato
per il nostro anniversario di nozze,
piccola Silvana,
fa splendere più alto
il nostro amore; ora
si rallegra di più
un altro angolo di casa,
con sobri arabeschi dipinti
quasi da angelo calligrafo

9.

Vennero
le giornate maggenghe,
prima quelle aprilanti
ma ancòra
non primaverili.

Verrà
la pèsca giugnola
vellutata e spaccarella

Ma poi
scoppierà l’estate

Ritornerà così silente
Autunno
che già saremo
nel pieno dell’inverno.

10.

Ho mangiato il gelso moro

Fra poco farò una doccia
al tiglio (mia madre
ne raccoglieva le foglie
per farne infusi
invernali). Il tiglio
c’è ancòra;
coi suoi rami nodosi

venerdì 28 dicembre 2007

In memoria di Sorriso, innamorato dell’impossibile!

Dopo “Salento’s movida” il libro di Armando Tango (alias Teo Pepe) edito da Glocal, veniamo a “Il trapasso” di Marcello Sacco. Un altro impietoso ritratto della città barocca, delle sue vanità e dei suoi rituali. Anche questo un romanzo popolato da personaggi in qualche modo verosimili…


di Mauro Marino

“Siamo cresciuti tutti insieme nello slargo di piazzale Vercelli dove, finchè è rimasto uno sterrato incolto, si poteva giocare a calcetto. Poi vennero gli anni ’90 e le aiuole comunali. Ci siamo sparpagliati. La maggior parte di noi s’era stufata di prendere le birre alla salumeria Spalluto fra il primo, secondo, terzo, quarto tempo di interminabili partite sotto il sole o sotto la luna, davanti a fidanzate platoniche che dopo una certa ora ci guardavano dal balcone”.
Il muscoloso Salvatore Castelluccio detto Sorriso, “pessimo artificere, irruente centravanti della Juvenilia e temibile tamburino della curva sud”, residente storico delle case Gescal di via Torino, è il protagonista de “Il trapasso”, esordio narrativo di Marcello Sacco.
L’eterno immusonito Sorriso - “O perdo o vinco, io sempre sorriso”, (e quel sostantivo nelle sue intenzioni, doveva essere un verbo) disse una volta dopo una batosta con tre reti di scarto in cui però aveva giocato da eroe” - fu uno di quelli che ad un certo punto iniziarono a dare appuntamento in Via Oberdan, migranti dalla periferia a bordo di usurate Px, con in tasca i pacchettini di erba da vendere per finire a tirar su col naso travagliati dall’impossibilità e dalla fatalità di un ‘destino’ mai veramente scelto.
In verità i protagonisti di questa storia sono tanti, raccontati da una voce, un testimone, “fuori campo”, capace di sagacia e di ironica compassione.
Personaggi comunemente rintracciabili in una città di provincia come la nostra Lecce. Tutti abilitati al ruolo, primi attori e comprimari, bestiario naturale della beata e molle solarità di questo meridiano, “cresciuto lontano dalle terre di partigiani e repubblichini”, non uso a cocciutaggini ideologiche, pronto al transumar con i riti e l’indicibile che porta la sopravvivenza e quando Dio vuole il “successo”.
C’è la professoressa Valeria Baragli, moglie dell’avvocato Umberto detto, nelle consuetudini del Foro, ‘melina’, termine noto a chi ha abitudine con il calcio e con le perdite di tempo giudiziarie. Lei, gran donna con tailleur coloratissimi, ne risalta uno rosa confetto, “consumata attrice del varietà accademico”, tra un tè e un Alka Seltzer, consigliata dal fido Licci, “un buon fascista, di quelli che si innamorarono a suo tempo della retorica compassata di Giorgio Almirante”, dà l’assalto alla politica cittadina. “Il potere quello vero, va condiviso. Il piccolo feudo missino non esiste più, il Movimento Sociale ha i giorni contati” e… “ Valeria, se l’operazione riesce, nel partito ci sarà posto per tutti. L’importante è smetterla di raccimolare voti solo fra quattro teppistelli e i loro avvocaticchi”. “Ci vorrà molto olio, Valeria”. E così si fece, forte di 35mila preferenze, in questo (ormai ex) feudo democristiano, la professoressa ottenne un incarico governativo, era il 1994, anno dell’avvento di Berlusconi.
Con lei, sua figlia Elena, imbronciata ed eterna insoddisfatta, “una bellezza così bianca, quasi diafana, che da vicino faceva impressione”, “corpo forgiato a modiche quantità di anoressia nervosa oltre che nei migliori fitness club” non ha dubbi, “ai banchi (dell’Università) preferisce gli spalti dello stadio. Non li scalda, la scaladano”. Sorella di Ettore, fidanzata di Arturo e amante svogliata del nostro Sorriso che per amor suo, sì per amor suo…. ci fa ‘visitare’ anche il Costa Rica, approdo di molti salentini che lì trovano rifugio ed esilio per ‘marachelle’ più o meno grandi o per trasporto naturale all’esotismo.
Il resto della scena, rocambolesca, esilarante ma mai inverosimile, è occupato da camerati più o meno integristi: Gianni Burzo servant d’Ettore, macellaio e “collante di mondi distanti”; il giornalista Calamari e il medico legale Cazzato; Lenticchia, l’americano titolare di Fondazione omonima e Rosaria Villani.
Inconsapevoli e disarmanti nella loro scioccheria troviamo Sabrina, vera fidanzata di Sorriso, Gaetano e lo spacciatore Scarpia che nasconde la cocaina nelle teste delle bambole delle ‘sacre figliole’.
Dall’altro lato, diciamo così…, il sindaco Gargiulo, democristiano poi di “sinistra” leader della lista “Idee in Comune”, imparentato con la lady missina e suo nipote Ettore, che si fa assessore e “volto nuovo” della programmazione culturale con una “folla di idee” che covava la novità nel “vecchio”, nella tradizione insomma, chiave di volta del ‘rilancio’… Cose che sappiamo!
Fili di una storia in cui è facile darsi al gioco del “chi è?”. Buona lettura!

Eppignùiar 2008


lunedì 24 dicembre 2007

in ricordo Rina Durante

Per Vittorio, lo scrittore, in particolare il poeta, non aveva nessuna possibilità di sopravvivere all'abbraccio col potere e il denaro.
Che vivessimo lontani dai grandi centri del potere editoriale ed economico era un grosso vantaggio, anzi un privilegio per noi.
Altro che inseguire programmi sindacali e parole d'ordine di partito. Intorno a noi, e Vittorio lo sapeva benissimo, il mondo stava cambiando, all'Italia popolare e affamata, si andava sostituendo un Italia piccolo-borghese e famelica; il Mezzogiorno aveva smesso di obbedire ai grandi latifondisti per rivolgersi ai burocrati di partito. Che questo bianco o rosso non faceva più molta differenza. Ma se un mondo semplice e umile era morto, se il Mezzogiorno contadino se n'era andato con la cultura, non restava che prenderne atto, rinunciando a operazioni di recupero mistificatorie ed aristocratiche.
Con la stessa fermezza, il poeta doveva respingere ogni tentazione di farsi complice dei nuovi processi economico-sociali che, pur elevando il tenore di vita generale, portavano l'involgarimento e l'imbarbarimento delle coscienze.

Il poeta resti se stesso, legato alla sua solitudine; non tema l'anacronismo delle apparenze, punti alla sintonia con le essenze.

Vittorio è Vittorio Pagano
Da "Gli amorosi sensi", Manni

sabato 22 dicembre 2007

Di storie così...


Tre libri di Natale ci raccontano la Lecce contemporanea: “Salento’s movida” di Armando Tango edito da Glocal, “Il trapasso” di Marcello Sacco e, in alcune delle cinque novelle che lo compongono, “Communism, bed & breakfast” di Raffaele Gorgoni, ambedue editi da Besa.
Tre impietosi ritratti della città barocca, densi di personaggi e di vicende crude, mischiate di dialetto ma anche colte e malinconiche, prese nel cercare i motivi di una “modernità” graffiante e capricciosa nel cambiare il destino d’una città che forse meritava un altro futuro.


La movida del Salento raccontata da Armando Tango (1)
di Mauro Marino

Chissà se i quotidiani, avranno mai occasione di pubblicare delle “storie” così!
O forse le “storie” sono tutte così!? Hanno dentro il caso, l’errore, la superficialità, il vizio, il vuoto, l’accidente e poi si fanno cronaca, emergendo dall’anonimato, dal sotteso. Si fanno pubbliche in un “mattinale” di questura, nella cronaca che “colora” di nero, di giallo, di rosa l’ogni giorno di tutti noi. Fatti e misfatti che sollecitano interesse, curiosità, morbosità, orrore e riso!
Questo è il nostro quotidiano, che tutto sa, senza veramente sapere!
Ivan – il protagonista dell’intrigante “Salento’s movida (L’odore dell’estate)” (Glocal) di Armando Tango, alias Teo Pepe, capo redattore della pagina culturale del Nuovo Qutidiano di Puglia – il giornale “l’avrà letto sì e no tre volte in tutta la sua vita. Figuriamoci, buttare un euro per quattro fogli di carta”. Lui vive nella separatezza della periferia – una 167 sudata ed in mutande ritratta in un caldissimo agosto del 2007 – e si prefigura, con il sogno, di potercela fare: il futuro è il successo televisivo. Il GF l’orizzonte, il resto è nulla, fango. Un tanto di fortuna in più e la vita può cambiare, ma forse è troppo basso e il casting, si sa, ha regole ferree.
Armando Tango lo dice in apertura sulla costa della prima di copertina citando Oscar Wilde: “La vita è una cosa troppo importante perché si possa parlarne sul serio” e carichi di amara ironia e colorati da ritmi comici sono i toni che l’autore usa per raccontare una vicenda che al centro del suo intreccio ha un portachiavi a forma di Paperino che in verità è anche una…
Ma perché svelare, meglio invitare a leggerlo questo libro.
Lecce, sullo sfondo la movida, quella del “chiasso fino all’alba, voci fin dentro ai vicoli, rumori, folla, spintoni, facce da pirla nullafacenti che si stravaccano ovunque con l’aria di stare a casa loro” che lascia pensare che “questa città era bellissima quando era vuota. Quando non ci veniva nessuno […] sembrava un altro mondo, a quelli che venivano da su, […] un paradiso era” ma allora non lo sapevamo.
Il fotografo Pachi ed il tenero ed inconsapevole Ivan. L’intrigante ed intrigata Brooke. I “poveri” Anna e Massimo Bellardoni. L’Industriale malandrino con Pappa, “senza nome” ed un Capo ormai cotto per la f… . Il “diggei” Claudio Capece e poi Adriana Cristofalco che accoglie in casa sua “la crème de la crème”, amici che per lei “si butterebbero nel fuoco”, e che è madre di Gertrude: “I figli, ah, i figli… gli unici dispiaceri Adriana li aveva avuti proprio da loro. A cominciare da quella storia dell’orgasmo dell’io che le era stata buttata in faccia – ah, l’impudente – da una specie di psicologo incompetente a cui qualche anno prima aveva affidato Gertrude”. E ancora, l’improbabile Ahmer Bebawi dei servizi segreti dell’esercito dello Zebel, il critico Federico Casardi. Maurizio Costanzo e Maria De Filippi, oggetto del desiderio dell’Adriana per la quale rapire personaggi noti e portarseli a casa è uno dei massimi piaceri della vita, la fonte di quell’orgasmo dell’io di cui sopra, del suo “narcisismo allagante”.
E le suggestioni e le risse della TV, le mazzate, l’andare e venire dai luccichii leucani, la polizia, l’estate con i suoi odori, sono il teatro che Tango-Pepe cuce attraverso brevi capitoli. Partiture d’una sceneggiatura da commedia all’italiana. Storie paradossali ma grottescamente reali costruite seguendo i caratteri d’una umanità purtroppo presente e viva che trasversalmente ci racconta il degrado d’una socialità tutta persa nell’apparire, nel voler essere senza veramente essere!

giovedì 20 dicembre 2007

Asfalto teatro & Kafka


foto di scena di pippo affinito

La battaglia teatrale di Aldo Augieri
di Mauro Marino

…S’è già detto degli artefici, del rischio dell’oblio per molto “fare creativo”, in una città che preferisce la dimenticanza all’orgoglio di sentirsi densa di esperienze e capace attraverso loro di partorire bellezza. Poi, c’è il settarismo, atteggiamento e “malattia” cronica del mondo artistico, che non può produrre più qualità se non si volta alla virtù della rete, al reciproco ascolto e alla reciproca valorizzazione in un Tempo avaro di memoria.

E il Tempo, ci catapulta nell’urgenza del presente: domenica 16 dicembre, si è tenuta l’ultima replica di “Descrizione di una battaglia”, primo studio di una trilogia che Asfalto teatro dedica a Franz Kafka. C’è l’impermanenza del teatro a sollecitare la testimonianza, trovandoci di fronte ad un gruppo ed una regia meravigliosamente slegata da radici, da necessità teoretiche, da appartenenze a famiglie teatrali più o meno strutturate. Un’avventura pura, una temperie immaginativa in grado di costruire la scena in un virtuoso divenire artigiano della “lingua”: questo è buon teatro!
Un opera in nero! Sontuosa nella sua “povertà”, regale, nella capacità degli attori di esprimere un unicum poetico. In loro, la gioia dell’agire: li senti convinti della particolare riuscita dell’atto a lungo lavorato, che portano in dono al pubblico.
Artifici e macchineria della scena, i calibri del testo nei movimenti degli attori. L’aprire e chiudersi di porte, di finestre. Luci che scompaiono e… la luna. Quello alto alto e quello basso; un meraviglioso Augusto (Totò Del Popolo) in volo. E due donne, affacciate nel nero, a cui è delegata la tessitura del pensiero sociale nella descrizione di una quotidianeità bramosa di morte. “Hanno portato un morto a casa tua… lo posso vedere?” chiede una all’altra. Ed è quello che un Tg nell’ordinario dell’ogni giorno d’ognuno svolge, soddisfacendo questa golosità della fine che rende unica la nostra epoca.
A differenza degli altri allestimenti di Asfalto, la regia di Aldo Augieri - coadiuvata da Stefania De Dominicis - in questa piece trova una parola certa, la distende, in dissonanze recitative che toccano vertici opposti accarezzando il falsetto del melologo e la vertigine del impasto popolare. Non c’è più la beata confusione pop che aveva caratterizzato le ‘opere psichiatriche’ o la fantasticheria allucinata de “La caccia allo Snark”. Kafka chiama al rigore! Dice del suo lavoro Augieri: “Quello che ci premeva era riuscire a creare una pantomima fortemente legata ad un meccanismo, ad un sistema che ne dettasse le leggi. L’attore doveva essere mosso solo dal desiderio di uscire fuori dal meccanismo. Il sistema scenico - realizzato da Antonio Cazzato - dentro il quale i personaggi si muovono è una scatola nera dotata di fessure e spiragli, insenature, buchi, dentro i quali il corpo cerca una via d’uscita. Non interessa la via di fuga, ma lo sforzo per cercarla, uno sforzo sempre mosso dal desiderio. D’altro canto la fuga kafkiana è una fuga immobile dentro una stanza, un viaggio sul posto. Abbiamo cercato di liberarci da tutta una serie di rappresentazioni legate al grande autore praghese, visto sempre come uno “scrittore tenebroso”, perché non si può prescindere dalla sua sottesa ilarità: è impossibile leggerlo senza ridere, senza sghignazzare, proprio come accadeva ai suoi ascoltatori quando Kafka stesso leggeva le pagine del Processo. Un ridere imprevedibile, che viene senza battuta, senza volontà di far ridere, senza comicità. E’ il climax, l’atmosfera che ride, la scena dove ti trovi che ride. E’ nell’atto culminante della tragedia che ridi e ridi di gusto”. Cercare questo riso è stato il lavoro più arduo, dare alle parole un corpo le reggesse. Parole che sanno di sangue e di gloria, a dimostrazione che nell’ impossibile del vivere si nasconde il teatro: nello spreco di forze che lo genera. Per questo, oltre ai già citati, sentiamo di dover ringraziare: Nunzia Mita, Claudia Di Palma, Marco Virgulto, Toni Cazzato. E, Pippo Affinito, per le bellissime foto di scena.


"Descrizione di una battaglia" da Kafka


foto di scena di pippo affinito

mercoledì 19 dicembre 2007

Esce l'adc - da Cool Club l'annuario della cultura salentina



La memoria delle cose, il fissare in un ricordo collettivo avvenimenti, suoni, visioni e scritture è la base su cui si costruisce una “cultura”. La memoria serve a creare l’identità di un luogo. Esperienze che come tasselli compongono un sentire condiviso che si fissa, diventa materia e prende forme diverse. Alcune di queste sono le arti, un modo, il più bello forse, di lasciare un segno del proprio passaggio. È importante preservare, raccogliere e tramandare tutto questo per far sì che nulla si perda e che il passato sia fonte a cui attingere per capire il presente. Partire dai talenti di un luogo è un modo per comprenderne il tessuto sociale, i valori comuni; una storia parallela fatta di suggestioni, percezioni dei presenti e testimonianza.

A questo serve un Annuario Della Cultura (l’Adc, come una sorta di abecedario) a scrivere pagine destinate a rimanere nel tempo, a fissare il primo passo verso la realizzazione di un archivio delle arti salentine che anno dopo anno ne registrerà tutte le evoluzioni e i cambiamenti. Importante per immortalare quello che mai come oggi è il fenomeno Salento, ma anche per sfatarne un’idea comune limitata e limitante che vede la cultura legata al grande evento e non al grande talento. L’annuario diventa anche strumento di indagine per scoprire, segnalare e studiare realtà più piccole e nascoste. In queste pagine c’è un anno, giorni in cui questa terra ha prodotto nuovi frutti, noi li abbiamo solo raccolti. Non c’è tutto, in parte per difficoltà di indagine, un po’ per scelta. Il taglio che abbiamo scelto per l’Adc rispecchia molto la filosofia da cui è partito, e continua tutt’ora, il progetto di Coolclub.it, uno sguardo trasversale, una prospettiva che parte dal basso per ampliare i suoi orizzonti. Ecco perché troverete accanto ai grandi nomi anche quelli misconosciuti di artisti con meno visibilità. Questo perché crediamo fortemente che strumenti come questo servano proprio per amplificare messaggi flebili, per fare ricerca. Un lavoro che è partito dal nostro piccolo collettivo redazionale ed è diventato una cordata di amici, giornalisti e non, che hanno contribuito a lasciare una traccia. E questo ci è piaciuto fin dall’inizio: l’idea di un giornale dei giornali, una zona franca dove coinvolgere passione per la scrittura.

Cinque sezioni, cinque colori: musica, libri, cinema, teatro, eventi. Cinque come le dita di una mano che ha prodotto artigianato culturale. L’Adc non è un’analisi critica del fantomatico Grande Salento, ma una raccolta del bello che ci circonda. In alcuni casi abbiamo sentito la necessità di sconfinare, di allontanarci dalla provincia per segnalare legami, ponti immaginari che ci portano lontano o poco più in là. Abbiamo preferito, quando possibile, lasciare la parola ai protagonisti per fare dell’Adc un coro, uno strumento polifonico che rappresenti una pluralità di voci e non cada nell’autoreferenzialità. Dentro troverete punti di fuga dalla quotidianita, lenitivi della routine, i dolcificanti che hanno dato sapore al nostro 2007, la cronaca di quello quello che è successo, degli “eventi”, ancora meglio se “processi culturali” che crescono e cresceranno, quello che ci piace ricordare, quello che ci siamo persi, quello che possiamo recuperare. Questo viaggio nel Salento è stata anche l’occasione per censire chi nella cultura investe passione e risorse, chi lavora dal sud per il sud: etichette discografiche temerarie, coraggiose case editrici, talentuose agenzie di servizi per il cinema. Ognuno, come noi, innamorato di questa terra, ognuno a suo modo: chi delle sue radici, chi del suo vento forte che porta echi dell’altra parte del mondo.

Un amore che abbiamo cercato di trasmettere evitando il racconto di un Salento agiografico, da cartolina, ma riportandone quello di dodici mesi all’anno.

L’Adc è un esperimento che ha trovato ospitalità in casa quiSalento, colleghi e amici grazie ai quali Coolclub.it sbarca in edicola, il primo passo, speriamo, di un nuovo e lungo percorso del nostro progetto editoriale.

L’Adc è solo un capitolo della nostra storia, il racconto di una lunga stagione di musica, libri, cinema, teatro, spettacoli; testimonianze e impressioni di una terra che vogliamo ricordare proprio così.

Osvaldo Piliego

www.fragmentart.it

stu salentu ce pace

animalunae-canzone d'amore di uno squattrinato x la sua sciu' sciu'-

di beppe elia

(sciu' sciu' ho attraversato a piedi l'alto adige x te, e mo' ndo' stai?)

sciu' sciu' stau bampatu quaggiu', tu affacciata a un balcone tra un fico e un limone davanti a patu'.

si sa ogni spiaggia ha il suo sole, song un lupo di mar e sta spettu ca tu

come un onda il cor mi toccherai, e moi sciu' sciu' a dhu sta bai..

ahi ahi, stu salentu ce pace, qui la femmina e' audace,la capu me coce chi si muove piu'

sciu' sciu' ogni vela ha il suo port, la nsalata e' nell ort e sta spettu ca tu

come un onda il cor mi toccherai e moi sciu' sciu' a dhu sta bai...

mamma ce' si nasitisa, signurina pe tie, me sta sciocu la camisa e sta spettu ca tu

come un onda il cor mi toccherai e moi sciu' sciu' a dhu sta bai.

(coro)cu st'aria ca tira,nu tegnu na lira sciu' sciu'... cu st'aria ca tira,nu tegnu na lira sciu' sciu'...

martedì 18 dicembre 2007

Francesco Spada: la cultura del progetto.


Lecce, la città e il fare: alla ricerca degli artefici (1)
di Mauro Marino

Sotto la crosta e le sedimentazioni del Tempo c’è il deposito virtuoso della memoria.
Spesso, sempre con maggiore invadenza, i clamori del presente, l’ossessione del consumare, la paura del passato, l’incertezza per il futuro ci portano nella dimenticanza. Ogni cosa appare nuova nel suo accadere, pochi sono coloro che amano tenere il filo del ricordo teso, pronto a vibrare in tutta la sua estensione: ieri, oggi, domani. Questa la giusta dimensione dell’esistere, dell’esserci. Attenti, presenti.
Lecce dell’oblio fa virtù. Tutto scade, travolto da una brama di eventi che nascono e muoiono senza lasciare traccia. Ma quel che è peggio nascono e muoiono convinti d’essere unici, originali, irripetibili. Non è così: lo spirito del Tempo rinnova, esorta, spolvera segni, modalità e pratiche. C’è una complessità ispirativa capace di rinnovare il contagio, di ri-farsi, tornare, riapparire attraverso gli artefici e la loro sensibilità.
Gli artefici: persone–luogo dove il segno incuba e si forma. Levatrici di una maieutica esemplare, filtro di consonanze e di differenze dove i materiali, le matrici culturali, il respiro della tradizione, trovano compimento in un divenire che scalda l’Epoca e fa Cultura.

Alla ricerca degli artefici vogliamo andare, indietro, sbrogliando la matassa dei ricordi.
Dall’essere pubblico trovare le suggestioni che ci hanno fatto crescere rinnovando segni e linguaggi.

C’era una sedia e una vecchia donna, le foto la ritraevano nel “rito” del pettinarsi. Una lunghissima chioma biancogrigia da raccogliere in una crocchia. “Maddhìa”, capelli, si chiamava quell’allestimento in una galleria appartamento, a Lecce: l’Arte Studio 36. Quelle foto accudivano, nel testimoniarlo, un atto quotidiano, lo facevano teatro, rappresentando il mondo griko allora al margine del dibattito culturale salentino incentrato tutto sulle “mollezze” della città barocca.
Uno sguardo coinvolto e militante che, attraverso una attenta sintesi di linguaggi (performance/fotografia/installazione) essenzializzava la scoperta di un Sud, ancora incantato e fermo, nel tentativo di affermarlo per farlo segno e significante di altre visioni.
Quel clic in bianco e nero continuò a guardare e a scoprire. La faccia segnata di Ezechiele Leandro, la cartapesta leccese nel suo farsi di mani, di paglia e filo di ferro, la focara di Novoli, i giocattoli di legno di mastro Giustizieri divennero l’immagine ritrovata di una cultura materiale che aprì la stagione dell’attenzione al Salento con una mostra, nel 1978, presso i Magazzini del Sale per la Biennale, a Venezia.
Dietro quelle inquadrature Francesco Spada, artista, designer e formatore, ispiratore ed artefice di una stagione di ricerca che in questi giorni presso le Manifatture Knos mostra in un allestimento le sue Ombre Nomadi: “un box, un macro imballo che diviene un rifugio-casa per chi sta fuori o non rientra nelle regole del geo-business”.
L’inizio a 17 anni, nel 1970, con una mostra di esordio alla Galleria Maccagnani “spazio che sino ad allora aveva visto solo fiori e paesaggi”. Le sue, sono pitture iper-realiste di grande formato. E’ il preludio di un cercare attento ai valori e alle urgenze della contemporaneità, segno necessario, calibrato nel cogliere i punti di crisi e di proposta intellettuale.
Poi Roma, gli insegnamenti che furono della “nuova oggettività” muovono all’incontro con Franco Basaglia, Giuliano Scabia e le pratiche dell’antipsichiatria. Francesco si fa artista sociale, trova la tessitura di un segno che dichiara e denuncia. Ancora grandi opere raccontano il dramma dell’internamento e della follia. “Quadri manifesto” allenati nella palestra di Cinecittà dove dipinge la pubblicità e fa il decoratore di scena. Poi, la scoperta dell’architettura e un “ritorno” alle radici in ispirazioni pittoriche che trattano l’emigrazione, il brigantaggio, le lotte contadine. La suggestione di quei lavori è fortissima, appaiono, anche questi, come una sospensione scenica: scatole che si aprono, sul fronte in legno la scritta “fragile”, all’interno le scene di una storia sociale ancora ferma nel tentativo del riscatto, celebrata ma non ancora motore e motivo di affermazione: puro racconto mitico.
Si sarà chiesto: come rendere in concreto quel carico di sofferenza in segno? Farlo “portato” di sviluppo… è qui che si innesta la ricerca raccontata all’inizio di questo articolo. L’etnografia di Alberto Maria Cirese, Luigi M. Lombardi Satriani, la fotografia sociale di Mario Cresci, l’esortazione critica di Gillo Dorfles, spingono Spada a cercare il suo Sud per ri-disegnarlo.
Un giorno che il suo fare fu apprezzato dalle parti dell’Accademia di Belle Arti - una delle poche volte di sintonia reale di quella istituzione con il territorio – gli fu affidato un corso speciale: aule piene e boom di iscritti. Parlava di un arte di indagine e di servizio, fatta di uno sguardo attivo, in levare, pronto al dono d’energia. Durò poco! Ma intanto, “promosse” un gruppo di giovani a suoi collaboratori: c’era da fare il Quotidiano di Lecce ed ecco Rossella, Enrico, Fernando, Giusy cambiare la loro vita, tra i pochi in quell’epoca a trovare un impiego in una Lecce senza orizzonti.
E Quotidiano nacque con le sue pagine dedicate alla cultura segnate da una progettualità e da un segno grafico di forte impatto.
Poi gli anni ottanta con il concretizzarsi della trasversalità multimediale, le microcomunità creative divengono la dimensione naturale di una ricerca che abita per crearsi. C’è lo scambio esperienziale a dettare le forme del fare, il design è sintesi costruttiva, lo spazio è attraversato ed abitato dal desiderio di un confronto attivo con il Tempo: il Sud e il Mediterraneo sono il giacimento virtuoso dei segni della nuova avventura. “Atlantide” nasce nel 1985, sponda di ricerche avviate a nord da Alessandro Mendini con lo studio “Alchimia”. L’utopia prende forma, inizia a farsi realtà. Il contatto con la terra si fa visione, si trasforma in progetto. I negozi della città commerciale si fanno open space attraversabili ed ospitali (Regia, Magritte, Elogi negli anni hanno segnato un modo altro e diverso di concepire lo spazio di vendita), Palazzo Guarini dove ha sede il grande studio azzurro della compagnia di creativi di Atlantide ospita performance di teatro Nō, set fotografici, mostre in cui la pasticceria tipica salentina si confronta con le regole del design e per la prima volta la pietra leccese compare tagliata in forme nuove.
Esercizi di un fare che punta dritto al territorio, al disegno di una spazialità che necessariamente deve confrontarsi con la natura e il lavoro per farsi senso, azione incidente, “cultura del progetto”.
Venne Cursi! E Cursi fu il Salento con le sue cave e la sua pietra. “Lecce dove sei?” si chiedeva Domenico Faivre in un articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno costatando, in quegli anni, l’assenza del capoluogo nel dibattito sul futuro culturale ed economico del territorio. La pietra divenne il foglio su cui scrivere ed immaginare il domani. Le cave, il luogo della rinascita e della riappropriazione dei valori culturali, della festa, dello spettacolo: i Canti orfici nella lettura di Carmelo Bene, il canto armonico di David Hykes e le corde dell’Oud di Munir Baschir, la poesia di Lina Sastri, la venuta del teatro della Valdoca, sono il ricordo di notti indimenticabili che hanno accompagnato una ricerca diurna e concreta: dall’idea del recupero della pietra e delle cave, al riciclo della plastica con l’ecodesign inventato per il Cetma sino all’oggi della progettazione di territori con una forte attenzione all’ecosostenibilità con il Nart.
Quante cose e quante altre non citate, l’Argentina, il Marocco, il Brasile.
Tante cose è Francesco Spada, tante cose donate al crescere di questo spicchio di Mondo.

lunedì 17 dicembre 2007

alla nonna ndata che le conservo'con amore

di Beppe Elia


citti lassatime,

m'aggiu stunatu,

l'anche me ballanu comu nu'mbriacu,

intra stu stomacu me sentu nu fuecu ca arde e mpizzeca da ogni lecu.

fuecu de stomacu nun e' de certu,

fuecu de taccaru allu scopertu,

nducitime mieru ca quiddhu m'ha cisu,

nducitime mieru ca quiddhu e' imprevisu.

comu sti nascere gesu' miu beddhu,

senza cu sona nu tocchiceddhu,

senza cu sonanu le campane,

senza chirurghi, senza mammane.

e dhu diaulu stuccatu e mpisu lassa

se stocca dhu cuernu tisu,

lassa se stocca quiddhu curnutu

pigghia e rimase tuttu rustutu.

Da recitare in piedi sulla sedia!

di Beppe Elia

vagnuni rediti,

lu chiantu nce' mbale?

su pronti li pupi,

ha riatu natale.

e' prontu lu mele e l'oiu nun manca,

caruse, beddhazze cunzati la banca.

quatare, ferzure mandati a cunzare ca st'annu de pittule n'imu binchiare.

ce gioia, ce risi middhanni me pare la ninna nanna cu sentu sunare.

quandu sentimu lu campanune tutti lassamu liettu e chiasciune,

tutti currimu,

sira e matina,

alla novena de lu mamminu.

dopu la chiesa,

dopu tre mazze,

dopu la villa sciamu alla chiazza a du' c'e'pisce e frutti de mare.

riata la sira mienzu a parenti mienzu all'amici mienzu a cuntenti,

cu trikke trakke e batteria facimu nascere lu gran messia...

poi... la mangiata, la biccherata, la tombuliata...

quandu luscisce lu giornu santu,

ca de natale spettamu tantu...

domenica 16 dicembre 2007

giovedì 13 dicembre 2007

Irene Leo

Là fuori

di Irene Leo
E' un mondo fragile.
Uno di quelli esposti nelle vetrine di Burano pieno di colori e polverine riflettenti, che pare Natale specchiando lo sguardo. Non ricordo chi dei due abbia smesso di aprire gli occhi. Forse un giorno per caso accade. Ci si ritrova fermi come in attesa di un evento straordinario.
La normalità intanto s'erge a follia disperata.
Mi scanso dalla notizia della prima pagina, qui sotto le mie scarpe nuove. Mi sciolgo le mani e scivola il cerchio dorato dal mio dito. Un segno. Forse questo è il segno appena...o uno dei tanti che mi intimano di correre via. Un taxi al volo, il biglietto del treno, un nuovo cielo, un nuovo orizzonte...un nuovo nome un nuovo colore di capelli, il tutto sulla mia pelle vecchia. Già. Non avevo voglia di cambiare probabilmente.
Come è bella in fondo Venezia a volte pare voler dire e non dice, si mostra e si nasconde tra le pieghe dei monumenti delle sue piazze e dei nugoli di colombe affamate. Si nasconde con me.
Quanta fame qui ho con me.
E' un bagaglio ingombrante. Ora lo comprendo lo sguardo sporco di rimmel di quella donna sul vaporetto di due giorni fa, e il suo cappotto logoro...
Come è bella in fondo questa leggera malinconia che ha ali e mi sfiora gli occhi stanchi tra il fumo di questa sigaretta a metà.
Quanta aria vorrei ingurgitare per sollevarmi oltre i miei pensieri rugosi e ruvidi. Dentellate quelle mani che carezzavano il cuore, ogni cenno una piccola morte, ogni lembo morto lo vedo, impagliato come trofeo su un muro rosso. Data di nascita, data di morte. Siamo spesso solo la trafila di un giorno sulla bocca degli altri..
Il nostro tempo si consuma e brucia.
Proprio quando crediamo di essere normali ed eterni, quando incrociamo le braccia e sorridiamo al mondo e poi ci piangiamo nelle tasche. Il cerchio dorato in fondo non ha valore per me, e la punta della mia scarpa secolare quasi, ha deciso di dargli l'ebbrezza dell'ultimo volo nella laguna nera della sera.
Attenderò ancora mentre il lume della piazza accompagna i miei passi.
E domani mi risveglierò già passato.
Come il giornale di oggi. Cosa sarò stato? Forse solo una bambola di ceramica posizionata su una mensola per non far volteggiare lontano l'ultimo assegno pagato alla vita.
Spezzata la spina dorsale e non di una rosa passita oramai...
Era il mio compleanno quella volta. Auguri a me auguri a me, nessuno scampo.
Sulle mie dita ferite da scheggia di cane non nascerà più primavera.
E' freddo qui, ed adesso. Picchia forte le mie gambe il gelido vento di ponente, mi percuote i fianchi, mi sfiamma la volontà.
Domani giungerà...ancora o forse no. Rimbocco le mie coperte di carta. Il mio cuscino di carta è duro ma morbido lo immagino per non morirmi dentro. Mi immagino un mondo altrove, un cuore altrove, un amore altrove che giungerà.
La bellezza salverà il mondo. La bellezza ha ucciso gli uomini, che si ostinano a non accettare tutto il male, gli errori.
E la morale della favola dov'è?
Il cuore ha sempre ragione.
Il cuore non lo ascolta nessuno, abbiamo ucciso il battito, siamo vuoti oramai. Solo chiasso negli occhi.
L'essenziale è invisibile.
Come me. Nessuno si volta a guardarmi anche ora che sto morendo,così come arrivai.Solo.
Eppure le mie braccia sono finestre aperte, come croce cui appendere luci e propositi nuovi dallo stesso odore di naftalina che mi hanno assegnato.
Mi sfiamma la volontà ...è freddo...mi percuote, dove nessun passo giunge, dove io sono la nota stonata di un pianoforte rotto.
La ricchezza che porto con me è grande. Ma non lascerò nulla qui, niente là fuori. Ingoierò tutto tratterrò il respiro il fiato e stringerò il mio nulla. Il mio tutto è tutto dentro me.
In me con me.
Ma è buio ora.
E' buio ora
E' buio.
E'...finito il mio canto.
Le mie scarpe ora le ruberà qualcunò, là fuori.

Nota a Margine: Questo è un mio racconto breve-inedito-, una pagina d'impulso, righe per riflettere in un mondo in cui la visibilità conta davvero troppo ed i valori pieni e veri muiono agli angoli delle strade. soli. Come i tanti clochard che spesso fingiamo di non vedere...mentre là fuori imperversa il bello, dentro che rimane poi?

Musa

di Irene Leo

Mi destai un giorno dal torpore. Il torpore dolce del miele che sgorga lento, fluido e sublime sopra le cose, gli oggetti, i momenti. Spigoli camuffati di tondo bene, di sogni e desideri.
Mi svegliai come quando un tuono inatteso lambisce d'improvviso il cielo estivo. E fu bizzarro alquanto aver consapevolezza diversa e nuova di quel tutto.
Mi ritrovai imbrigliata tra le tende pesanti, broccato rosso e consistente, di muta e altrui disperazione, dalla trama fitta, che leva il respiro.
Impossibilitata nei movimenti, avvertii un torpore ed una muta preoccupazione e mille voci.
Finalmente aprii gli occhi. Cominciai a respirare offuscata dalle malie dei petali carminio, profumati d'oriente, dai toni d'azzurro e blu del mare. Cominciai a respirare, con i miei polmoni.
Le parole riacquistarono il senso sereno dell'equilibrio, e da lontano cominciarono a sfumare.
Il pensiero come un destriero purosangue, cominciò a galoppare veloce oltre, cancelli, mura, orizzonti, oltre i recinti di belle speranze che aggradano ma imprigionano, oltre gli amori cantati e taciuti, oltre gli acquerelli di poesie declamate alla luna.
Compresi che non erano altro che semplici prove. Prove d'amore che ogni cuore decantava a se stesso, quasi come fosse una rassicurazione, un dare conferma al mondo, che si è ancora capaci di amare. Ma è difficile scrivere a se stessi, ed allora si inventa il volto di una Musa. Una qualunque che somigli parzialmente all'ideale di perfezione cosmica. Un prodotto tanto bello, quanto irreale. Feci per sollevarmi. Le mie ali erano appese al muro, come trofeo. Il mio nome, brillava come su una locandina da circo. Io che mai ho amato luci finte e sintetiche. Io che non ho chiesto mai. Nulla. Mi ritrovai invece con le mani piene, ed il cuore vuoto…
Mi sollevai. Mi scrollai lentamente dalle spalle la pesantezza del silenzio e cominciai a parlare.
Ma una sola parola sgorgò dalla gola arsa di vento e sussurri altrui. Stanca di sorridere e felice di piangere e di apparire la creatura più imperfetta del mondo. Felice di non esserlo, Musa. Felice d'essere disgraziatamente umana. Aprii la finestra sul cuore, accanto al caminetto ardente dell'anima, per cambiare l'aria viziata di nostalgia.
Cominciai a parlare.
Sentivo il vento freddo della realtà sferzarmi il viso, con amara verità, provai dolore, sulla pelle fiorì un brivido, e si infranse la magione di cristallo in cui per troppo tempo era stata condotta, in maniera consenziente.
-Tacete!
Fu il grido.
E prese le mie ali, le indossai , in quanto parte di me, ed andai là fuori, senza dire altro, senza volare.
E dei petali carminio, dei profumi d'oriente, delle poesie declamate alla Luna, non rimase che il puntino luminoso di una stella destinata all'eclissi. Della Musa rimase il guscio vuoto di una cicala, appeso al sole. E dalla goccia di pioggia, sgorgata dal candore invernale, nacque una Donna libera e vera.

:: Il castello interiore (e altre illustrazioni) ::




Opere di Efrem Barrotta
Questa mostra prende il titolo dall’omonimo testo di Teresa D’Avila, mistica del XIV secolo. In questo testo Teresa racchiude tutta la sua esperienza di estatica, un lungo percorso ‘in salita’ verso stati di coscienza superiore. In questa mostra viene illustrata questa favola reale raccontata nel libro, attraverso una personale visione dei luoghi che ospita l’ideale castello interiore. Un castello che ognuno di noi nasconde e inizia a svelare nell’affascinante percorso di ricerca interiore.


dal 17 Dicembre al 30 Gennaio
Biblioteca Comunale Antonio Verri
San Donato di Lecce

Programma premio Gino Perrone

15 dicembre 2007
Premiazione dei vincitori della sezione “Opera Prima” c/o Sala Consiliare, via Brodolini
Premiazione del vincitore della sezione “Illustratori a concorso” c/o Sala Consiliare via Brodolini

16 dicembre 2007 h.19,00
Consegna del Premio Puglia 2007 a l'Ensemble Notte della Taranta (opera di Efrem Barrotta)

Inaugurazione 17 dicembre 2007 h.19,00
Apertura della mostra di Efrem Barrotta e degli elaborati artistici del Concorso Gino Perrone presso Bilioteca Comunale Antonio Verri.


lunedì 10 dicembre 2007

Lo scrigno è già vuotato...


di Elisabetta Liguori


Se un ladro entrasse ora

in questa casa

nel buio

troverebbe le tue impronte

sui libri,

la serratura che boccheggia,

i tuoi occhi posati.

Troverebbe nei cassetti la mia forma sottovuoto

lievemente spostata a sinistra,

nell’aria

e sorpresa,

ammonticchiati

i miei cd

con i segni delle tue dita sulla polvere.

Capirebbe così, quel ladro disonorato,

d’essere arrivato tardi.

Ché lo scrigno è già vuotato.

Resterebbe forse un paio di minuti a

dirsi niente

e poi sarebbe lui a chiamare la polizia.

domenica 9 dicembre 2007

Torna la festa dei "piccoli" lettori

Pessimo Elemento

Uno dei grandi misteri d’Italia è quello della scomparsa dei comunisti. Dopo aver affollato le piazze e le officine per quarant’anni e rotti, i comunisti italiani (senza lettere maiuscole) sono tutti scomparsi improvvisamente, nel giro di pochi mesi. Più o meno gli stessi mesi in cui comparivano agli incroci i lavavetri, ma probabilmente è una coincidenza.
Al loro posto, certo, sono rimasti i simulacri: due o tre Partiti nominalmente Comunisti, con falce e martello nel simbolo, e tutto un brulicare di magliette di Che Guevara che Togliatti difficilmente avrebbe autorizzato. Gente anche simpatica, per carità, ma… comunisti? Non scherziamo. I comunisti, quando esistevano, erano un partito dotato di una coscienza di classe. Prima ancora che comunisti, erano lavoratori. Proletari. Rivoluzionari? Sì, ma in prospettiva, con calma, senza sommosse o barricate che sono roba da cialtroni o avventurieri. Per farsi un’immagine bisogna pescare nell’inconscio collettivo pretelevisivo, per esempio nel Quarto Stato di Pelizza da Volpedo. La rivoluzione verrà e sarà una dignitosa passeggiata.

Avete mai notato quant’è elegante il Quarto Stato, il portamento con cui indossa i suoi quattro stracci? Nella folla non è dato vedere lavavetri, ma non c’è dubbio che se i signori in prima linea li avessero incrociati durante la marcia se li sarebbero lasciati indietro senza molti complimenti. I proletari sono barbuti, non barboni, la differenza è tutta qui. Persone dignitose che nel presente lavorano, nel futuro prendono il controllo dei mezzi di produzione, nel tempo libero leggono Marx o se lo fanno spiegare, e se hanno un parabrezza preferiscono tenerselo pulito da soli. Senza fare l’elemosina, che è un retaggio medioevale. Non dico che fossero bravi e buoni, anzi no, proprio non lo erano. Erano comunisti dotati di coscienza di classe. La loro classe: il proletariato. E la lotta di classe non era soltanto quella contro il Signor Padrone, ma anche quella quotidiana contro il sottoproletariato degli straccioni. Quelli che non lavorano per scelta, quelli che campano di pietismo: la carità è roba da preti, il proletariato difende i suoi interessi e non ha pietà di nessuno. Anche perché a dargli corda, finisce che questi che si alleano con la borghesia e mandano un parassita pari loro al potere: Marx aveva mostrato l’esempio di Napoleone III. Alle elementari m’insegnarono che non si regala un pesce a un vagabondo, ma gli si insegna a pescare: io non ero tanto d’accordo, ma alla fine mi adeguai. Più tardi scoprii con orrore che si trattava della dottrina di Mao (ancora più tardi scoprii che Mao scopiazzava Confucio).

Sono cresciuto così, in ogni caso: quindi, mentre voi forse rimpiangete i pittoreschi rumeni ai semafori, io rimpiango i comunisti. Se esistessero ancora probabilmente mi terrei un po’ sulle mie, frequenterei l’osteria e la festa dell’Unità con un certo spocchioso distacco da intellettuale, ma è tutto vano, perché tanto non ci sono più.

P.E.

venerdì 7 dicembre 2007

Le Mani e l'Ascolto al Fondo Verri

di un Salento laterale



…e l’eterno non m’abbandona
(raccontar storie lontane:
una riflessione sul ruolo dell’arte –pitturasculturacinemaletteraturamusicateatro)


di Carlo Michele Schirinzi


…manca l’appuntamento con la morte…
…dalla pistola paterna 6 colpi tirati a vuoto sul suo corpo quattordicenne…
…gli organi vitali intatti (condannati all’eternità?)…
Cronache passate, finzioni raccontate, pubblico accontentato.
Esiste un contemporaneo che si srotola sotto i nostri occhi sempre più velocemente e spietatamente ci lascia in balia del tempo che scorre, vinti ed esclusi dalla contemporaneità stessa.
Questo pensiero vola alla degenza della ragazza quattordicenne di Muro Leccese che l’altro ieri ha tentato di mettere fine alla sua esistenza, per una pena d’amore (questo è stato raccontato dai giornali): la mia non vuole essere ne una condanna ne un’ode alla sua azione, vorrei solo far riflettere chi non si cura del fiume impazzito che scorre nelle rocce carsiche, sotto la terra rossa e gli ulivi secolari eretti a simbolo di zona, da troppo tempo ormai; scontrarsi col dramma non è analizzarlo o, peggio ancora, banalizzarlo con l’inutile bestemmia del racconto: è una continua ed estenuante battaglia che non ci da tregua, perchè contro ogni forma di storia, contro il voler a tutti i costi direzionare le cose sui binari irreali dell’univoca comprensione dittatoriale. Un calcio alle storie per immergersi totalmente e farsi attraversare dal dramma per poi riemergere con qualcosa che non vuole essere consolatorio o anticonsolatorio, ma solo un caos d’affetti, un’implosione di sentimenti che percuote il contemporaneo con le sue stesse armi – la vita non si racconta ma si attraversa, a volte senza direzione –: un fiume agitato è dir poco, un’azione secolare che porta alla consunzione della roccia stessa, un grido latente sempre più soffocato da chi coccola il suo interesse solo con ciò che ha immediato riscontro, ma il reale non è appartiene alla Storia (i ricordi sono immagini), la Storia è appiccicata dopo, quando l’incendio ha ceduto il posto alla cenere…se il reale è incendiario, è con il fuoco che bisogna urgentemente ‘catturarlo’.
Il dramma è nel linguaggio, e l’immagine già contiene tutto il dolore secolare – di un Salento laterale, condannato a lievi spostamenti tellurici, a guerre inventate, a fortificazioni inutili, a finti abbagli culturali.


07/12/07

mercoledì 5 dicembre 2007

Il muro

di Dario Di Marzo


“ Tu lo sai che

(c’è la parola che vale da sola)

tra te e me

passa più d’un ora ”

“ Se sei… non ti perdono! “

“ Fa uguale Camilla ”

Rapita che ti stringeva

(la nuvolaglia si fa la ronda)

è come quando giocavi a palla,

giravi del muro l’angolo

dalla parte della tua bella madre

e la sorprendevi a cantare

tra le spaziature del sole.

lunedì 3 dicembre 2007

I nostri fuochi vicini




















Masaccio - Il battesimo dei neofiti


di Dario Di Marzo

Così giocavamo
(all'ombra e sole forte) :

chi salta il pietrone
non piglia schiaffi

e poi chi si sbucciava
ahi ahi ahi

brutto color vermiglio
delle mani minuscole.

*

I corpi sottili

E' il pianoro un soffice
cemento di tombe
da poco tempo in terra;

per i lumicini divorziano
i nostri fuochi vicini
e ingrati delle poche
luci del posto
si defilano azzerando
il respiro.

*

Lauda

Come l'acqua
ch'è casta

il mio pensiero si rinnova
nel futuro
che umile non è

ma robustoso s'ingolfa
sull'amore che ritorna
a far bruciare la vita.

*

Sapemmo dell'ora in cui
i giorni feroci non sarebbero
andati più, ed i morti

come un coro di bianchi corpi

sollevati al cielo avrebbero cantato
la gloria di vivere ancora.


domenica 2 dicembre 2007

sabato 1 dicembre 2007

Non pesa questo regno


per CORONE


di Mauro Marino – marzo 2003

La testa non duole
non pesa questo regno
provo corone,
la posa del recitar versi,
alleno lo sguardo!

fatica non ne sento

e quella scia lì
in fondo nel cielo
mi pare confonda!
_

Hai occhi grandi. Grandi ! A contenere tutto il possibile.

La tua strada l’ho vista, son passati anni
d’orgoglio
a formare una crosta mai indurita
e il riso è rimasto
sempre quello fanciullo
d’ un cucciolo
che schizza per strada
impavido, impettito, sempre bello
nonostante ferite e lotte.

E quelle mani poi… . Quelle mani
che scoprono ancora
adesso… le nuvole.
Tavole d’una recita
carezzata di colori
a fare corone… come preghiere

invochi scoperte.

Lo so che questo mondo
non ti appartiene
lo servi soltanto
con diletto e passione
per fare bellezza
sui muri, per casa, in questo teatro…

Noi con te, a godere
stupori e improvvisi
volgiamo lo sguardo
veniamo a trovarti, nascosto
nello sbigottire d’un potere deriso.

Clown d’amori che chiamano nomi
e nomi e nomi
d’un destino ancora nascosto

ancora racconti la fiaba
e la vita che in te si specchia.

venerdì 30 novembre 2007

La Favola Salentina di Matteo Fraterno.

Un esperienza di arte relazionale nel Salento.

di Mauro Marino

C’è un luogo poco lontano da Lecce, nelle campagne tra Galugnano e San Donato, che condensa in sé un equilibrio ancora antico. Sospeso, di pietre, troviamo un sistema di architetture rurali ancora integro, denso di energie evocative: menhir, muretti a secco, il piccolo santuario della Madonna della Neve, il loro apice simbolico è rappresentato da due meravigliosi pagliari. Maestosi, di fine fattura, dotati di quei piccoli confort di saggezza contadina capaci di fare regale anche la più umile delle abitazioni. L’essenzialità e il vertiginoso salire delle pietre gli unici ingredienti di un costruire nato dalla necessità primaria di toglierle dal fastidio nei campi. Ammucchiarle per dare luogo alle coltivazioni e, in maniera funzionale, utile, recuperarle all’abitare. Questo luogo è divenuto leva d’attenzione e motivo di ricerca creativa per un viaggiatore artista, il napoletano Matteo Fraterno, giunto nel nostro Salento in cerca di suggestioni ma soprattutto di relazioni, di incontri, di scambi creativi. Questa la reale materia del suo fare, del suo costruire opere. L’arte col suo agire prefigura, significa, dove riflette mancanza, vuoto, segni di crisi. E’ nella relazione che l’ultimo operare si confronta, nel tentativo di rifondarla, di colmare ciò che la vita, nell’ ordinario quotidiano, lascia scoperto ed esposto.

Ciò che la politica, ormai usurata nel suo motivo etico, non riesce più a guidare a governare in una sincera e aperta tensione civica. In questa deriva gli artisti cercano e rifondano la loro pratica, definendo uno statuto dell’arte propositivo di modelli non più soltanto estetici. La ricerca della bellezza motiva il creare nella sua funzione sociale, nel suo divenire strumento di mediazione relazionale. L’artista agisce collocandosi, in piena scienza e coscienza, nel cuore della problematica del proprio tempo per divenire operatore d’allerta, di cambiamento. Il Salento è sponda di arrivi, accoglie e motiva ispirazioni, desideri d’operare, è nel suo carattere. Matteo Fraterno nella sua estraneità costruisce indagando. Ri-cerca unità di senso, in quei segni ormai a noi consueti. Chiede, vuol sapere, sprona la memoria, invita nell’ascolto il ricordo, per cogliere tracce, per rinsaldare legami. E il dialogo si fa piccola opera. Straniero è colui che vuol sapere, chi chiede costruendo assonanze, condivisioni, stesso sguardo. Straniero è colui che aiuta a guardare. In Matteo Fraterno la curiosità, nella sua origine campana, è la chiave della presenza, l’elemento connotante, la vèrve autrice dell’incontro. La Favola Salentina, pubblicata dall’editore Besa, con il sostegno dell’Amministrazione Comunale di San Donato – dedicata ai due pagliari delle campagne di Galugnano ed alla storia di Pantalicchio Mazzeo di sua moglie Angelica e delle loro tre figlie che lì hanno vissuto - è il primo atto di un’ opera in divenire aperta all’interazione con altre comunità (Melendugno, Calimera, Caprarica, San Donato, Copertino, Leverano), su un tratto geografico che “da mare a mare” presenta molteplici aspetti comuni che consentono una lettura articolata del territorio attraverso la quale è possibile relazionare fra loro architettura, letteratura, paesaggio e colture in un intreccio nel quale sono protagonisti gli uomini, le pietre e le loro storie. Raccontare questi paesi che orizzontalmente si incontrano senza confini, con i feudi divisi da muri a secco dove le pietre si attraggono come fossero calamite, permette l’individuazione di margini aperti per re-inventare proposte culturali ed artistiche, che sempre nascono e si sviluppano attraverso la conoscenza ed il confronto con il territorio teso a legare il passato con la contemporaneità in una tensione di unità simbolica. Un archivio della memoria vivo in interazioni sollecitate da un indagare che elabora l’incontro motivandolo e valorizzandolo in atti di creazione. Ripercorrere tracce, segnate di pensiero e di atti militanti nel loro affermare tensioni volte alla Cultura. Atti puri, altri, eccentrici ed inconsueti mirati da una osservazione generante, attiva nella lingua e nel desiderio della conoscenza. Di questo Matteo Fraterno prosegue la tradizione e la ricerca, cercando nel quotidiano, l’ispirazione al pensiero per esercitarlo poeta, interprete nella visione. Civile inoltre ad ogni vincolo. Aperto, possibile leva di mutamento.

segni e poesia, le illustrazioni di Efrem e Giulia












http://www.efrem.biz

Ad Efrem

da Mauro Marino

Ci sono mani e mani!

Occhi ed occhi!

Anche le voci, anche i gesti, il camminare…

ci sono, differenti.

E’ nelle persone l’ineguale,

in ognuno cuoce particolarità e stile.

Quanto clamore, voci e voci…

Ehi! Una pausa, vi prego, una pausa!

Ci sono alcuni che nell’essenzialità si ritrovano,

condensano i colori, calibrano il tratto

sfuocano intorno, fanno solitudini beate.

Tutto silenzio… Tutto silenzio, nel castello interiore.

In quiete ci lascia scorgere l’opportunità che, dalla moltitudine

si possa cavare una traccia di qualità.

Un soffio, un respiro, il segno d’una necessità.

Un osar dire al riparo dal “dover” e dalle convenzioni.

Efrem è in volo, dall’alto contempla

scorge e s’accorge.

Mani lievi, le sue, delicate nell’apprendere e nell’ interpretare.

Mischiare segni

quelli che agli occhi fanno clamori

gli è stato sempre congeniale.

Nella piega trova la realtà, il suo intrigo

il freno, il blocco che non dice

lo mostra scegliendo la poesia

d’un segno,

quello essenziale, che dicevamo prima,

quello capace di far silenzio intorno, una pausa!

Fortunato

s’è messo al riparo

infinite linee di verde lo accolgono e cieli, cieli, cieli

gli guardano il cammino.

In levità lo immagino nella “sua” Umbria

A noi un po’ manca… Un po’ manca!

Bentornato!

Carlo M. Schirinzi al Torino Film Festival

Nuovi talenti. Schirinzi, un video per il festival di Moretti

di Rossano Astremo

Carlo Michele Schirinzi, artista e videomaker di Acquarica del Capo, tra i più brillanti e innovativi della sua generazione, è alla sua terza presenza al Torino Film Festival, che quest’anno si svolgerà dal 23 novembre al 1° dicembre e sarà diretto per la prima volta da Nanni Moretti. Nel 2002 partecipò con “Astrolìte”, mediometraggio realizzato con Antonello Matarazzo con la partecipazione amichevole di Enrico Ghezzi e Gabriele Perretta e nel 2003 con “Il nido”, cortometraggio che ottenne una menzione speciale. Quest’anno sarà ne “La zona”, la sezione sperimentale internazionale curata da Massimo Causo. Abbiamo sentito Schirinzi prima della sua partenza per Torino.

Il lavoro che porterai al Torino Film Festival è “Oligarchico (mosaico da camera)”, un video di 14 minuti autoprodotto…

«Sì, il tema è l’esclusione dalla Storia e l’incapacità di dialogare con essa. Il titolo riassume l’intimità della linea di condotta integralista del personaggio, da me interpretato, mentre tenta di ricucire i legami con le sue passioni mancate, illudendosi di partecipare a storie e a rapporti sessuali da videocassetta diventandone il protagonista assoluto, ma solo sul set della propria casa».

I tuoi lavori si muovono sull’esile soglia che separa la videoart dal cortometraggio vero e proprio. Nei tuoi video le storie sono lievi e lasciano spazio ad una scansione delle immagini di forte impatto lirico…

«La distinzione dei generi è sempre molto difficile e serve solo ad incasellare un prodotto per meglio gestirlo e classificarlo. Viviamo in un momento in cui la Storia si è dimostrata effimera ed è stata sconfitta dalla Geografia. Basti pensare a come le verità assolute sono quotidianamente scardinate dalle continue scoperte sull’origine della specie umana e sull’evoluzione del mondo. Questa idea di Geografia è alla base del mio linguaggio a scapito della narrazione tradizionalmente intesa, sempre più spesso utilizzata per confezionare prodotti prevedibili: un impianto sensoriale partorito dai luoghi del corpo, della mente e dell’anima, in grado di attraversare trasversalmente arte, musica, architettura, letteratura, cinema. Da Riefensthal a Lynch».

Quanto il lavoro cinematografico di Carmelo Bene, al quale tu hai dedicato la tua tesi di laurea, ha influenzato il tuo modo di creare?

«È un’influenza viscerale e non intellettuale: la riesumazione giocosa del passato, l’interferenza nel linguaggio, la disperata lotta per sostituirsi ad un dio assente mediante un sacro soliloquio votato all’impotenza, e poi l’approccio scientifico allo studio della phoné e dell’autoamplificazione, la grande tecnica dell’ “auttorialità” sdoppiata al di qua e al di la della macchina da presa».

Il Salento diviene scenario privilegiato anche delle grandi produzioni. Cosa pensa un giovane videomaker che lavora in questa terra di una simile visibilità nel nome della settima arte?

«Per il Salento è sempre una buona occasione di pubblicità a livello nazionale. Vanno bene tutte le produzioni, peccato che la maggior parte delle volte la scelta della location sia dettata solo dalla curiosità esotica generando così una stridente incompatibilità tra la storia del film e la sua ambientazione: immagina se il Salento diventasse la scenografia naturale del cinema italiano, impegnato solo a spedire cartoline da centri storici e coste!»

Dopo il Torino Film Festival, quali sono i tuoi progetti del prossimo futuro?

«Dopo “(videoverture ad otto)” e “Lapisardens (mistura per nastro dauno)”, sto montando il terzo documentario della collana Intramoenia Extrart – Castelli di Puglia” commissionatomi da Achille Bonito Oliva e Giusy Caroppo e legato alle mostre in corso a Lecce, Acaya e Muro Leccese, contemporaneamente lavoro al mio progetto fotografico “Otrantiade”, una rivisitazione dell’iconografia musiva del pavimento della Cattedrale dei Martiri, e soprattutto cercherò i finanziamenti per il prossimo film».

Articolo pubblicato il 29 novembre 2007 sul “Nuovo Quotidiano di Puglia”

mercoledì 28 novembre 2007

Schivare il presente

L’ALTER EGO
(a)periodico di estetica e cultura letteraria
Numero unico – autunno 2007
[ovvero: Fortunae Reducis]
A cura di Angelo Petrelli in collaborazione con Paolo Antonucci, Marco Caloro, Jonathan Imperiale, Vito Lubelli, Antonio Pagliara e Roberto Lucchi.
SABATO 1 DICEMBRE
ore 18:00 c/o Libreria Ergot, Lecce

La nostra ambizione, è ovvio, è schivare il presente di questa cultura per essere inattuali: dopotutto, a quale più alta condizione si dovrebbe anelare? Questo non sarebbe un preoccuparsi di un prima e un dopo, di un passato e un futuro. Bisogna essere più vecchi rispetto ai più vecchi e più giovani al cospetto dei più giovani; nulla ci trattiene dall’essere primi. Ma qual è allora la nostra superabile condizione? Siamo poi così diversi da quegli eupatrìdes di medietà che rifiutiamo? È pur vero che non siamo ancora del tutto esclusi dal potere; anzi, che invece, alcuni di noi sono dei piccoli prepotenti! Io in prima persona lo ammetto, attorniato da coloro che disprezzo, stando alle cronache, l’avrei ammesso: «prima che Abramo fosse, io sono!» disse. Dunque sono tutt’ora un enigma, anche per me stesso. Tanto mi basta per andare avanti, la ricerca e la conoscenza, compresa quella dei miei limiti; la volontà di remare contro mi è di grande sollievo.
Remare contro, appunto, ma in quale direzione?! Chi sono, dunque, i nostri nemici?! Senza nomi e cognomi il popolino non sa dar pace all’appetito né direzione all’occhiatacce (quand’anche si adegui, senza prevaricare l’idea della non violenza), e in definitiva è molto facile essere querelati di questi tempi, perciò farò di più: vi dirò chi saranno i nostri nemici.
Al momento sospetto fortemente che gli ipocriti lo siano per davvero. Facciamo finta, putacaso, che i nostri ipocriti non siano altro che dei semplici incapaci, ovvero, che i nostri non siano in grado di fare diversamente da quello che stanno facendo, come certe specie di spugne che si spostano inermi per la spinta delle correnti marine.
Quindi, come possiamo colpevolizzarli tanto da punirli e estrometterli da quel movimento, dal loro potere?
Al riguardo, solo attraverso una forma d’ingenuità possiamo trarre una qualche conclusione ragionevole, che definisca cosa è bene e cose è male, o comunque sufficiente ad individuare la causa del potere (il male) che noi rifiutiamo. Dunque, non ci resta che affidarci all’estro e all’intuizione!
Il problema dell’essere profetici è che poi, nell’azzardo, si finisce per aver ragione veramente; questo dovrebbe sconsigliarci di praticare una simile confutazione della nostra limitatezza nel constatare la realtà: se siamo limitati è perché vogliamo esserlo! Il mito della salvezza ne è l’esempio più lampante. L’asino che porta misteri non è mai stato tanto carico; dai devoti dell’”unto” ai partigiani della mediocrità non possiamo che aspettarci questo: il buonsenso....(continua)
Testo tratto da: L’editoriale dei buoni sentimenti, di Angelo Petrelli

via da me via con me

di Vito Antonio Conte

nel golfo del mio piegarmi

senza vele vorrei vederti

incontrarti per caso

esco a piedi

cammino per ore

ma non incontro

né il caso né te

*

nevica sui tuoi capelli

se ti chiamo

e poi mi guardi

in una strada intera di silenzio

e fa male

*

ti prendo per mano

e ti porto via

via da me via con me

lasciami fare

chiudi gli occhi tuoi

lascia le scarpe

dove ti porto non servono

lasciati amare

che altro non è che sfiorare

e lasciarsi sfiorare

*

soltanto per dire ogni cosa

intorno a me

in questo spazio minimo

che contiene un tempo lungo

la finestra aperta

si porta via il fumo

estenuo sempre un pensiero e

me ne sto qui indefinitamente

*

non c’è penna a fissare

umida parvenza

di tuo esistere

sfocato sullo specchio

dei giorni tuoi

martedì 27 novembre 2007

La vita mi chiedi?

LIBERTA’

di Laura La Penna
L’utopia chiamata Cavallo
Dove volgi cuore selvaggio?
Perché non ti fermi…è questo il tuo alloggio.
Ove trovi fonte di baci e d’amore,
per quanto ancora andrai e per dove?
Quando più non saranno carezze,
a chi narrerai le tue amarezze?
Perché non stai qui?
Perché ti dai pena e per chi?

Ma sapere tu vuoi
cosa c’è là, davanti a te,
al di là di quel muro,
dopo i campi,
dentro il bosco più oscuro.
E’ l’umana ragione a frenare il tuo istinto
ed altri han per te il mondo dipinto.
Cavallo selvaggio,
chi domarti provò
il suo morso ti impose
e vigliacco ignorò
il tuo grande occhio vivo
e con rabbia sprezzò
il tuo sguardo più schivo.
Or nel recinto , girandogli intorno,
com’è triste dare al sole il buongiorno:
“libera stella tra tante tue pari,
tu libera t’alzi, sorridi e scompari…
e ai pianeti che ti girano attorno
luce elargisci e non chiedi un ritorno…”
dici così, cavallo selvaggio
e già ti rinneghi per acqua e foraggio.
La gallina che raspa
ed il cane che abbaia
felici son di viver nell’aia
E convincono te
che non credi
che all’uom leccar si possono i piedi:

“ a noi cosa costa? In fondo ,
è lui che ci tiene qui apposta”
“ un po’ di pane e un po’ di scena…
ci sto volentieri alla catena.
La vita mi chiedi?
Ma cosa sarà?
Oggi ce l’hai …domani chissà?
…ma via! prestagli il muso,
piega la spalla!
Salve tu avrai la biada e una stalla!”
Ma appena finito ei han di cianciare
Tu l’orizzonte torni a mirare:
nuvole azzurre, piana infinita…
…spezzi il tuo giogo e ti riprendi la vita!

domenica 25 novembre 2007

Martina Gentile

é on-line il nuovo book trailer del romanzo Non è più tempo di
Martina Gentile

http://it.youtube.com/watch?v=lDYmo1ERZhA

sabato 24 novembre 2007

Toma è feroce, è sanguinario come tutti i veri poeti!

T O M A
di Antonio Errico

L’espressione più stupida e banale è quella che il tempo passa . E’ stupida, banale, probabilmente anche falsa: perché il tempo non passa, né rapido, né lento: il tempo guarda gli uomini passare; guarda passare anche le cose: i muri che si scrostano, le carte che si tarlano; guarda passare i fiori che appassiscono. Guarda passare quello che esiste e che non esiste: le fantasie, i sogni, le emozioni.
Forse il tempo è soltanto quello che noi diveniamo, il modo in cui diveniamo continuamente altro da quello che siamo o che crediamo di essere. Dice Martin Heiddegger ( “ Il concetto di tempo”, Adelphi) che la domanda “ che cos’è il tempo” dovremmo trasformarla in “ Chi è il tempo? “, e più precisamente “ siamo noi stessi il tempo?”, e con ulteriore precisione: “sono io il mio tempo?”. La stessa cosa dicono gli angeli fatti uomini nei film di Wim Wenders.
Non esiste quasi nulla in natura, che sia stato creato da uomini o dei, che non passi – non si trasformi – sotto lo sguardo del tempo. Quasi nulla. Solo la scrittura ha il potere di restare immutabile: cambiano le idee riguardo una poesia, i giudizi, le interpretazioni. Il tempo guarda passare – trasformarsi – le piramidi, ma i geroglifici non passano, non si trasformano. Siamo noi che cambiamo emozioni e opinioni.
Sono passati esattamente vent’anni da quando è morto Salvatore Toma. Era il diciassette di marzo dell’ottantasette. E nevicava. Era da una settimana che nevicava. Sono passati vent’anni esatti e chi gli è stato amico gli è amico ancora, chi non gli è stato amico lo è diventato o ha fatto finta di diventarlo perché essere amico di un poeta ( morto) certo non può procurare i fastidi che a volte ( spesso) procura l’essere amico di un poeta (vivo).
Essere amico di Totò Toma (vivo) procurava fastidi. Perché era spontaneo – troppo-, sincero – troppo- , immensamente timido e quindi esibizionista per reazione, personaggio, istrione, provocatore, sarcastico, così autenticamente riservato da farsi artificiosamente sfrontato. Allarmato e strafottente. Vorace di conoscenze, di sensazioni. Attratto dai colpi di teatro, dagli effetti strabilianti. Gli piaceva ( voleva) dissacrare e stupire. Attore comico e tragico. Una compagnia straordinaria ma da tenere sotto costante controllo. Diceva Antonio Verri: Toma è feroce, è sanguinario come tutti i veri poeti; come i veri poeti ha il diritto di mandare al diavolo un po’ di gente; è un batuffolo di ironia e di smaliziato candore; è una polveriera di angoscia e di sarcasmo.
Quando Toma morì, su questo giornale dicemmo che sapeva essere anche dolce, delicato; che sapeva usare colori tenui, smorti, a volte, parole che erano fluide, delicate, mescolate con metafore ardite, toni bassi, come se raccontasse confidenze.
Sono tornato spesso sui suoi libri, in questi vent’anni., soprattutto su quei tre – gli ultimi tre – che già nei titoli annunciano un evento straordinario: “Un anno in sospeso”, “Ancora un anno”, “Forse ci siamo”. Poi sul “ Canzoniere della morte” pubblicato da Einaudi dodici anni dopo la morte, con interessamento, introduzione e cura di Maria Corti. E tutte le volte ho avuto l’impressione che ad ogni poesia crescesse la paura.
A un certo punto Toma ha cominciato ad avere paura della parola. Quasi che vivesse la tragedia della transustanziazione ( posso dirlo?) quasi che la parola si facesse carne, sangue ribollente, che bruciasse, si raggelasse, si contorcesse, urlasse mugolasse trasudasse. Vivesse, semplicemente. Fosse vita. Anche se sconvolta, disperata. Ha cominciato ad avere paura della parola che gli faceva vedere lo sguardo del tempo sulla sua vita, gli mostrava le rughe, le ferite, i filamenti di sangue dentro gli occhi, i tormenti per un verso non riuscito, gli stessi tormenti anche per una perfezione di forma e di sostanza. Gli faceva paura accorgersi che quella parola restava intatta mentre tutto dentro di lui si trasformava, si dissolveva, e tutto intorno a lui si deformava, si sgretolava.Gli faceva paura accorgersi che quella parola era la sua “ anima nera”, capace di contare i secondi , di capire “ l’attimo in cui scatta/ la tua metamorfosi/ esattamente”.
E’ nei confronti della parola che si tende, che si dilania fino a comprendere, a mordere il senso condensato nell’attimo della metamorfosi, che Totò Toma ha sempre più paura. Ha paura di una parola che sillaba dopo sillaba diventa terribilmente capace di dire, di mostrare, di rappresentare l’essere che diviene sotto lo sguardo del tempo fino ad annullarsi e a sentirsi costretto a domandare l’elemosina di una memoria proprio a quella parola che impaurisce sempre di più. ( Ma un grande poeta – diceva – si riconosce soprattutto dalla paura che si fa).
Gli fa paura la parola che riesce a dire l’essere stati senza possibilità di ripetersi, l’aver amato, l’essere stati amati, senza più la possibilità di riamare, di essere riamati, che può raccontare un delirio, lo sgambetto della vita, la roulette russa dell’ alcool, la truffa della cosiddetta realtà, la bancarotta del sogno, l’agonia di un tramonto, la deriva di ogni giorno.
Gli fa paura quella poesia che amava fino alla vita e anche fino alla morte, con cui avrebbe tentato di lasciare in eredità l’ultima emozione, uno scoppio di felicità, uno smembramento leggero.
E’ anche per questa paura che, come diceva, poeti si nasce e a volte non si finisce. Si finisce uomini soltanto. Magari un po’ stravolti dalla ingenua smania di conquistarsi il cielo con le stelle di parole.

Un libro necessario...
























Città del libro 2007
domenica 25 novembre ore 19.00
piazza Libertà, Campi Salentina


Stefano di Lauro
La mosca nel bicchiere - la poetica di Carmelo Bene
I libri di Icaro Poetiche 1

interverrà l'autore
insieme con
Maurizio Nocera e Mauro Marino

Oltre la scena, dietro le maschere dell’attore, “attraverso lo specchio”.
La struttura intellettuale di un genio rivoluzionario, rigoroso, indisciplinato, beffardo. E inevitabilmente frainteso.
Impervi ma non impraticabili sono i sentieri lungo cui si snoda il Bene pensiero, saldamente ancorato al decadentismo europeo, alla temperie culturale francese degli anni ’50, non meno che a un orizzonte mistico-teologico malgrado lo sbandierato ateismo.
Con questo saggio, di Lauro ci offre una scansione degli scritti di CB, dotandoci così d’un prezioso kit per intenderne la poetica, ripensarne l’opera, nonché per meglio assaporare la stravaganza di certe memorabili apparizioni televisive.
L’autore intesse, con certosina finezza, una sorta di dialogo tra l’artista salentino e i pensieri che hanno definito la sua estetica, e si prova a riconfigurare un paesaggio mentale organico a partire dalle schegge del genio, portando alla luce tanto i detonatori dell’urgenza creativa che l’insanabile mal di vivere. Una vita riarsa la sua, “dis-voluta” eppure così voluta.

martedì 20 novembre 2007

a Paride De Masi (patron di Italgest)

di Guido Picchi

Canto l’arme e gli ardori di chi pieno di onori

si appresta a soccorrer la terra natia dalla lenta agonia

del futuro negato da un ingiusto passato.

Filantropo eccelso come i fiori di gelso non gli sfuggirà certo

l’occasione propizia per far della giustizia

con il soffio divino che gli spira vicino.

Non fosse che il gesto proposto sì presto

non ha che il pretesto di un ricco compenso

che non viene indicato nel parlar prolungato.

Quel che è stato fin qua certo racconterà

che l’uomo ci ha dato un sogno velato

dalla ricca promessa di un guadagno privato.

Non si dica con ciò che l’uomo rubò

perché generoso sarà chi più guadagnerà

da quel piatto sociale che non può andar a male.

E con ciò che vi dico che può esser capito

chi marciando spedito dal profitto invaghito

non vede per gli altri il guadagno mancato.

Non è certo pel bene che si scontan le pene

né per la gloria che si onora la storia

è per il profitto che si riga si dritto.